Lestini ai mondiali – Russia 2018 (ottavi e quarti di finale)

QUANDO IL GIOCO SI FA DURO… (Lestini ai mondiali – giornata 17)

Eccoci alle brutali (e attesissime) rese dei conti. Perché buona parte del fascino perverso di un campionato del mondo è proprio lì, nelle partite senza appello, nella drammatica roulette russa del dentro/fuori, di quell’eliminazione diretta a partita secca, senza nemmeno la seconda chiamata dell’andata/ritorno.
Però mica è sempre stato così. Nel primo mondiale della storia, disputato in Uruguay nel 1930, visto il numero esiguo di partecipanti (appena 13), il brivido dell’eliminazione diretta si ebbe solo per le semifinali e le finali. Per rifarsi, gli organizzatori della FIFA nei due mondiali successivi (Italia 1934 e Francia 1938) optarono per una formula a dir poco drammatica che prevedeva solo l’eliminazione diretta. Ovvero 16 squadre direttamente accoppiate negli ottavi di finale. E senza manco le teste di serie. A pensarci oggi, una follia.
Dopo la guerra, le cose cambiarono. Nel mondiale del 1950, cui di nuovo parteciparono la miseria di 13 squadre (in massima parte a causa dei disastri post bellici di molte nazioni), l’eliminazione diretta mancò del tutto. Fu l’unico mondiale in cui non si ebbe una finale, ma un girone all’italiana tra le vincitrici del primo turno. E quello storico Brasile – Uruguay 1 a 2 giocato al Maracanà, la chiamiamo finale solo per comodità, mentre in realtà fu solo la partita decisiva del girone, dove ai brasiliani, per laurearsi campioni, sarebbe addirittura bastato il pareggio. Una follia anche questa, a pensarci oggi.
Dal 1954 in poi le cose più o meno si normalizzarono. Ripristinato il numero canonico di 16 partecipanti, le squadre furono divise in 4 gironi da 4: le prime due di ogni girone si incrociavano poi in un tabellone a eliminazione diretta, dai quarti alla finalissima. Formula che rimase immutata fino a Messico ’70.
Poi, inspiegabilmente, dal 1974 gli organizzatori decisero di privare il mondo del fascino assoluto del dentro/fuori sopprimendo quarti e semifinali, istituendo, per le due migliori classificate dei gruppi del primo turno, altri due gironi all’italiana da 4 squadre ciascuno. Le due vincenti, disputavano poi la finalissima.
Questa formula assai grottesca rimase in vita per due edizioni. Per i mondiali del 1982, visto l’allargamento a 24 squadre, fu (per fortuna) necessario cambiarla. Ma nessuno pensò a restituire la bellezza dell’eliminazione diretta: le prime due di ogni girone venivano inserite in ulteriori 4 gruppi da 3, e la vincente di ognuno andava in semifinale.
Finalmente, nel 1986, capirono che un mondiale per essere veramente tale ha necessario bisogno di più partite possibili a eliminazione diretta. E così, con il meccanismo del ripescaggio (oltre alle prime due di ogni girone si qualificavano le quattro migliori terze), tornarono, dopo quarantotto anni, gli ottavi di finale. Una formula che durò per tre mondiali (in due dei quali andò in finale proprio una ripescata, l’Argentina nel ’90 e l’Italia nel ’94). Poi, da Francia ’98 (e fino a oggi), l’allargamento a 32 squadre consentì la soppressione dei ripescaggi.

E dopo questo excursus storico, veniamo al presente.
Oggi si comincia col botto: alle 16 subito in campo Francia e Argentina, di tutti gli ottavi la sfida più bella e affascinante, tra due grandi potenze del calcio mondiale. Un incontro dove ballano la bellezza di tre coppe del mondo (due argentine e una francese) e quattro secondi posti (tre argentini e uno francese).
Tuttavia, nonostante le due squadre siano da sempre protagoniste, nella storia dei mondiali si contano la miseria di due precedenti, entrambi a favore dell’Argentina e mai in una partita a eliminazione diretta. Il primo risale addirittura al 1930, gruppo A, dove l’Argentina (che sarebbe poi stata finalista) sconfisse la Francia 1 a 0. Di quell’incontro preistorico non esistono né video né fotografie, ma stando a quanto hanno tramandato spettatori e protagonisti successe letteralmente di tutto: un arbitro palesemente pro Argentina fischiò la fine dell’incontro con sei minuti d’anticipo, proprio quando la Francia stava depositando in rete la palla del pareggio. Ovviamente si scatenò una rissa furibonda, e l’arbitro si convinse, dopo un tempo lunghissimo, a far tornare le squadre in campo per giocare i sei minuti rimanenti. Ma non convalidò il gol francese, e il risultato rimase di 1 a 0 per l’Argentina. Il secondo confronto risale al 1978, dove l’albiceleste di Kempes e Passarella, nel gruppo A (dove c’era anche l’Italia), sconfisse per 2 a 1 la Francia dell’allora stella nascente Michel Platini. Gli argentini quel mondiale sarebbero andati a vincerlo, i francesi invece sarebbero tornati a casa dopo il primo turno.
La Francia, alla sua quindicesima partecipazione al mondiale su ventuno edizioni, arriva al secondo turno per la nona volta. E gli ottavi di finale, nella sua storia, le sono stati fatali una sola volta, nel lontano 1934, quando fu sconfitta per 2 a 1 dall’Austria. Da quando sono stati reintrodotti gli ottavi, tutte le volte che ci è arrivata, ha sempre vinto: 2 a 0 all’Italia nel 1986, 1 a 0 (con golden gol) al Paraguay nel 1998, 3 a 1 alla Spagna nel 2006 e 2 a 0 alla Nigeria nel 2014.
L’Argentina, al suo diciassettesimo mondiale, arriva al secondo turno per la quattordicesima volta. Per due volte è stata sconfitta agli ottavi: la prima, come la Francia, nel preistorico 1934, la seconda nel più recente 1994, contro la Romania. A parte quest’ultimo episodio, dal ritorno degli ottavi in poi, sempre vincente, quasi sempre di misura e quasi sempre in maniera assai sofferta: 1 a 0 all’Uruguay nell’86, 1 a 0 al Brasile nel ’90, drammatico 3 a 2 all’Inghilterra nel ’98, 2 a 1 al Messico nel 2006, 3 a 1 sempre al Messico nel 2010 e 1 a 0 alla Svizzera nel 2014.
Per quanto riguarda i pronostici, fermo restando che in una partita secca può sempre succedere di tutto, è veramente difficile sbilanciarsi. Visto quanto accaduto finora, la logica tenderebbe a dire Francia, che pur non mostrando niente di speciale si è qualificata senza patemi né affanni, mentre l’Argentina ha vissuto momenti di autentica psicosi collettiva acciuffando il passaggio di turno in maniera molto più che rocambolesca. Ma la logica spesso e volentieri non va molto d’accordo con i mondiali, e sono infiniti i casi di squadre a pezzi che, dagli ottavi in poi, improvvisamente risorgono.

Alle 20, in scena un altro incontro epocale: Uruguay contro Portogallo.
Non esistono precedenti ai mondiali tra le due nazionali. L’Uruguay, tredicesima partecipazione, per la decima volta approda al secondo turno. E ci approda a punteggio pieno, cosa accaduta solo altre due volte: nel 1930 e nel 1950. In entrambi i casi, finì per laurearsi campione del mondo. Tuttavia gli ottavi di finale, nella cabala uruguayana, sono assai funesti: tre sconfitte (1986, 1990 e 2014) e una sola vittoria, 2 a 1 contro la Corea del Sud nel 2010 (edizione in cui poi la celeste arrivò in semifinale).
Su sponda portoghese, per la settima volta al mondiale, contiamo il quarto passaggio alla seconda fase della storia. Agli ottavi di finale, bilancio in perfetta parità: eliminato nel 2010 (nel derby contro la Spagna che poi avrebbe vinto i mondiali) e vincente nel 2006 (1 a 0 contro l’Olanda), nell’edizione che lo avrebbe visto semifinalista, come nel lontano 1966, quando a guidare i lusitani c’era il leggendario Eusebio.
Anche in questo caso, pronostico difficilissimo. Tante domande, pochissime certezze. Quale Cristiano Ronaldo scenderà in campo, quello mostruoso delle prime due partite o quello spento della terza? E il Portogallo sarà in grado di essere meno dipendente da lui? L’Uruguay è davvero una delle squadre più forti del torneo o ha solo avuto in sorte un girone facile facile?
Chi vivrà vedrà. Di sicuro, sarà una splendida battaglia. E non vediamo l’ora di vederla.

In chiusura, aggiornamento del sondaggione lanciato ieri. Si poneva il seguente quesito: qual è stata, a vostro avviso, la peggior innovazione introdotta nel regolamento calcistico negli ultimi venticinque anni? Quattro le opzioni: Golden Gol, espulsione diretta per fallo da ultimo uomo, Var e sistema del conteggio dei cartellini a parità di gol fatti e subiti.
Al momento, stravince con il 70% il sistema del Fair Play, 20% espulsione diretta e 10% Var. Zero voti al Golden Gold… ma sarà perché è stato soppresso oppure pensate seriamente fosse una bella cosa?

A domani!!

#lestiniaimondiali


ALLONS ENFANTS! (Lestini ai mondiali – giornata 18)

Scrivevo giusto ieri: almeno sulla carta, gli ottavi cominciano col botto.
E botto c’è stato. Anzi ce ne sono stati dieci, come il numero di gol segnati nelle due partite. O forse anche di più. Di sicuro, sono di quei botti il cui rumore si continua a sentire per giorni e giorni.
Prima di tutto, l’eterno romanzo Messi-Cristiano Ronaldo scrive il suo ennesimo assurdo e incredibile capitolo, dove il destino uguale e contrario dei due mostri sacri costretti a rincorrersi per l’eternità si ricongiunge nel finale meno atteso e più mesto per entrambi: tutti e due autori di una prestazione opaca e incolore, se ne vanno dal mondiale (il quarto di ciascuno, e che probabilmente sarà anche l’ultimo) ad appena quattro ore di distanza l’uno dall’altro, presi a sberle e pallonate da due squadre – quelle avversarie – più forti, feroci e organizzate, e da altre due – le loro – su cui non sono riusciti a imprimere il loro tocco geniale.
Mentre scrivo, si sprecano i processi tanto al portoghese quanto all’argentino, si ricorda come nel loro essere di un altro pianeta (cinque palloni d’oro a testa negli ultimi dieci anni, una bacheca di trofei con le rispettive squadre di club piena fino a scoppiare) resterà la macchia di non aver vinto il mondiale. Chiacchiere inutili. Non aver alzato la coppa del mondo non dice niente sulla grandezza di un campione, parliamo di un campionato quadriennale la cui vittoria dipende da una quantità di fattori che prescindono il talento, anche mostruoso, del singolo. Ed è lunga, lunghissima, la lista delle divinità del pallone rimaste a secco di mondiali: Sivori, Best, Rivera, Falcao, Socrates, Zico, Platini, Lineker, Rumenigge, Baggio, Van Basten, Bastistuta. E potremmo continuare ancora a lungo. Piuttosto, si potrebbe (e si dovrebbe) parlare del fatto che né Messi né Cristiano Ronaldo, in ben quattro edizioni, siano mai riusciti a segnare un gol dagli ottavi in poi, ovvero quando le partite cominciano davvero a contare. E questo sì, qualcosa vorrà pur dire. Ovvero che nessuno di questi due extraterrestri calcistici è un leader, nessuno quando si trova a doversi caricare sulle spalle il peso di una squadra intera (cosa che, a uno nel Real e all’altro nel Barça, non capita mai durante l’anno) è in grado di reggere l’urto psicologico.
Da questa giornata, calcisticamente splendida e a suo modo indimenticabile, esce così il quarto di finale meno atteso. Sì perché eravamo tutti lì con la penna in mano, pronti e smaniosi di annunciare nuove pagine della grande letteratura pallonara in attesa della supersfida del secolo tra i due eterni rivali in un ipotetico Portogallo – Argentina, oppure a ripiegare su un meno succulento, ma comunque sempre appetitoso, superderby Argentina – Uruguay, o ancora nel fascino della rivincita della finale europea di due anni fa Francia – Portogallo.
È venuto fuori quel Francia – Uruguay che non ha nessuna di queste suggestioni, ma che è comunque il quarto di finale più giusto, tra le due squadre più forti e che più hanno meritato.

Ma andiamo con ordine, cominciando dal pomeriggio.
Se pur imbattuta e prima nel suo girone, fin qui non aveva per niente entusiasmato, lasciando sulla strada molti dubbi e quasi nessuna certezza, ma la giovane Francia, les enfants terribles splendidamente cresciuti e orchestrati da Deschamps, sono sbocciati al momento più opportuno, vale a dire quando il gioco si è fatto duro e decisivo. Più convinti, più squadra e più forti dell’Argentina, i francesi hanno preso il gioco in mano sin dal primo minuto, dominando in ogni angolo del campo col piglio dei grandi. Nemmeno il tempo di ascoltare gli inni nazionali che Griezmann fa tremare la traversa con una punizione (quasi) perfetta. I giovanissimi gioielli francesi, per l’appunto: di Griezmann (e pure di Giroud) si è parlato moltissimo, di Mbappé, fino ad adesso, molto meno. A costringerci a farlo ci pensa lui direttamente: questo ragazzino di nemmeno 19 anni, in un incredibile coast to coast al 12′, ci mostra tutto il suo fenomenale repertorio, fatto di corsa e progressione sovrumane accompagnate da un controllo incredibile. Imprendibile e immarcabile, viene steso da Rocho provocando il rigore che dà l’1 a 0 ai transalpini.
L’Argentina è completamente in balia dei bleus, che potrebbero subito dilagare. Ma nelle loro armi più micidiali – corsa, strapotere fisico, velocità – c’è anche il loro fatale tallone d’Achille, ovvero inesperienza a quintali, eccesso di frenesia, incapacità di controllare. Spreconi e sciuponi, si fanno prima raggiungere (magia da 10 e lode del redivivo Di Maria) e poi superare (gol fortuito di Mercado). Fortuna loro, i giovanissimi francesi non perdono la testa e ricominciano a mangiarsi l’Argentina, che va subito alle corde. Il pareggio è un capolavoro da incorniciare di Pavard, poi ci pensa l’incontenibile Mbappé con una doppietta a portare i suoi ai quarti di finale. Il 3 a 4 di Aguero, in pieno recupero, è di nuovo figlio della troppa frenesia. Un peccato di gioventù che fa vivere col patema gli ultimi secondi e rischia di mandare a monte una qualificazione già in cassaforte.
Ad ogni modo, grande partita. Volevamo vedere il vero volto della Francia: adesso l’abbiamo visto e, sinceramente, fa veramente paura.
Per quanto riguarda l’Argentina, poco da dire in verità. Evidentemente non poteva esserci lieto fine per un progetto di fatto inesistente. Inconsistenza di Messi a parte, la squadra ha mostrato lacune e magagne in ogni dove. Un fallimento totale di cui l’incompetenza di Sampaoli è la sintesi più assoluta. Pensare di impostare una partita sul possesso palla contro una squadra veloce e aggressiva come la Francia, è molto oltre il suicidio. E poi, avere Aguero, Higuaìn, Dybala e Icardi e tenerne tre in panchina e uno a casa no, non è per niente per normale. E a conti fatti, forse, gli ottavi, sono un premio addirittura eccessivo.

In serata, di scena uno splendido Uruguay, che conferma le belle prestazioni del girone scendendo in campo compatto e grintoso, mostrandosi immediatamente più squadra di un Portogallo particolarmente evanescente, per di più con un Cristiano Ronaldo in una delle sue serate peggiori.
Il primo gol dell’Uruguay è un capolavoro senz’altro da aggiungere, senza dubbio – almeno per ora – l’azione più bella dell’intero mondiale, un triangolo pazzesco, da un lato all’altro del campo, tra Suarez e Cavani, concluso da quest’ultimo con una zuccata memorabile (anche se in verità più che altro la prende con lo zigomo). E nel primo tempo non c’è davvero storia, con i portoghesi in totale confusione e gli uruguayani che sembrano giocare in quindici.
Ma le energie spese si fanno sentire. Nel secondo tempo l’Uruguay arretra e il Portogallo trova quasi subito il pareggio con un’incornata di Pepe da calcio d’angolo. Nemmeno dieci minuti e la celeste torna in vantaggio con un altro gol da incorniciare, ancora opera di un mostruoso Cavani. E dopo il gol, a definitiva conferma di come quei due là davanti – Suarez e El Matador – siano in totale stato di grazia, c’è spazio pure per un altro di quei triangoli pazzeschi da un lato all’altro del campo.
Dopo di che gli uruguayani non hanno davvero più benzina. Si rintanano e gli ultimi venti minuti si gioca a una porta sola. Ma il Portogallo, opaco e appannato, non produce palle di gol di rilievo, e gli unici brividi arrivano da un paio di uscite da incubo di Muslera.
E alla fine vittoria strameritata per una squadra che, lo diciamo dal primo giorno, incontrare saranno cazzi per tutti. Magari non la più forte e nemmeno la più spettacolare (anche se quei triangoli lì, santamadonna… ), ma di certo la più compatta e feroce, specchio di quel grintoso galantuomo di Tabarez che, in stampelle e con una salute molto più che precaria, continua a disegnare partite perfette.
Unico neo, l’infortunio a super Cavani. Purtroppo, da come zoppicava, non è proprio sembrata una cosa da nulla. Aspettiamo: sarebbe una perdita incalcolabile per l’Uruguay. E per tutto il mondiale.

Oggi si comincia alle 16 con Spagna – Russia. Nessun precedente tra le due nazionali nella storia della coppa del mondo.
Gli spagnoli, alla loro quindicesima partecipazione ai mondiali, hanno superato il primo turno per la nona volta. Da quando sono stati reintrodotti gli ottavi di finale, due volte sono stati eliminati, nel 1990 dalla Jugoslavia e nel 2006 dalla Francia (poi finalista), mentre quattro volte hanno passato il turno: nel 1986 con un memorabile 5 a 1 alla Danimarca (quattro gol dell’implacabile e indimenticabile Butragueno), nel 1994 3 a 0 contro la Svizzera, nel 2002 ai rigori contro l’Irlanda e nel 2010 (quando poi si laurearono campioni del mondo) 1 a 0 contro il Portogallo.
I russi invece sono al loro undicesimo mondiale, e arrivano al secondo turno per la settima volta. Però attenzione: gli altri sei approdi al secondo turno sono avvenuti sempre come Unione Sovietica e in cinque edizioni non c’erano ottavi di finale. L’unica volta che hanno giocato un ottavo, nel 1986, lo persero contro il Belgio 3 a 4. Da quel momento, come URSS prima e come Russia poi, fino a oggi, non hanno più superato il primo turno. In generale, che non si piazzano tra le prime otto del torneo, è dal 1966. Un’eternità.
Per i pronostici, la tradizione e la potenzialità direbbe Spagna. Ma le furie rosse fin qui non hanno certo brillato, e soprattutto il fattore campo potrebbe caricare a mille la Russia e mettere in seria difficoltà gli spagnoli.

In serata, altro inedito assoluto per un campionato del mondo, ovvero Croazia – Danimarca.
La Croazia, nella sua breve storia, conta già cinque partecipazioni ai mondiali, ma è solo la seconda volta che supera il primo turno. La volta precedente, ovvero a Francia ’98, arrivò in semifinale (e agli ottavi superò 1 a 0 la Romania).
Anche la Danimarca è al suo quinto mondiale, e arriva per la quarta volta agli ottavi. Nei tre precedenti, due sconfitte (1986 contro la Spagna, in quell’1 a 5 già ricordato prima, e 2002 0 a 3 contro l’Inghilterra) e una sola vittoria, un 4 a 1 contro la Nigeria datato 1998.
Il pronostico, tenendo conto di quanto visto nel primo turno, dice spudoratamente Croazia, fin qui una delle squadre più belle del mondiale.
Ma è sempre un ottavo di finale. E tutto può succedere.

Ancora una volta, abbiamo ignobilmente sforato lo spazio a disposizione.
Perciò, giusto una manciata di righe per fare una capatina nella rubrica “Meraviglie Mediaset”, che mancava da diversi giorni. Rimandando a quando avremo maggiore spazio analisi più approfondite, ci limitiamo a segnalare, nell’ordine e in rapida sequenza:
Piccinini commentando Portogallo – Uruguay si è attestato attorno ai 15 “scatenamenti” (ovvero tutte le possibili declinazioni del verbo “scatenare”) ritornando quindi a livelli accettabili e di nuovo, come durante Belgio – Inghilterra, ha atrocemente abusato di “porno telecronaca”. Ovvero, ha ripetuto all’infinito: “entra da dietro”, “ecco l’ammucchiata”, “ecco la penetrazione”.
La storia infinita del giovane Samuele, il tifoso catanese ossessivamente seguito dalle telecamere di Mediaset in questi giorni, sta lentamente sparendo dagli schermi. Evidentemente, le continue segnalazioni dell’assurdità della cosa, sono arrivate in redazione e hanno pensato di darci un taglio. Resta il fatto che i vuoti in qualche modo devono riempirli: ieri, il prepartita di Francia – Argentina è stato funestato da interminabili servizi sulle maglie delle nazionali. E in studio, hanno rincarato la dosa commentando l’estetica delle divise per una mezzora abbondante. Non ce la possiamo fare…
Ogni giorno che passa, nel dopopartita serale, diminuiscono i calciatori e gli esperti presenti in studio e aumentano tette e culi… ma di questo ne parleremo più avanti…

A domani!

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L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEGLI UNDICI METRI: RUSSIA, CROAZIA E ALTRE STORIE (Lestini ai mondiali – giornata 19)

Una cosa è sicura: questo mondiale, anche senza Italia, non lo dimenticheremo facilmente. Quasi tutte le partite in bilico fino alla fine, pronostici sovvertiti, sorprese a non finire, piogge di gol nei minuti di recupero.
E la giornata di ieri non ha fatto certo eccezione. Dopo Germania e Argentina (e Portogallo) cade anche la Spagna, e dopo due partite finite entrambe alla lotteria dei calci di rigore sarà Russia – Croazia, che se per quanto visto in campo finora ci sta tutto, è comunque un quarto di finale impronosticabile alla vigilia. La Croazia bissa così la favola di Francia ’98, la Russia torna a giocarsi i quarti di finale di un mondiale dopo cinquantasei anni.
Russia – Spagna era iniziata secondo il copione più atteso, ovvero con la Spagna che dopo una manciata di minuti trova subito il gol del vantaggio (che, per quanto Sergio Ramos ne rivendichi la paternità, è stata chiaramente un’autorete). Ma i padroni di casa, spinti da un tifo incessante, non si scompongono e, mentre la Spagna non morde né affonda, piano piano rientrano in partita pareggiando a fine primo tempo su calcio di rigore.
Segue una partita noiosissima, resa ancora più soporifera dall’estenuante e lentissimo (e totalmente inutile) possesso palla spagnolo. E dopo lo spettacolo di Argentina – Francia e l’intensità esasperata di Uruguay – Portogallo, una noia così letale ci è sembrata quasi un delitto.
La fine dei supplementari, per noi spettatori tramortiti di sonno, è stata quasi una liberazione. Anche perché, diciamolo, il fascino perverso dei calci di rigore, questa insostenibile leggerezza degli undici metri, sospesa tra gloria e tragedia, ci piace e ci conquista come poche cose al mondo.
Vince a sorpresa la Russia e il portiere Akinfeev, ovviamente, è il nuovo eroe nazionale.
E per quanto i rigori siano una lotteria, la vittoria della Russia alla fine ci è sembrata più che meritata. Perché del resto i russi hanno fatto il loro praticamente alla perfezione: tecnicamente inferiori e assoluti sfavoriti della vigilia, hanno aspettato con ordine e pazienza, cercando di giocarsela con qualche ripartenza e sperando di arrivare ai rigori. Missione compiuta.
La Spagna invece – che diciamolo francamente e in prosa, con questo tiki taka ha letteralmente scassato la minchia – poteva e doveva fare di più. Ma nemmeno l’ingresso di Iniesta è riuscita a scuoterlo. Certo, uscire da un mondiale imbattuti (le sconfitte ai calci di rigore statisticamente non contano come tali) non è mai una bella cosa. Ma se pure non ha mai perso, c’è però da dire che la Spagna di partite in questo mondiale ne ha vinta solo una, con estrema fatica, contro l’Iran e in maniera che più fortunosa non si può. Un po’ pochino per coltivare reali ambizioni di gloria.
E lo spento mondiale spagnolo, di rimando e quasi automaticamente, apre una riflessione anche sull’Italia. Ovvero: se questa era l’invincibile Spagna che non avremmo mai potuto battere, che ce ne ha fatti tre ma ce ne avrebbe potuti fare dodici, allora davvero la nostra nazionale era davvero poca, pochissima roba.

Scoppiettante, divertente, a tratti pure esaltante, è stata invece la partita della sera, Croazia – Danimarca. Avvio con i fuochi d’artificio, un botta e risposta micidiale in nemmeno cinque minuti, con due gol entrambi nati da assurde carambole in area di rigore. Il risultato poi è rimasto invariato per i successivi centoquindici minuti, ma non è mancato lo spettacolo.
In generale, la Croazia è apparsa meno devastante delle tre uscite precedenti e più bloccata psicologicamente (disagio dell’improvviso ruolo di favorita?), mentre la Danimarca in netta crescita rispetto a quanto visto nel primo turno. Il maggior numero di occasioni le crea comunque la Croazia (bloccati quanto vuoi, ma quel tasso tecnico della madonna alla fine è venuto fuori), ma la Danimarca non sfigura affatto e l’incontro resta in bilico, equilibrato e tesissimo. Fino a quando alla Croazia, a tre minuti dalla fine dei supplementari, non viene fischiato il rigore più netto della storia. Ma Modric, genio, capitano e simbolo assoluto della squadra, nel più classico degli psicodrammi pallonari, lo spedisce dritto tra le braccia di Schmeichel, figlio d’arte che commuove il padre (eroe del mitologico euro ’92) seduto in panchina.
Quindi, ancora lotteria dei rigori. E a dimostrazione di come, se gli undici metri hanno una leggerezza insostenibile la palla invece pesa in maniera sconsiderata, la sequenza dei penalty si risolve in un valzer degli errori a tratti grottesco. Al punto che in questo caso chi la spunta, ovvero la Croazia, è la squadra che ne sbaglia di meno.
E come per la Spagna, anche per la Danimarca mesto e triste ritorno a casa da imbattuta.

Il turbinio di emozioni, incessante e senza sosta, continua oggi con altri due ottavi.
Si comincia alle 16 subito col piatto forte, ovvero Brasile – Messico. Tra le due squadre si contano ben quattro precedenti nella storia dei mondiali, tutti avvenuti nei gironi del primo turno, con tre vittorie brasiliane e un pareggio, con i messicani che non sono mai riusciti a segnare un gol ai verdeoro. L’unico pari è lo 0-0 di quattro anni fa, mentre le tre vittorie brasiliane sono datate 1950 (4 a 0), 1954 (5 a 0) e 1962 (2 a 0).
Il Brasile è l’unica nazionale presente a tutte le edizioni della coppa del mondo, ventuno partecipazioni su ventuno, e arriva al secondo turno per la diciannovesima volta (le uniche due volte in cui mancò clamorosamente l’obiettivo sono datate 1930 e 1966). Gli ottavi di finale li ha giocati dieci volte (in tutte le altre occasioni in cui ha passato il primo turno, semplicemente la formula non prevedeva ottavi), vincendo in ben otto occasioni (nel 1938 e nel 1986 sempre contro la Polonia, la prima volta con un pazzesco 6 a 5 ai supplementari e la seconda con un roboante 4 a 0, e poi ininterrottamente dal 1994 alla scorsa edizione) e perdendo soltanto due volte, sempre in Italia: nel 1934 a Genova 1 a 3 contro la Spagna e nel 1990 a Torino 0 a 1 contro l’Argentina, in una partita assurda in cui i verdeoro attaccarono incessantemente per 89 minuti, prendendo tre legni e creando una quantità inverosimile di palle gol tutte neutralizzate dal portiere argentino Goycoechea, fino a che a pochi minuti dalla fine Maradona non scartò mezzo Brasile per poi lanciare Caniggia che, rapidissimo e senza pietà, trafisse Taffarel in uscita.
Il Messico è ai mondiali per la sedicesima volta e con questo colleziona nove passaggi del primo turno. Gli ottavi, che giocato sette volte, sono fino ad oggi una vera e propria maledizione: una sola vittoria (nel 1986, in casa propria, 2 a 0 contro la Bulgaria) e poi sei sconfitte, tutte consecutive, collezionate nelle ultime sei edizioni.
Precedenti, cabala e pronostici sembrano quindi funesti per i messicani e addirittura scontati per il Brasile. Ma se una cosa questo mondiale ci ha insegnato, è proprio a non dare niente per scontato.

Alle 20, sfida totalmente inedita tra Belgio e Giappone.
Il Belgio, alla tredicesima partecipazione mondiale, supera il turno per la nona volta (mancava l’appuntamento dal 2002), ma per la prima volta lo fa a punteggio pieno e col peso di essere accreditata non come outsider ma come una delle favorite. Tuttavia, la tradizione degli ottavi non è per nulla favorevole ai belgi, visto che solo in due occasioni riuscirono a entrare tra le prime otto squadre del mondo: nel 1986, quando sconfissero l’URSS con un drammatico 4 a 3, e nel 1994, con la vittoria per 2 a 1 sui padroni di casa degli USA. Ben cinque invece le sconfitte, a partire da quelle preistoriche datate 1934 e 1938, fino ad arrivare a quelle più recenti, 1990 (uno 0 a 1 contro l’Inghilterra con un gol fantasmagorico di David Platt a trenta secondi dalla fine dei tempi supplementari), 1994 e 2002.
Il Giappone ha esordito nel mondiale nel 1998 e da quel momento è sempre stato presente, collezionando con questa la sesta partecipazione e il terzo passaggio del primo turno. Agli ottavi, nei precedenti, soltanto due sconfitte, uno sfortunato 0 a 1 contro la Turchia in casa, nel 2002, e una drammatica eliminazione ai calci di rigore contro il Paraguay nel 2010.
Chiaro che tutto può succedere anche in questo caso, ma ovvio che il Belgio parte da super favorito, e che un’eventuale vittoria giapponese sarebbe molto più che clamorosa.

Nelle pochissime righe che ci restano a disposizione, torniamo a parlare del nostro argomento preferito: “Meraviglie Mediaset”.
Il giovane Samuele (il tifoso catanese da solo a Mosca) è clamorosamente sparito. Forse è tornato a casa, forse è stato rapito, forse si è imboscato perché lui per primo non ne poteva più di finire ogni giorno (per ore) in servizi più assurdi. Ma la redazione sportiva di Mediaset non demorde: perduto Samuele, insistono con questi inutili servizi sui tifosi.
Prima di Spagna – Russia, l’apoteosi: l’inviato molto speciale, senza alcuna ironia, dice “è una gran festa di colori, non è facile capire per chi tifano queste persone, sentiamo cosa ci dicono”, e indica un gruppo di cinque persone, tre donne e due uomini, che PALESEMENTE non sono spagnoli. Non solo: l’immagine si allarga mostrandoci che queste cinque persone sono vestiti DA CAPO A PIEDI con la bandiera della Russia.
Ma l’inviato molto speciale, sempre SENZA ALCUNA IRONIA, indomito insiste e gli chiede (tre volte): “per quale squadra tifate?”.
Domanda: ma una volta che ottieni l’esclusiva sui mondiali, è proprio obbligatorio stare sul pezzo SEDICI ORE al giorno? Non dico quattro… ma otto, non sono più che sufficienti?

A domani!

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HARAKIRI! (Lestini ai mondiali – giornata 20)

Prima di tutto: siate tutti maledetti, mi avete distrutto un sogno. E me lo avete distrutto sul più bello, al 94′, a tre secondi dalla fine, con la più clamorosa delle rimonte.
Un sogno che non era tanto quello di vedere il Giappone ai quarti di finale (anzi, dopo la scandalosa melina della partita contro la Polonia, le mie simpatie pendevano tutt’altro che dalla parte nipponica), quanto quello di vedere ai mondiali un Giappone – Brasile.
E lo so che tutti voi, che siete stati bambini negli anni ’80 (ma forse pure nei ’90), mi capite e condividete la mia amarezza: Giappone – Brasile ai mondiali era il sogno di Holly Hutton sin dalla prima puntata di “Holly e Benji”, ci siamo cresciuti con questo tormentone con cui quel rompicoglioni di Holly distrugge il sistema nervoso di Roberto Sedinho. Un assillo tale che l’ossessione dell’attaccante della New Team è diventata pure la nostra. Che poi, se vi ricordate, dopo circa 13mila puntate, all’ultimissimo episodio a questo stramaledetto Giappone – Brasile finalmente ci si arriva. Ma è una colossale illusione: la serie (non la puntata, ma l’intera serie) finisce proprio lì, col fischio d’inizio.
Perciò, Giappone – Brasile non l’abbiamo vista nemmeno nel cartone.
E non la vedremo nemmeno nella realtà. Il tutto perché i giapponesi si rendono protagonisti di un clamoroso “harakiri”: non solo si fanno rimontare un doppio vantaggio (tra l’altro, fino a quel punto, meritatissimo) in appena cinque secondi, ma all’ultimo secondo battono un calcio d’angolo in cui si schierano nel più inconcepibile dei modi, offrendo molto più di una prateria alla ripartenza belga che, chiaramente, li trafigge senza pietà, evitando i tempi supplementari e volando direttamente ai quarti di finale. E prendere gol al 94′ su contropiede in seguito a un calcio d’angolo (e sul 2-2!) agli ottavi di finale di un mondiale, è molto più che un suicidio.
Del resto non solo l’harakiri, ma anche i kamikaze li hanno inventati loro.
Quanto al Belgio, luci e ombre. Molte più ombre, a dire il vero. Dopo un primo tempo bloccato, nella prima parte della ripresa mostra tutte le sue magagne, in particolare una difesa lenta e sempre in affanno (hanno preso due gol, ma una squadra più cinica ed esperta del Giappone, probabilmente ne avrebbe fatti di più). Poi si è gettato in avanti alla disperata, e dalla metà in campo in su ha così tanta qualità che alla fine è venuta fuori. Ma la vittoria, il Belgio la ottiene con un regalo clamoroso. Col Brasile, sinceramente, servirà ben altro.

Il Brasile appunto. Mentre le altre grandi steccano tutte (o quasi), il Brasile va avanti con un 2 a 0 al Messico non semplicissimo, ma comunque lineare e pulito. E per un Cristiano Ronaldo e un Messi che se ne vanno, ecco un Neymar che arriva. Nel senso che il numero dieci brasiliano, è stato finalmente decisivo: un capolavoro l’azione del primo gol, partita con un suo colpo di tacco smarcante e conclusa con la sua zampata dopo che si è fatto il giro della difesa. Il secondo, quello che mette la parola fine, è sempre lui a propiziarlo. Una bella prova rovinata con quella sceneggiata assurda dopo un (inesistente) pestone ricevuto. Siccome è l’ennesimo numero teatrale in cui il campione verdeoro si esibisce, avrebbe pure rotto i cosiddetti.
Un campione che si abbandona a simili pagliacciate (come le ha giustamente definite il ct messicano), semplicemente non è un campione. Punto e basta.
Tornando alla squadra, è tutto il giorno che esperti del settore ripetono come un mantra che “il Brasile vince ma non convince”. Vero, ma attenzione: non convince perché è il Brasile, ovvero una nazionale da cui ci si aspetta sempre che giochi con otto punte e dia spettacolo ininterrottamente per novanta minuti. Ma i mondiali non si vincono con la giocoleria (un Brasile tra i più spettacolari della storia, quello di Zico e Socrates, fu preso a sportellate da una meravigliosamente cinica Italia nel 1982), bensì con quadratura e senso pratico. E questo Brasile, di senso pratico ne ha da vendere.

Oggi si chiudono gli ottavi di finale con due partite su cui sbilanciarsi, anche nel mondiale dei pronostici stracciati, è più difficile che mai.
Si comincia con Svezia – Svizzera, che non è uno scioglilingua ma l’ottavo di finale più strambo e inatteso di tutti. Gli svedesi, che hanno un palmarès di tutto rispetto (un secondo posto nel 1958, due terzi posti nel 1950 e nel 1994, e un quarto posto nel 1938), sono ai mondiali per la dodicesima volta e per la per la nona volta superano il primo turno. Il secondo turno lo hanno superato sei volte, tre volte in edizioni con gli ottavi di finale, a Usa ’94, quando sconfissero 3 a 1 l’Arabia Saudita, e nei lontani 1934 e 1938, vincendo rispettivamente con Argentina (3 a 2) e Austria (2 a 0). Sempre agli ottavi, due sconfitte, nel 2002 (1 a 2 con il Senegal) e nel 2006 (0 a 2 con la Germania).
La Svizzera, undicesima partecipazione al mondiale, arriva per la sesta volta al secondo turno. Ma è dal 1954, quando era nazione ospitante, che non riesce ad approdare ai quarti di finale. Per quanto riguarda gli ottavi di finale, lo score storico dice due vittorie preistoriche, 1934 e 1938, e due sconfitte molto recenti, nel 2006 (ai rigori contro l’Ucraina) e nel 2014 (0 a 1 contro l’Argentina).

Ultime a scendere in campo Colombia e Inghilterra. Tra le due c’è un solo precedente nella storia dei mondiali, al primo turno di Francia ’98, con l’Inghilterra (poi prima nel girone) vittoriosa 2 a 0 sui colombiani (eliminati).
Gli inglesi, quindicesima volta ai mondiali, giungono al secondo turno per la dodicesima volta. Gli ottavi di finale li hanno disputati in sei occasioni, con ben quattro vittorie, ma l’ultima delle quali risale al 2006 (sofferto 1 a 0 contro l’Ecuador). Tra le altre vittorie ricordiamo un’epica battaglia contro il Belgio a Italia ’90 (1 a 0 con un super gol di David Platt al 119′) e uno spettacolare 3 a 0 al Paraguay nel 1986. Le due sconfitte sono invece datate 1998 (2 a 3 contro la bestia nera Argentina, con tanto di gogna per David Beckham, reo di essersi fatto espellere nella più assurda delle maniere) e 2010 (netto 1 a 4 contro la Germania).
La Colombia, con una storia ben più modesta (appena la sesta partecipazione al mondiale), supera il primo turno per la terza volta. Nei due precedenti, una vittoria (2 a 0 contro l’Uruguay nell’ultima edizione) e una sconfitta (leggendario 1 a 2 contro il Camerun ai supplementari, con doppietta di Roger “nonno” Milla e papera epocale di Higuita).

In chiusura, una storia personale. Vittima di una svista, attendevo il prepartita di Brasile – Messico su Italia 1, dimentico che dagli ottavi tutte le partite sono su Canale 5.
Prima di accorgermi dell’errore mi sono sciroppato mezzora di Studio Aperto incentrato sulle raccomandazioni agli anziani a non uscire nelle ore più calde del giorno.
Prima di questo mondiale, era più di dieci anni che non guardavo reti Mediaset.
No, non ne ho sentito la mancanza.
Fine della storia personale.

A domani!

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A PROPOSITO DI SVEZIA (Lestini ai mondiali – giornata 21)

Corre voce che ogni volta che la Svezia segna un gol, e soprattutto ogni volta che accede al turno successivo del mondiale, in Italia un uomo interamente vestito di gialloblu scende in strada a bordo di una Saab suonando il clacson a più non posso. È Giampiero Ventura quell’uomo, da mesi deriso e insultato da 62 milioni di connazionali per aver perso l’accesso ai mondiali contro la squadra più scarsa del mondo.
Scherzi a parte, resta il fatto che la squadra più scarsa del mondo, adesso è ai quarti di finale del mondiale. Quindi, come la mettiamo? Culo? Senza dubbio anche sì, visto come ha segnato il gol partita contro la Svizzera. Cammino facile disegnato da un sorteggio fortunoso? Pure quello, in parte. Ma solo in parte, perché se giocarsi l’accesso tra le migliori otto al mondo contro la Svizzera è una benedizione, il cammino per arrivare fino a questo punto è stato tutt’altro che abbordabile (lo ricordiamo per l’ultima volta: Olanda, Italia, Germania).
Il fatto è che la Svezia è esattamente come il suo marchio più famoso al mondo, l’Ikea. Usiamo, tutti quanti, la parola “Ikea” in termini sempre riduttivi e sbeffeggianti, come sinonimo di merce di scarso valore, dozzinale e di poco conto. Però poi, sempre tutti quanti, enne volte nella vita all’Ikea ci abbiamo sputtanato pomeriggi e riempito la casa. In fondo la merce costa poco, è semplice da montare e di solito fa la sua porca figura. Esattamente come la nazionale: costa poco, non è bella da vedere (anzi, spesso e volentieri, come ieri, è proprio brutta), ma è lineare, ordinata, e senza troppe pretese resta sempre in piedi.
E con questo calcio dozzinale (ma pratico e redditizio come poche cose al mondo) gli svedesi, dopo ventiquattro anni (l’ultima a Usa ’94, quando arrivarono addirittura in semifinale, classificandosi terzi), tornano ai quarti di finale.
Torna a casa invece, e con non pochi rimpianti, la Svizzera. Al di là della circostanza fortuita con cui è nato il gol che gli è costato l’eliminazione, gli svizzeri hanno fatto davvero poco per meritare miglior sorte. Brutta copia della squadra brillante vista contro Brasile e Serbia, la Svizzera, complice forse l’importanza dell’evento, è stata risucchiata dall’andamento lento imposto dagli svedesi, smarrendosi e non riuscendo mai a essere davvero incisiva.
E il sogno di tornare ai quarti dopo l’enormità di sessantaquattro anni, per Shaqiri e compagni, resta tale.

A sfidare la Svezia sarà l’Inghilterra, che sconfigge la Colombia e soprattutto quella assurda maledizione dei calci di rigore che durava dalle lontane notti magiche di Italia ’90, quando i sudditi di sua Maestà si arresero in semifinale ai tiri dagli undici metri contro la Germania.
La partita è stata bruttina e ancora più brutta è stata l’Inghilterra, poche idee e confuse, in vantaggio su calcio di rigore (il solito Kane, che eguaglia il record del grande Lineker e consolida la sua leadership nella classifica marcatori) e poi messa alle corde da una Colombia stasera (soprattutto nel primo tempo) meno brillante, ma di sicuro più viva e pericolosa (soprattutto ai supplementari). Ai punti, il match lo avrebbero vinto i colombiani.
E ognuno ovviamente avrà le sue idee in proposito, ma io (e non stasera, ma proprio in tutto quanto il mondiale) questo tanto decantato gioco “per niente all’inglese” dato da Southgate alla sua nazionale proprio non l’ho visto. Al contrario, ho visto tanti lanci lunghi e tantissimo gioco aereo. Ho visto, per l’appunto, il più classico calcio anglosassone.
Ma siamo ormai a un punto in cui giocare bene è (quasi) relativo. Conta vincere, e ai quarti (mancava dal 2006) ci va l’Inghilterra, proprio quando sembrava che la partita le fosse sfuggita di mano. E attenzione: 1) in quella parte di tabellone adesso ha potenzialmente (potenzialmente, sottolineiamolo tre volte) un’autostrada verso la finale; 2) vincere partite come questa, danno iniezioni di fiducia a quintali.

E così eccoci ai quarti di finale.
Domani, profittando (notare, ho scritto “profittando”, che fa tanto scrittore di successo, che usa uno stile retrò per ribadire la sua assoluta modernità) della pausa, parleremo con calma di tabellone e incroci.
Chiudiamo con un appello ai cronisti Mediaset: ricordare autori e storia degli inni nazionali prima della partita è una cosa molto bella. Una volta. Considerando che siamo arrivati ai quarti di finale, risentire la stessa storia degli stessi inni nazionali per la quinta volta, anche no.
Insomma, potreste anche finirla qui…

A domani!

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IL CERCHIO SI STRINGE (Lestini ai mondiali – giornata 22)

Signore e signori, il brivido è servito.
Prendi il fascino perverso dell’eliminazione diretta degli ottavi, moltiplicalo per diecimila e otterrai i quarti di finale, l’ingresso ufficiale e definitivo nella fase più calda e decisiva del campionato del mondo, dove la posta in gioco è altissima, vertiginosa. Chi vince va in semifinale, il che equivale a dire che arriva fino in fondo, che comunque vada ha disputato un mondiale da incorniciare.
Tolte le edizioni del 1930 e del 1950 (causa numero esiguo di partecipanti) e quelle del 1974, 1978 e 1982 (causa formula assurda del torneo), il brivido dei quarti di finale c’è sempre stato.
Se nella scorsa edizione la distribuzione geografica delle otto superstiti era più eterogenea (4 europee, 3 sudamericane, 1 centroamericana), stavolta troviamo ben 6 europee e 2 sudamericane. Delle 6 europee, 4 sono nella stessa parte del tabellone (quella “bassa”), garantendo quindi la certezza di avere almeno una squadra del vecchio continente in finale. Del resto, solo in due edizioni (1930 e 1950, entrambe vinte dall’Uruguay) si è disputata una finale senza europee. E mai una squadra che non fosse europea o sudamericana è mai giunta in finale.
4 squadre (Brasile, Uruguay, Francia e Inghilterra) hanno già vinto almeno una volta la coppa del mondo, 1 è stata finalista (la Svezia nel 1958) mentre le altre tre hanno come loro miglior risultato assoluto l’approdo in semifinale (Croazia, Russia – come URSS – e Belgio, contano una semifinale a testa, rispettivamente nel 1998, nel 1966 e nel 1986).
Tra tutte le combinazioni possibili, solo in un caso da questo tabellone uscirebbe una finale già edita, ovvero Brasile – Svezia (andata in scena nel 1958, quando il Brasile surclassò gli scandinavi con un sonoro 5 a 2).
Solo 3 squadre (Brasile, Francia e Belgio) erano presenti anche ai quarti dello scorso mondiale. Delle restanti cinque, il ritardo più breve è quello dell’Uruguay (manca ai quarti dal 2010), quello pi lungo è della Russia (addirittura dal 1966).
Cinque squadre (Uruguay, Brasile, Francia, Belgio e Croazia) arrivano ai quarti imbattute, quattro delle quali (manca solo la Croazia) si trovano tutte nella stessa parte del tabellone (quella “alta”) e due (Uruguay e Belgio) avendo collezionato quattro vittorie su quattro. Lo score peggiore è quello di Russia e Inghilterra (due vittorie, una sconfitta e un pareggio), con i russi che lamentano anche una peggior differenza reti. La Svezia giunge a questa fase con tre vittorie e una sconfitta.

Le battaglie per entrare nelle magnifiche quattro, ad ogni modo cominceranno domani.
Perciò, prima di tuffarci nell’analisi delle singole partite, in questo strano giorno di pausa lasciamo stare pure il consueto spazio dedicato alle “meraviglie” che quotidianamente ci regala Mediaset e tuffiamoci un po’ nei ricordi, con una di quelle operazioni nostalgia che ci piacciono tanto.
A questo proposito, vi lancio una sfida. Facendovi deliberatamente del male e pensando all’Italia, qual è il quarto di finale (a partire dal 1990) a cui, per motivi anche personali, siete più affezionati, che ricordate con più emozione?
Italia – Eire 1-0 (Roma 1990), che io vidi all’ospedale, appena operato di tonsille, con Totò Schillaci che segna dopo venti minuti su una respinta corta di Pat Bonner dopo un tiro micidiale di Donadoni? Oppure Italia – Spagna 2-1 (Usa 1994), con il gol impossibile dalla linea di fondo di sua divinità Roby Baggio a un minuto dal termine? O ancora lo sciagurato Italia – Francia (Francia 1998) col possibile golden gol di Baggio (ancora lui!) uscito di un millimetro e la traversa di Di Biagio su cui si schiantarono tutte le nostre speranze? O infine quel roboante 3 a 0 contro l’Ucraina (Germania 2006), col golasso di Zambrotta in avvio e la splendida doppietta di super Toni, quando in sostanza tutti quanti capimmo che sì, saremmo potuti diventare campioni del mondo?
Quale?
Il mio, ve lo dico subito. Ed è Italia – Spagna a Usa ’94. Perché niente mi commuove come Baggio in maglia azzurra, e ho ancora i brividi a rivedere la spaccata di Signori che quasi si spezza una gamba per lanciare il divin codino che fa quel gol pazzesco e poi, praticamente in lacrime, esultando grida “vieni qua, Beppe!”. E poi avevo 17 anni… e le partite le guardavamo stipati in un pub all’inglese mangiando, tra il primo e il secondo tempo, la pasta più piccante della storia. E c’era sto tizio romano che guardava le partite con noi e sempre, ogni cosa succedesse, commentava con la stessa identica frase. Che disse anche dopo quel gol pazzesco, mentre tutti esultavamo per la semifinale conquistata e il pub era un delirio inconcepibile di urla e casino.
E la frase era: “A Berti!!! Sei una pippa!!!”.

Commosso e malinconico, vi do appuntamento a domani!

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QUELLI CHE ASPETTANO FRANCIA – BRASILE (Lestini ai mondiali – giornata 23)

Pronti partenza via. Oggi comincia la fase più calda, bella e drammatica dei campionati del mondo.
Solo otto squadre, otto partite da oggi, al termine delle quali sapremo quale sarà la nazionale ad alzare la coppa della ventunesima edizione del torneo più importante dell’universo pallonaro.
E si comincia con l’artiglieria pesante, ovvero con quella “parte alta” del tabellone dove sono stipate tutte le squadre più accreditate dai pronostici della vigilia: Francia, Uruguay, Brasile e Belgio.
Poi, come sappiamo bene, questo mondiale almeno finora dei pronostici della vigilia si è divertito sadicamente a farne polpette, perciò con l’attaccare addosso a qualcuno l’etichetta di favorito ci andrei cauto. Nonostante questo, restano comunque in molti a vedere la giornata di oggi come semplice preludio alla più ovvia delle semifinali, ovvero Francia – Brasile. Poi magari è così che andrà a finire, ma a quelli che aspettano Francia – Brasile ricorderei che davanti si troveranno rispettivamente Uruguay e Belgio. Insomma, non esattamente quella che si chiama una passeggiata. E poi, quando mai un quarto di finale di un mondiale è stato una passeggiata per qualcuno?
Curioso e singolare (ma forse anche no) che le frecce più pericolose nell’arco di tre delle squadre in campo oggi, Cavani (che però, forse, non giocherà), Mbappé e Neymar, giocano tutte nel Paris Saint-Germanin. E gli sceicchi si prendono il mondiale molto prima di farlo sbarcare in Qatar,

Il primo fuoco d’artificio scoppierà alle 16 italiane, con Francia – Uruguay.
Les enfants terribles di Deschamps, dopo la prova spettacolare contro l’Argentina, sono chiamati a un vero e proprio esame di maturità. Che non pare proprio semplice. Ai nastri di partenza, l’Uruguay era infinitamente meno accreditato dei cugini argentini, ma poi il campo ha detto altro. Mentre l’abliceleste si sgretolava partita dopo partita nella sua stessa inconsistenza, la banda del maestro Tabarez (l’unico che per classe, coraggio e statura morale a cui tutto il mondiale avrebbe il dovere di inchinarsi) metteva in fila una vittoria dopo l’altro (quattro su quattro, al momento) e sprazzi di autentico spettacolo. Con ogni probabilità oggi scenderanno in campo privi di Cavani, il che, viste le prestazioni mostruose del Matador, è molto più che una tragedia. Ma attenzione lo stesso: 1) una squadra cazzuta, grintosa e tenace come l’Uruguay può rovesciare la tegola a suo favore, compattandosi ancora di più; 2) i ruvidi difensori uruguayani difficilmente lasceranno al velocista Mbappé le praterie concesse dagli argentini.
Nella storia dei mondiali ci sono tre precedenti tra le due nazionali, tutti nel primo turno e mai favorevoli alla Francia. Il primo risale al lontano 1966, mondiali inglesi, con la vittoria in rimonta dell’Uruguay per 2 a 1 (l’Uruguay poi si qualificò alla fase successiva mentre la Francia tornò a casa dopo il primo turno). Seguono due pareggi a reti inviolate: nel 2002 (entrambe le squadre furono poi eliminate al primo turno) e nel 2010 (Uruguay in testa al girone e Francia di nuovo a casa dopo il primo turno).
La Francia, al suo quindicesimo mondiale, taglia il traguardo di trovarsi tra le prime otto del mondo per l’ottava volta. Nelle sette precedenti, ben cinque volte è arrivata in semifinale: nel 1958, quando ai quarti travolse l’Irlanda del Nord per 4 a 0, nel 1982, edizione però senza quarti di finale, dove al secondo turno guadagnò l’accesso in semifinale battendo la concorrenza di Austria (1 a 0) e di nuovo l’Irlanda del Nord (4 a 1), nel 1986, con una celebre battaglia vinta ai rigori contro il Brasile (è pura letteratura calcistica come nella sequenza dagli undici metri sbagliarono sia Zico sia Platini), nel 1998, quando – ahinoi – vinsero contro l’Italia dopo che Roby Baggio, ai supplementari, con un tiro vellutato e al volo uscito di mezzo centimetro aveva sfiorato il golden gol, e nel 2006, ancora contro il Brasile, stavolta 1 a 0 nei tempi regolamentari. I due quarti di finale funesti invece risalgono al 1938, 1 a 3 contro l’Italia di Pozzo poi campione del mondo, e all’ultima edizione, quando la Francia si arrese 0 a 1 contro la Germania.
L’Uruguay, al tredicesimo mondiale, arriva tra le prime otto per la sesta volta. Nei cinque precedenti, è andato avanti per ben cinque volte: nel 1930 e nel 1950, edizioni in cui si laureò campione del mondo, ma prive dei quarti di finale, nel 1954 quando si impose per 4 a 2 contro l’Inghilterra, nel 1970, con un sofferto 1 a 0 ai supplementari contro l’URSS, e nel 2010, ai rigori contro il Ghana, in uno degli incontri più incredibili della storia del calcio, con Suarez espulso al 120′ per aver fermato sulla porta con le mani un colpo di testa di Mensah, e soprattutto con Gyan che nel successivo rigore calcia sulla traversa negando la prima semifinale della storia a una squadra africana. L’unica sconfitta ai quarti risale al 1966, un secco 0 a 4 contro la Germania.

Alle 20 toccherà a Brasile – Belgio. Come già detto, verdeoro strafavoriti, ma le incognite sono molteplici. Prima di tutto il fatto che il Belgio non solo è forte, ma si presenta all’appuntamento con un bottino di quattro vittorie su quattro e soprattutto con ben dodici gol all’attivo (3 a partita, mica pizza e fichi). Per contrappasso, tanto devastante è apparso in attacco, quanto preoccupante in difesa, soprattutto nell’ultima partita contro il Giappone, dove è stato a un passo dall’eliminazione. Contro Neymar (che speriamo ci eviti il solito teatrino di cadute e lamentele) e compagni, obbligatoria la massima concentrazione. Inoltre, storicamente, quando il Brasile è troppo favorito, di solito è andato incontro a scoppole clamorose.
Unico precedente è l’ottavo di finale 2002, quando il Brasile di Ronaldo (poi campione del mondo) vinse sul Belgio con un 2 a 0 contestatissimo, per via di un gol assolutamente regolare (come tempo dopo ammetterà lo stesso direttore di gara… e pensare se c’era il VAR) a Wilmots, col risultato ancora fermo sullo 0 a 0. Per il Belgio quindi, potrebbe essere l’ora della rivincita.
Il Brasile, ventuno partecipazioni su ventuno, arriva tra le prime otto per la diciassettesima volta (che numeri ragazzi… ). Nei sedici appuntamenti precedenti, il Brasile è andato avanti undici volte: 1938, 1958, 1962, 1970, 1994, 1998, 2002 e 2014 vincendo i quarti di finale (si ricordano in particolare il sofferto 2 a 1 contro la Colombia nella passata edizione, l’epica battaglia vinta 3 a 2 contro la Danimarca a Francia ’98, il 2 a 1 agli inglesi nel 2002 e lo spettacolare 4 a 2 di Messico ’70 contro il Perù), e nel 1950, 1974 e 1978, edizioni senza quarti di finale. Cinque volte, i verdeoro hanno invece salutato la manifestazione: un leggendario 2 a 4 contro la mitologica Ungheria di Puskas nel 1954, nel 1986 e nel 2006 sempre contro la Francia come ricordato prima, e nel 2010, 1 a 2 contro l’Olanda di Snejder e Robben.

Dopo due giorni di pausa tornano le partite e tornano anche le “meraviglie” di Mediaset, con le interminabili non stop piene zeppe di servizi inutili (ma lo ammettiamo: la curiosità di vedere con quale inutilità andranno avanti è tantissima). Soprattutto torna “Balalaika”, l’approfondimento “imperdibile” in seconda serata. Perché qualche giorno fa lo scrivevo: sono più di dieci anni che non guardo uno straccio di programma su Mediaset. Poi arrivano i mondiali e rieccomi a zappingare tra Italia Uno e Canale Cinque come non facevo dai tempi di Bim Bum Bam.
E la sensazione è che il tempo si sia fermato: dieci-quindici anni fa, trasmissioni sportive come “Controcampo” erano piene zeppe di ospiti e opinionisti che col calcio non c’entrano nulla (starlette, nani, ballerine, l’immancabile Abatantuono, l’onnipresente Mughini… ), più, ovviamente, distese di cosce, tette e culi a perdita d’occhio.
Oggi invece troviamo programmi pieni zeppi i ospiti e opinionisti che col calcio non c’entrano nulla (starlette, nani, ballerine, l’immancabile Abatantuono, l’onnipresente Mughini… ), più, ovviamente, distese di cosce, tette e culi a perdita d’occhio.
Tutto identico, tutto immutabile.
Tranne per l’assenza di Maurizio Mosca.
E lui sì, ci manca davvero…

A domani!

#lestiniaimondiali


L’IMPRESA CHE VALE LA STORIA (Lestini ai mondiali – giornata 24)

Una volta avremmo scritto “il Belgio operaio fa piangere il grande Brasile”.
Altri tempi. Oggi il Belgio non solo non è più operaio, ma è grande almeno quanto il Brasile (e, per quanto visto ieri sera, anche di più): infarcito di talenti (a proposito, ma che partita mostruosa ha fatto Hazard?), gioco pratico e spettacolare al tempo stesso, veloce e senza troppi fronzoli, si permette di non convocare Niangholan, di affrontare il Brasile senza Mertens, di far uscire Lukaku col risultato ancora in bilico e rischiare di giocare i supplementari senza di lui, e di sbarcare lo stesso in semifinale. Cose che, francamente, riescono solo alle grandi squadre.
Del resto sono diversi anni che i “diavoli rossi” ballano tra le prime del mondo (fosse anche solo per il discutibile ranking FIFA), ma sempre confinati nel limbo delle eterne promesse, in perenne attesa di un esame di maturità. Che ieri sera è arrivato ed è stato superato a pieni voti. Per questo, si è trattato di una di quelle imprese che fanno la storia.
Ma al di là della letteratura pallonara che sull’evento verrà scritta nei mesi (e negli anni) a venire, resta il fatto che il Belgio (cinque vittorie su cinque partite e ben quattordici gol all’attivo) ha strameritato partita e semifinale, dando per gran parte dell’incontro un’autentica lezione di calcio ai brasiliani, dimostrandosi più squadra e superiori in ogni zona del campo e a tratti dominandoli completamente. La dimostrazione, questo Belgio, di come si può dare spettacolo pur senza perdere la concretezza, il giusto mix di talento, strapotere fisico e velocità micidiale.
L’esatto contrario del Brasile, fumoso e inconcludente, lezioso e a tratti irritante. Scrivevo proprio ieri come il peggior nemico del Brasile, storicamente, sia sempre stato sé stesso, e che quando è troppo favorito finisce per prendere scoppole epocali. La partita di ieri non ha fatto eccezione. Al di là della forza del Belgio, il Brasile è sceso in campo con sufficienza e presunzione. Atteggiamento che trova la sua sintesi nel mondiale di Neymar, pluricelebrato e autocelebrato ma che mai è riuscito a incidere, fumoso e spocchioso, un Narciso insopportabile capace solo di simulare cadute e svenimenti a ripetizione.
E così il mondiale tritagrandi, con l’eliminazione (giustissima) del Brasile, consuma il suo delitto più illustre. Mentre il Belgio ritorna in semifinale per la seconda volta nella sua storia, trentadue anni dopo l’indimenticabile epopea messicana. Ma allora fu la favola di una cenerentola. Oggi, per l’appunto, l’impresa consapevole di una grande.

Tra le favorite della vigilia, resta in gioco così solo la Francia, che nel pomeriggio si è sbarazzata dell’Uruguay col più classico dei 2 a 0. Non è stata una bella partita nel senso puramente estetico del termine, ma la Francia, che contro l’Argentina era apparsa fin troppo frenetica, sciupona e immatura, si è resa protagonista di un’autentica prova di forza, dimostrando di essere cresciuta in pochi giorni e dominando gli scomodi uruguaiani con ordine e razionalità. Partita a lungo bloccata, i francesi hanno trovato il gol su palla inattiva prima e su una clamorosa “saponetta” di Muslera poi, ma non sono mai apparsi realmente in difficoltà, mai l’Uruguay è sembrato in grado di impensierire i bleus. Resta da chiedersi come sarebbe andata se in campo ci fosse stato Cavani (un contraccolpo psicologico, la sua assenza, che evidentemente la celeste non ha saputo assorbire), ma con i se e i ma, si sa, non si fa certo la storia.
Peccato. L’Uruguay fin qui ci aveva impressionato, ma oggi si è letteralmente squagliato come neve al sole. E dispiace soprattutto per il maestro Tabarez: nessuno più di lui avrebbe meritato di andare avanti, ma noi, nonostante la sconfitta, gli tributiamo lo stesso la più grande delle standing ovation.
Con la contemporanea uscita di Brasile e Uruguay, il mondiale resta una questione tutta europea (non capitava dal 2006), e in semifinale sarà derby Francia – Belgio.

Oggi si chiudono i quarti di finale (e come passa il tempo).
Si comincia alle 16 con Inghilterra – Svezia, dove senza dubbio partono favoriti gli inglesi ma, e che ve lo diciamo a fare, è più o meno da due anni che tutte le avversarie della Svezia partono favorite e puntualmente finiscono per schiantarsi nel ruvido muro scandinavo.
Nella storia dei mondiali, le due nazionali contano due precedenti, entrambi al primo turno ed entrambi terminati in parità: 1-1 nel 2002 (alla fine si qualificarono entrambe le squadre) e 2-2 nel 2006 (di nuovo entrambe qualificate al turno successivo).
L’Inghilterra, al suo quindicesimo mondiale, arriva tra le prime otto squadre del mondo per la decima volta. Nei nove precedenti, una volta (Spagna 1982) non erano previsti quarti di finale ma non riuscì lo stesso ad entrare in semifinale), mentre per quanto riguarda gli otto quarti di finale disputati si contano qualcosa come sei sconfitte su otto. Qualcosa di molto simile a una maledizione: nel 2006 (ultima edizione in cui gli inglesi riuscirono a raggiungere il traguardo) furono eliminati ai rigori dal Portogallo, nel 2002 persero 1 a 2 contro il Brasile di Ronaldo (futuro campione del mondo), nel 1986 sempre a 1 a 2 nella leggendaria battaglia contro l’Argentina di Maradona, nel 1970 2 a 3 ai tempi supplementari contro la Germania, nel 1962 1 a 3 ancora contro il Brasile e nel 1954 2 a 4 contro l’Uruguay.
Per trovare l’Inghilterra vittoriosa ai quarti bisogna andare al 1966, unico mondiale vinto, quando sconfissero 1 a 0 l’Argentina. L’altro successo (ultima volta che l’Inghilterra centrò le semifinali) è datato 1990, un rocambolesco 3 a 2 contro il mitologico Camerun di Milla, piegato ai tempi supplementari (e grazie a due calci di rigore).
La Svezia è al suo dodicesimo mondiale e si piazza tra le prime otto per la sesta volta. Considerando che in un’occasione (1950) non erano presenti i quarti di finale (ma comunque la Svezia finì per classificarsi terza), nei quattro precedenti si conta una sola sconfitta (in Italia nel 1934, 1 a 2 contro la Germania) e ben tre vittorie: un roboante 8 a 0 contro Cuba in Francia nel 1938, un secco 2 a 0 contro l’URSS nel 1958, in casa propria (edizione in cui poi si piazzò seconda, miglior risultato di sempre), e ai calci di rigore contro la Romania a Usa ’94, quando a sorpresa si classificò al terzo posto.
Gli storici più informati, ci comunicano infine che la Svezia, tra le squadre che non si sono mai laureate campioni del mondo, è la seconda di sempre come numero di partite giocate al mondiale (preceduta dal solo Messico). Segno che, al di là di cosa possiamo pensare, storia e tradizione pallonare questi qua ce l’hanno eccome.

Alle 20 va in scena Russia – Croazia. Per quanto riguarda i pronostici, noi ormai, visto l’andazzo, ci rifiutiamo categoricamente di farli, ma di una cosa siamo certi: lo stadio sarà una bolgia e, visto il temperamento delle squadre, si prevedono diversi momenti di caciara.
La partita, manco a dirlo, è un inedito assoluto per la coppa del mondo.
La Russia, sommando anche le partecipazioni come Unione Sovietica, è al suo undicesimo mondiale. Si trova tra le prime otto per la quinta volta (la prima come Russia), e nei quattro precedenti (tutti consecutivi, dal 1958 al 1970), si conta una sola vittoria (2 a 1 all’Ungheria, nel 1966) e ben tre sconfitte (nel 1958 0 a 2 contro la Svezia, nel 1962 1 a 2 contro il Cile – partita passata alla storia per il comportamento scorretto e violento dei cileni e per un arbitraggio scandalosamente a favore dei sudamericani – e nel 1970 0 a 1 contro l’Uruguay).
La Croazia, al suo quinto mondiale, arriva ai quarti per la seconda volta. Leggendario l’unico precedente: un epico 3 a 0 ai campioni del mondo in carica della Germania con cui la Croazia di Suker volò in semifinale stupendo il mondo intero.

In chiusura, solito rapido passaggio dalle parti di “Meraviglie Mediaset”.
Per segnalare quanto segue: 1) insensibili al nostro appello, i cronisti continuano a ripetere storia e autori degli inni nazionali… con la conclusione che stiamo ascoltando le stesse identiche parole per la quinta volta; 2) sono arrivato alla conclusione che “Balalaika”, di cui ho ampiamente parlato nei giorni scorsi, sia sostanzialmente un programma sullo scambio di ruoli: autori e conduttori stanno facendo di tutto per trasformare fenomeni da baraccone in opinionisti sportivi e gli opinionisti sportivi in fenomeni da baraccone. Nel secondo caso, esperimento riuscito alla perfezione. Nel primo, cocente e ignobile fallimento.

A domani!

#lestiniaimondiali


OLD ENGLAND (Lestini ai mondiali – giornata 25)

Non lo dite a Southgate, che è il profeta dell’innovazione e del calcio moderno, ma ieri la sua Inghilterra è volata in semifinale grazie a un capolavoro di calcio old style e così british che più british non si può: un primo gol arrivato alla fine di una lenta e insistita manovra di cross in area e palle alte, e il secondo al termine del più classico contropiede.
Una semplicità elementare che magari fa storcere il naso a tanti esegeti della palla a terra e del calcio champagne, ma che a conti fatti è risultato il sistema più efficace (e più logico) per piegare la Svezia ammazzagrandi, che così tante vittime illustri ha mietuto nel suo cammino.
Gli svedesi, tornati ieri di colpo piccoli e modesti, cedono così il passo, ma il loro mondiale resta comunque da incorniciare. E da incorniciare, comunque vada a finire, è senza dubbio il mondiale dell’Inghilterra. Perché magari, annebbiati dal nome, dalla tradizione e dalla storia degli inventori del calcio, tendiamo sempre a dimenticarci che gli inglesi ai mondiali non è che abbiano mai combinato granché.
Per dire, questa è appena la terza semifinale della loro storia, dopo quella del 1966 (quando in casa loro alzarono la coppa) e quella del 1990 (quando furono fatti fuori ai rigori dalla Germania).
Tornare tra le prime quattro dopo 28 anni, è già un’impresa.

Tre semifinali, appena una in più della Croazia (che, se l’Inghilterra ha inventato il calcio, la nazionale croata prima della metà degli anni ’90 nemmeno esisteva), che arriva allo storico appuntamento dopo aver eliminato i padroni di casa.
Se in Inghilterra – Svezia non c’è stata storia, Croazia – Russia è stata una battaglia senza esclusione di colpi, rocambolesca, sempre in bilico e risolta inevitabilmente ai calci di rigore.
Alla fine ha vinto la squadra più forte, non la migliore. La Croazia, devastante al primo turno, anche ieri sera – come contro la Danimarca – è apparsa a lungo discontinua, vittima di amnesie improvvise, capace tanto di giocate sopraffine quanto di banalissimi errori. E davanti ha trovato una Russia tutt’altro che rassegnata, ben più ostica della Danimarca e che, a pieno titolo, ha coltivato a lungo il sogno di centrare la clamorosa impresa. Escono a testa alta, altissima, i russi, artefici di un mondiale dove comunque sono andati totalmente al di là di ogni previsione. Anche se di certo resta il rammarico di aver visto la vittoria sfuggirgli di un soffio e nel più crudele dei modi. Anche perché, ai punti, probabilmente avrebbe vinto la Russia.
Punti a parte, ad ogni modo in semifinale ci va la Croazia, vincendo per la seconda volta consecutiva ai rigori (unico precedente nella storia quello dell’Argentina a Italia ’90, che vinse ai rigori ai quarti contro la Jugoslavia e in semifinale contro l’Italia) e tornando tra le prime quattro esattamente vent’anni dopo la favola dei mondiali in Francia.
Suker e Prosinecki hanno finalmente trovato i loro eredi.

In chiusura, diamo i risultati dei due “sondaggioni” lanciati in questo blog nell’ultima settimana.
– Qual è stata a vostro avviso l’innovazione più dannosa introdotta nel regolamento negli ultimi venticinque anni?
Ha stravinto con il 65% il conteggio del Fair Play e dei cartellini per decidere la qualificazione agli ottavi; il VAR è arrivato secondo con il 20%, terzo l’espulsione per fallo da ultimo uomo con il 10% e ultimo il golden gol (per cui io ho votato) con il 5%.
– A quale quarto di finale giocato dall’Italia in tempi recenti, per qualsiasi motivo, vi sentite più affezionati?
Anche qui vittoria nettissima: Italia – Spagna 2-1 a USA ’94 ottiene il 50% (anche io ho votato per questo, segno che hanno partecipato al gioco molti miei coetanei); seguono al 25% Italia – Francia del ’98, Italia – Ucraina 3-0 del 2006 al 15% e Italia – EIRE del ’90 al 10%.

Con questo è tutto e a risentirci domani, quando inizieremo il lungo cammino verso le splendide semifinali.

#lestiniaimondiali

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