“Come una specie di sorriso” – 12/ “Ma versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete, ho fame” (“Fabrizio De André e PFM in concerto”, 1979-1980)

Nel grande fermento artistico e culturale degli anni ’60-’70, l’Italia della musica, rispetto ad altre realtà, era stata fortemente penalizzata da un asfissiante provincialismo. Che non era soltanto mancanza di mezzi per competere e imporsi nel mercato internazionale, ma anche e soprattutto una questione di mentalità.
Generalmente poco umili e quasi sempre gelose del proprio orticello, le “star” nostrane non amavano troppo i confronti, visti sempre come invasioni di campo, preferendo strade autoreferenziali e conservative, arroccate nelle loro piccole corti con i propri codazzi di fedelissimi.
L’unicità assoluta di Fabrizio De André consiste anche in un atteggiamento che è sempre stato diametralmente opposto a quello della maggior parte dei musicisti dell’epoca. Anziché chiudersi nel proprio mondo e nella ripetizione all’infinito di sé stesso, sin dagli esordi De André aveva sempre cercato compagni di viaggio (tanto nomi noti quanto autentici sconosciuti) con cui condividere l’esperienza creativa, un alter ego con cui confrontarsi. E rinnovarsi continuamente.
Solo grazie a questa predisposizione all’apertura continua erano state possibili tutte quelle “spericolate” sperimentazioni che avevano reso De André, oltre che un mostro sacro, un caso unico nel panorama musicale italiano.
All’estero, specie nel mondo anglosassone, le collaborazioni, sotto ogni forma o modalità, erano invece all’ordine del giorno. Progetti comuni, album pensati e realizzati insieme, grandi tournée, giganti che si prestavano come semplici strumentisti nei dischi di colleghi famosi o no, backstage affollati di musicisti per ascoltare la musica degli altri, comparsate estemporanee e non previste sul palco (alcune di queste diedero vita a jam session improvvisate e indimenticabili, in qualche occasione pure registrate su supporti di fortuna, come nel caso di Hendrix e Morrison che senza averlo programma salgono sul palco di Johnny Winter in un club di Los Angeles).
La PFM, una delle più straordinarie rock band del tempo (non solo italiana), non a caso tra le pochissime realtà musicali dello stivale ad avere un respiro internazionale, condivideva e sposava in pieno questo tipo di mentalità.
Inevitabile che, prima o dopo, la strada del gruppo e quella di De André andassero a incrociarsi.
In realtà con alcuni di loro una collaborazione c’era già stata. Il maestro Reverberi, come abbiamo visto, per incidere l’album capolavoro “La Buona Novella”, aveva a tutti i costi voluto “I Quelli”, gruppo beat che all’epoca collaborava con Battisti e di cui facevano parte Di Cioccio, Mussida e Premoli, vale a dire lo zoccolo duro della futura PFM.
Ma per quanto importante, si era trattata di una collaborazione estemporanea e brevissima, limitata alle sole sessioni in studio. L’idea che venne al batterista Franz Di Cioccio nell’estate del 1978 era di ben altro tipo e ben altro respiro. Si trattava di unire il più grande cantautore con il più grande gruppo rock del tempo, una spettacolare tournée in cui fondere due modi completamente diversi di concepire ed eseguire le canzoni.
L’intera PFM si recò così in Sardegna per proporre il progetto a De André, il quale ne fu subito entusiasta. E il tutto si svolse in tempi rapidissimi. Furono previsti trentatré concerti tra dicembre 1978 e febbraio 1979, e si decise che l’intera scaletta sarebbe stata composta da brani del repertorio di De André riarrangiati di modo da renderli conformi allo stile della PFM.

Il risultato di questo lavoro è un qualcosa che va molto oltre lo straordinario. Oltre ad aver dato vita a concerti di rara bellezza, oltre ad essere stati pionieri e aver aperto una strada – quella della collaborazione – oggi diventata anche in Italia una consuetudine, il lavoro fatto nel giro di pochi mesi sugli arrangiamenti di un repertorio così complesso è assolutamente incredibile e miracoloso, al punto che, pur non essendo un disco di inediti, il doppio album tratto da quell’indimenticabile tournée va per forza di cose inserito nelle tappe fondamentali della discografia tanto di De André quanto della PFM, al pari – e in certi casi in misura maggiore – degli altri 33 giri. Oltre che bello, un disco importante, una pietra miliare imprescindibile della storia della musica italiana (e non solo).
Non era certo impresa facile dare una nuova veste a brani già all’epoca leggendari senza snaturarli, senza fargli perdere la loro essenza e la loro più viva autenticità.
Fu soprattutto il chitarrista Franco Mussida, oltre a selezionare i pezzi da inserire in scaletta, a lavorare sugli arrangiamenti. Senza intaccare melodia e ritmica, lavorò principalmente sulle armonie, modificando quelle originali e creandone di nuove. L’operazione non solo riuscì alla perfezione, ma le invenzioni geniali degli straordinari musicisti della PFM seppero addirittura migliorare gli originali, esaltando ancora di più la magia della voce e delle parole di De André. Con l’aggiunta, per tutti i brani più classici e noti, di splendide introduzioni capaci di creare un senso straniante di disorientamento, introducendo l’ascoltatore e lo spettatore in un mondo, in un clima, in un’atmosfera, ma senza dargli modo di capire, per qualche decina di secondi, di quale canzone si trattasse.
Faber, dal canto suo, lasciò a quei mostri sacri carta bianca in materia musicale. E con straordinaria umiltà seppe riconoscerne la bellezza al punto da conservare quegli arrangiamenti per tutte le esibizioni live degli anni a venire.

La tournée, annunciata dalla stampa come l’evento dell’anno e preceduta da un’attesa e una curiosità spasmodiche, e i due dischi tratti da questa esperienza ebbero anche grandissimo successo commerciale. Nonché gli elogi, pressoché unanimi, di tutta la critica, facendo ricredere anche i più scettici. Il provincialismo di cui si parlava prima, non riguardava infatti soltanto gli artisti, ma anche i critici, che erano soliti vedere le collaborazioni (abbiamo visto nei capitoli precedenti come certa stampa reagì alla collaborazione dello stesso De André con De Gregori) non come un arricchimento, ma come un deterrente, un segnale di crisi e impoverimento dell’artista.
Canzoni come “Bocca di Rosa” e “Via del Campo”, entrambe accompagnate da introduzioni da antologia, un crescendo irresistibile la prima, un attacco di percussioni quasi accarezzato la seconda, tornarono letteralmente a nuova vita, rivitalizzate e con un’energia capace di traghettarle con forza intatta verso i decenni successivi.
Indimenticabili anche le versioni di altri grandi classici come “Un giudice” (velocizzata al punto da renderla irresistibile e vorticosa), “La canzone di Marinella” e, soprattutto, “La guerra di Piero”, dove in particolare le tastiere di Flavio Premoli le danno uno spessore musicale immenso e inimmaginabile. Per non parlare di “Amico fragile”, già sontuosa nella versione originale, resa addirittura epica, con alcuni passaggi che nulla hanno da invidiare ai migliori Pink Floyd. Spazio ebbero anche, come in tutte le esibizioni dal vivo di De André, i brani de “La Buona Novella”, in questi due dischi rappresentati dalle ultime due tracce del secondo volume, “Maria nella bottega di un falegname” e l’immancabile “Il testamento di Tito”, arricchita di un’anima rock che conserverà fino all’ultimo tour del 1998.
Ma la vera canzone simbolo di tutto questo lavoro è senza dubbio la versione scatenata e irresistibile de “Il pescatore”, non a caso pubblicata anche come singolo. La rapidissima e travolgente introduzione, il refrain che sostituisce il fischiettio della versione originale con un “lalalallalalala” corale e aperto, il violino impazzito di Lucio Fabbri, gli assoli percussionistici di Di Cioccio, sono la dimostrazione di come una canzone di appena quattro minuti può diventare un’autentica sinfonia.

Il primo volume del live (contenente “Bocca di Rosa”, “Andrea”, “Giugno ’73”, “Un giudice”, “La guerra di Piero”, “Il pescatore”, “Zirichiltagghia”, “La canzone di Marinella”, “Volta la carta” e “Amico fragile”), pubblicato a tour appena concluso e con un grandioso successo di vendita (ben 33 settimane in classifica), raggiunge vette di perizia e perfezione tecniche praticamente uniche nello scenario discografico italiano. Il volume 2 (con “Avventura a Durango”, “Sally”, “Verranno a chiederti del nostro amore”, “Rimini”, “Via del Campo”, “Maria nella bottega di un falegname” e “Il testamento di Tito”), pubblicato un anno dopo sull’onda del successo del primo, presenta registrazioni meno perfette e meno curate.
Ma la magia resta inalterata.
Perché questo fu questo strambo e gigantesco matrimonio: una magia, una di quelle magie che, ogni tanto e vivaddio, accadono davvero.

(continua)

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