“Come una specie di sorriso” – 16/ “Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria” (“Anime Salve”, 1996)

“Anime Salve”, uscito nel settembre del 1996 per la Ricordi, è l’ultimo disco di Fabrizio De André, l’ultimo atto di un percorso straordinario. Ed è un capolavoro senza troppo da aggiungere.
Essendo l’ultimo disco, dedicato per di più al tema chiave di tutta la sua produzione – gli ultimi e gli emarginati – potremmo giustamente leggerlo come un gigantesco testamento spirituale ed esistenziale, il lascito commosso e appassionato di un artista eccezionale. Ma non basta. “Anime Salve” è molto, troppo di più. Nessun album precedente, pure in una discografia punteggiata di lavori grandiosi, è minimamente accostabile a questo, neppure il pluricelebrato “Crêuza de mä”. In quel caso a sbalordire era stata soprattutto la genialità dell’intuizione, l’incredibile materializzarsi di un’invenzione impossibile. Qui c’è invece l’immensità annichilente della poesia, tanto nelle parole quanto nelle note, che scuote e fa tremare, perché talmente grande da sedimentarsi nel suo stesso farsi, già destinata, al suo primo apparire, a durare in eterno.

Tra “Anime Salve” e il disco precedente, “Le Nuvole”, passano altri sei anni. In mezzo, un oceano: un’attività live mai così frenetica e piena, la cura e la crescita dell’azienda agricola in Gallura, un romanzo (“Un destino ridicolo”, edito da Einaudi) scritto a quattro mani con Alessandro Gennari, il duetto con Roberto Murolo, l’intensificarsi del rapporto con Ivano Fossati che di “Anime Salve” è la base imprescindibile.
Ma soprattutto c’è un percorso interiore di definitiva maturazione artistica di cui “Anime Salve” è termine e apogeo.
Ne “Le Nuvole” De André aveva cantato con lucida disperazione e animo sofferto il naufragio della società, la morte delle idee, la fine dell’umanità. Nei sei anni successivi una sorta di impetuoso scatto di reni lo spinge a non rassegnarsi, a cercare e ricercare quell’umanità perduta e smarrita, quella bellezza rapita, quell’autenticità e quella purezza incatenate e negate. E le ritrova lì, proprio lì, dove ha sempre saputo che fossero, tra i travestiti, gli zingari, i disperati, gli emarginati. Tra quei gatti randagi che dai tempi del Miché, di Marinella e di via del Campo sono la sua più limpida “goccia di splendore”.
Certo che a scorrere i temi del disco e delle singole canzoni ci si potrebbe legittimamente chiedere cosa ci sia di nuovo, visto che sono argomenti trattati e rivoltati da De André da ogni lato per trentacinque anni. Ma ad ascoltare quei brani, a sentirli dentro, si può davvero toccare con mano cosa sia un cammino artistico ed esistenziale realmente compiuto e maturo. Cosa sia un capolavoro assoluto e inarrivabile.

I testi sussistono persino da soli, sono totalmente autosufficienti e a leggerli così, nudi e puri, privi di musica, conservano intatta la loro sconvolgente potenza. Ma non lo vogliamo né sarebbe giusto. A scinderli dalla musica, stupefacente in identica misura, anch’essa autosufficiente e talmente bella da poter stare da sola, compiremmo un delitto, ci priveremmo di quell’autentico miracolo che è la loro eccezionale fusione.
Eppure è un discorso, quello dell’autosufficienza dei testi, da affrontare per forza.
Tutta la parabola artistica di Fabrizio De André, e “Anime Salve” soprattutto e in particolare, da oltre vent’anni sono scomode e ingombranti spine nel fianco che pongono in termini seri e decisivi l’annosa questione circa i confini tra poesia e canzone d’autore, tra letteratura e cantautorato. Ed esigono e meritano risposta.
Una risposta che però non arriva né vuole arrivare. L’establishment culturale, tanto quello italiano quanto quello internazionale, evita e aggira accuratamente il problema, facendo in modo che se ne parli di continuo, ma in termini assolutamente superficiali o decisamente isterici. Paradossalmente, chi tiene le fila di un processo – la letteratura, l’arte in genere – che per sua natura è innovazione, eversione e rottura degli schemi, opera in maniera ferocemente conservatrice, se non addirittura reazionaria. Quasi ci fossero confini immutabili da difendere, un pericolo non detto da sventare a tutti i costi. Quasi ci sia il calcolato interesse a depotenziare la creatività artistica, spogliarla di ogni sua matrice innovatrice, renderla noiosa e innocua, sepolta nella polvere ed eternamente uguale a sé stessa.
Così, se Bob Dylan vince (giustamente) il premio Nobel, non si affronta la sua opera in maniera frontale e sistematica come per qualsiasi altro scrittore e come sarebbe ovvio e sacrosanto. Ma si butta il tutto in caciara, tra sermoni stanchi e indignazioni infiacchite, tra clamori da due soldi e scivolate nel costume gossipparo. Si prende la superficie, si dimentica l’artista e si parla del personaggio. E i versi di “Blowin’ in the wind” svaniscono dietro le (presunte) eccentricità della rockstar.
È anche ridicolo doversi chiedere se i testi di canzoni come “Khorakhané”, “Dolcenera” e “Smisurata preghiera” siano o meno poesia, perché ridicolo è anche lo stesso voler tracciare limiti alla poesia, per sua natura splendidamente vaga e indefinita. Non solo questi sono oggettivamente poesia nello stesso modo in cui sono oggettivamente canzoni, ma hanno anche un’ulteriore scintilla, la predisposizione naturale a farsi musica e ad assumere, fondendosi con accordi e melodie, in qualcosa di ancora più ricco, più intenso e più profondo.
Oggi non vi è antologia scolastica che non contenga un testo di De André o di qualche altro cantautore. Ma anche questo è un modo per non affrontare la questione. Lo spazio che le canzoni trovano nei libri di scuola è una concessione, un’eccezione, una breve fuoriuscita dall’ordinario, una gita in un mondo altro, una parentesi per riprendere fiato prima di rientrare nei ranghi. Un modo ulteriore per negargli la dignità che meritano.
Da un paio di decenni un lavoro come “Anime Salve” offre l’occasione di ripensare la storia della letteratura italiana, accostando finalmente queste opere agli altri grandi classici del novecento.
Un’occasione che purtroppo continuiamo a perdere.

Il progetto originario era molto diverso da quello che poi sarebbe diventato “Anime Salve”. Doveva trattarsi infatti di un album “De André-Fossati” a tutti gli effetti, con entrambi nella veste di autori e interpreti di tutti i brani.
La produzione prese avvio su questi presupposti, ma sin dai primi giorni si manifestarono problemi via via sempre più crescenti. In sostanza era successo questo: la squadra tecnica era interamente di Fossati, a partire dal suo arrangiatore storico Beppe Quirici, l’artefice del sound più tipico e riconoscibile di Fossati, basato sulla spiccata prevalenza del pianoforte. E all’ascolto degli arrangiamenti del primo materiale, che confermava quella natura sostanzialmente pianistica, De André aveva palesato tutte le sue perplessità, temendo di finire per realizzare un disco modellato esclusivamente sullo stile di Fossati.
Un chiarimento tra i due portò ad abbandonare di comune accordo il progetto, trasformandolo in un disco del solo De André cui Fossati avrebbe collaborato in veste di coautore, con un contributo essenziale per le musiche, mentre i testi furono prerogativa di De André.

Come già detto, tema dell’album sono gli ultimi, gli emarginati, i reietti. Visti però sotto la luce piena e abbagliante della più nobile solitudine. Le parole “anime salve” infatti, nel loro etimo originario, significano “spiriti solitari”. Un vero e proprio elogio della solitudine vista appunto come salvezza, tanto dell’anima quanto del corpo, un’ostinata rivendicazione della propria unicità di individuo che resiste all’omologazione e rifiuta di farsi massa.
Un grido di resistenza e libertà estremo e altissimo, straziante e meraviglioso. Come se alla fine del suo cammino De André cogliesse un senso ultimo e ineffabile, inesplicabile se non con l’immateriale del verso e, senza la pretesa né la volontà di insegnarci o spiegarci niente, finisse suo malgrado per indicarci la via.

Apre il disco “Prinçesa”, brano tratto dall’omonimo libro autobiografico della transessuale brasiliana Fernanda Farias de Albouquerque, scritto con la collaborazione dell’ex brigatista Maurizio Jannelli (i due per un periodo furono detenuti nella stessa struttura carceraria e proprio lì nacque l’idea del libro) e pubblicato nel 1994 dalla casa editrice Sensibili alle Foglie di Renato Curcio.
La sua storia, nata maschio come Fernandinho, scappata dalla campagna alla città per diventare donna, finita per strada a prostituirsi prima in Brasile e quindi in Italia, a Milano, rivive in De André attraverso una rigida scansione di sequenze organizzate in brevi quartine colme di splendide assonanze e quasi prive di rime.
È, per De André scrittore, il ritorno dopo più di vent’anni alla sua più classica struttura narrativa, distesa nella successione logico consequenziale inizio-svolgimento-fine, col solito incipit in medias res e il resto del racconto in flashback. Ma il lungo esercizio poetico che separa questa canzone dai grandi capolavori narrativi del passato (“Il pescatore”, “La canzone di Marinella”, “La guerra di Piero”, tanto per citarne alcuni), ha portato una scrittura meno piana e più lirica, più complessa e simbolico, dove l’intreccio di parole e spazi bianchi è un’esplosione di evocazioni, immagini e rimandi, sinestesie e metafore.
Così “Prinçesa” finisce per essere sintesi e punto d’incontro ideale tra i due stili, lirico e narrativo, dove l’epica delle origini rivive nel continuo cambiamento della voce narrante (il narratore esterno, l’io del protagonista, la voce della madre) e l’analogia della maturità sta tutta nella geniale concatenazione delle parole:

Sotto le ciglia di questi alberi
Nel chiaroscuro dove son nato
Che l’orizzonte prima del cielo
Ero lo sguardo di mia madre

“Che Fernandinho è come una figlia
Mi porta a letto caffè e tapioca
E a ricordargli che è nato maschio
Sarà l’istinto sarà la vita”


Parte centrale e climax del racconto è la trasfigurazione della protagonista, la realizzazione dell’agognato cambio di sesso, dove la penna incantata di De André coglie l’essenza della tragedia di abitare in un corpo estraneo e vissuto con repulsione, in una drammatica mescolanza di sogno ideale ed esperienza dolorosa:

Nella cucina della pensione
Mescolo i sogni con gli ormoni
Ad albeggiare sarà magia
Saranno seni miracolosi

Perché Fernanda è proprio una figlia
Come una figlia vuol far l’amore
Ma Fernandinho resiste e vomita
E si contorce dal dolore

E allora il bisturi per seni e fianchi
In una vertigine di anestesia
Finché il mio corpo mi rassomigli
Sul lungomare di Bahia

Il linguaggio crudo e realistico si fa inevitabilmente più aspro nel raccontare il passaggio di Fernanda al marciapiede. Ma è una crudezza miracolosamente musicale e dolce (“nella mia carne tra le mie labbra/ un uomo scivola l’altro si arrende”, tanto per fare un esempio) , simbolo e traduzione in versi dello sguardo di un poeta che più di ogni sa vedere luce laddove c’è solo buio:

Sorriso tenero di verdefoglia
Dai suoi capelli sfilo le dita
Quando le macchine puntano i fari
Sul palcoscenico della mia vita

Dove tra ingorghi di desideri
Alle mie natiche un maschio s’appende
Nella mia carne tra le mie labbra
Un uomo scivola l’altro si arrende

Che Fernandinho mi è morto in grembo
Fernanda è una bambola di seta
Sono le braci di un’unica stella
Che squilla di luce di nome Princesa

La storia si chiude con una speranza, con “l’avvocato di Milano” che è accenno di riscatto, ipotesi di emancipazione dall’inferno e strada per un ritrovato paradiso. Nella realtà le cose, purtroppo andarono in maniera ben diversa: Fernanda, finita la detenzione, fu assunta come segretaria dalla casa editrice Sensibili alle Foglie, la stessa che aveva pubblicato il suo libro. Ma l’insofferenza per una vita normale o forse un’antica dannazione inestinguibile la riportò in breve tempo sulla strada, quindi a un nuovo arresto, all’espulsione dall’Italia e al rimpatrio in Brasile, dove morì suicida nel 2000.
A riscattarla resta però questa perla di canzone, dove ancora una volta De André, come quando in estrema gioventù trasformò in fiaba dolcissima la tragedia violenta della povera Marinella, veste i panni di Perseo e con leggerissimi calzari alati e uno scudo a specchio stacca la testa del mostro, interra l’ingiustizia e la trasforma in luce purissima.

“Anime Salve” è anche (soprattutto) disco per eccellenza di migrazioni e migranti. Ancora più di “Creuza de ma” vive di una sincera e totale multietnicità. Le splendide musiche che lo compongono e lo eternano sono una incredibile mappatura, un viaggio stupefacente nelle periferie del mondo in un tripudio di strumenti, colori e atmosfere.
Ed è proprio lui, De André, il primo migrante, il primo ossessivo viaggiatore ed esploratore di anime e luoghi, il primo corsaro, il primo clandestino del mondo. Si diceva, sempre a proposito di “Creuza de ma”, come fosse stato l’ideale chiusura ciclica di un viaggio partito da Genova e che a Genova lo aveva riportato. L’inevitabile rimettersi in viaggio dell’eterno Ulisse genovese lo porta ancora più lontano, a un cosmopolitismo ancora più ampio e sconfinato, capace di abbracciare il mondo intero, ovviamente dalla prospettiva degli ultimi. Per compiere questo viaggio complesso e vertiginoso, si circonda di amici e collaboratori: non solo Fossati, ma anche il grande Piero Milesi che curò gli arrangiamenti, il figlio Cristiano eletto ad autentico braccio destro, l’indispensabile Dori Ghezzi, il percussionista brasiliano Naco, il fisarmonicista russo Denissenkov, l’arpa di Cecilia Chailly, la batteria dell’immenso Ellade Bandini. E tanti altri. Una gigantesca orchestra con dentro tutti i suoni del mondo.
Con simili presupposti e una simile architettura, con testi così spudoratamente scomodi ed espliciti, inevitabile che uno dei brani centrali dell’album fosse dedicato al popolo Rom, migranti per eccellenza, clandestini per antonomasia, da secoli lato oscuro e inquieto dell’impero, perseguitati, rinnegati, scacciati eppure irriducibili.
Tutto questo, e molto altro, è “Khorakhané (a forza di essere vento)”, la splendida seconda traccia del disco. Che poi una canzone è pur sempre una canzone, ovvero materia sciolta in versi, sostanza che si fa soffio, e in questo svanire anche l’argomento più duro e scandaloso trova un suo appiglio, una sua ambiguità che la sostiene e la ripara. Ma oltre la canzone, circa il popolo Rom, ci sono le dichiarazioni, dirette e prosaiche, di De André: “ai Rom andrebbe dato il nobel per la pace, visto che sono l’unico popolo che da secoli girano il mondo senza armi”. O ancora: “è vero, rubano, han rubato anche a casa mia… ma non mi risulta l’abbiano mai fatto attraverso le banche”.
Parole radicali, molto più che scomode, destinate a lacerare e indignare. Ma, almeno secondo il sottoscritto, assolutamente indiscutibili.
“Khorakhané” nasce da un certo concetto di viaggio, quella che gli psicologi chiamano “dromomania”, ovvero l’impossibilità a stare fermi, l’ossessione di muoversi non per raggiungere una meta, ma solo per andare. O, per dirla direttamente con le splendide parole del brano “per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”.
La canzone è una sconvolgente rapsodia organizzata in lunghe strofe dalla metrica disuguale e composita, un’epica dei reietti che assurge a dignità di poema, un’Odissea rapida e intensa dove l’eroe, o meglio l’antieroe, è un popolo, un’intera e sparpagliata popolazione di rinnegati.
Ogni strofa è una fotografia, un tableau vivant che va a comporre un mosaico che spazia in libertà nel tempo e nello spazio.
L’incipit è una sorta di sintesi lirica dell’essenza del nomadismo, attraverso versi semplicemente straordinari, dove tutto è sospeso in un sempre (o in un mai) senza tempo, dove la vaghezza sognante della poesia entra nel cuore e fruga nello stomaco con l’affiorare di dettagli e frammenti realistici, dal “diamante nascosto nel pane” alla “giostra in disuso”:

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di pisco e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento

porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane
per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare

Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso
qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace

Ma la sospensione si spezza, irrompe la storia materiale, tragica e tormentata, del popolo Rom. E il “porrajamos”, lo sterminio dei Rom a opera della Germania nazista, diventa il nuovo filo conduttore:

i figli cadevano dal calendario
Jugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via

e poi Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere

Il finale è dominato dalle indimenticabili “spose bambine”, termine e vertice di una serie infinita di splendide figure femminili “traviate” che De André ha cantato sin dagli esordi. La poesia dolce e suprema, la profondità con cui le descrive, mette quasi in ginocchio, annichilisce, stordisce. Innamora. Con una domanda che come una tempesta ci entra dentro spezzandoci l’anima: ma è davvero rubare “questo filo di pane tra miseria e fortuna”? O, per dirla con altre parole: siamo sicuri di poter dire cosa sia il bene e cosa sia il male?

ra alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare

e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio.

Come “Prinçesa” si chiudeva con una strofa in portoghese, così “Khorakhané” termina con una poesia in lingua roma del poeta Rom Giorgio Bezzecchi, cantata dal disco da Dori Ghezzi e, nelle successive esecuzioni live, da Luvi De André.

Segue la title track, quella “Anime Salve” cantata a due voci con Ivano Fossati che è l’esplicita dichiarazione del tema portante del disco, un vero e proprio salmo universale sulla solitudine, scritto con versi mai come in questo caso straordinariamente rapidi e stupendamente evocativi:

Mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia
e che bello il mio tempo che bella compagnia
sono giorni di finestre adornate

canti di stagione
anime salve in terra e in mare
sono state giornate furibonde
senza atti d’amore

senza calma di vento
solo passaggi e passaggi
passaggi di tempo

Una danza eterea eppure terribilmente materiale, dove gli spiriti solitari, liberi per scelta da ogni convenzione, ondeggiano come fuochi fatui nel vento anarchico di una totale resistenza morale:

i futuri incontri di belle amanti scellerate

saranno scontri
saranno cacce coi cani e coi cinghiali
saranno rincorse morsi e affanni per mille anni
mille anni al mondo mille ancora

che bell’inganno sei anima mia
e che grande il mio tempo che bella compagnia

E alla fine il soggetto impersonale si fa io del poeta, dichiarazione appassionata e totale di solitudine e diversità, con quel “mi sono visto di spalle che partivo” che suona quasi come un triste e incredibile presagio di morte:

mi sono spiato illudermi e fallire
abortire i figli come i sogni

mi sono guardato piangere in uno specchio di neve
mi sono visto che ridevo
mi sono visto di spalle che partivo
ti saluto dai paesi di domani

che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo
mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia

e che grande questo tempo che solitudine
che bella compagnia

Una delle più celebri canzoni dell’album è senza dubbio “Dolcenera”, sicuramente il testo più complesso ed ermetico, ma allo stesso tempo il più evocativo e il più aperto a molteplici chiavi di lettura. Di sicuro c’è l’acqua, elemento costante in tutta la poetica deandreiana, simbolo di rinascita e catarsi, di vita mai uguale a sé stessa. In questo caso è acqua irruenta e inarrestabile, annunciata dal refrain in lingua genovese che intercala ogni strofa con un ossessivo “Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’é” (“guardala che arriva guardala come è”). L’acqua dell’alluvione di Genova del 1972.
Ma, in mezzo alla catastrofe, una storia d’amore raccontata con parole rotonde e piene, sensuali e conturbanti. L’ennesimo fiore resistente sbocciato in mezzo al letame.

Ma la moglie di Anselmo non lo deve sapere
Ché è venuta per me
È arrivata da un’ora
E l’amore ha l’amore come solo argomento

E il tumulto del cielo ha sbagliato momento
[…]
Ma la moglie di Anselmo sta sognando del mare
Quando ingorga gli anfratti si ritira e risale
E il lenzuolo si gonfia sul cavo dell’onda
E la lotta si fa scivolosa e profonda

La storia, magistralmente raccontata per parallelismi e metafora, si staglia su un tappeto musicale incredibile, capace di accoppiare un cantico brasiliano a una delle migliori tarantelle del repertorio di De André, di incastrare canto e fisarmonica in un ritmo irresistibile, erotico e passionale proprio come le parole.
Un sogno solitario così spiegato dallo stesso De André: “È la solitudine dell’innamorato, soprattutto se non corrisposto. Gli piglia una sorta di sogno paranoico, per cui cancella qualsiasi cosa possa frapporsi fra se stesso e l’oggetto del desiderio. È una storia parallela: da una parte c’è l’alluvione che ha sommerso Genova nel ’70, dall’altra c’è questo matto innamorato che aspetta una donna. Ed è talmente avventato in questo suo sogno che ne rimuove addirittura l’assenza, perché lei, in effetti, non arriva. Lui è convinto di farci l’amore, ma lei è con l’acqua alla gola. Questo tipo di sogno, purtroppo, è molto simile a quello del tiranno, che cerca di rimuovere ogni ostacolo che si oppone all’esercizio del proprio potere assoluto”.

A metà disco troviamo “Le acciughe fanno il pallone”, titolo che riprende un modo di dire ligure usato per indicare quando, in autunno, le acciughe inseguite dal pesce azzurro scappano verso la superficie, e in certe giornate senza vento si può vedere lo spettacolo di migliaia di acciughe che saltano fuori dall’acqua formando un’abbagliante semisfera sospesa.
Protagonista è un pescatore, altro solitario per eccellenza, che qui, vendendo il pesce, si lamenta di come la gente, ignori la fatica compiuta nel pescarlo, in una vertiginosa metafora di come la massa tenda sempre con ferocia a escludere, minimizzare e annientare lo splendore dello sforzo del singolo.

se prendo il pesce d’oro
ve la farò vedere
se prendo il pesce d’oro
mi sposerò all’altare

ogni tre ami
c’è una stella marina
ogni tre stelle
c’è un aereo che vola

Segue “Disamistade”, un nuovo ritorno in terra di Sardegna e, per stessa ammissione di De André, la sua canzone preferita dell’album.

In questa ballata sardonica che racconta una faida tra famiglie (“Disamistade” significa letteralmente “inimicizia”), troviamo forse il miglior De André in rima, ma qui contaminato di versi liberi che accentuano il dolore e la crudezza del racconto.

Che ci fanno queste anime
davanti alla chiesa
questa gente divisa
questa storia sospesa

andé-a-oo
andé-a-oo

A misura di braccio
a distanza di offesa
che alla pace si pensa
che la pace si sfiora

andé-a-oo
andé-a-oo

Gli occhi che descrivono l’assurda guerra e l’insensata violenza che insanguina il quotidiano, sono quelli degli innocenti, angosciati e angoscianti, che inutilmente cercano conforto nella chiesa, che resta però chiusa, lasciando ognuno solo, in balìa di una prepotenza cieca e meschina.

E una fretta di mani sorprese
a toccare le mani
ché dev’esserci un modo di vivere
senza dolore

Una corsa degli occhi negli occhi
a scoprire che invece
è soltanto un riposo del vento,
un odiare a metà.

E alla parte che manca
si dedica l’autorità.

Ché la disamistade
si oppone alla nostra sventura
questa corsa del tempo
a sparigliare destini e fortuna.

“A cumba” è un nuovo duetto con Fossati, in lingua genovese e a tempo di salterello, sostenuto e arricchito da un coro gioioso e festante.
La colomba del brano è metaforicamente la ragazza che vola via dal nido familiare per sposarsi, e il racconto, composto sulla classica struttura del contrasto, mette in scena l’opera di convincimento dello spasimante per farsi concedere dal padre la mano della fanciulla. Tentativo che alla fine andrà a buon fine. Ma quella che sembrava una gaia eccezione alla compattezza tematica del disco, spiazza e sorprende nel finale, che mostra la ragazza a casa, sola e trascurata dal marito rivelatosi totalmente incapace di amarla.

Penultima traccia del disco è “Ho visto Nina volare”, splendido racconto per immagini dal sapore squisitamente cinematografico.
Con un ritmo soffuso e ipnotico, dominato dalla sola chitarra classica, De André si abbandona a un totale autobiografismo, narrando in maniera romanzata il suo primo amore d’infanzia, la sua istintiva e naturale ribellione all’autorità paterna, la sua solitudine nel guardare di nascosto la bambina amata mentre si dondola sull’altalena, mescolando paura e desideri proibiti:

Mastica e sputa
da una parte il miele
mastica e sputa
dall’altra la cera

Mastica e sputa
prima che venga neve
luce luce lontana
più bassa delle stelle

Quale sarà la mano
che ti accende e ti spegne
ho visto Nina volare
tra le corde dell’altalena
Un giorno la prenderò
come fa il vento alla schiena
e se lo sa mio padre
dovrò cambiar paese
se mio padre lo sa
mi imbarcherò sul mare

La scrittura “visiva” di De André riesce pur in una sospensione senza tempo a far sì che tutto sia concretamente davanti a noi: la campagna astigiana del dopoguerra, il lento e straziante dondolarsi di Nina in un bianco e nero accecante, il bambino che per amore e ribellione s’incammina verso il mare.

Chiude il disco “Smisurata preghiera”, liberamente tratta da “Summa di Maqroll il gabbelliere”, splendida antologia poetica di Alvaro Mutis.
Non è semplicemente l’ultima traccia dell’album, è in assoluto l’ultima canzone di De André, che in una strano gioco di destini e sentori, finisce per costituire il sunto dell’essenza del suo pensiero, il bilancio di un’intera esperienza artistica ed esistenziale incredibile e unica.
Per questo è veramente difficile parlarne, e forse impossibile dire a proposito qualcosa di veramente sensato che non sia “ascoltatela”.
Come dice il titolo, la canzone è una preghiera, un’invocazione, una disperata richiesta di riscatto da parte di coloro che per amor di libertà hanno scelto la solitudine e per questo sono stati condannati dalla massa all’emarginazione.
Dirà a proposito De André: “L’ultima canzone dell’album è una specie di riassunto dell’album stesso: è una preghiera, una sorta di invocazione… un’invocazione ad un’entità parentale, come se fosse una mamma, un papà molto più grandi, molto più potenti. Noi di solito identifichiamo queste entità parentali, immaginate così potentissime come una divinità; le chiamiamo Dio, le chiamiamo Signore, la Madonna. In questo caso l’invocazione è perché si accorgano di tutti i torti che hanno subito le minoranze da parte delle maggioranze. Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi… dire “Siamo 600 milioni, un miliardo e 200 milioni…” e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze. La preghiera, l’invocazione, si chiama “smisurata” proprio perché fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso”.
Un messaggio definitivo, un estremo atto d’amore per tutte le minoranze che viaggiano “in direzione ostinata e contraria”, contro una maggioranza propensa soltanto a coltivare le sue più abiette meschinità. Un De André all’ennesima potenza, che con lucidissima forza poetica ricorda il titanismo della “Ginestra” leopardiana.
Sette minuti. I primi tre di un cantato potente e indignato, feroce e assoluto:

Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità

Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie

Coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un’anestesia
come un’abitudine

E, dopo l’invettiva, la smisurata preghiera, la commossa e furente richiesta di redenzione per chi ha rifiutato a ogni costo di omologarsi:

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere

Seguono quattro minuti esclusivamente strumentali. Come se De André, presagendo la fine, ci abituasse alla sua assenza svanendo nella musica, progressivamente e con dolcezza.
Dopo i vertiginosi accordi jazz e l’abbondare di percussioni sincopate a contrappunto del cantato, la musica si esalta in un crescendo di fiati e quindi in una splendida divagazione sinfonica conclusiva.

Fine.
Seguiranno due tournées memorabili, più una terza programmata e interrotta dopo una manciata di date, bruscamente e senza alcuna spiegazione. Il manifestarsi della malattia fu tenuto nascosto e difeso nell’intimità del proprio privato, come era giusto e sacrosanto che fosse.
La situazione precipita rapidamente e l’11 febbraio del 1999, dopo aver “lottato come un leone” (parole del figlio Cristiano), il grande Fabrizio De André muore nella clinica milanese dove era ricoverato.
La notizia giunge improvvisa, scatenando una tempesta di emozioni davvero imprevedibile e senza precedenti. Ma la morte di un grande artista, uno che suo malgrado è in parte appartenuto alla vita di tutti, è sempre inattesa, sempre imprevista. E non importa né come né quando avvenga: i poeti muoiono sempre giovani. E belli.
Resta, in noi che abbiamo così tanto amato l’uomo e l’artista, il rammarico per quante perle ancora avrebbe potuto ancora regalarci.
Ma il patrimonio inestimabile che De André ci ha lasciato è molto più che un miracolo, è un bagaglio immenso di parole e idee che ancora vive e vivrà in eterno, ancora e per sempre in grado di mostrarci la strada della bellezza in questo mondo in rovina in cui siamo costretti a vivere. E a conti fatti, davvero “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”.

FINE

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