“Tutti giù per terra” – “Lo sai che si stanno sciogliendo gli anelli di Saturno?”

“Lo sai che si stanno sciogliendo gli anelli di Saturno?”
“Ah Vittorio… non ho mica tempo per guardare su in aria!”
“Lo so… ma è proprio così che ti fregano anche l’anima oltre ai soldi. Ti martellano il cervello, te ne raccontan così tante fino a levarti anche la voglia di sognare…
‘Quando nascesti te, nacque un bel fiore/ la luna si fermò nel camminare/ le stelle si cangiorno di colore/ L’amore è… come l’ellera/ dove s’attacca muore/ così così il mio cuore mi s’è attaccato a te!'”

Questo è “Tutti giù per terra”, uno splendido film degli anni ’90 tratto da un romanzo altrettanto splendido.
E lui, lui era il grande, grandissimo Carlo Monni, uno dei più grandi poeti e cantastorie del nostro tempo.

Carlo – per tutti noi che lo abbiamo amato semplicemente “i’ Monni” – vestiva larghe camicie aperte sul petto villoso, bermuda sgargianti da riviera e sandali. Andava tutti i giorni su e giù a piedi per il parco delle Cascine e viveva in un minuscolo appartamento del centro, buio e zeppo di libri. Non possedeva un telefonino, e chi voleva contattarlo per un film o uno spettacolo doveva chiamare la casa del popolo di Campi Bisenzio e lasciare un messaggio. In qualche modo e prima o poi, lui avrebbe risposto. Recitava gratis in cortometraggi di giovanissimi esordienti ed era il solo che quando lo invitavi a un tuo spettacolo veniva davvero, pretendeva di pagare il biglietto e alla fine ti aspettava per abbracciarti e dirti davvero cosa ne pensava. Era in grado di improvvisare ottave e strambotti per ore e ore, e nessuno sapeva recitare Campana, Esenin e Bukowski meglio di lui.

Il “grande” mondo dorato dello spettacolo e della cultura, quella “alta” e “immacolata”, lo ha sempre snobbato e sottovalutato. Nella migliore delle ipotesi, lo ha sempre guardato dall’alto in basso considerandolo uno strambo oggetto misterioso da osservare con scherno e bonaria indulgenza.
La sua genuinità rabbiosa e malinconica, la sua sincerità feroce e disarmante, lo rendevano impresentabile negli ambienti che contano, quelli dove si studiano e si costruiscono successi e consensi a tavolino.
Peccato che l’arte e la poesia sono tutt’altro, sono sconquasso, assenza di quiete, insurrezione e ribellione. Lui, Carlo, i’ Monni, era uno dei pochi – e degli ultimi – non solo ad averlo capito, ma a praticarlo quotidianamente.
Molti che negli anni hanno lavorato con lui, hanno scalato le vette del successo patinato, mollandolo e dimenticandolo appena arrivati sull’uscio del mondo che conta. Lui a volte ne parlava con rabbia esplodendo con il suo leggendario “e m’incazzo!!!”. Ma durava un attimo quella rabbia. Poi tornava sorridente, un sorriso spesso amaro e disilluso, ma pur sempre un sorriso.
Perché, come tutti i più grandi poeti, anche i’ Monni amava disperatamente la vita.
Peccato lo abbiano dimenticato così.
Ma del resto… che te ne fai di una “star” che non ha nemmeno un telefonino?

#jukebox
#lamusicaalcinema

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