Toto – “Africa”

C’erano, negli anni ’80, queste estati torride, erba secca e asfalto rovente. E noi bambini eravamo tutti lì, maschi e femmine, impegnati negli stessi giochi, palla e nascondino, corse e rincorse, intrisi di sudore, pelle bruciata e ginocchia sbucciate, pantaloncini corti e biciclette, catrame sotto le unghie e giornate lunghissime dall’alba all’imbrunire.
Poi un giorno arrivò l’ennesima estate e io, pallone sottobraccio e bicicletta già pronta, andai a chiamare la mia amica di tutte le estati precedenti per giocare insieme. Ma lei non venne, né quel giorno né in nessuno dei molti giorni successivi. E come lei non venne, né sarebbe più venuta, nessuna delle nostre amiche.
Non lo sapevo, non lo sapeva nessuno di noi, ma era arrivata. Era arrivata l’ora in cui si cresce, in cui senza nemmeno accorgersene si lasciano le praterie verdissime dell’infanzia per entrare nel labirinto dell’adolescenza. E quell’ora arriva sempre prima per le femmine, che di colpo non hanno più tempo né voglia di sudore e ginocchia sbucciate, palloni e biciclette. E ci si ritrova all’improvviso da soli, maschi e bambini, in attesa di un’altra estate in cui, un cancelletto attraverso cui non riusciamo più passare, non ci dica che anche per noi è arrivato il tempo del labirinto.
Quel giorno, quando la mia amica mi disse che non sarebbe venuta a giocare, da camera sua veniva una canzone.
Questa.
E ancora oggi, mi scopro a pensare ad “Africa” dei Toto ogni volta che mi sento addosso tutta l’invincibile potenza del tempo che passa…

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