“Come una specie di sorriso” – 8/ “Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?” (“Storia di un impiegato”, 1973)

I temi e le urgenze degli anni caldissimi della contestazione, in parte già trattati da De André, sia pur sotto forma di allegoria, ne “La Buona Novella”, ritornano prepotentemente, e stavolta in maniera diretta e frontale, in “Storia di un impiegato”, uscito nel 1973 ancora per la Produttori Associati.
La squadra è la stessa di “Non al denaro non all’amore né al cielo”, ovvero Roberto Dané in produzione, Nicola Piovani a curare arrangiamenti e direzione d’orchestra, e Giuseppe Bentivoglio come coautore dei testi. Ma stavolta il risultato è un disco irrisolto e problematico, certamente importante nel senso più assoluto del termine, ma a tratti contraddittorio e incapace di nascondere una lavorazione complicata e travagliata.
Il primo a esprimere un giudizio tutt’altro che benevolo sull’album fu proprio lo stesso De André, che ebbe a dichiarare: “quando è uscito volevo bruciare il disco. Era la prima volta che mi dichiaravo politicamente e so di aver usato un linguaggio troppo oscuro, difficile, so di non essere riuscito a spiegarmi”.
Al di là del palese eccesso di autocritica del cantautore (sui cui motivi torneremo in seguito), al momento della sua uscita l’album fu pesantemente stroncato sia dalla critica sia da buona parte del pubblico, tanto da destra quanto da sinistra.
Per cogliere le ragioni di tanta acredine, prima di entrare nello specifico del disco e delle canzoni, è opportuno aprire una necessaria parentesi e calarci nel particolarissimo contesto di quegli anni.
Quella del ’68 era stata una contestazione di respiro mondiale, sostanzialmente allegra, spontanea, libertaria, molto meno ideologica di quanto si possa pensare, aperta e piena di speranza. Cinque anni dopo, all’affacciarsi di “Storia di un impiegato”, lo scenario è radicalmente mutato, soprattutto in Italia. In mezzo c’è stata piazza Fontana, l’inizio della stagione delle bombe e della strategia della tensione, i cupi e tetri anni di piombo sono già in pieno corso, la logica della violenza diffusa e della lotta armata sta per palesarsi in tutto il suo cieco furore. Lo scontro sociale si è radicalizzato al punto da investire e coinvolgere ogni aspetto del quotidiano, compresa la musica, l’arte in genere, il ruolo e la funzione dell’intellettuale e dell’artista.
“Storia di un impiegato”, come tantissime altre opere prodotte in quegli anni, fu anzitutto “vittima degli eventi”, ovvero travolto dal gigantesco equivoco in cui per oltre un decennio rimase intrappolata gran parte della sinistra extraparlamentare, quella confusione tra pubblico e privato che finì per negare qualsiasi valore a quest’ultimo a favore di un’idea di collettivizzazione generale tanto astratta quanto deleteria. A rileggerle oggi, tante di quelle critiche possono suonare assurde, ma in anni in cui si finì per ritenere illegittimo che dischi e concerti avessero un costo, per pretendere che l’artista fosse di proprietà pubblica e popolare e quindi dovesse lavorare ed esibirsi gratis, in cui si finì per considerare un delitto lo scrivere canzoni intimiste e lontane da grandi temi civili e di massa (ricordiamoci che fu in quel contesto che avvenne lo scandaloso “pubblico processo” a Francesco De Gregori, “reo” di aver scritto “Buonanotte fiorellino”), quella era la norma quotidiana.
La maggior parte degli attacchi infatti riguarda il disco in sé, le sue qualità narrative e specificatamente musicali, solo marginalmente. È il suo non essere “ortodosso” nella fedeltà alla linea il vero capo d’accusa, il non usare esplicitamente le parole d’ordine dei centri propulsivi della contestazione, il non essere “produttivo”, e quindi non utile, per il movimento.
Ma a De André si contesta anche altro, in particolare le sue origini alto borghesi (come se gran parte della contestazione non avesse la stessa origine sociale). L’accusa di aver preteso di scrivere un album politico con lo sguardo (e il linguaggio) reazionario e individualista di un borghese è non a caso l’accusa più frequente e ripetuta. Fino ad arrivare alle parole di Giorgio Gaber, che contro “Storia di un impiegato” lanciò una celebre invettiva: “un linguaggio da liceale che si è fermato a Dante, che fa dei bei termini ma non si capisce se è extraparlamentare o liberale”.

In tempi recenti l’album è stato ampiamente rivalutato, fino a essere ritenuto da molti (ma non da De André, che ha di fatto mantenuto inalterato negli anni il giudizio tranchant della prima ora) uno dei migliori lavori di tutta la discografia del cantautore genovese. E brani come “La canzone del maggio”, “Il bombarolo” e “Nella mia ora di libertà” sono tornate colonne sonore di molte manifestazioni di piazza.
Ma tanto le picconate degli anni settanta quanto le eccitate rivalutazioni a posteriori, sono letture ben poco equilibrate che non aiutano per niente una reale e profonda comprensione del disco.
La verità infatti, come spesso accade, sta nel mezzo. Vale a dire che siamo davanti a un lavoro, come si diceva all’inizio problematico e irrisolto, specchio dell’inizio di una profonda crisi, esistenziale e artistica, di De André, e che per questo finisce inevitabilmente per alternare autentiche perle a passaggi caotici e poco riusciti.

La parte più critica e complicata riguarda proprio i testi e l’impianto narrativo.
Il disco, che per la quarta volta ripropone la struttura del concept album, racconta la storia di un impiegato che, ispirato dagli avvenimenti del maggio francese, decide di abbandonare la sua vita borghese fatta di perbenismo, bigottismo e paura, per darsi anch’egli alla lotta e alla contestazione, ma in maniera assolutamente individualista e violenta.
Ma è proprio quella compattezza che presuppone il concept, e che soprattutto ne “La Buona Novella” e in “Non al denaro non all’amore né al cielo” aveva raggiunto vette altissime di granitica unità narrativa e tematica, a vacillare e a non essere pienamente centrata.
Il problema è all’origine del lavoro. De André progettava da tempo un album “politico”, ma nelle sue intenzioni avrebbe voluto essere, ovviamente, un disco incentrato sull’anarchismo, ovvero su quei presupposti ideologici che saranno sempre alla base del suo pensiero.
Ma Giuseppe Bentivoglio, coautore dei testi, era viceversa intriso di ortodossia marxista. Così “Storia di un impiegato” prese forma al termine di lunghissime discussioni in cui si cercò – impresa impossibile – di trovare una sintesi tra anarchia e comunismo, ovvero di conciliare l’inconciliabile.
Una distonia di cui il disco per forza di cose risente in negativo, finendo per essere inevitabilmente, in più di un passaggio, contraddittorio e irrisolto.
Fin troppo evidente, in più parti, è questa fatica di costruzione, questo eccesso di produzione a tavolino: versi a volte troppo calcolati e soppesati, spesso macchinosi e pesanti (quello stile “oscuro” lamentato dallo stesso De André), lontani sia dalla grandezza lirica de “La Buona Novella” sia dalla freschezza immediata e ispiratissima di “Non al denaro non all’amore né al cielo”. E l’architettura narrativa dell’intera storia risulta in più passaggi eccessivamente fredda e schematica, con una chiave di lettura fin troppo a “teorema”.
Non è un certo un caso che i testi migliori siano quelli degli unici due brani non politici dell’album, ovvero la disperatamente allucinata meditazione intima e privatissima della “Canzone del padre” e la splendida, indimenticabile e toccante “Verranno a chiederti del nostro amore”.

Dal punto di vista musicale, la strada battuta è sempre e ancora quella del progressive rock, con uno schema che riproduce quello di “Non al denaro non all’amore né al cielo”, ovvero un tema principale ripreso e sviluppato in più tonalità e accenti nel corso dell’album. Ma non mancano novità sostanziali e determinanti, prima fra tutte l’uso insistito del sintetizzatore, un vero e proprio unicum nella discografia deandreiana.
Il maestro Piovani in questo caso accentua ed esaspera lo sperimentalismo, e alla linea essenzialmente folk-rock dell’album precedente (qui presenti esclusivamente nella “Canzone del maggio” e nella linea melodica de “Il bombarolo”) sostituisce sonorità e contaminazioni country e western e una orchestrazione più articolata e complessa.
Ma il risultato finale non è poi tanto diverso da quello raggiunto dai testi. Vale a dire che a trovate sinceramente sorprendenti e assolutamente geniali si alternano passaggi ridondanti e autoreferenziali, con una partitura che in generale sembra più adatta a una narrazione cinematografica che a un disco. Non certo un caso, visto che negli anni a venire Piovani troverà proprio nelle colonne sonore il suo mezzo d’espressione più compiuto e felice.
In definitiva anche nella musica manca quel collante che aveva reso capolavori gli album precedenti, e l’impressione, confermata dai lavori successivi, è che tutte queste scollature siano il segno dell’inizio dello spegnersi di una vena creativa, quella del progressive, seguita e sperimentata dai tempi di “Tutti morimmo a stento”.

Ad aprire il disco è “Introduzione”, una rapidissima overture il cui attacco strumentale è costituito da quel tema centrale che, in evoluzione e sviluppo, sarà ripreso più volte nel corso dell’album fino a costituirne la linea guida. Il breve testo (appena cinque versi) introduce il personaggio dell’impiegato, presentato mentre osserva gli studenti ribelli del 1968 (“Lottavano così come si gioca/ i cuccioli del maggio era normale”).
Ma il protagonista-narratore lascia subito la scena. Con un repentino “jump-cut”, e con una musica che senza stacchi ci porta nel passaggio più tradizionalmente deandreiano del disco, il punto di vista diventa quello collettivo degli studenti in rivolta. È la celeberrima “Canzone del maggio”, dove gli studenti, ricordando in rapida sequenza gli avvenimenti del ’68, si rivolgono rabbiosamente a chi alla lotta non ha partecipato, e quindi anche all’impiegato:

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio,
se la paura di cambiare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre millecento…
Anche se voi vi credete assolti
siete per sempre coinvolti.

La narrazione veloce, epica e paratattica, ricalca le architetture narrative più tipiche del De André degli esordi, ma il contenuto apertamente politico, privo di simbologie e allusioni, è una novità assoluta. Il brano, nel testo e nella musica, è liberamente ispirato a “Chacun de vous est concerné”, canto originale del maggio francese di Dominique Grange, all’epoca della lavorazione del disco ricercata e latitante, e quindi irreperibile per le questioni legate ai diritti d’autore. Fu il produttore Roberto Dané, tramite il vignettista Georges Wolinski (una delle vittime del tragico e recente attentato alla redazione di Charlie Hebdo), a rintracciarla. E la cantautrice non volle alcun compenso, regalando di fatto il brano a De André.
La strofa finale, oltre al refrain in cui si ribadisce l’accusa eterna agli indifferenti, viene sottolineato che la lotta non è affatto finita. Anzi, è solo all’inizio:

E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare,
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Le parole della “Canzone del maggio” sono la molla che fa scattare nell’impiegato il desiderio di cambiare, di passare dall’immobilismo all’azione. Dopo le sue parole nel prologo e dopo quelle degli studenti, il terzo brano, “La bomba in testa”, è il confronto tra i due punti di vista, in quell’eccesso di schematicità “a teorema” che è uno dei punti più deboli del disco.
L’incedere veloce della “Canzone del maggio” rallenta di colpo riprendendo il tema della “Introduzione”, ulteriormente dilatato da un cantato lento e pausato, in un botta e risposta per cui a ogni strofa di riflessione dell’impiegato sulla propria vita ne corrisponde un’altra in cui sono riportate le istanze degli studenti, con la separazione tra i due mondi sottolineata da improvvise accelerazioni musicali di atmosfera da gangster movie:

…e io contavo i denti ai francobolli
dicevo “grazie a Dio” “buon Natale ”
mi sentivo normale
eppure i miei trent’anni
erano pochi più dei loro
ma non importa adesso torno al lavoro.

Cantavano il disordine dei sogni
gli ingrati del benessere francese
e non davan l’idea
di denunciare uomini al balcone
di un solo maggio, di un unico paese.

Alla fine del confronto si compie la sua formazione rivoluzionaria. Che però, come già accennato in precedenza, non ha nulla del collettivismo movimentista. Al contrario, si traduce in una violenta rabbia solitaria che lo porta a sognare di piazzare un ordigno esplosivo a un immaginario ballo cui partecipino tutte le incarnazioni dei miti e dei valori borghesi:

Ormai sono in ritardo per gli amici
per l’olio potrei farcela da solo
illuminando al tritolo
chi ha la faccia e mostra solo il viso
sempre gradevole, sempre più impreciso.

E l’esplosivo spacca, taglia, fruga
tra gli ospiti di un ballo mascherato,
io mi sono invitato
a rilevar l’impronta
dietro ogni maschera che salta
e a non aver pietà per la mia prima volta.

La canzone successiva, “Al ballo mascherato”, è il racconto del sogno. Musicalmente il momento più sorprendente del disco (un’ariosa, travolgente e irriverente atmosfera da balera), si risolve in una carrellata spietata di ipocrisie borghesi, cui l’impiegato sogna di togliere la maschera. Il testo è uno dei più immediati e spontanei del disco, con quella struttura “a parata” particolarmente congeniale a De André, già vista in numerose altre occasioni (“Recitativo”, “Via della Croce”, “Dormono sulla collina”… ). Tutti quelli che lo hanno intimorito, che lo hanno costretto all’obbedienza e al silenzio, vengono colpiti inesorabilmente dalla bomba. Dai miti della religione a quelli della cultura, fino ad arrivare alle icone familiari:

Cristo drogato da troppe sconfitte
cede alla complicità
di Nobel che gli espone la praticità
di un’eventuale premio della bontà.
Maria ignorata da un Edipo ormai scaltro
mima una sua nostalgia di natività,
io con la mia bomba porto la novità,
la bomba che debutta in società,
al ballo mascherato della celebrità.

Dante alla porta di Paolo e Francesca
spia chi fa meglio di lui:
lì dietro si racconta un amore normale
ma lui saprà poi renderlo tanto geniale.
E il viaggio all’inferno ora fallo da solo
con l’ultima invidia lasciata là sotto un lenzuolo,
sorpresa sulla porta d’una felicità
la bomba ha risparmiato la normalità,
al ballo mascherato della celebrità.

Mio padre pretende aspirina ed affetto
e inciampa nella sua autorità,
affida a una vestaglia il suo ultimo ruolo
ma lui esplode dopo, prima il suo decoro.
Mia madre si approva in frantumi di specchio,
dovrebbe accettare la bomba con serenità,
il martirio è il suo mestiere, la sua vanità,
ma ora accetta di morire soltanto a metà
la sua parte ancora viva le fa tanta pietà,
al ballo mascherato della celebrità.

Il sogno prosegue in “Sogno numero due”. Per la seconda volta, dopo il “Recitativo” di “Tutti morimmo a stento”, incontriamo un brano interamente recitato, sottolineato da una base ritmica (che riproduce, come in un film, il battito del cuore) alternata da parti orchestrali che sviluppano il tema centrale.
L’impiegato è adesso processato da un giudice che però gli svela come la strage perpetrata altro non sia che un favore al sistema. Il potere borghese, che lo seguiva sin dalla nascita come segue tutti i suoi sudditi, trasforma l’accusa in ringraziamento per aver eliminato vecchi residui che infastidivano il potere stesso. E il giudice lo informa come egli ha usato correttamente tutti gli strumenti della legge: ha infatti deciso, governato e disposto dell’altrui libertà.
Un tema, quello della disumanità – e della criminalità celata – della legge, tra i più ricorrenti in De André sin dagli esordi. Eppure qui il risultato non è felice come altrove: il testo si arrotola su sé stesso, non evoca ma spiega, in sottolineature continue e ridondanti.
Quando però l’ossessione ritmica si scioglie finalmente in un adagio, il sogno prosegue nella splendida “Canzone del padre”, primo vero e autentico capolavoro del disco.
Prendendo in sogno il posto del padre ucciso al ballo, l’impiegato si abbandona alla disperante riviviscenza di una vita lancinante fatta di illusioni e delusioni, tragiche e assurde difese della propria inesistente integrità e rispettabilità, del proprio denaro, delle proprie inutili proprietà:

Ho investito il denaro e gli affetti,
Banca e famiglia danno rendite sicure.
Con mia moglie si discute l’amore,
Ci sono distanze, non ci sono paure;
Ma ogni notte lei mi si arrende più tardi,
Vengono uomini, ce n’è uno più magro,
Ha una valigia e due passaporti,
Lei ha gli occhi di una donna che pago.
Commissario io ti pago per questo,
Lei ha gli occhi di una donna che è mia.
L’uomo magro ha le mani occupate,
Una valigia di ciondoli, un foglio di via.

Non ha più la faccia del suo primo hashish,
È il mio ultimo figlio, il meno voluto,
Ha pochi stracci dove inciampare,
Non gli importa d’alzarsi, neppure quando è caduto.
E i miei alibi prendono fuoco,
Il Guttuso ancora da autenticare,
Adesso le fiamme mi avvolgono il letto,
Questi i sogni che non fanno svegliare.
Vostro Onore, sei un figlio di troia,
Mi sveglio ancora e mi sveglio sudato,
Ora aspettami fuori dal sogno,
Ci vedremo davvero, io ricomincio da capo.

L’agghiacciante resoconto non lascia scampo. Fatti i conti con le proprie immondizie morali, con una moglie non amata (con cui l’amore “si discute” e non si fa), tradita con una prostituta (“lei ha gli occhi di una donna che paga”), con un figlio abbandonato a sé stesso, sente i suoi alibi borghesi sgretolarsi. E allora decide di passare dal sogno alla realtà, e di lanciare veramente la sua personale vendetta a quel potere che lo ha costretto a quell’inferno.
Assieme alla “Canzone del maggio”, il brano che segue, la famosissima “Il bombarolo”, è quella più in linea con il repertorio di De André, specie con alcune canzoni delle origini. Anche nel testo si ritrova quel sarcasmo e quell’ironia sferzanti più volte incontrate nei lavori precedenti.
Con un incedere irresistibile, e il solito impianto narrativo sviluppato per rapide sequenze e versi brevi, collegati da rime semplici e immediate, il brano racconta, con un tono tra il grottesco e l’apocalittico, la preparazione dell’attentato:

Chi va dicendo in giro
che odio il mio lavoro
non sa con quanto amore
mi dedico al tritolo,
è quasi indipendente
ancora poche ore
poi gli darò la voce
il detonatore.

Il mio Pinocchio fragile
parente artigianale
di ordigni costruiti
su scala industriale
di me non fara mai
un cavaliere del lavoro,
io son d’un’altra razza,
son bombarolo.

È questa, dal punto di vista “politico”, la domanda più importante e profonda del disco: chi è il vero assassino? L’impiegato, la cui bomba è solo un “parente artigianale/ di ordigni costruiti/ su scala industriale” o il potere, autore e complice di stragi di ben altra portata?
Concetto ribadito con maggior forza più avanti:

Potere troppe volte
delegato ad altre mani,
sganciato e restituitoci
dai tuoi aeroplani,
io vengo a restituirti
un po’ del tuo terrore
del tuo disordine
del tuo rumore.

Ma l’azione estrema di questo “trentenne disperato/ se non del tutto giusto/ quasi niente sbagliato” è destinata alla più tragicamente comica delle conclusioni:

C’è chi lo vide ridere
davanti al Parlamento
aspettando l’esplosione
che provasse il suo talento,
c’è chi lo vide piangere
un torrente di vocali
vedendo esplodere
un chiosco di giornali.

Un esito grottesco che si fa metafora del fallimento delle velleità rivoluzionarie.
Alla fine, in maniera imprevedibile e magistrale, riprende di nuovo il tema dell’overture, in un crescendo che poi si stempera nel pianoforte meraviglioso e sublime della più grande perla contenuta nell’album, “Verranno a chiederti del nostro amore”.
Nell’economia della storia, è una sorta di lettera che l’impiegato, ormai in carcere, scrive alla moglie. Ma è una canzone così forte e toccante da essere universale e da andare ben oltre i confini di questa storia. Non a caso, l’unico brano del disco a essere rimasto nel repertorio live di De André nei decenni successivi.
Straordinaria, commovente e straziante meditazione sui fallimenti della fine di un amore, è qualcosa che si pone esattamente a metà strada tra una carezza e un pugno, tra dolore e rimpianto, tra nostalgia e ineluttabilità della crudeltà del nostro vivere.
Un urlo in cui anzitutto si difende gelosamente il proprio vissuto dagli attacchi di chi, come un avvoltoio, non aspetta altro che un nostro dolore, un nostro fallimento, per gettarvisi sopra e distruggerci ciò che di bello è stato. Perché è sempre bello essersi avuti, anche se quel “per sempre” è stata solo ipocrisia dei primi tempi, anche se poi ci si è detestati. Perché, come lo stesso Faber ricorderà in un’altra splendida canzone, “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”:

Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a chiederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta

non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell’amore
dopo l’amore così sicure a rifugiarsi nei “sempre”
nell’ipocrisia dei “mai”

non sono riuscito a cambiarti
non mi hai cambiato lo sai.

Il crescendo melodico, che al pianoforte unisce un’impetuosa chitarra classica, ci porta all’ultima, splendida strofa, dove l’addio si consuma senza più rancore, ma solo con la constatazione della nostra eterna fragilità di uomini:

Ma senza che gli altri non ne sappiano niente
dimmi senza un programma dimmi come ci si sente
continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito
farai l’amore per amore
o per avercelo garantito,

andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro
senza chiederti come mai,

continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai.

Una domanda, “continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai”, che è come se venisse posta a ognuno di noi. E ai grigiori delle nostre esistenze.
Il disco si chiude con “Nella mia ora di libertà” che musicalmente, in quelle strutture circolari tanto care a De André, ricalca la linea della “Canzone del maggio”. In una struttura di effettiva uguaglianza come la prigione, la maturazione dell’impiegato compie lo scatto decisivo, e la sua coscienza da individualista si fa collettiva.
Nel testo troviamo passi del più classico De André-pensiero, a partire dall’incipit con la rivendicazione della propria dignità di individuo:

Di respirare la stessa aria
di un secondino non mi va
perciò ho deciso di rinunciare
alla mia ora di libertà
se c’è qualcosa da spartire
tra un prigioniero e il suo piantone
che non sia l’aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione.

Per proseguire poi con la denuncia della negazione di pietà per i carcerati:

Fuori dell’aula sulla strada
ma in mezzo al fuori anche fuori di là
ho chiesto al meglio della mia faccia
una polemica di dignità
tante le grinte, le ghigne, i musi,
vagli a spiegare che è primavera
e poi lo sanno ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera.

E con la constatazione che il potere è disumano non solo in certi casi estremi, ma in quanto tale:

Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.

Per arrivare al ribaltamento tra la “legge ingiusta” del potere e quella sacrosanta degli uomini:

Ci hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame.

E per concludersi con il decisivo passaggio dall’io al noi, con una ripresa non solo musicale, ma anche testuale, della “Canzone del maggio”:

Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va
abbiamo deciso di imprigionarli
durante l’ora di libertà
venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone
che vi ripete un’altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete lo stesso coinvolti.
Per quanto voi vi crediate assolti
siete lo stesso coinvolti.

Un’ultima nota, in chiusura. Per anni certa critica si è divertita a rincorrere l’identità della donna cui De André avrebbe dedicato “Verranno a chiederti del nostro amore”, mettendo sul piatto ogni genere di ipotesi. Finché, anni fa, il figlio Cristiano ha raccontato che la canzone è stata scritta per la madre Puny Rignon, prima moglie di Faber con cui, proprio ai tempi di “Storia di un impiegato”, si stava separando.
Non è così importante saperlo. Lo abbiamo scritto solo per ricordare che, in definitiva, l’unica cosa che conta è che questa canzone sia stata scritta.
E che noi possiamo ancora commuoverci ascoltandola.

(continua)

#comeunaspeciedisorriso
#storieRiccardoLestini

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