“Come una specie di sorriso” – 14/ “Umbre de muri, muri de mainé” (“Crêuza de mä”, 1984)

Capita a volte che i più limpidi e indiscutibili capolavori nascano come autentiche follie, talmente controcorrente rispetto alle regole e alle consuetudini del tempo da risultare, al momento del loro concepimento, molto più che un azzardo, molto più che una sfida alle logiche più elementari di produzione e, soprattutto, di ricezione da parte del pubblico.
È il caso di “Crêuza de mä”, pubblicato dalla casa discografica Ricordi nel 1984, ovvero quando ancora la locuzione “musica etnica” era totalmente confinata nei perimetri angusti dell’ultra nicchia, affare esclusivo di cultori ed estimatori, destinato al solo mercato regionale o, addirittura, provinciale.
La stessa direzione della Ricordi si dimostrò assai più che perplessa davanti alla proposta di un album interamente cantato in lingua ligure. Si temeva ovviamente un sonoro flop commerciale, ma non solo. Si pensava che l’album, sulla carta così distante dal resto della produzione di De André (e da tutta la musica italiana e non di media e alta risonanza), potesse risultare indigesto ai suoi stessi fedelissimi, e che anche il suo pubblico più affezionato avrebbe finito per voltargli le spalle.
E probabilmente, se non fosse stato De André a proporre un simile lavoro, ovvero un artista già al culmine del successo e già ritenuto autentico “mostro sacro” del cantautorato italiano, il progetto sarebbe stato cassato senza troppi pensieri. Per fortuna, nonostante la totale trasgressione di ogni regola del mercato discografico del tempo, la Ricordi decise comunque di rischiare.
Andò a finire che al di là di ogni previsione, quelle stesse leggi del mercato che si credevano scientifiche e immutabili, furono letteralmente annientate dal genio assoluto di De André, che riuscì nel miracolo di comporre un album straordinario, un lavoro al tempo stesso stupendamente complesso e stupendamente popolare, al punto da riscuotere un successo travolgente sia di critica sia di pubblico.
Anche la critica più reticente, quella che bersagliava il cantautore genovese dai tempi di “Storia di un impiegato”, dovette arrendersi e inchinarsi davanti alla grandezza di questo disco.

Un capolavoro, si diceva. Assieme a “La Buona Novella” e al più tardo “Anime Salve”, “Crêuza de mä” costituisce il trittico discografico dei lavori più alti e compiuti della parabola artistica di Fabrizio De André.
Si è più volte detto e ripetuto come De André sia l’autore per eccellenza delle narrazioni “circolari”, che ritornano laddove erano partite. Ebbene, “Crêuza de mä” è la suprema chiusura del cerchio, la conclusione di un ciclo. L’artista, nato menestrello e cantastorie tra i randagi e i disperati dei carrugi di Genova, partito per un lungo viaggio che lo ha portato via via a essere chansonier esistenzialista, cantore di un cristianesimo più autentico e trasgressivo, poeta politico e invettivo, a ballare in un saliscendi vertiginoso dagli echi medievali e provenzali fino all’America di Dylan e Masters, a fuggire nella remota Sardegna travestendo i banditi della Barbagia da pellerossa, con questo disco torna a casa, torna in quel non luogo universale tra via del Campo e il porto, dove bocca di rosa, la candida vecchia contessa, i quattro pensionati mezzo avvelenati e i mille papaveri rossi si eternano definitivamente in una trasfigurazione totale e sorprendente.

La lingua di questo disco è impossibile e impensabile. Per comodità la chiamiamo genovese, oppure ligure per estensione, o ancora lingua del genovesato, vale a dire l’intero territorio che anticamente delimitava la repubblica di Genova. Ma in realtà si tratta di un idioma bastardo, una vera e propria lingua franca, comune alle principali città di mare dell’area mediterranea, retaggio di antichi traffici mercantili che in Genova trovarono il loro centro propulsore. Una lingua stupendamente elastica e malleabile, mistura incredibile di arabo, turco, greco, spagnolo, inglese e francese.
La storia della cultura italiana è piena zeppa di artisti grandiosi, ma pochi, pochissimi, sono quelli che hanno avuto la forza e la grandezza di inventare o reinventare un linguaggio.
Fabrizio De André, con “Crêuza de mä” si colloca a pieno titolo tra questi pochi eletti.
E non parliamo soltanto di lingua verbale. “Crêuza de mä” inventa e reinventa anche la lingua musicale del Mediterraneo, mescolando, grazie all’apporto determinante del genio del maestro Pagani, coautore di tutti i brani del disco, echi e sonorità etniche, strumenti inusuali quali mandole, viole e plettro, melodie popolareggianti e ancestrali e trovate incredibilmente complesse, sofisticate e sublimi.
C’era stato lo scimmiottamento irriverente del bolognese in “Carlo Martello”, il tedesco maccheronico di “Dolce luna”, il sardo di “Zirichiltagghia” e “Ave Maria”, il napoletano di “Avventura a Durango”, c’erano stati gli stornelli, le tarantelle, i ritmi da balera e il folk americaneggiante. Anche e soprattutto in questo si chiude un cerchio, e “Crêuza de mä” diventa vertice e punto terminale di una pulsione e di una ricerca da sempre vibranti in quelle corde miracolose.
Tutti motivi che fanno di “Crêuza de mä” non solo l’apice del percorso di un grande artista, ma una pietra miliare, uno spartiacque decisivo e definitivo dell’intera storia della musica. Una di quelle opere spaventose che incutono timore e rispetto, obbligando chiunque a confrontarcisi.

Quasi tutti gli album di De André, concept o meno, si caratterizzano per una forte unità tematica, sia testuale sia musicale. Per quanto riguarda “Crêuza de mä” il problema nemmeno si pone. C’è il mare, il tema del viaggio, i marinai, gli Ulisse corsari che da secoli solcano le onde scossi da smania di vita e nostalgia di morte, le sonorità arcane e primordiali, frammenti di uno spazio immenso che dal nord Africa arriva sino ai Balcani e alla Turchia, che rendono l’intero disco molto più che compatto, molto più che unitario.
E c’è questa lingua, come detto non semplicemente un dialetto, piuttosto una lingua universale del viaggio e della povertà, di quel popolo minuto, disperato e pieno di luce, cantato da De André sin dagli esordi. E ovviamente c’è Genova, che per forza di cose conserva la sua forte connotazione, quel suo essere liricamente brutale e aspramente dolce, ma è anche, simbolicamente, ogni luogo, ogni città, ogni paese, ogni partenza e ogni approdo, porto dell’universo e ombelico del mondo per eccellenza.
De André e Pagani costruiscono un’architettura assolutamente perfetta, sette brani senza confini, incatenati e diluiti l’uno nell’altro, dove ogni singola parola, ogni spazio bianco, ogni singola nota, ogni respiro, ogni silenzio risultano necessari e indispensabili, dove togliere anche solo un secondo dell’intero minutaggio farebbe crollare ogni cosa. Uno specchio dell’amalgama perfetta tra De André e Pagani. Più che un incontro, un ritorno inevitabile. Ex PFM, Pagani non faceva già più parte del gruppo durante il celebre tour con De André, ma era stato, assieme a “I Quelli”, tra gli strumentisti che avevano accompagnato il cantautore nelle sessioni di registrazioni de “La Buona Novella”.

Apre il disco la splendida e immensa title track, introdotta dai rumori del caotico mercato di Genova, uno strumento anch’esso, capace di creare attraverso una strana armonia senza note un colore, un’atmosfera, un mondo, poco dopo sostenuta da un assolo di gaida (una specie di cornamusa usata dai pastori traci).
Poi irrompe la melodia, e con essa il canto:

Umbre de muri muri de mainé
dunde ne vegnì duve l’è ch’ané
da ‘n scitu duve a l’ûn-a a se mustra nûa
e a neutte a n’à puntou u cutellu ä gua
e a muntä l’àse gh’é restou Diu
u Diàu l’é in çë e u s’è gh’è faetu u nìu
ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria
a a funtan-a di cumbi ‘nta cä de pria.

(Ombre di facce facce di marinai/ da dove venite dov’è che andate/ da un posto dove la luna si mostra nuda/ e la notte ci ha puntato il coltello alla gola/ e a montare l’asino c’è rimasto Dio/ il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido/ usciamo dal mare per asciugare le ossa dall’Andrea/ alla fontana dei colombi nella casa di pietra)

Sono dunque i marinai i protagonisti della canzone, eterni viaggiatori, emblema stesso del viaggio, cittadini di ogni dove e ovunque stranieri.
Basta ascoltare questa prima strofa per capire come la lingua ostica e ostile non sia per nulla una barriera. Al contrario e paradossalmente, soprattutto su chi non la conosce, su chi ne è distante anni luce, spalanca suggestioni sonore infinite. Senza legami allo stretto significato, ci si abbandona a un significante magico, a una musicalità pastosa e penetrante che ci culla e ci trasporta, con la stessa dolcezza e la stessa paura delle onde del mare:

E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi
emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi
finché u matin crescià da puéilu rechéugge
frè di ganeuffeni e dè figge
bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä.

(E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli/ emigranti della risata con i chiodi negli occhi/ finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere/ fratello dei garofani e delle ragazze/ padrone della corda marcia d’acqua e di sale/ che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare)

Nota puramente linguistica: come riportato in tutte le edizioni del canzoniere di De André, “creuza” è qui impropriamente tradotto come “mulattiera”, mentre in realtà, nel genovesato, la “creuza” sarebbe una sorta di corrispettivo suburbano del carrugio, una strada non asfaltata che corre tra due muri delimitando le proprietà, e che termina inabissandosi nel mare.

Segue “Jamin-a”, probabilmente la più bella ode mai dedicata a una prostituta.
Jamin-a (Jamina) è al tempo stesso bocca di rosa e la graziosa di via del Campo, la pubblica moglie della città vecchia e la bambola del re dei topi, sintesi e superamento al tempo stesso di tutte le traviate dagli occhi troppo belli. Rispetto alle altre composizioni, l’idioma popolare permette di caricare poesia e lirismo – senza minimamente appesantirli né renderli grotteschi – di una carnalità grondante erotismo. C’è sudore, passione ancestrale e animalesca, primordiale mistero uterino di rabbia e desiderio, corpo vertiginoso e terrigno dipinto da sonorità greche e arabeggianti.
Come spiegò lo stesso De André, Jamina non è un sogno, ma una tregua dal mare in tempesta, l’oasi del marinaio sempre in bilico tra acqua e terra, tra vita e morte, rifugio e speranza:

Lengua ‘nfeuga Jamin-a
lua de pelle scûa
cu’a bucca spalancà
morsciu de carne dûa
stella neigra ch’a lûxe
me veuggiu demuâ
‘nte l’ûmidu duçe
de l’amë dû teu arveà

(Lingua infuocata Jamina/ lupa di pelle scura/ con la bocca spalancata/ morso di carne soda/ stella nera che brilla/ mi voglio divertire/ nell’umido dolce/ del miele del tuo alveare)

In “Sidùn” tono e registro cambiano drasticamente. Dedicata alla tragedia di Sidone, città palestinese del Libano allora teatro di ripetuti e sconsiderati massacri a opera dell’esercito israeliano, è introdotta dalle voci di Ronald Reagan e Ariel Sharon, con il sottofondo del rumore dei carri armati.
Ennesimo canto antimilitarista, ennesimo canto per i morti innocenti, “Sidùn” è un’altra sintesi e un altro superamento di echi ricorrenti in tutta la produzione del cantautore: dentro troviamo il dramma di Piero, la tragedia del Sand Creek e, soprattutto, essendo un canto di dolore dove in prima persona una madre si dispera per la morte del figlio, troviamo Maria ai piedi del Cristo morente. Uno dei più alti vertici musicali e poetici dell’intera produzione deandreiana:

U mæ ninin u mæ
u mæ
lerfe grasse au su
d’amë d’amë
tûmù duçe benignu
de teu muaè
spremmûu ‘nta maccaia
de staë de staë
e oua grûmmu de sangue ouëge
e denti de laete
e i euggi di surdatti chen arraggë
cu’a scciûmma a a bucca cacciuéi de baë
a scurrï a gente cumme selvaggin-a
finch’u sangue sarvaegu nu gh’à smurtau a qué
e doppu u feru in gua i feri d’ä prixún
e ‘nte ferie a semensa velenusa d’ä depurtaziún
perchè de nostru da a cianûa a u meü
nu peua ciû cresce ni ærbu ni spica ni figgeü
ciao mæ ‘nin l’eredítaë
l’è ascusa
‘nte sta çittaë
ch’a brûxa ch’a brûxa
inta seia che chin-a
e in stu gran ciaeu de feugu
pe a teu morte piccin-a.

(Il mio bambino il mio/ il mio/ labbra grasse al sole/ di miele di miele/ tumore dolce benigno/ di tua madre/ spremuto nell’afa umida/ dell’estate dell’estate/ e ora grumo di sangue orecchie/ e denti di latte/ e gli occhi dei soldati cani arrabbiati/ con la schiuma alla bocca/ cacciatori di agnelli/ a inseguire la gente come selvaggina/ finché il sangue selvatico/ non gli ha spento la voglia/ e dopo il ferro in gola i ferri della prigione/ e nelle ferite il seme velenoso della deportazione/ perché di nostro dalla pianura al modo/ non possa più crescere albero né spiga né figlio/ ciao bambino mio l’eredità/ è nascosta/ in questa città/ che brucia che brucia/ nella sera che scende/ e in questa grande luce di fuoco/ per la tua piccola morte)

“Sinàn Capudàn Pascià”, che apre la seconda facciata, racconta la vera storia di Scipione Cigala, nobile genovese catturato dai mori e che poi, per aver salvato la vita al Sultano, si convertì all’Islam e divenne gran Visir.
La canzone è una sorta di confessione del protagonista, il quale racconta di non essere affatto cambiato intimamente, ma di essere rimasto quello di sempre, ovvero uno spudorato opportunista, un pesce che sta a galla quando tutto va bene e si nasconde nel fondale appena fiuta il pericolo. Un canto ironico e beffardo, che nel divertente refrain riprende un canto tradizionale marinaresco, si configura come una sferzata, non solo degna ma superiore alle grottesche invettive delle origini (“Carlo Martello”, “Il fannullone”, “Il testamento”), contro il mito dello scalatore sociale, accecato dal potere e dal denaro.

Dopo questo viaggio speculare – la tragedia di “Sidùn” e la farsa di “Sinàn” – nel mondo arabo e medio orientale, il disco torna a Genova nelle due tracce successive, “’Â pittima” e “’Â duménega”.
La prima è una geniale e caustica novella con al centro un turpe esattore di debiti privati (la “pittima” in genovese è, per l’appunto, lo scagnozzo dello strozzino), che lamentandosi della sua precaria condizione fisica che gli impedisce di fare altri lavori, rivendica con orgoglio il suo mestiere meschino.
La seconda è una ballata popolare (come racconta Pagani, nata dalla sfida del polistrumentista di scrivere un pezzo “alla De André”) finemente impreziosita dal mandolino di Franco Mussida della PFM e racconta, ancora in maniera ironica, il rito della passeggiata domenicale che anticamente il comune di Genova concedeva alle prostitute. Al ritmo travolgente della musica, il testo si risolve in un’irresistibile carrellata di “bravi” e “onesti” borghesi che commentano il passaggio delle prostitute con finto moralismo o urlando sconcezze, quando in realtà, proprio come il vecchio professore della “Città Vecchia”, sono tutti loro clienti abituali durante la settimana, quando le donne lavorano confinate nel buio dei più malfamati quartieri.

Ultima traccia dell’album è la splendida e commovente “D’ä mæ riva”, struggente canto d’addio di un marinaio che saluta la sua innamorata al momento di imbarcarsi per un nuovo viaggio:

D’ä mæ riva
sulu u teu mandillu ciaèu
d’ä mæ riva
‘nta mæ vitta
u teu fatturisu amàu
‘nta mæ vitta
ti me perdunié u magún
ma te pensu cuntru su
e u so ben t’ammìi u mä
‘n pò ciû au largu du dulù
e sun chi affacciòu
a ‘stu bàule da mainä
e sun chi a miä
tréi camixe de vellûu
duì cuverte u mandurlín
e ‘n cämà de legnu dûu
e ‘nte ‘na beretta neigra
a teu fotu da fantinn-a
pe puèi baxâ ancún Zena
‘nscià teu bucca in naftalin-a.

(Dalla mia riva/ solo il tuo fazzoletto chiaro/ dalla mia riva/ nella mia vita/ il tuo sorriso amaro/ nella mia vita/ mi perdonerai il magone/ ma ti penso contro sole/ e so bene stai guardando il mare/ un po’ più al largo del dolore/ e son qui affacciato/ a questo baule da marinaio/ e son qui a guardare/ tre camicie di velluto/ due coperte e il mandolino/ e un calamaio di legno duro/ e in una berretta nera/ la tua foto da ragazza/ per poter baciare ancora Genova/ sulla tua bocca in naftalina)

E il disco finisce, o meglio ricomincia, proprio lì dove era iniziato. La prima traccia ci aveva raccontato il rientro dei marinai e l’ultima ci parla di un marinaio che riparte. Dal ritorno a Genova alla partenza da Genova, dall’ennesimo ritrovarsi all’ennesimo separarsi.
L’eterno mito di Ulisse e la stessa vita di De André, da Genova eternamente in fuga e a Genova per sempre incatenato. Con in mezzo la splendida, inquietante e azzurrissima via del mare, con le sue Penelope in attesa e le sue Circe fatali, i suoi ciclopi da ingannare e i suoi canti di sirene, col suo grido di libertà e anarchia e il suo eterno ricondurti al punto di partenza.
Perché non esiste viaggio che non nasca dalla voglia straziante di tornare a casa.

(continua)

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