55 giorni – 40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata. 15/ “Eseguendo la sentenza” (via Caetani, l’epilogo)

Il gerundio tristemente più celebre della storia della repubblica appare in tutta la sua cupezza e perentorietà il 6 maggio, in un passaggio del Comunicato numero 9 (l’ultimo) delle BR:
“concludiamo la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza”
Un annuncio che si concretizza e si palesa tre giorni dopo, in via Caetani, esattamente a metà strada tra piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure, ovvero tra la sede della DC e quella del PCI.
Palcoscenico di quel teatro di morte, una Renault 4 rossa. Dentro, nel portabagagli, il cadavere di Aldo Moro, crivellato di colpi, seminascosto da una coperta, acciambellato in una posizione innaturale, la barba di un paio di giorni.
Il mutismo di quel corpo senza vita, che già sembra chiedere rispetto e gridare giustizia, è come se rimbalzasse e si facesse mutismo collettivo di un’intera nazione ferita e messa in ginocchio.
Oltre quel silenzio, poco altro. Forse niente.
Del resto nei cinquantacinque giorni precedenti è già stato detto e fatto tutto. Nei chilometri d’inchiostro versato, nel diluvio di parole profuso, tra le righe si è sempre parlato di Moro come fosse già morto. L’eventualità che da quell’inferno potesse uscire vivo, in pochi l’hanno realmente presa in considerazione. Così l’opinione pubblica all’apparire del suo cadavere non può che reagire col silenzio, quella morte è già stata metabolizzata e assorbita. Da qualcuno, forse, anche già smaltita e superata. La farsa del lago della Duchessa, venti giorni prima, ha anche scaricato e fatto detonare l’onda emotiva, l’indignazione e lo sgomento.
Così quel 9 maggio, in via Caetani, in quella scenografia dal rosso sangue della Renault 4, ci si limita a prendere atto dell’inevitabile. Se qualcuno ha davvero operato nell’ombra affinché accadesse proprio questo, vi è riuscito in pieno.
Per questo via Caetani, per quanto termine ultimo e definitivo di un’immane tragedia, resta un episodio molto più che defilato, molto più che in secondo piano. Tutto il resto di quei cinquantacinque giorni è stato sezionato, scandagliato ora per ora, minuto per minuto. Via Caetani no, anche nella memoria, nelle celebrazioni e nelle ricorrenze, scivola nel dimenticatoio, scolora nell’indefinito.
Il ricordo, l’emozione, lo sconcerto sono tutti assorbiti da via Fani e dagli episodi più eclatanti che sono seguiti, di cui via Caetani, e con lei quella Renault 4 rossa, non sono che la certificazione, la firma di un qualcosa già saputo e stipulato.
Di una morte annunciata, per l’appunto.

1.L’ultimo viaggio, l’ultimo giallo

Così di tutta la storia è proprio l’ultimo frammento, quello che accadde nella notte tra l’8 e il 9 maggio, l’ultimo viaggio del presidente, il segmento che non solo manca, ma che pare proprio non interessare nessuno. Perché, come si diceva, svuotati di sdegno, concentrati e risucchiati nei troppi enigmi e zone d’ombra susseguitisi a ritmo quotidiano nelle puntate precedenti.
Quasi come mancassero le forze, per via Caetani.
Le ricostruzioni, i racconti dei brigatisti, per altri episodi (a partire da via Fani) estremamente dettagliati, per le ultime ventiquattr’ore sono vaghi, fumosi, incerti, non concordi tra loro, imprecisi e contraddittori. Ma tendiamo a non farci caso, a ritenere trascurabile tutto ciò che accadde quella notte e quella mattina.
Eppure di cose da capire e chiarire ce ne sarebbero molte. A che ora e dove si consumò l’omicidio, ad esempio. Quanti colpi furono sparati. Chi materialmente sparò. Come (e quando) avvenne l’ultimo viaggio, che tragitto seguì la Renault 4. Cosa accadde tra l’abbandono dell’auto e la telefonata con cui Valerio Morucci comunicò al professor Franco Tritto, assistente di Moro, dove ritrovare il corpo dello statista.
Tutti aspetti non certo secondari, ma da quarant’anni intrappolati in un buco nero che si rifiuta di imporsi alla nostra attenzione.
Del resto c’è quel gerundio, “eseguendo”, a scrivere la parola fine sul nostro interesse, sulle nostre indagini, sui nostri dubbi e sui nostri perché. Cos’altro può essere successo che non sia accaduto già?, ci chiediamo. Se nelle ultime ventiquattr’ore di Moro ci sono stranezze esse si chiariranno e si spiegheranno in automatico facendo luce su tutto il resto, pensiamo.
Ma è proprio da quel gerundio che bisogna ripartire, da quel 6 maggio in cui viene pubblicato il Comunicato numero 9. Il tono è certo perentorio, margini per una soluzione differente del sequestro non sembrano proprio ravvisabili, nemmeno tra le righe. Ma non è la prima volta che le BR forzano la mano in questo senso: l’imminente morte di Moro era già stata dichiarata nel Comunicato numero 8, nel numero 7 avevano concesso allo Stato un ultimatum di due ore.
Questo significa che i giochi non sono ancora fatti, nemmeno il 6 maggio.
Il capolinea è dietro l’angolo, ma le BR sperano ancora di poter arrivare in extremis a quello scambio di prigionieri, a quel riconoscimento politico che è da sempre l’obiettivo principale di tutta la loro azione. E sperano non soltanto perché ingenuamente pensano che lo Stato non lascerà morire Moro, ma soprattutto perché in quei giorni qualcosa, molto più di qualcosa, si muove.
Giovanni Leone, presidente della repubblica, si dice “pronto con la penna in mano” per firmare la grazia a Paola Besuschio, la brigatista individuata da Craxi come possibile controparte nello scambio. Fanfani è determinato, il 9 maggio alla direzione della DC, a rompere la linea della fermezza all’interno del partito. Qualcosa di grosso sembra muoversi soprattutto nelle stanze vaticane, per intercessione diretta di papa Paolo VI.
Non solo. Come abbiamo visto c’è chi sostiene e racconta, con più di un riscontro effettivo, che la prigione di Moro fosse stata trovata. E che il 7 maggio fosse pronto, nascosto in una tenda della Croce Rossa, un commando d’assalto agli ordini del generale Dalla Chiesa per liberare il presidente, mentre altri agenti tenevano sotto controllo i movimenti dello stabile e uomini dei servizi segreti inglesi si erano insediati nell’appartamento sopra quello dei brigatisti, facendo evacuare gli inquilini.
Allora come, perché e soprattutto quando tutti questi canali palesi o sotterranei, veri o presunti, si interruppero di colpo e contemporaneamente?
Saperlo, o quanto meno riflettere e indagare in questa direzione, sarebbe di vitale importanza.
Perciò proviamo per un attimo a ragionare per assurdo e chiediamoci: e se la chiave di tutto il mistero fosse proprio in questo buco nero delle ultime ventiquattr’ore, in quel 9 maggio che ci rifiutiamo di considerare?
La domanda, semplice e terribile, è la base di due libri (“Morte di un presidente” e “L’ultima notte di Aldo Moro”) pubblicati negli ultimi tre anni da Paolo Cucchiarelli. Non un dietrologo, non un complottista, ma un grandioso giornalista d’inchiesta che, suffragato da una mole pazzesca di prove, fatti accertati e dati comprovati (alcuni dei quali totalmente inediti), partendo dalla convinzione della centralità dell’esecuzione nell’enigma Moro, disegna un tragitto d’indagine vertiginoso, un abisso che fa davvero paura.
Un abisso che però vale la pena seguire.
O quanto meno prendere in considerazione.

2.Acqua e sabbia

Il corpo di Moro, al suo ritrovamento (fatto confermato da ogni perizia), si presentava ben curato, muscolarmente tonico, lievemente abbronzato. Non esattamente il ritratto di un uomo che è rimasto cinquantacinque giorni in una celletta di pochi metri quadri, senza finestra, illuminata esclusivamente da una lampada, senza scrivania e senza spazio per camminare, costretto quindi prevalentemente a letto. Al contrario, quello di un uomo che è stato spesso all’aperto e che ha avuto modo di passeggiare a lungo.
Ma se così fosse, significherebbe che Moro non sarebbe stato rinchiuso nell’angusta prigione del popolo di via Montalcini, ma altrove, fuori dalla città, in una villa o in una rimessa con uno spazio esterno molto ampio. Oppure che via Montalcini sia stata solo una delle prigioni, ovvero che il presidente, almeno una volta nel corso del sequestro, sia stato spostato da un luogo all’altro.
Dal punto di vista logistico, un’autentica follia da parte dei brigatisti. Ma allora come spiegare le condizioni del corpo?
Con tutto che l’ipotesi della pluralità dei luoghi di detenzione, e soprattutto l’idea che Moro abbia avuto a disposizione spazi molto ampi (non solo dove passeggiare, ma anche una scrivania per scrivere la mole di documenti prodotti durante la detenzione), come abbiamo già visto, compaiono e vengono riproposte sin dalle primissime indagini.
A dare sostanza e ragion d’essere a questa pista, non ci sono solo le condizioni fisiche del cadavere. Soprattutto, sul corpo di Moro (altro dato certo) sono state trovate, pressoché ovunque (nella tasca, nel risvolto dei pantaloni, sotto le scarpe), sabbia e tracce di acqua marina.
Cosa può significare? Che la fantomatica “altra” prigione di Moro sarebbe in una località di mare? Secondo i brigatisti fu un piccolo tentativo di depistaggio architettato da loro stessi il giorno prima dell’esecuzione: Adriana Faranda e Barbara Balzerani si sarebbero recate sulla spiaggia di Ostia a raccogliere sabbia e acqua da disseminare sul corpo del presidente. Morucci aggiunge un particolare e racconta di aver immerso le scarpe del presidente dentro una bacinella di sabbia del bagnasciuga. Più generico Moretti, che si limita a parlare di un “depistaggio poco serio, giusto per confonderli un po’”. Ma la necessità di depistare implica la certezza, o almeno il sospetto, che qualcuno sia sulle tracce della vera prigionia, o che addirittura il luogo stia per essere individuato. Un timore che però non risulta nei racconti dei brigatisti.
Ma il problema va ben oltre la fragilità e la contraddittorietà delle versioni dei terroristi: la sabbia rinvenuta sul corpo di Moro non è compatibile con quella del litorale di Ostia. Al contrario risulta proveniente dalle spiagge tra Focene e Fregene. Non sono località qualsiasi, ma nomi che, nelle ipotesi di dove fosse detenuto Moro, ricorrono sin dai primissimi giorni del sequestro, in più di una soffiata, in più di un’informazione riservata. Non solo. Le perizie avanzano più di una perplessità sulla veridicità dell’operazione fatta da Morucci con la bacinella. Il modo in cui un misto di sabbia e bitume risultano attaccate alle suole, non lascerebbe spazio a troppi dubbi: quelle scarpe avrebbero effettivamente camminato sul litorale.
A meno che non ipotizziamo che Morucci, o chi per lui, non abbia indossato le scarpe del presidente e abbia fatto una passeggiata per dare più sostanza al depistaggio. Ma allora perché non raccontarlo direttamente?
Quindi la prigione di Moro non era in via Montalcini ma in località Fregene-Focene? O, quanto meno, era lì, sul lungomare di Fiumicino, che Moro si trovava, e dove ebbe modo di passeggiare, il giorno prima di essere assassinato?
C’è però un dato molto importante che va a smentire in maniera molto netta tutto questo. Ne abbiamo già parlato: la testimonianza, tardiva ma fondamentale, della signora Piazza, all’epoca inquilina dello stabile di via Montalcini, la quale racconta di aver visto, la mattina del 9 maggio, la Renault 4 rossa (e due persone) all’interno del garage di Anna Laura Braghetti. E la stessa Braghetti, nel suo libro “Il prigioniero”, conferma la presenza della signora Piazza davanti al garage.
Resta il fatto che quella sabbia non è di Ostia, ma di Fregene. E che le scarpe sembrano dirci che Moro abbia effettivamente camminato sul lungomare.
Ma se i due dati – l’acqua e la sabbia da un lato e la testimonianza della Piazza dall’altro – non fossero in contraddizione ma esattamente sovrapponibili?
La prima perizia medica indicò l’ora del decesso tra le 9 e le 10 del mattino. Considerando che la signora Piazza uscì di casa intorno alle 7,30, Moro avrebbe dovuto essere ancora vivo. E smentirebbe di tutto l’ipotesi “marittima”. Ma quella perizia risultò completamente approssimativa, di fatto inattendibile, eseguita senza tener conto di alcuni parametri fondamentali (come le ipostasi sul corpo). Nuove perizie hanno spostato indietro di diverse ore il momento del decesso.
L’ultima, quella definitiva e più attendibile (effettuata nel 2014), indica come range un periodo di tempo compreso tra le 1,50 e le 7,10 del 9 maggio, stimando l’ora probabile della morte nelle 4,30 del mattino.
Questo può significare che via Montalcini sia stata solo una tappa intermedia del viaggio verso via Caetani? E che Moro sia stato prelevato da altra località, quindi ucciso e poi “sistemato” per il rilascio in quel garage?
Domande che possono suonare paradossali, ipotesi che non siamo (né probabilmente mai saremo) in grado di suffragare con prove e altri elementi.
Ma una spiegazione a questa sabbia e a quest’acqua ci deve essere per forza.
Perché, nonostante si tratti di dati emersi immediatamente, già noti nel maggio del 1978, nessuno ha mai voluto darla né chiarire tutti i dubbi che ne derivano?

3.Una firma attorno al cuore

La versione ufficiale dell’esecuzione di Aldo Moro, ricostruita, cucita e assemblata nel corso di vent’anni di processi, è ormai storia comunemente accettata.
Di prima mattina (sull’orario i brigatisti non sono mai stati univoci e precisi) il presidente viene fatto uscire dalla prigione del popolo (secondo le BR per la prima volta dal giorno del rapimento), messo in una cesta e portato dall’appartamento al garage.
Per molto tempo è circolata con insistenza la versione secondo cui i terroristi avessero detto a Moro che stavano per liberarlo. Cosa seccamente smentita da Mario Moretti (“sarebbe stata una cattiveria inutile”, ricorda l’ex capo delle BR), secondo cui a Moro non avrebbero detto proprio niente, anche se il presidente sarebbe stato perfettamente cosciente di quanto stava per accadere. Cosa abbastanza strana, dal momento che nessuna autopsia ha mai rilevato alcuna alterazione, alcuno stato di minima agitazione in Moro. Al contrario, oltre alla perfetta salute fisica, al momento della morte Moro era assolutamente calmo e tranquillo. Uno stato d’animo assai singolare per una persona che sa di essere ucciso di lì a pochi minuti.
Comunque, Anna Laura Braghetti resta fuori dal garage (dove incrocia la signora Piazza) a fare da palo. Dentro ci sono Mario Moretti e Germano Maccari. Il quarto carceriere, Prospero Gallinari, fino all’arresto di Maccari indicato come l’uomo insieme a Moretti, non si sa dove sia in questo momento. Nessun racconto lo chiarisce.
Moretti e Maccari aprono il portellone posteriore della Renault 4 e fanno sdraiare Moro nel portabagagli, nella stessa posizione in cui verrà trovato ore dopo in via Caetani. Gli mettono sopra una coperta.
Poi sparano. Secondo la Braghetti Moretti dopo i primi due colpi (di striscio) ebbe un blocco emotivo e non riuscì più a sparare, e fu Maccari a uccidere Moro. Moretti ha però dichiarato di essere stato l’unico ad aprire il fuoco sul presidente (“non avrei mai permesso che lo facesse un altro”). Ma altri racconti indicano il killer nel solo Maccari.
Ucciso il presidente, la Braghetti torna in casa. Moretti e Maccari entrano nella Renault 4, mettono in moto e partono per l’ultimo viaggio: da via Montalcini a via Caetani. Ma chi dei due guida e chi siede nel sedile del passeggero? Moretti non ricorda, Maccari nemmeno. Sembra incredibile, ma nessuno dei due protagonisti ufficiali dell’ultimo atto di questa enorme vicenda è in grado di dire se fu lui o il compagno a guidare la Renault 4 da via Montalcini a via Caetani. Approssimazioni e vuoti di memoria che cozzano paurosamente con l’estrema precisione e l’estremo puntiglio con cui gli stessi ricostruiscono la strage di via Fani o altri episodi del sequestro.
Ma al di là della vaghezza dei racconti (che comunque sono stati tramutati in verità ufficiale e processuale), sono ben altre le cose che non tornano a riguardo.
Contro il presidente furono sparati complessivamente undici colpi. Moro, a detta dei brigatisti, era già nascosto dalla coperta (“un gesto di pietà”, racconteranno). Ma allora perché non vi sono buchi nella coperta?
Moro secondo la versione ufficiale fu ucciso nel garage, dentro il portabagagli, con il portellone aperto e gli esecutori in piedi, fuori dall’auto. Ma all’interno del garage, aperto il portellone, resta ben poco spazio per una persona in piedi, figuriamoci per due. Possibile che l’atto conclusivo di un sequestro con estrema cura ed estrema precisione sia stato consumato in maniera così approssimativa? Possibile che si sia deciso di correre il rischio incalcolabile di uccidere Moro nel garage di un condominio, di prima mattina, con altissime probabilità di incontrarvi altri inquilini?
Anche credendo a Moretti e Maccari che dicono di non ricordare chi dei due si sia messo al volante, com’è possibile che nella Renault 4 non siano state rinvenute né le impronte digitali di Moretti, né quelle di Maccari, né di Gallinari, né di Morucci, né di altro brigatista minimamente coinvolto nel caso Moro?
Se furono Maccari e Moretti ad abbandonare la Renault 4 in via Caetani, allora perché le testimonianze, molto numerose e presenti nei giorni immediatamente successivi, concordano nel dire di aver visto scendere da quella macchina una ragazza bionda e un uomo basso e tarchiato, due identikit che certo non corrispondono a Moretti e Maccari (e a nessun altro dei brigatisti coinvolti)?
E perché la ragazza bionda, l’uomo tarchiato e la Renault 4 ritornano in altre testimonianze, che parlano della loro presenza, nei giorni del sequestro, in località Fregene, la stessa da cui proverrebbe la sabbia rinvenuta sul corpo di Moro?
E infine: sei degli undici colpi sono stati sparati a raggiera attorno al cuore, senza colpire il muscolo cardiaco. Un dato non importante, ma cruciale. Perché quel cerchio disegnato attorno al cuore è una firma che negli ambienti criminali del tempo, e in quelli investigativi, conoscono molto bene.
È la firma del killer di professione Giustino De Vuono, un uomo basso e tarchiato.

4.Cento miliardi

De Vuono, chi era costui?
Classe 1940, calabrese, cinque anni nella legione straniera, legato alla ‘Ndrangheta, espertissimo nell’uso delle armi, pregiudicato sin da giovanissimo per reati come stupro, lesioni personali, detenzione di armi e rapina. Arrestato e forse “politicizzato” in carcere, di sicuro a San Vittore entra in contatto con gli ambienti più radicalizzati e violenti dell’estrema sinistra. Evaso nel 1977, il suo nome compare nella lista dei brigatisti super ricercati emanati dal Viminale subito dopo la strage di via Fani. Dalle dichiarazioni di molti testimoni, che attestano la sua presenza in via Fani il 16 marzo, finisce tra i tredici terroristi colpiti dai mandati di cattura emessi alla fine del 1978 per il massacro della scorta di Moro. A scagionarlo da quell’accusa sono le confessioni del superpentito delle BR, Patrizio Peci. De Vuolo si macchia ancora di altri atti criminali fino ad essere arrestato in Svizzera nel 1981. L’anno successivo arriva l’estradizione, ma in maniera del tutto assurda, incomprensibilmente De Vuolo sparisce nel nulla.
E nessuno ne saprà più nulla.
Ad ogni modo il suo profilo coincide alla perfezione con le testimonianze relative all’autista di via Caetani. E il solito Pecorelli, in uno dei suoi celebri articoli “cifrati”, su OP lo indica palesemente come l’esecutore dell’assassinio di Moro e l’uomo al volante della Renault 4.
Ma a questo punto è indispensabile fare un salto indietro, e tornare nuovamente ai giorni precedenti all’esecuzione di Moro.
Molte cose, dicevamo, si muovono sotto il cielo di Roma per scongiurare la morte di Moro, ma quasi nessuna ha reale possibilità di riuscita, tutte già fallimentari dalla loro origine. Nessuna possibilità ha l’iniziativa di Craxi di scambiare la vita di Moro con la libertà della Besuschio, nessuna possibilità quella di Fanfani di portare la DC sul terreno della trattativa.
L’unico canale concreto è quello aperto dal Vaticano, direttamente da papa Paolo VI, legato personalmente a Moro da una profonda amicizia.
Il perché è facile da comprendere: il Vaticano è un’entità giuridica (e territoriale) distinta da quella dello Stato italiano. Accogliere Moro – e le BR – in territorio pontificio avrebbe sollevato l’Italia dal peso dei veti incrociati e della fermezza del governo, facendo a quel punto trattare lo Stato non con i terroristi, ma con la Santa Sede. Per le stesse ragioni il Vaticano è l’unica realtà in grado di disinnescare le trappole e le azioni di disturbo predisposte da Pieczenick e dal comitato di crisi che, come sappiamo, ha da tempo deciso di lasciar morire Moro.
Quello del Vaticano è un canale aperto molto presto. Moro, che come è ravvisabile analizzando attentamente il suo carteggio giocò un ruolo di primo piano conducendo egli stesso i termini della trattativa, ne accenna sin dalla prima lettera indirizzata a Cossiga, recapitata e resa pubblica il 29 marzo.
Inizialmente, dai numerosi documenti emersi (e tutti pubblicati nei lavori di Cucchiarelli), nonché dalle deposizioni rilasciate in Commissione Stragi tra il 2014 e il 2016, emerge come in un primo momento (antecedente al falso Comunicato numero 7 e alla farsa del lago della Duchessa), l’accordo proposto da Paolo VI prevedeva le seguenti condizioni: rilascio di Moro oltre le mura vaticane (e simultaneo trasferimento della sua famiglia in Vaticano) e protezione, sempre all’interno delle mura, per tutti i brigatisti coinvolti in via Fani. A quel punto il Vaticano avrebbe trattato direttamente con lo Stato un salvacondotto per i terroristi, che prevedeva il loro espatrio, in Francia o, più probabilmente, in Nicaragua. Se tali termini non fossero stati rispettati, sarebbero state varate durissime leggi repressive che non avrebbero colpito solo le BR, ma tutta l’area antagonista della sinistra extraparlamentare, decretandone la fine.
Non solo. Nei documenti menzionati sopra, a cui si aggiungono svariate dichiarazioni, a voce ma soprattutto scritte, di Giulio Andreotti, il quale parla di una “cifra iperbolica” predisposta dal pontefice come riscatto da consegnare ai brigatisti. Una cifra che si aggirerebbe attorno ai cento miliardi (anche se altre fonti la ridimensionano fino a ridurla a dieci miliardi).
Come tramite tra Vaticano e BR fu scelto monsignor Curioni, che aveva molti contatti in carcere, specie a San Vittore, dove era stato cappellano.
Ma quella trattativa salta improvvisamente. Avevano accettato i brigatisti in carcere (sul piatto c’era anche l’abolizione dell’articolo 90, una sorta di 41/bis per i terroristi), anche la stessa DC si era detta disponibile. Ma da un lato ci fu il veto di Moretti, a nome di tutta la colonna romana, per motivi che tuttora ignoriamo. Dall’altro ci fu il niet di Andreotti, che considerò l’idea di accogliere i terroristi in Vaticano semplicemente irricevibile.
Ma chi era l’intermediario, o gli intermediari, delle BR in questa complessa trattativa?
Tutti i sospetti portano a identificarlo in Tony Chichiarelli, il falsario della Banda della Magliana autore del falso comunicato numero 7, quello del lago della Duchessa. Ma non si tratta di semplici sospetti: la cosa è stata confermata nel 2007 da Giulio Andreotti e, anni dopo, da monsignor Fabbri, all’epoca segretario di monsignor Curioni.
Per ben due volte Chichiarelli consegna agli uomini del Vaticano polaroid di Moro scattate nella prigione del popolo, come prova che il presidente fosse ancora vivo e che quindi la trattativa poteva essere realmente intavolata. Il che dimostra non solo che Chichiarelli fu l’intermediario con il Vaticano per conto delle BR, ma che era entrato, almeno in due occasioni, nel luogo della prigionia di Aldo Moro.
Non stupisca il nome di Chichiarelli: egli è uno di quei personaggi “di confine” molto frequenti in quegli anni, che si muove costantemente in quella zona franca dove malavita e terrorismo, di opposto colore, convivono in nome di interessi che improvvisamente si trovano a coincidere (esigenza di documenti falsi, manovalanza per lavori sporchi, contatti segreti, rapine, riciclaggio di denaro scottante). Una posizione che gli permette, nel caso di Moro, di essere contemporaneamente presente su più fronti.
Sono le polaroid consegnate da Chichiarelli a far ripartire il negoziato dopo il primo fallimento. Il lago della Duchessa, come più volte ricordato, è molto più che uno spartiacque. È la sentenza di morte di Moro molto prima della sua esecuzione. Ma il Vaticano ritiene di avere ancora margini di manovra e quindi insiste.
Le BR hanno rifiutato un’offerta che, se non era il tanto agognato riconoscimento politico, di sicuro gli somigliava parecchio. Avrebbero comunque accettato soldi e trattato direttamente con uno Stato – il Vaticano appunto – e poi, in maniera indiretta e per interposta istituzione, con quello italiano. Il perché del rifiuto, dicevamo, sfugge, ma ancor più incomprensibile, nella strategia BR è come non vengano capitalizzati i risultati (clamorosi) ottenuti almeno fino al lago della Duchessa: hanno portato l’attacco al cuore dello Stato e, soprattutto, hanno intrapreso e terminato un processo all’uomo che ritengono tra i principali artefici del cosiddetto Sistema Imperialista delle Multinazionali. Quel processo gli ha consegnato in mano segreti inconfessabili (Gladio, il coinvolgimento di Leone nel Piano Solo, i rapporti tra Andreotti e Cosa Nostra… ) che, se rivelati, farebbero esplodere il sistema. Perché non li rendono pubblici? È credibile pensare che, semplicemente, non ne colsero la portata?
Ad ogni modo, dopo il lago della Duchessa, le BR tornano con forza a riproporre lo scambio di prigionieri come riconoscimento politico. Chiedono, nel vero comunicato numero 7, la liberazione di tredici detenuti in cambio della vita di Moro. È una richiesta volutamente assurda e impossibile. Mentre esce il comunicato infatti, gli informatori sono già al lavoro per far sapere che si accontenteranno di uno scambio “uno contro uno”.
È su questo presupposto che il Vaticano, dopo il 22 aprile, riapre il negoziato. Viene eliminata l’accoglienza delle BR in Vaticano (quindi qualcuno non delle BR dovrà condurre Moro nello Stato della Chiesa) e il loro trasferimento all’estero, e viene inserito lo scambio “uno contro uno”, per il quale, sappiamo, il presidente Leone ha già “la penna in mano”. Restano immutati l’immenso riscatto e l’attutirsi del carcere duro.
Stavolta i brigatisti, sia quelli in carcere sia quelli fuori, accettano le condizioni.
Ma allora chi e perché fa saltare l’accordo?
L’unica spiegazione possibile, come meglio di chiunque altro lascia intendere a più riprese la famiglia Moro, è che anche questa trattativa sia stata “agganciata” e finita nella trappola predisposta da Pieczenick e dal comitato di crisi. Che da quel momento monitora e segue la trattativa Vaticano – BR fino a incanalarla verso la conclusione decisa da tempo, ovvero la morte dell’ostaggio.
I tasselli del mosaico, a questo punto, si mettono insieme da soli. La strategia di guerra americana, replicata dal novecento ai giorni nostri, consiste nell’allearsi con il miglior nemico del proprio peggior nemico. Che è esattamente quello che fa Pieczenick nel corso del sequestro Moro.
In questo caso specifico poi, l’aggancio esiste già, ed è proprio Tony Chichiarelli, al tempo stesso mediatore delle BR ed estensore del falso comunicato numero 7, amico e nemico dei terroristi, amico e nemico dei servizi segreti.
E a questo punto, per concludere, torniamo a quella notte fatidica tra l’8 e il 9 maggio.
“Eseguendo la sentenza” hanno scritto e reso pubblico le BR appena due giorni prima. Una forzatura per accelerare i tempi del rilascio e della conclusione della trattativa, visto che è a quello che puntano.
Ed effettivamente, tra il 6 e l’8 maggio, la trattativa è conclusa. Sono stati fissati le modalità e il giorno del rilascio: altre persone condurranno Moro all’interno dello Stato Vaticano, il 9 maggio.
Quindi la decisione di uccidere Moro arriva all’ultimo momento, all’ultimo metro, a un passo dalla libertà. Un’informativa di Andreotti a Cossiga, datata 8 maggio, lo conferma: il presidente del consiglio invita il ministro degli interni a stare tranquillo, perché “Moro sarà liberato nelle prossime ore dal Vaticano”. E tutte le altre fonti, a partire da monsignor Fabbri, lo confermano: tra l’8 e il 9 maggio era stata sancita la liberazione di Moro. Ma poi, all’ultimo momento, come tra gli altri ricorda e ammette lo stesso Andreotti, qualcosa ha fatto saltare tutto.
Cucchiarelli nel suo libro, propone una ricostruzione completamente nuova di quegli ultimi minuti. Che resta un’ipotesi, ma che senz’altro chiarisce i vari punti oscuri di quel 9 maggio molto più della versione ufficiale.
Nella notte tra l’8 e il 9 maggio Moro lascia la sua prigione, che forse non è via Montalcini. Gli uomini delle BR, come è stato detto e sostenuto per molto tempo, gli hanno effettivamente detto che sarà liberato. Non per cattiveria, ma perché è proprio verso la libertà che sono convinti di portarlo. Dal canto suo Moro lo sa. È lui ad aver aperto il canale con il Vaticano, conosce molto bene i termini dell’accordo, sa che verrà rilasciato nello Stato della Chiesa.
Quale che sia la prigione d’origine, le BR conducono Moro al luogo deputato, dove sarà preso in consegna da altre persone che lo porteranno dentro le mura vaticane. Il luogo deputato, come suggerisce Cossiga e diverse soffiate e informative rimaste segrete per oltre trent’anni, è probabilmente a due passi da via Caetani, quasi sicuramente lo stesso palazzo Caetani, nel cortile, ad appena cinquanta metri dal punto esatto in cui sarà rinvenuto il corpo.
Nel cortile di palazzo Caetani c’è un ampio garage. È qui che avviene la consegna di Moro alle persone che hanno il compito di portarlo in Vaticano. Sono due, forse tre. Aspettano a bordo della Renault 4, dove i brigatisti non saliranno mai, il che spiegherebbe perché non vi è traccia delle loro impronte.
Ma in Vaticano Moro non arriverà mai. Appena i brigatisti abbandonano palazzo Caetani succede qualcosa. La trattativa si complica di colpo, oppure viene appositamente complicata, o ancora arriva un ordine repentino e indiscutibile agli uomini che sono con Moro in macchina.
In ogni caso, cambio di programma: non più il Vaticano, ma morte immediata.
L’uomo al volante mette in moto, la Renault 4 percorre appena qualche metro, l’uomo accanto al guidatore si gira di scatto e fredda il presidente, che è seduto nel sedile dietro il posto di guida, con una prima scarica di colpi. Una traiettoria compatibile con i risultati della perizia, da destra verso sinistra, mentre se Moro fosse stato ucciso come dicono i brigatisti, dentro il portabagagli e accucciato, nella posizione in cui è stato trovato, la traiettoria sarebbe stata da sinistra verso destra. Moro non se lo aspetta (il che spiegherebbe la sua assoluta serenità d’animo emersa negli esami autoptici), istintivamente ha soltanto il tempo di portarsi le mani al volto per coprirsi (il che spiegherebbe l’anomalia della ferita d’arma alla mano e le ipostasi sul corpo). La macchina si ferma, il killer scende e apre lo sportello dietro quello di guida. Moro è accasciato sul sedile, ed è a questo punto che gli dà i colpi di grazia, una seconda scarica che disegna il famoso cerchio attorno al cuore, sparata dal basso verso l’alto, esattamente come indicato dalla perizia, mentre secondo la versione dei brigatisti avrebbe dovuto avere traiettoria di nuovo contraria, ovvero dall’alto verso il basso. Poi il corpo viene spostato e adagiato nel portabagagli (sempre come risulta dalla perizia), e quindi gli viene messa addosso una coperta (che infatti non presenta fori da proiettile). A questo punto la macchina riparte, fa appena cinquanta metri e si ferma al centro di via Caetani.
E i due passeggeri se ne vanno, sparendo per sempre da questa storia.
Ma chi sono costoro? Uno non potrebbe essere che Tony Chicchiarelli, il mediatore delle BR in Vaticano e, contemporaneamente, il “gancio” di Pieczenick, l’uomo naturalmente preposto alla consegna di Moro alla Santa Sede. L’altro non può che essere Giustino De Vuono, il contatto trovato da Monsignor Curioni, che lo aveva conosciuto molto bene durante la sua detenzione a San Vittore, che lascia attorno al cuore di Moro la sua consueta firma.
Nel cortile di palazzo Caetani, assieme a De Vuono e Chicchiarelli, c’è anche una donna. Chicchiarelli se ne va probabilmente a piedi dopo l’omicidio. Mentre a portare la Renault 4 in via Caetani sono De Vuono e la donna, ovvero l’uomo “basso, tarchiato e stempiato” (identikit assolutamente identico al profilo di De Vuono) e la bionda visti scendere dalla macchina da numerosi testimoni.
Se le cose andarono effettivamente così, quale fu esattamente l’ordine che rovesciò la situazione a un passo dalla meta, come scattò nel dettaglio la trappola di Pieczenick, non lo sapremo mai. Ma probabilmente Paolo Cucchiarelli ha perfettamente ragione nel ritenere che è lì, negli ultimi quindici minuti di vita di Aldo Moro, la chiave di tutto il mistero.
Ma i protagonisti di quel quarto d’ora cruciale, non ci sono più. È morto Chicchiarelli, De Vuono è scomparso, sono morti Andreotti e Cossiga, è morto Monsignor Curioni.
Resta solo Pieczenick, il quale come sappiamo ha raccontato nel dettaglio tutta la sua attività decisiva e occulta giocata nel comitato di crisi.
Ma quando gli fu chiesto “Che ruolo giocò effettivamente la Chiesa negli ultimi giorni di Moro?”, l’uomo di Washington rispose: “Di questo non posso proprio parlare”.

5.Un cerchio che non si chiude

Alla fine di questa infinita sciarada che dà le vertigini e fa tremare, resta una lista infinita di domande, dubbi, quesiti, inquietudini. Molte di queste, forse la maggior parte, le abbiamo messe in fila in questo viaggio, in questa inchiesta lunga quindici capitoli. Ma ce ne sono altre, così come ci sono altre possibili risposte, altri dettagli da evidenziare, altri approfondimenti necessari, altri personaggi oscuri da portare finalmente alla luce.
Per adesso però ci fermiamo qui. Questioni di spazio naturalmente imposte da una pubblicazione on line e necessità di riflettere e rimettere ancora in fila i pezzi.
Questo labirinto in cui abbiamo provato ad accompagnarvi è solo una base per ricerche, indagini e scritture future. Soprattutto, per riflessioni ancora da fare e per una verità che no, non ci rassegniamo proprio a lasciar stare.
Una verità, una soluzione che forse, anzi sicuramente, è molto più semplice del mistero stesso. Perché il mistero in gran parte è stato costruito ad arte negli anni, disseminando enigmi e dettagli superflui al solo scopo di nasconderla, la verità, ingarbugliarla in una matassa inestricabile.
Una verità che è un tragico visibile davanti agli occhi di tutti. Un qualcosa che sappiamo tutti e che, tragicamente, non riusciamo a dire, che tutti sentiamo e non riusciamo a capire.
Una verità evidente che però sfugge.
Un cerchio che non si chiude. E in questo non chiudersi c’è tutta la tragedia di Moro e la tragedia di questo paese di cui quei cinquantacinque giorni sono lo specchio più atroce. La tragedia, colta in pieno da Pier Paolo Pasolini qualche anno prima la scomparsa di Moro, di sapere, sapere perfettamente, sapere con ogni certezza, e non poter dimostrare.
“Se non riusciamo ad arrivare alla verità sul caso Moro, questo paese è veramente perduto”, ammoniva Sciascia nel 1978.
Parole che oggi, quarant’anni dopo, risultano assolutamente e tragicamente intatte.
Non fermiamoci qui.
Non permettiamolo.

FINE

#55giorni40anni
#storieRiccardoLestini

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