“Come una specie di sorriso” – 15/ “Cantami di questo tempo l’astio e il malcontento” (“Le nuvole”, 1990)

“Le nuvole”, penultimo album in studio di Fabrizio De André, esce per le edizioni Ricordi-Fonit Cetra nel 1990, a ben sei anni di distanza da “Crêuza de mä”. Un intervallo di tempo lunghissimo e soprattutto inusuale per un cantautore che, almeno fino a quel momento della sua carriera, aveva abituato il pubblico a una produzione assai intensa.
Eppure sono sei anni di stacco necessari, nonché ricchi di avvenimenti tanto nella dimensione privata quanto in quella pubblica.
Anzitutto, come già scritto, è a partire dal trasferimento in Sardegna che De André inizia progressivamente a rallentare la propria produzione, nell’ottica della conquista di una piena libertà compositiva e di un totale controllo sulle sue opere, per parlare non per tanto dire qualcosa, ma solo ed esclusivamente se si ha qualcosa da dire.
Ma soprattutto “Crêuza de mä” non era stato un disco qualsiasi. Certo De André avrebbe potuto vivere di rendita, non correre alcun rischio, replicare all’infinito quell’album pazzesco. Ma, semplicemente, non sarebbe stato De André. La piena consapevolezza di aver raggiunto, con “Crêuza de mä” vette ben più che gigantesche, gli imponeva una responsabilità enorme verso il pubblico. Occorreva perciò metabolizzare quel clamoroso successo, farlo decantare e trovare con calma una nuova strada da percorrere.
Ma anche altra acqua era passata nel frattempo sotto i ponti. Dai tempi di “Crêuza de mä” c’era un muro di Berlino in meno, un mondo completamente nuovo e una prima repubblica italiana a un passo dall’apocalisse. In mezzo c’erano stati gli anni ’80, l’edonismo esasperato, il trionfo del futile e dell’apparire, l’ostentazione del vuoto e del superficiale, il reaganismo, il rampantismo.

Da tutto questo nasce “Le nuvole”, album per forza di cose rapsodico e dissonante, disarmonico e lacerato, quasi una raccolta di frammenti, lampi e bagliori eterogenei che scontrandosi producono attriti e scintille. Ma proprio in questa frammentazione risiede la grandezza dell’album. Paradossalmente in questo caso l’unità e la compattezza del disco stanno proprio nell’impossibilità delle canzoni di amalgamarsi, quasi uno specchio feroce di tempi avvelenati e confusi, impossibili da leggere non per limite o incapacità, ma per un senso che, semplicemente e tragicamente, non esiste più.
Per questo è, in maniera assai più incisiva e compiuta di “Storia di un impiegato” (e anche di “Rimini”), il lavoro più apertamente e disperatamente politico di De André.
Abituati alla sua passionalità rotonda e impetuosa, a un primo ascolto questo disco può legittimamente apparirci freddo, distaccato, eccessivamente meditato. In realtà è la traduzione in versi di un pensiero che riflette la cupezza dei tempi, si è fatto amaro, ha perduto l’irriverenza goliardica, vede e tocca con lucidità chirurgica l’alba di una sconfitta senza ritorno. Come sempre in straordinario anticipo, De André vede, legge e canta il funerale degli ideali e delle utopie, grida un tempo spietato e disumano un attimo prima del suo avvento, sente il vuoto cosmico che verrà.
Certo un disco diverso, lontano da tutti gli altri, ma quale album di De André non è un qualcosa di totalmente “altro” da tutto il resto?
In definitiva, un ennesimo lavoro gigantesco, che paga però lo scotto enorme di trovarsi incastrato tra due album immensi come “Crêuza de mä” e “Anime Salve”.

Anche per quanto riguarda la collaborazione il discorso si fa frammentato. Per la prima (e ultima) volta non c’è un solo coautore, ma tre: c’è ancora Pagani, ritorna Bubola e arriva Fossati.
Il primo collabora alla stesura della maggior parte delle canzoni, il secondo scrive il brano più classico (e celebre), ovvero “Don Raffae’”, mentre il terzo, che aveva chiamato De André assieme a De Gregori a cantare alcune strofe di “Questi posti davanti al mare”, è coautore di “A çimma” e di “Mégu megùn” dando avvio a una splendida sinergia che troverà pieno compimento nel successivo “Anime Salve”.
Lavoro eccelso, per non dire perfetto, dal punto di vista degli arrangiamenti e della raffinatezza musicale, sul piano tematico appare nettamente diviso in due capitoli: le canzoni del lato A sviluppano un discorso esplicitamente politico, mentre quelle del lato B in un certo senso proseguono e ampliano la ricerca etnica e linguistica di “Crêuza de mä”.

Ma la divisione è tuttavia solo apparente. Un filo conduttore, sotterraneo ma potentissimo e che di certo non sfugge a un ascolto attento, attraversa e lega tutti i brani, tanto quelli, chiamiamoli così, di denuncia, quanto quelli che affrontano tematiche più quotidiane o fantasiose (“A çimma” è di fatto basata su una ricetta, “Monti di Mola” racconta una favola mitologica e grottesca), ed è il racconto di una realtà in frantumi, sfuggente e liquida, priva di ogni punto di riferimento, scissa da sé stessa e abitata da un’umanità volgare e vuota, perduta forse irrimediabilmente e per sempre.
Un filo conduttore scopertamente dichiarato sin dal titolo, che richiama la celeberrima (e splendida) commedia satirica del drammaturgo greco Aristofane e che così spiegò lo stesso De André: “e mie Nuvole sono invece da intendersi come quei personaggi ingombranti e incombenti nella nostra vita sociale, politica ed economica; sono tutti coloro che hanno terrore del nuovo perché il nuovo potrebbe sovvertire le loro posizioni di potere. Nella seconda parte dell’album, si muove il popolo, che quelle Nuvole subisce senza dare peraltro nessun evidente segno di protesta”.
I gravissimi lutti personali (il padre e il fratello persi nel giro di pochissimo tempo) e il calvario che portò il cantautore a liberarsi per sempre dalla dipendenza dall’alcol, probabilmente concorsero a rendere ancora più cupa e disincantata l’atmosfera del disco. Che vive inevitabilmente di una poesia nervosa e franta, breve e caustica, a tratti volutamente aspra, così come le linee melodiche si scontrano e si oppongono in un ostinato gioco di contrari.

Ad aprire il disco è una vera e propria poesia in musica, un breve testo recitato introdotto da un frinire di cicale e sostenuto e contrappuntato da una musica solenne e imperiosa. Un meccanismo adottato già altre volte da De André, dal “Recitativo” di “Tutti morimmo a stento” al “Naufragio della London Valour” di “Rimini”. Ma in questo caso la voce del cantautore si fa da parte per lasciare il posto a quelle di Lella Pisano e Maria Mereu, a simboleggiare la “Madre terra” che vede le nuvole passare in attesa della pioggia:

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

Mettendosi lì, “tra noi e il cielo”, le nuvole ci obbligano a guardarle, ma al tempo stesso, ci impediscono e ci vietano di vedere qualcosa di diverso e più alto di loro. Chiara metafora di chi ci sovrasta, decidendo per noi e al di sopra di noi. E a cui dobbiamo sottostare. Eppure, come spiegato sempre da De André, pur se condizionano e decidono la vita di tutti noi, “sono fatte di niente, sono solo apparenza che ci passa sopra con indifferenza e noncuranza per la nostra voglia di pioggia”. Una leopardiana “natura matrigna” simbolo del potere e dell’impotenza di chi ne è escluso.
Curiosamente altre nuvole, trent’anni prima, avevano aperto la carriera del cantautore. “Nuvole barocche” era infatti il titolo del primo 45 giri inciso per la Karim nel 1961. Ma le nuvole del 1990 non hanno più disegni ricchi e sorprendenti, sono solo incombenti e amari.

La voce di De André, fin qui rimasta muta, irrompe di colpo con l’attacco della seconda traccia, “Ottocento”, che senza stacchi spezza violentemente il crescendo solenne de “Le nuvole” scaraventandoci in un anacronistica e grottesca atmosfera da opera buffa, un impensabile impasto di generi andanti e semiseri, tra cui, nel finale, un irresistibile jodel tirolese. Il cantato si accorda alla perfezione alla base, facendo il verso con ridicola enfasi alla lirica operistica.
Impossibile non pensare a “Carlo Martello” e non paragonare “Ottocento” a quella piccola grande perla giovanile scritta con l’amico Paolo Villaggio. Se però la matrice parodistica e lo sberleffo di un certo tono aulico sono i medesimi, sono molte più le cose che le differenziano.
“Carlo Martello” era goliardica e irriverente, gustosa e dissacrante, una provocazione compiaciuta, divertita e spernacchiante. “Ottocento”, oggettivamente più bella, è invece amara e velenosa, nel grottesco non trova pace e catarsi, ma tragedia nel suo stesso farsi.
Il testo è un clamoroso, stupefacente e impossibile delirio, allucinato e allucinante, un incastro rapidissimo, tempestoso e perfetto, di parole dalla musicalità sbalorditiva. Il tema è per l’appunto l’ottocento, secolo per eccellenza della rivoluzione industriale e del trionfo della borghesia, produttore di mostri quali colonialismo, capitalismo, guerre insensate e sottomissione totale alla legge dell’apparire, della competizione disumana e dell’accumulo brutale di denaro.
La tecnica di scrittura è tra le più amate da De André, ovvero quella dell’enumerazione, ma qui risolta in un vortice di accostamenti, assonanze e consonanze che ci assalgono e ci bombardano in maniera sfrenata e insostenibile.
Ovvio che l’ottocento sia un puro pretesto per parlare, col più classico espediente letterario del romanzo storico, dei tempi odierni in chiave metaforica. Anche se qui, a dire il vero, di metaforico c’è ben poco. Nel senso che è così forte l’identità tra gli orrori dell’ottocento e quelli contemporanei che, ascoltandola, quasi dimentichiamo titolo e contesto del brano. Così come è talmente forte la deformazione grottesca del reale da finire per essere un testo straordinariamente realistico:

Cantami di questo tempo
l’astio e il malcontento
di chi è sottovento
e non vuol sentir l’odore
di questo motor
che ci porta avanti
quasi tutti quanti
maschi, femmine e cantanti
su un tappeto di contanti
nel cielo blu

Se “Le Nuvole” ci hanno simbolicamente mostrato il simbolo del potere che ci inchioda al proprio volere, “Ottocento” ci mostra l’umanità felicemente schiavizzata, ignara del suo essere schiava, dell’opera scientifica di disumanizzazione cui è sottoposta, atrocemente gioiosa di correre a vuoto “su un tappeto di contanti/ nel cielo blu”.
Una galleria di orrori, in cui tutti pretendono di saper fare tutto e rivendicano di essere tutto, quando in realtà non sanno fare niente e non sono niente:

Figlio bello e audace
bronzo di Versace
figlio sempre più capace
di giocare in borsa
di stuprare in corsa tu
moglie dalle larghe maglie
dalle molte voglie
esperta di anticaglie
scatole d’argento ti regalerò

I nostri figli, i nostri bambini e i nostri ragazzi, spesso guardandoci con occhi smarriti ci chiedono in maniera semplice e spiazzante: “ma cos’è la mafia, perché è impossibile sconfiggerla?”.
Ecco, una risposta a questa domanda enorme potrebbe essere ascoltare “Don Raffae’”, di certo la traccia più celebre di tutto il lavoro.
Ma al di là della sua immensa popolarità, la canzone, col suo incedere da tarantella e il suo testo ancora amaramente ironico, è un lucidissimo spaccato che, in uno spazio brevissimo e con estrema semplicità, riesce a cogliere l’essenza della sottomissione delle istituzioni e dello Stato alla criminalità organizzata.
Protagonista è Pasquale Cafiero, guardia carceraria totalmente assoggettata a Don Raffaè, boss della camorra (trasfigurazione letteraria di Raffaele Cutolo) che in carcere gode incredibili trattamenti di lavoro, dispensa consigli e favori, riceve richieste come fosse una corte dei miracoli:

Prima pagina venti notizie
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
si costerna, s’indigna, s’impegna
poi getta la spugna con gran dignità
mi scervello e mi asciugo la fronte
per fortuna c’è chi mi risponde
a quell’uomo sceltissimo immenso
io chiedo consenso a don Raffaè

Così, mentre lo Stato “si costerna, s’indigna, s’impegna”, dimostrando la sua impotenza e la sua disattenzione, nonché la sua perversa connivenza con il crimine, mafia e camorra finiscono per essere non l’antistato, ma uno Stato sostitutivo, guardato con timore e rispetto, invidiato e agognato dalla gente comune, un modello che la massa venera e sogna di imitare.
Nel frattempo il bombarolo, che pur nella sua follia incendiaria e solitaria reagiva all’ingiustizia, è scomparso, lasciando il posto a un’omologazione totale e silentemente accettata. A quella “pace terrificante” che sarà celebrata come un funerale dell’intelligenza nel brano successivo.

“La domenica delle salme” è una canzone estrema e definitiva.
L’attestazione della sconfitta, che vibra nel disco sin dalla sua prima nota, qui si fa apocalisse e morte, fine senza possibilità di un nuovo inizio.
La musica, introdotta dal “Giugno” di Cajkosvskij, si modella su atmosfera onirica e sospesa, per certi versi simile a quella di “Amico fragile”. Ma qui, ogni tentativo di crescendo e di apertura è continuamente frustrato, quasi schiacciato dall’agghiacciante e disturbante irrompere del kazoo, come a sottolineare l’impossibilità di un nuovo sollevarsi, di un nuovo assalto al cielo.
Il testo è spietatamente antinarrativo, una sorta di mosaico di brevi frammenti, piccole storie raccontate a singhiozzi con un linguaggio duro e aspro, ostico e impietoso. Ma proprio qui sta il miracolo: pur non raccontando compiutamente alcuna storia, pur essendo una lunga sequenza di ermetiche rapsodie, è tutto così tragicamente chiaro, tutto così fulgidamente lampante da essere la più grande narrazione dell’album, un meraviglioso, disarmante, totale e impressionante affresco della società contemporanea. Un’epica inarrivata e inarrivabile del nulla in cui siamo precipitati, del silenzio assordante che ci viene imposto, della morte degli ideali e dell’atroce rassegnazione con cui quotidianamente accettiamo l’orrore. Il tutto reso ancora più stupefacente dal fatto che sia stata scritta all’alba della catastrofe, con quella capacità di vedere e capire il futuro che hanno solo i più grandi poeti.
In una spirale infernale che ha l’incedere funebre del franare delle macerie prende forma il silenzioso colpo di Stato avvenuto senza che nessuno si accorgesse di nulla, la vittoria definitiva dell’idiozia e dell’assenza di morale, dove anche intellettuali, artisti e cantanti cessano di avere ruolo e funzione, rinunciano a essere voci libere e critiche per diventare corte di giullari proni e consenzienti verso i potenti più beceri e arroganti.
Nessun bisogno di sparare colpi di fucile: per trionfare, a questo ferocissimo colpo di Stato, basta lanciare al popolo miraggi di miseri desideri, lustrini e paillettes, scimmiette danzanti e televisione davanti cui addormentarsi e russare, comodi divani a rate e illusioni di vita tranquilla, macchine veloci e apericene in centro, finti elisir di giovinezza e un’elemosina ogni tanto per sentirsi migliori.

il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui c***oni
— voglio vivere in una città
dove all’ora dell’aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo –
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile

La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
-quant’è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare –

[…]
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta

Alla fine torna, come in apertura di facciata, il frinire delle cicale, la paralisi del meriggio intriso di afa estiva, quasi una metafora di quell’immobilismo che ci contagia e ci uccide.
La durezza del testo e in generale la scarsa commerciabilità ne hanno spesso ingiustamente eclissato la levatura, quando in realtà si tratta di uno dei brani più belli e stupefacenti dell’intera discografia deandreiana.

Come si diceva in precedenza, il lato B ha tutt’altro registro ma, nonostante questo, è in assoluta linea di continuità con la prima facciata. E se le prime quattro canzoni ci hanno raccontato la frantumazione del pubblico, le quattro successive passano a quella del privato.
“Mégu megùn”, primo brano scritto con Ivano Fossati e dove ritorna la lingua franca di “Crêuza de mä”, si muove proprio in questa direzione.
Il testo si snoda in una lunga e ossessiva lamentela del protagonista (una specie di malato immaginario dei tempi odierni) contro il suo medico (letteralmente la traduzione di “Mégu megùn” è “Medico medicone”), colpevole di volerlo alzare dal letto. La sua smania di restarsene sotto le coperte fingendosi malato nasce dalla paura, dal terrore di qualsiasi contatto con la gente, quella che fa domande, quella sporca, quella che ruba soldi.
Per l’appunto un frammento intimista e privato di una società a pezzi, incapace di parlarsi, dominata dalla paura dell’altro, refrattaria a qualsiasi incontro e confronto.

Il brano successivo è “La nova gelosia”, raffinato rifacimento di una canzone tradizionale napoletana. La “gelosia” sarebbe la persiana nuova, che impedisce all’innamorato di scrutare l’amata. Un’ennesima nuvola, un’ennesima imposizione. Un ennesimo ostacolo posto al raggiungimento (o anche solo alla visione) della bellezza.

Penultima traccia del disco è la splendida “’A çimma”, scritta con Ivano Fossati e vero capolavoro in lingua genovese di Fabrizio De André, in assoluto il momento più dolce, arioso e disteso del disco.
Descrizione della preparazione di un piatto tipico della cucina ligure, la cima alla genovese, è in assoluto uno dei vertici novecenteschi della poesia dell’umile e del quotidiano, quel filone così potente e importante nella nostra tradizione letteraria contemporanea che dai crepuscolari, passando per Saba, arriva a De André.
C’è un amore, una delicatezza, un lirismo in punta di penna e mai esasperato nel descrivere il rituale della preparazione che, ad ascoltarla, quasi si spezza il cuore e si piegano le ginocchia:

Ti t’adesciàe ‘nsce l’èndegu du matin
ch’à luxe a l’à ‘n pè ‘n tera e l’àtru in mà

(Ti sveglierai sull’indaco del mattino/ quando la luce ha un piede in terra e l’ altro in mare)

ti t’ammiàe a ou spègiu de ‘n tiànnin
ou cè s’ammia a ou spègiu da ruzà
ti mettiâe ou brûgu rèdennu’nte ‘n cantùn

(ti guarderai allo specchio di un tegamino / il cielo si guarda allo specchio della rugiada/ metterai la scopa (di saggina) usata (usurata, indurita) in un angolo)
che se d’à cappa a sgùggia ‘n cuxin-a stria
a xeùa de cuntà ‘e pàgge che ghe sùn
‘a cimma a l’è za pinn-a a l’è za cùxia

(che se dalla cappa scivola in cucina la strega/ a forza di contare le paglie che ci sono / la cima è già piena è già cucita)
Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa

(Cielo sereno terra scura/ carne tenera non diventare nera/ non ritornare dura)

Il quotidiano più semplice e immenso, l’amore per le cose piccole, vere e genuine. Forse l’unica salvezza alla dissociazione del mondo.
Così come salvezza può essere la fantasia, il ritorno alla più sfrenata e sregolata immaginazione.
“Monti di Mola”, brano di chiusura del disco, ennesimo omaggio innamorato di De André alla Sardegna e cantato in lingua gallurese, parla infatti di un amore impossibile tra un giovane uomo della Costa Smeralda e un’asina bianca. Impossibile non per differenza di specie, ma per puro vizio burocratico: un attimo prima delle nozze, che l’intero paese aveva organizzato, si scopre che i due erano cugini, e quindi impossibilitati a unirsi in matrimonio.
Una beffa finale assurda e stralunata.
Un ultimo monito amaro e sofferto a ricordarci come forse pure nella fantasia, in questo mondo osceno in cui viviamo, sia negato il lieto fine.
Eppure una salvezza, autentica e potente, c’è, esiste. Ed è resistere come la ginestra leopardiana, non piegarsi alle nuvole e seguire quella “direzione ostinata e contraria” a cui De André, sei anni più tardi, dedicherà il suo ultimo e inarrivabile capolavoro.

(continua)

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