“Come una specie di sorriso” – 10/ “Evaporato in una nuvola rossa” (“Volume 8”, 1975)

Se vista in retrospettiva, la carriera di Fabrizio De André risulta nettamente divisa in due fasi, due momenti che pur se in assoluta continuità tra loro si distinguono in maniera lampante, sia per stile musicale che per modalità di scrittura.
Di questi due momenti il trasferimento in Sardegna, avvenuto come dicevamo a cavallo tra il 1974 e il 1975, fu il grande spartiacque, la linea di demarcazione. Un nuovo inizio sotto ogni aspetto, la luce ritrovata in fondo al tunnel di una crisi profonda e lacerante in cui era intrappolato dai tempi della lavorazione di “Storia di un impiegato”.
Simbolo e primo risultato di questa rinascita fu “Volume 8”, scritto con la collaborazione di Francesco De Gregori, album complesso e misterioso che si impone prepotentemente all’interno della discografia di De André come uno dei lavori più alti e riusciti. Disco di confine, concepito e assemblato in un’esistenziale e astratta terra di mezzo tra un prima e un dopo, non riconducibile né al “primo” né al “secondo” De André, eppure totalmente imparentato con entrambi. E proprio qui risiedono il suo mistero e la sua bellezza, nel suo essere esplosione di contrari che per qualche strana alchimia si armonizzano in una fluidità magica e indimenticabile.
Inclassificabile e unico, “Volume 8” è tutto e niente, è spudoratamente e sfacciatamente De André senza essere De André. Non è un concept, non vi è la minima traccia di una storia, di un tema o di una linea musicale comune tra i brani, eppure trasuda inspiegabilmente una compattezza granitica per cui nessuna canzone può separarsi dalle altre.
Oggetto inafferrabile, sfugge non solo a qualsiasi classificazione, ma anche e soprattutto a qualsiasi tentativo di spiegarlo razionalmente. Impone la resa, la rinuncia a spiegarlo e la rassegnazione a limitarsi alla più pura e stupefatta contemplazione.

Oggi la critica è unanime nel ritenere questo album uno dei più importanti non solo di De André, ma di tutta la musica italiana. Ma non è stato sempre così. Anzi, al momento della sua uscita fu sonoramente stroncato così come era avvenuto per i precedenti “Storia di un impiegato” e “Canzoni”.
Le critiche più pesanti, che poi furono la maggior parte, lessero “Volume 8” come l’attestazione definitiva della crisi di De André, lasciando intendere che il cantautore avesse dovuto ricorrere a De Gregori per salvare una vena creativa e una carriera ormai al capolinea. Non solo non seppero cogliere la grandezza e la raffinatezza (musicale e testuale) del disco, la cui complessità poteva anche sfuggire nell’immediato, ma non furono in grado nemmeno di vedere l’ovvio, ovvero la reciprocità del sodalizio con De Gregori, per cui se il contributo del cantautore romano era stato certo determinante per la realizzazione dell’album, allo stesso modo fondamentale era stato l’apporto di De André nella stesura di “Rimmel”, uscito quasi in contemporanea e che però, a differenza di “Volume 8”, stava riscuotendo un coro unanime di consensi.
Come al solito, la mano più pesante fu quella della cosiddetta “critica militante”. Come abbiamo visto parlando di “Storia di un impiegato”, il clima inquieto ed estremo di quegli anni faceva sì che ogni discussione, anche quella più afferente a dimensioni strettamente private, fosse radicalizzata in senso politico, e come anche la recensione di un disco venisse caricata di significati altri.
Così a far finire De André nel mirino di certe accuse non era tanto la qualità dei suoi lavori, quanto altre questioni, in particolare la “colpa” di provenire da una ricca famiglia alto borghese e di non essersi sufficientemente allineato alle istanze del movimento.
Ma nelle critiche mosse a “Volume 8” entrò prepotentemente, fino a far sparire qualsiasi discorso strettamente inerente al disco, un’altra questione. Il 1975 fu infatti non solo l’anno del trasferimento in Sardegna, ma anche quello in cui De André, dopo anni di ripetute richieste e continui corteggiamenti, si decise finalmente a esibirsi dal vivo.
Anche questa fu una decisione epocale, il segno ulteriore – e gigantesco – di quel momento di passaggio tra due momenti fortemente distinti della sua carriera. Fino a quel punto, De André non aveva soltanto sempre rifiutato qualsiasi invito a intraprendere un’attività concertistica, ma lo aveva categoricamente escluso anche per il futuro. Non per vezzo, né per volontà di creare chissà quale alone di mistero attorno al suo personaggio. Piuttosto, per un autentico terrore da palcoscenico.
A pensarci oggi, col senno di poi, sapendo quale livello di perfezione abbia raggiunto, quali esibizioni leggendarie abbia regalato De André dal vivo, sembra quasi impossibile che i concerti possano essere stati uno scoglio psicologico così difficile da superare. Ma tant’è. Leggenda vuole che in quel mitologico debutto, datato 18 marzo 1975, alla “Bussola” di Viareggio, dietro le quinte, prima di andare in scena, De André fu colto da un gigantesco attacco di panico. E fu solo grazie a Paolo Villaggio e Marco Ferreri, che di fatto gli fecero da balia, se riuscì a convincersi a suonare.
Ebbene fu proprio quel primo tour, dove come band ad accompagnarlo scelse i New Trolls (che oltre ad essere grandiosi musicisti, nonché tra i massimi esponenti di quel sound progressive di cui i concept di Faber erano stati i risultati più alti, avevano già collaborato con De André per il loro primo album, “Senza orario senza bandiera”), a finire nel tritacarne della critica militante, molto più di “Volume 8” e dei due album precedenti.
Su tutto, valga quanto scritto nel “Libro bianco sul pop in Italia”, pubblicato nel 1976 dalla Arcana, casa editrice musicale di controcultura e di area extraparlamentare per eccellenza: “Dall’aria triste e meditabonda, Fabrizio De André ha svolto negli anni passati il ruolo di cantautore impegnato ma non troppo, denunciando situazioni in cui difficilmente si è trovato se non a livello emotivo. Borghese di nascita, di adozione e di intenti, rifiutava di esibirsi in pubblico fino a quando le vendite dei suoi dischi hanno subito un tracollo: allora si è esibito alla Bussola prima di confrontarsi con tutti coloro che avevano sprecato tempo ad ascoltar le sue lagne. Le migliori esibizioni dei suoi pezzi si ascoltano sulle spiagge e sui monti, quando un chitarrista che conosce due accordi vuol consolare l’amico di una sbronza finita male”.
Critiche simili furono lanciate in quegli stessi anni a quasi tutti i cantautori. Guccini ad esempio reagì scrivendo in risposta la celebre “Avvelenata” (dove c’è il famoso attacco a Riccardo Bertoncelli – “tanto ci sarà sempre, lo sapete/ un musico fallito, un pio, un teoreta, un Bertoncelli, un prete/ a sparare cazzate” – il critico musicale “guru” dell’Arcana e della controcultura). De Gregori, che subì forse l’attacco più grave di tutti (un processo in piena regola durante un concerto), pensò addirittura di abbandonare la musica (e per un paio di anni lo fece davvero, trovando un impiego presso una libreria del centro di Roma). La reazione di De André fu invece quella del confronto diretto: nonostante i suoi rapporti con l’Autonomia non furono mai facili (a partire da una questione puramente ideologica, essendo lui tenacemente anarchico), più volte interruppe lui stesso i concerti alle prime avvisaglie di contestazione, prestando il microfono agli autonomi e discutendo con loro per ore.

Tornando a “Volume 8”, come dicevamo all’inizio non si tratta di un concept album. Anzi, è il prodotto più lontano dalla stessa idea di concept dell’intera discografia di De André. Musicalmente parlando non c’è alcuna linea comune tra i brani, nessun tema melodico o sinfonico ricorrente o variamente sviluppato, ma si tratta piuttosto di un collage dei generi e degli stili più diversi e disparati accostati senza soluzione di continuità. Dal rock folk scarno e ruvido di “La cattiva strada” alla complessità sinfonica di “Amico fragile”, passando per la lentezza ipnotica dominata dal puro cantato di “Giugno ’73” e l’apparente semplicità di ballata ‘sporcata’ da flauti e violini in crescendo di “Oceano”.
Un saliscendi che spiazza, disorienta, a tratti quasi disturba. Ma che, come già sottolineato, da qualche parte e in qualche modo riesce magicamente a essere un tutt’uno, come e forse più di un concept. Il lavoro di Dané in fase di produzione (qui forse al suo apice) e gli arrangiamenti affidati al grande Tony Mimms (per la prima volta tra i collaboratori di De André), compiono il miracolo di compattare un materiale così eterogeneo e rendere la successione delle canzoni consequenziale e inevitabile.

Discorso che si ripete identico per i testi. Dall’autobiografia spudorata di “Amico fragile” e “Giugno ’73” alla più classica sfilata di randagi de “La cattiva strada”, dall’ermetico affresco storico di “Storie di ieri” alla vacuità dei valori borghesi di “Canzone per l’estate”. Un mosaico vertiginoso (quattro canzoni scritte a quattro mani, una cover, due dal solo De André e una dal solo De Gregori) che però, per qualche strano artificio che non riusciamo a cogliere fino in fondo, si armonizza e si giustifica lasciandoci a bocca aperta.
Ma forse il segreto di “Volume 8”, se di segreto si tratta, ciò che lo rende così misteriosamente straordinario e unico, così incomprensibilmente compatto, è tutto nell’alchimia creatasi in pochissimo tempo tra i due “mostri sacri”, De André e De Gregori.
E per provare non dico a comprenderlo, ma quanto meno ad avvicinarci al mistero, è indispensabile conoscere la natura, il modus operandi in cui si concretizzò questa improvvisa e strepitosa collaborazione.
Non fu certo il classico lavoro a quattro mani, fatto di incontri programmati, discussioni, prove, tentativi, confronti, aggiustamenti, così come era stato con Bentivoglio e Piovani per i dischi precedenti. E del resto è assai difficile, per non dire impossibile, pensare a due artisti puri, due personalità così forti come De André e De Gregori, seduti a tavolino a programmare razionalmente la struttura di un disco. Sarebbe assurdo e i risultati, molto probabilmente, catastrofici.
È De Gregori a raccontare, anni dopo, il singolare sistema di lavoro con cui diedero vita a “Volume 8” (e a “Rimmel”): “Passammo quasi un mese da soli nella sua bellissima casa in Gallura, davanti ad una spiaggia meravigliosa dove peraltro credo che non mettemmo mai piede: in quel periodo avevamo tutti e due delle storie sentimentali assai burrascose ed era più o meno inverno. Fabrizio beveva e fumava tantissimo e io gli stavo dietro con un certo successo. Giocavamo a scacchi, a poker in due: ogni tanto prendevo il suo motorino e me ne andavo in giro per chilometri. Al mio ritorno spesso lo trovavo appena alzato che girava per casa con la sigaretta e il bicchiere e la chitarra in mano e che aveva buttato giù degli appunti, degli accordi. Era uno strano modo di lavorare il nostro: non ci siamo mai messi seduti a dire «Adesso scriviamo questa canzone». Semplicemente integravamo e correggevamo l’uno gli appunti dell’altro, certe volte senza nemmeno parlarne, senza nemmeno incontrarci magari, perché lui dormiva di giorno e lavorava di notte e io viceversa. Le musiche ci venivano abbastanza facilmente – Fabrizio era un eccezionale musicista – e le registravamo su un piccolo registratore a pile. Così vennero fuori “La cattiva strada”, “Canzone per l’estate”, “Oceano”…”.
Una scientifica anarchia compositiva in cui risiede tutto il segreto, e il senso, di questo capolavoro.

Ad aprire il disco è “La cattiva strada”, un classico folk rock alla Bob Dylan prima maniera, chitarra acustica nuda e cruda ed appena tre accordi. Dal punto di vista musicale, per De André, un terreno del tutto nuovo e al tempo stesso conosciutissimo.
Di canzoni “minime”, costruite cioè su pochi e semplici accordi, con una predominanza quasi assoluta della chitarra acustica, abbonda il repertorio delle origini, i 45 giri della Karim e il disco d’esordio “Volume I” (si pensi, ad esempio, a “La guerra di Piero”, “Il testamento”, “Il pescatore”… ), ma l’ascendenza e il punto di riferimento erano le sonorità francesi degli chansoniers d’oltralpe, rotonde e ricche pur nella loro sobria semplicità. Qui lo sguardo va oltreoceano, alla lezione di Brassens si sostituisce quella di Dylan e al folk medievaleggiante subentra quello americano, ruvido e graffiante. In questo senso, “Via della povertà”, cover di “Desolation row” di Bob Dylan pubblicata in “Canzoni” l’anno precedente, de “La cattiva strada” rappresenta il vero e proprio prodromo.
Per il testo medesimo discorso. Per tema trattato e per struttura ritroviamo elementi tipici e ricorrenti in tutto De André: le imposizioni morali come vera prigione dell’anima, la necessità di imparare la giustizia dall’errore diretto e non in maniera astratta e dottrinale. Appare inoltre chiaro il riferimento a Dostoevskij (autore amatissimo e letto e studiato per tutta la vita da De André), nello specifico a “I fratelli Karamazov”, il passaggio in cui Cristo ritorna sulla terra e finisce processato come eretico dall’Inquisizione: “ad un processo per amore/ baciò le bocche dei giurati/ e ai loro sguardi imbarazzati/ rispose “Adesso è più normale/ adesso è meglio, adesso è giusto, è giusto che io vada”. Il tutto incorniciato nella più classica architettura delle ballate deandreiane, con una narrazione ellittica, per cui a ogni strofa corrisponde un mutato scenario spaziale e temporale.
Ma lo stile di scrittura è radicalmente diverso dal solito e vira verso un registro estremamente ermetico e allusivo, difficilmente interpretabile in senso, diciamo così, “classico”, abbondante di metafore e riferimenti spesso oscuri. Una poesia pura e analogica, che frantuma la narrazione logico-consequenziale in immagini che si susseguono per corrispondenze, nella più libera associazione di idee.
Uno stile (che, perfezionato e approfondito, si trasformerà di qui a qualche anno nel marchio di fabbrica del “secondo De André) in cui l’influenza di De Gregori giocò un ruolo assai più che determinante.

Segue “Oceano”, una canzone dedicata a Cristiano De André, nata quasi per caso, da una domanda che il giovanissimo Cristiano fece a De Gregori durante la lavorazione di “Volume 8”: “Francesco, ma perché Alice guarda i gatti?”.
“Oceano” è la personalissima risposta, di Fabrizio e Francesco, a questa immensa, semplicissima e disarmante domanda:

Ed arrivò un bambino con le mani in tasca
ed un oceano verde dietro le spalle
disse “Vorrei sapere, quanto è grande il verde
come è bello il mare, quanto dura una stanza
è troppo tempo che guardo il sole, mi ha fatto male”

Brano delicato e quasi sussurrato, dall’atmosfera vaga e rarefatta, incantata e fiabesca. Una sospensione musicalmente elementare solo all’apparenza, ma costruita con un sostegno orchestrale imponente e complesso.
Un impianto musicale che si ripete in “Storie di ieri”, scritta dal solo De Gregori e contemporaneamente pubblicata in “Rimmel” con alcune minime variazioni nel testo e negli arrangiamenti (la versione originale, che De Gregori avrebbe voluto inserire nel suo album precedente era stata scartata dalla RCA perché troppo esplicitamente “politica”).
È universalmente la versione interpretata da De Gregori in “Rimmel”, ma questa canzone – sulla cui stesura De André non mise mai mano – fu comunque molto importante per il cantautore genovese. Il brano parla della storia del fascismo nel dopoguerra, della sua trasformazione in MSI, in un’alternanza continua di piani temporali, in un dialogo ideale tra padre (che rappresenta il fascismo “storico”) e figlio (che rappresenta la minaccia attuale del neofascismo). Una canzone da cui De André trasse ispirazione per i suoi brani futuri di meditazione storico-politica (a partire da quelli presenti nell’album successivo, “Rimini”), dove non opterà più per uno schema narrativo palese e frontale (come era accaduto in “Storia di un impiegato”), ma per un racconto per immagini, sotto forma di metafora e allegoria.
Chiude la prima facciata del disco “Nancy”, cover di “Seems so long ago, Nancy”, di Leonard Cohen, brano ispirato alla tragica storia di una giovanissima suicida canadese. Per quanto l’arrangiamento proposto sia abbastanza fedele all’originale, rispetto all’altra celebre cover di Cohen proposta da De André (“Suzanne”, pubblicata in “Canzoni”), c’è uno scarto considerevole. Ovvero la tematica del suicidio, cruciale in tutta la sua prima produzione (da “La ballata del Miché” a “Preghiera in gennaio”), consente a De André di farla propria e di fornire un’interpretazione vocale personalissima. E stupefacente.

Ad aprire il lato B è “Giugno ’73”, una struggente canzone d’amore.
Scritta dal solo De André è una delle canzoni più apertamente autobiografiche di tutto il suo repertorio. Parla della fine di un amore complicato e controverso, una relazione con una donna di nome Roberta vissuta tra la fine del matrimonio con Puny Rignon e l’inizio della storia con Dori Ghezzi.
Come “Verranno a chiederti del nostro amore”, anche “Giugno ’73” è costruita come un epistola, ma a differenza della precedente gioca sul contrasto tra amarezza e sarcasmo:

Tua madre ce l’ha molto con me
perché sono sposato e in più canto
però canto bene e non so se tua madre
sia altrettanto capace a vergognarsi di me.

È l’incomunicabilità, il filo conduttore del testo, con la donna, una borghese perbene dell’alta società, frivola e mondana, che non riesce a comprendere la libertà dell’universo interiore di De André.
Ma nel finale l’ironia sparisce per lasciare il posto a una profonda meditazione sul significato ultimo di una separazione, per cui per quanto possa essere stata sbagliata e logorante una storia, è sempre un bene, un regalo straordinario, averla vissuta:

E tu aspetta un amore più fidato
il tuo accendino sai io l’ho già regalato
e lo stesso quei due peli d’elefante
mi fermavano il sangue
li ho dati a un passante.

Poi il resto viene sempre da sé
i tuoi “Aiuto” saranno ancora salvati
io mi dico è stato meglio lasciarci
che non esserci mai incontrati.

In fondo un altro modo per dire, come nel finale de “Il suonatore Jones”, “e ricordi tanti, e nemmeno un rimpianto”.

“Dolce luna” è la prima di una lunga serie di canzoni con l’acqua come elemento centrale (“Rimini”, l’intero “Creuza de ma”, “Dolcenera”), metafora di rinascita, rinnovamento, indefinito e sconfinato. Acqua e specchi d’acqua che diventeranno allo stesso modo fondamentali nell’universo poetico di De Gregori negli anni a venire (basti pensare a quell’immenso capolavoro che è il disco “Titanic”).
Qui, tramite una storia raccontata da un uomo alla sua donna, rivive l’eterno mito di Ulisse, traslato nei panni di un umile marinaio che, dopo una vita passata in mare tra corsari, tempeste e quotidiano rischio di morire, una volta costretto a terra rimpiange il tempo feroce e disgraziato passato in mare. Appunto, come Ulisse che nell’isola di Calipso, benché in compagnia della ninfa più bella del mondo e da lei reso immortale, aveva nostalgia della morte. E che una volta faticosamente tornato a Itaca tra le braccia di Penelope, smaniò ancora il mare, fino a imbarcarsi nel folle progetto del superamento delle colonne d’Ercole e trovare la morte.
Tutta la storia è funzionale alla critica dei valori piccolo borghesi. L’uomo infatti la usa per rinfacciare alla donna i capricci che contraddistinguono la vita borghese che lei vorrebbe, infinitamente piccola a confronto dell’immensità del mare:

E tu mi vieni a dire voglio un figlio
su cui potermi regolare
con due occhi qualunque e il terzo occhio inconfondibile e speciale
che non ti importa niente
se non riuscirà a nuotare
l’importante è che abbia sulla guancia destra
quella mia voglia di mare
e mi dici ancora che il mio nome
glielo devo proprio dare
ma non so testimoniare
io non so testimoniare.

Il tema dei triti valori della borghesia continua nel brano successivo, “Canzone per l’estate”.
Tra quelli scritti a quattro mani è quello dove è più chiaro capire chi ha fatto cosa. La struttura a “enumerazione”, nonché la scelta delle parole, tanto la sintassi quanto la morfologia, è deandriana fino al midollo, mentre la linea melodica, gli arpeggi solleticanti di chitarra sono assolutamente di De Gregori.
Ma al di là del gioco delle attribuzioni la canzone è assolutamente splendida, meditazione amarissima di un uomo benestante, in teoria senza più nulla da chiedere alla vita, che però ha smesso di sognare, si è seduto sul suo benessere imborghesendosi e ingrigendosi. E non trovando più il senso della sua vita. Il testo gioca nell’elenco di oggetti, suppellettili, odori e rumori a simboleggiare l’agio di una vita tranquilla, per poi esplodere in refrain alla fine di ogni strofa che è un autentico pugno nello stomaco:

Con tua moglie che lavava i piatti in cucina e non capiva
con tua figlia che provava il suo vestito nuovo e sorrideva
con la radio che ronzava
per il mondo cose strane
e il respiro del tuo cane che dormiva.
Coi tuoi santi sempre pronti a benedire i tuoi sforzi per il pane
con il tuo bambino biondo a cui hai donato una pistola per Natale
che sembra vera,
con il letto in cui tua moglie
non ti ha mai saputo dare
e gli occhiali che tra un po’ dovrai cambiare.
Com’è che non riesci più a volare?

Nel 2001 De Gregori riprese questo pezzo e, con un arrangiamento del tutto diverso (reso più arioso soprattutto dalla presenza del coro), lo incise nell’album “Amore nel pomeriggio”.

A chiudere “Volume 8” la monumentale “Amico fragile”, a detta dello stesso De André, insieme a “Il testamento di Tito”, la canzone più importante che abbia mai scritto.
Di sicuro la più autobiografica, la più tragicamente intima, grondante e sanguinante pezzi d’anima con sincerità spaventosa e disarmante. Una confessione che è al tempo stesso atto d’accusa, rivendicazione del proprio essere e grido di dolore.
Un brano straordinario e sublime, al tempo stesso elementare e complicatissimo. La musica è costruita su appena quattro accordi, due sul verso e due a introdurre il ritornello (a sua volta impreziosito da un celeberrimo riff). A renderla indimenticabile è però soprattutto il rapidissimo arpeggio che introduce ogni strofa: a suonarlo una chitarra folk, ma capace di creare un’atmosfera onirica e surreale da incubo sospeso che racchiude in brevissimi passaggi tutta la lezione del progressive rock. Quasi una sintesi, estrema e pazzesca, dell’intera e variegata storia musicale di De André.
La genesi di questo pezzo immortale, è abbastanza nota. A raccontarla, lo stesso De André: “Stavo ancora con la Puny, la mia prima moglie, e una sera che eravamo a Portobello di Gallura, dove avevamo una casa, fummo invitati in uno di questi ghetti per ricchi della costa nord. Come al solito, mi chiesero di prendere la chitarra e di cantare, ma io risposi -«Perché, invece, non parliamo?». Era il periodo che Paolo VI aveva tirato fuori la faccenda degli esorcismi, aveva detto che il diavolo esiste sul serio. Insomma a me questa cosa era rimasta nel gozzo e così ho detto: «Perché non parliamo di quello che sta succedendo in Italia?». Macché, avevano deciso che dovessi suonare.
Allora mi sono rotto le palle, ho preso una sbronza terrificante, ho insultato tutti e sono tornato a casa. Qui mi sono chiuso nella rimessa e in una notte, da ubriaco, ho scritto Amico fragile. La Puny mi ha stanato alle otto del mattino, non mi trovava né a letto né da nessuna parte, ero ancora nel magazzino che finivo di scrivere”.

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, “Se mi vuoi bene piangi ”
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo “Mi ricordo”:
per osservarvi affittare un chilo d’erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi.

De André, “evaporato in una nuvola rossa”, ha lo sguardo privilegiato di chi ancora “è più curioso” (e più avanti “meno stanco” e “più ubriaco”), ovvero ancora libero, non avvelenato dalla frivolezza, dal nulla opprimente, omologante e nullificante della società borghese, il coraggio disperato di chi ancora, pur nella decadenza del suo alcolismo e del suo disadattamento, resiste e rifiuta di partecipare a questo continuo e disumano festival del nulla, dove tutto sembra sempre andare bene, dove bocche spalancate ridono e sputano parole sempre più vuote, mentre il mondo annega nella morte più tetra.

E poi sospeso tra i vostri “Come sta”
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo “Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”
“Lo sa che io ho perduto due figli”
“Signora lei è una donna piuttosto distratta.”
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell’ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.
E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.

La tragedia del poeta, sempre e comunque “meno stanco”, è nella constatazione della fragilità dei rapporti umani, forse nell’inutilità di certi rapporti umani, ma al tempo stesso nella necessità spasmodica di averne, il bisogno di dialogo, contatto, comprensione e calore che si agita continuamente nel profondo dell’anima. Una tragedia che sfocia nel senso di vuoto davanti all’ennesima presa d’atto della superficialità di questi rapporti.
Estraneo a questa borghesia a cui lui comunque appartiene, e quindi estraneo anche a sé stesso, si rifugia nella pura dimensione del sogno, fantasticando sulla “ballerina di seconda fila”, e ovviamente nella musica, che come il volo dell’albatro di Baudelaire è il riscatto del reietto, dell’uomo rinnegato dai suoi simili, del maledetto incompreso e scacciato dalla società che lo ha generato.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a vederle spalancarsi la bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
Potevo chiedere come si chiama il vostro cane
Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.
E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.

Oltrepassati “litri e litri di corallo”, quella meraviglia dei fondali marini generati dalla testa di Medusa, raggiunto il luogo chiamato “arrivederci”, prorompe dalle corde della chitarra un urlo che riafferma ostinatamente la propria libertà, la propria irriducibile unicità, la propria incrollabile anarchia interiore.
Non sarò mai “più ubriaco di voi”, grida De André dall’alto del suo arrivederci etereo e incorporeo. Ma lì non resterà. “Amico fragile” non è la storia di una fuga dalla realtà, ma il racconto di una realtà che fa spesso male, che spesso è inaccettabile, che spesso costringe a separarsi da essa e a vomitarle addosso quintali di atti d’accusa, ma a cui è impossibile non tornare e da cui non si può, né si vuole, sottrarsi.
Un gigantesco elogio alla vita e alla lotta, che anche nella sconfitta, forse soprattutto nella sconfitta, trova il suo senso ultimo, che è non rinunciare, disperarsi e essere liberi.

(continua)

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