Il nuovo esame di maturità

Sulle modifiche e sulle novità del prossimo esame di maturità rese note in queste ore dal ministero, mi sarebbe piaciuto un dibattito approfondito, serio e privo di isterismi in primis tra docenti e poi, ovviamente, tra docenti, studenti e organi ministeriali. E mi sarebbe piaciuto, da persona direttamente e totalmente coinvolta nella questione, prenderne parte e poter dire la mia. Sempre, ovviamente, in maniera seria, approfondita e senza isterismi di sorta.
Purtroppo però devo prendere atto come questo auspicato dibattito non c’è né ci sarà, semplicemente perché è letteralmente impossibile che ci sia. Nelle molte discussioni (tanto dal vivo quanto on line) cui ho avuto modo di assistere, ho visto come qualunque ragionamento sui contenuti di queste nuove proposte, qualunque ragionamento minimamente didattico (parliamo di modalità di svolgimento dell’esame di Stato, perciò è di didattica che dovremmo parlare) passi immediatamente in secondo piano (se non addirittura sparisca direttamente), come sia un puro pretesto per rimettere in scena l’ennesima sfida urlata tra chi difende il nuovo esame solo perché reca reca la firma del governo gialloverde e chi lo contesta per lo stesso identico motivo.
Un essere pro o contro totalmente pregiudiziale, che, almeno a mio modesto parere, con la scuola, con il cercare di capire cosa è bene e cosa non è bene per la scuola, non c’entra proprio niente.
Quando, da insegnante, sono sceso in piazza contro la riforma Gelmini o contro la Buona Scuola, non l’ho fatto pensando a danneggiare il governo Berlusconi o il governo Renzi (e sì che chi scrive è stato tanto un feroce antiberlusconiano quanto un convinto antirenziano). L’ho fatto perché pensavo (e lo penso ancora) fossero pessime riforme per la scuola pubblica, che andavano tanto a svilire la professionalità dei docenti quanto, soprattutto, a danneggiare il percorso di formazione degli studenti. In definitiva, almeno in quei frangenti, non sono andato a difendere il mio voto, ma la mia professione e i miei studenti.
Ed è con quello stesso spirito che mi sarebbe piaciuto manifestare le mie remore attuali sui nuovi esami di maturità. Ma sinceramente mi sento impossibilitato a farlo, come se fossimo tutti quanti precipitati in un sistema dove qualunque valutazione su tutto ciò che esista debba per forza rispondere a una logica di attacco e difesa in nome di una bandiera.
Ad ogni modo, in questo dibattito che non ci sarà prima di tutto avrei detto che, pur prevalendo nettamente le perplessità, ci sono comunque dei punti che mi convincono in pieno. Vedo ad esempio con favore il raddoppio, nella prima prova scritta, quella di italiano, delle tracce di analisi del testo. Così come, soprattutto, vedo con favore il fatto che le prove INVALSI non incidano in alcun modo nella valutazione finale. E vedo con favore anche il sostanziale aumento d’importanza, sempre in ottica della valutazione finale, del curriculum maturato dagli studenti negli ultimi tre anni di scuola.
Ma poi, ripeto, avrei detto che sono molte le cose con cui mi sto decisamente scontrando.
Ad esempio non riesco proprio a capire quale criterio di valutazione abbia portato alla soppressione del tema di storia (quella che fino allo scorso anno si chiamava “Tipologia C”). Vero è che il tema storico è quello di norma ritenuto più difficile, quello meno scelto dai maturandi, quello in cui incappano in più errori. Ma non penso proprio che l’eliminazione della traccia sia una modalità seria d’intervento su questa problematica. Serviva – e servirebbe – piuttosto un intervento organico sulla didattica della storia e dello “scrivere di storia”, una riflessione approfondita per approcciarsi in maniera più preparata a prove di questo genere. A meno che, ovviamente, dietro questa “eliminazione-semplificazione” non vi sia il pensiero che una materia come storia non sia poi così importante. Un pensiero che mi fa rabbrividire (non tanto come docente di storia, quanto proprio come cittadino, convinto che la “cittadinanza” si costruisca anche e soprattutto nella piena cognizione del proprio passato), ma che purtroppo sembra essere qualcosa di più che un presagio allarmista. L’eliminazione del tema storico fa infatti il paio con un’altra novità presente nella riforma, passata molto più in sordina ma ugualmente importante, ovvero la soppressione, nel primo biennio degli istituti professionali, di un’ora di storia. Da due ore settimanali a un’ora soltanto. E perché mai, chiedo da mesi in questo dibattito auspicato ma impossibile, i ragazzi dei professionali non avrebbero diritto a due ore di storia? Perché per loro una o due ore sarebbe la stessa cosa?
Con tutto che questa progressiva riduzione d’importanza della storia entra palesemente in contraddizione con le competenze “in uscita” che sempre questa riforma ritiene imprescindibili nel curriculum dei maturandi, dove la storia – la competenza storica – è praticamente presente in ogni dove. Nel dibattito inesistente avrei chiesto lumi su questa contraddizione, se tutti la hanno ben presente e come intendono affrontarla (e sanarla) dal punto di vista didattico.
Ma la didattica, l’ho già detto, sparisce dietro la logica delle bandiere. Una logica cieca e assurda in generale, ma che in questo caso diventa follia pura. Parliamo infatti di una riforma disegnata dal ministero precedente e portata all’attuazione dall’attuale. In sostanza chi la difende in funzione pro Lega/Cinquestelle anti PD sta difendendo una riforma disegnata dal PD, e chi la attacca in funzione pro PD e anti Lega/Cinquestelle sta attaccando una riforma disegnata dal suo stesso partito.
Ancora, si dice che comunque una traccia a carattere storico sarà comunque presente nelle tre della cosiddetta “Tipologia B”, quella che fino all’anno scorso si chiamava “saggio breve” e che d’ora in avanti si chiamerà “Testo argomentativo”. Una tipologia che, al di là del nome, cambierà anche nella sostanza. Ma come e in che misura non ci è ancora dato sapere. Non sappiamo quali dei quattro ambiti disciplinari è stato soppresso, ad esempio. Ma soprattutto non sappiamo quali saranno esattamente le consegne di questa nuova tipologia, visto che queste prime indicazioni non riportano alcun esempio pratico. E se con moderato ottimismo si può comunque pensare che tra saggio breve e testo argomentativo la differenza sia minima, il discorso è molto più complicato per la seconda prova scritta. Che non sarà più su una singola disciplina ma “interdisciplinare”. E in che modo? In che misura? Tutte domande che, sulla base di queste prime indicazioni, restano senza risposta e lasciano questa seconda prova totalmente avvolta nel buio.
Perciò in questo dibattito che non c’è avrei detto soprattutto questo: che il tempo stringe, è il 6 ottobre e non sappiamo ancora le precise modalità di svolgimento dell’esame di Stato.
E avrei chiesto, senza voler demonizzare il colore di qualsiasi governo: è minimamente serio, è minimamente ammissibile, è rispettoso per i docenti ma soprattutto per gli studenti, che al 6 ottobre non sia ancora giunto un esempio di prima e seconda prova? È ammissibile che al 6 ottobre io non possa far fare ai miei studenti di quinta esercitazioni scritte sulla base delle prove d’esame? È serio e corretto continuare a cambiare le regole in corso d’opera? Io, nel mio piccolo, inizio a preparare i miei studenti alla prima prova d’esame già in quarta: che ne è di tutto il mio lavoro sul tema di storia e sul saggio breve? Che ne è di tutto il lavoro fatto dai ragazzi? Perché una riforma non diventa effettiva per i ragazzi di quarta anziché per quelli di quinta?
Mi pare di ricordare che, quando manifestavamo contro la Buona Scuola, una delle parole d’ordine fosse la richiesta (legittima e sacrosanta) di coinvolgere e ascoltare i docenti nei percorsi di riforma. È un principio che io non ho rinnegato e continuo a ritenere legittimo. Come è possibile che tutto questo ci piova addosso a ottobre senza che nessuno ci abbia minimamente interpellati?
E non mi si venga a dire che, comunque, essendo un anno di transizione, “le commissioni ne terranno conto” e quindi saranno indulgenti. Sarebbe come ammettere, palesemente e candidamente, che andiamo a gravare sull’erario pubblico spendendo milioni di euro per la più assurda delle farse e delle buffonate.
Buon anno scolastico a tutti.

#resistenzeRiccardoLestini

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