Una scrivania disordinata

Faccio un po’ di ordine nel disastro della mia scrivania prima delle (finalmente imminenti) vacanze.
Butto via carte e cartacce, recupero penne sepolte da mesi sotto il peso di fotocopie e riviste, chiudo e rimetto libri negli scaffali, impilo quaderni e bloc notes.
Scorrendo rapidamente i miei appunti, vedo che sono pieni di trascrizioni e rimandi a dichiarazioni, discorsi e interventi politici fatti dai vari leader negli ultimi quaranta, cinquant’anni di storia.
E mi convinco sempre più che la mia assenza di speranza nel futuro, il baratro vertiginoso che percepisco nel tessuto sociale, trovi tutta la sua ragion d’essere lì, nel pauroso, progressivo e inarrestabile impoverimento del linguaggio.
Perché se oltre ciò che diciamo siamo anche e soprattutto come lo diciamo (e sono da sempre convinto che sia così), allora tutto ciò che abbiamo attorno e davanti è molto più che tetro, molto più che irrisolvibile.
Le parole sono importanti, gridava qualcuno con ironia tragica vent’anni fa.
Non l’ho mai pensato con così tanta forza come oggi.

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