55 giorni – 40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata – 13/ Via Monte Nevoso (prima parte)

1 ottobre 1978, via Monte Nevoso, zona Lambrate, Milano.
All’interno 1 del civico 8, un monolocale di quaranta metri quadri, vivono Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e Nadia Mantovani.
Non sono tre inquilini qualsiasi. Azzolini e Bonisoli fanno parte del Comitato Esecutivo delle Brigate Rosse, vale a dire il vertice assoluto, la cabina di regia dell’organizzazione terroristica che 144 giorni prima ha assassinato Aldo Moro. Bonisoli ha anche preso parte all’agguato di via Fani, aprendo il fuoco sulla scorta. Poi, assieme ad Azzolini e a Mario Moretti, ha deciso l’intera strategia del sequestro nel corso di riunioni periodiche tenute in Liguria e a Firenze. Nadia Mantovani invece, arrestata già nel 1976, è scappata da appena due mesi dal soggiorno obbligato al quale era stata assegnata dopo la scarcerazione per decorrenza dei termini.
È mattina presto quando Azzolini esce di casa. Deve andare alla stazione di Milano Centrale e da lì raggiungere in treno Firenze per una riunione dell’esecutivo brigatista.
Non lo sa, ma ad aspettarlo davanti al civico 8, appostati in borghese, ci sono i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sono giorni che piantonano l’appartamento e studiano mosse e movimenti di Azzolini e degli altri due terroristi, nel corso di un’operazione denominata in codice “Jumbo”.
Azzolini viene immobilizzato e arrestato dopo una brevissima colluttazione. I rumori provenienti dalla strada svegliano Bonisoli e la Mantovani, che capiscono subito cosa sta succedendo. Nemmeno il tempo di pensare cosa fare che i carabinieri sono già alla porta.
Chiamano la Mantovani per nome, “Nadia apri, sappiamo che sei lì”. I due non hanno scampo, così si arrendono, aprono la porta e finiscono anche loro in manette.
Tre pezzi da novanta arrestati in un colpo solo, per di più senza spargimenti di sangue. È il colpo più duro inflitto dalle forze dell’ordine alle BR dai tempi dell’arresto di Renato Curcio.
Ma ancora più importante dell’arresto dei tre brigatisti è quanto rinvenuto all’interno del covo.
Durante la perquisizione, oltre armi e documenti falsi, i carabinieri trovano una cartellina azzurra contenente un plico piuttosto voluminoso.
È la versione dattiloscritta del cosiddetto “Memoriale Moro”, redatto dallo statista nei cinquantacinque giorni di prigionia.

1.Antefatti

Ma come si è arrivati al blitz di via Monte Nevoso?
La storia dell’operazione “Jumbo” parte da molto lontano, e ha come filo conduttore la figura e l’operato del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (su Dalla Chiesa e sul suo ruolo nella lotta al terrorismo, si veda nello specifico il capitolo 9: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/).
Il generale, noto per i suoi metodi molto poco ortodossi e fortemente criticati da più parti, aveva diretto, tra il 1974 e il 1976, il Nucleo Speciale Antiterrorismo, mettendo rapidamente a segno alcuni colpi clamorosi che avevano letteralmente messo in ginocchio le Brigate Rosse. Poi, inspiegabilmente, proprio nel momento più caldo negli anni di piombo, il Nucleo era stato soppresso e, di conseguenza, la lotta alle BR aveva subito una brusca battuta d’arresto.
Ma ancora più inspiegabilmente, nonostante i grandi risultati ottenuti negli anni passati e l’indubbia conoscenza della materia, lo Stato aveva deciso di “tenere in panchina” Dalla Chiesa e non avvalersi della sua collaborazione proprio durante il sequestro Moro.
Anche se non vi sono – né mai vi saranno – prove a riguardo, ben più di un segnale e ben più di un indizio lasciano intendere che, nonostante l’estromissione, Dalla Chiesa nei giorni del sequestro si sia ugualmente occupato di Moro, cercandone la prigione e progettando azioni militari per liberarlo. Forse privatamente, attraverso operazioni e canali sotterranei (a questo proposito, si veda il capitolo precedente: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/).
Ad ogni modo, nell’estate del 1978, pochi mesi dopo l’esecuzione dello statista, Dalla Chiesa tornò ufficialmente a occuparsi di antiterrorismo.
La nomina, contestualmente alla ricostituzione del soppresso Nucleo Speciale Antiterrorismo, arrivò il 10 settembre, appena venti giorni prima del blitz di via Monte Nevoso. I poteri conferiti a Dalla Chiesa erano molto ampi, con competenze che spaziavano dalla pubblica sicurezza all’intelligence in senso stretto. Di fatto un nuovo servizio segreto con il compito specifico di sconfiggere definitivamente le Brigate Rosse, che doveva rendere conto al solo ministero degli interni.
Ma sulla nomina del generale e sulla ricostituzione del Nucleo c’è già un piccolo mistero.
La versione ufficiale recita che fu il presidente del consiglio Giulio Andreotti, che dopo le dimissioni di Cossiga aveva assunto temporaneamente la carica di ministro degli interni ad interim, a richiamare Dalla Chiesa, per rimediare alle inefficienze clamorose dimostrate dai servizi segreti e dalle forze di polizia durante il sequestro Moro.
In verità, come avrebbero dimostrato ricostruzioni successive, era successo l’esatto contrario. Ovvero fu Dalla Chiesa a ottenere, nell’estate del ’78, un colloquio con Andreotti e a convincerlo a rimettere in piedi il Nucleo e a dargli carta bianca. In sostanza Dalla Chiesa fece intendere ad Andreotti di avere già in mano qualcosa di concreto e di poter ottenere grandi risultati in pochissimo tempo.
Il che andrebbe a spiegare molte cose. Anzitutto la rapidità sbalorditiva (soprattutto in confronto alle lungaggini e all’immobilismo dei mesi precedenti) con cui il generale (ripetiamo, appena venti giorni) organizzò l’operazione “Jumbo”, individuando e smantellando una delle basi brigatiste più calde e importanti presenti sul territorio nazionale. Ma soprattutto spiegherebbe la presenza continuamente evocata, ma mai ufficializzata, di Dalla Chiesa in molti episodi dei cinquantacinque giorni del sequestro.
In sostanza, era accaduto questo. In via del tutto ufficiosa, durante il sequestro Moro, Dalla Chiesa aveva condotto indagini in piena autonomia, evidentemente riuscendo ad attivare canali importanti (fonti attendibili vicine alle BR, forse addirittura infiltrando qualche collaboratore nell’organizzazione) e ad ottenere informazioni attendibili e importantissime. Perciò, al momento della nomina ufficiale, Dalla Chiesa già era perfettamente a conoscenza dei movimenti di via Monte Nevoso. Forse era addirittura a conoscenza del fatto che dentro quell’appartamento si trovava una copia delle carte di Moro. Quel plico rinvenuto all’interno della cartellina azzurra, era stato infatti portato in via Monte Nevoso da Bonisoli, che a sua volta lo aveva ricevuto da Moretti a Firenze, appena pochi giorni prima del blitz.
Un tempismo troppo perfetto per essere completamente casuale.

2.”Covert Operation”

L’operazione di via Monte Nevoso fu a tutti gli effetti quella che nel gergo dell’intelligence viene definita “Covert Operation”. Ovvero un’azione di fatto clandestina, ricoperta da una spessa coltre di segreto e sconosciuta a tutti, tranne che ai diretti interessati.
Ma se il riserbo assoluto sul blitz è non solo comprensibile, ma assolutamente dovuto nell’immediatezza dei fatti (qualsiasi fuga di notizie prima, durante e anche nelle ore immediatamente successive avrebbe vanificato ogni sforzo e bruciato l’intera azione, oltre a mettere in serio pericolo tanto i protagonisti quanto i testimoni), è totalmente ingiustificabile il pesante manto di segreto che tuttora avvolge quanto accadde quell’1 ottobre 1978.
A tutt’oggi infatti, non sappiamo ancora come i carabinieri arrivarono a quell’appartamento. Sappiamo che con ogni probabilità Dalla Chiesa seguiva quella pista da molto prima della ricostituzione del Nucleo, ma attraverso quali operazioni era arrivato in possesso di queste informazioni? Ci fu probabilmente l’ausilio determinante di un informatore o di un infiltrato. Ma chi? E come e quando?
E ancora, e soprattutto: Dalla Chiesa sapeva dell’esistenza del “Memoriale Moro” e che quelle carte si trovavano in via Monte Nevoso? Sarebbe particolarmente importante saperlo. Se infatti Dalla Chiesa tramite un infiltrato era venuto a conoscenza delle carte di Moro, e soprattutto del loro contenuto molto più che scottante circa i segreti di Stato e i moltissimi scheletri nascosti nell’armadio della DC, allora possiamo facilmente supporre come fu proprio questo l’argomento più convincente usato dal generale nel colloquio con Andreotti, che evidentemente temeva molto quegli scritti e aveva interesse assoluto a recuperarli. E, ovviamente, a non diffonderli. Il che spiegherebbe anche perché fu necessario diffondere in prima battuta la versione che raccontava come la nomina di Dalla Chiesa fosse stata un’iniziativa partita da Andreotti, e non il contrario.
Di certo, il solito Mino Pecorelli, sulle colonne del suo giornale “OP”, il 26 settembre (cinque giorni prima del blitz) pubblicava un articolo assai singolare. In cui leggiamo: “Nei prossimi giorni probabilmente leggeremo almeno un’altra trentina di lettere. Reggerà il quadro politico?”.
All’epoca probabilmente quasi nessuno capì di cosa stesse parlando il giornalista. Ma oggi, col senno di poi, appare fin troppo chiara l’allusione al “Memoriale Moro”. Ma come faceva Mino Pecorelli a saperne l’esistenza? Sappiamo come il fondatore e direttore di “OP” avesse costruito una rete di conoscenze e amicizie importanti, tale da farlo arrivare sempre in anticipo alle notizie più scomode e clamorose. Ma soprattutto sappiamo come tra Pecorelli e Dalla Chiesa ci fosse un rapporto strettissimo, fatto di reciproche – e pericolose – confidenze (sul rapporto tra Pecorelli e Dalla Chiesa si veda ancora il capitolo 9). Per cui è assai probabile che l’informazione di Pecorelli sull’esistenza di altre carte la cui scoperta avrebbe potuto minare gli equilibri politici, provenisse proprio da Dalla Chiesa.
Manca tuttavia il dato fondamentale: Pecorelli e Dalla Chiesa sapevano, ma chi era stata la fonte primaria dei due?
Ad ogni modo, quale che sia stato l’informatore o l’infiltrato (ipotesi quest’ultima più probabile, visto che il ricorso all’infiltrazione è il modus operandi più tipico di Dalla Chiesa), l’1 ottobre i carabinieri irrompono in via Monte Nevoso. Mettendo a segno un colpo che lascia tutti a bocca aperta.

3.La perquisizione e il ritrovamento

Una volta effettuati gli arresti i carabinieri, guidati dal capitano Arlati, procedono alla perquisizione, che durerà cinque giorni, dalla mattina dell’1 ottobre fino al primo pomeriggio del 5.
Il sostituto procuratore Ferdinando Pomarici, magistrato di turno quel giorno, si trattiene sulla scena appena pochi minuti, lasciandola quasi subito per raggiungere un altro covo brigatista (di importanza enormemente minore) scoperto quello stesso giorno sempre a Milano. Dalla Chiesa invece, quel giorno, non è nemmeno a Milano, ma ad Alessandria. Bonisoli e la Mantovani, che avrebbero diritto ad assistere alla perquisizione, chiedono di essere immediatamente tradotti in carcere. Perciò a procedere alla perquisizione sono i soli carabinieri autori del blitz, agli ordini di Arlati.
Nell’appartamento, oltre ai documenti d’identità falsi e a diverse armi, nonché alcuni elenchi di spese estremamente dettagliati, ci sono fogli dappertutto. Ma in quella marea di carte ad attirare subito l’attenzione di Arlati è quella cartellina azzurra contenente il “Memoriale Moro”.
Compresa l’importanza del documento, Arlati informa telefonicamente Nicolò Bozzo, braccio destro di Dalla Chiesa, che provvede a riferire a voce al generale.
Dalla Chiesa, appena ricevuta la notizia, fa tre telefonate: al procuratore di Roma Gallucci (essendo carte di Moro la questione restava competenza della procura di Roma), col quale si recherà il giorno dopo in via Monte Nevoso, al procuratore della Repubblica Gresti e al ministro degli interni Rognoni (fresco di nomina, dopo il breve intermezzo dell’interim andreottiano).
Nel frattempo, mentre è in pieno corso la perquisizione e quando Dalla Chiesa è stato già messo al corrente dell’importantissimo ritrovamento, il capitano Umberto Bonaventura, dopo averlo visionato, porta il plico del Memoriale fuori dall’appartamento, in caserma, per fotocopiarlo e consegnarne una copia allo stesso Dalla Chiesa. L’operazione di fotocopiatura si protrae per diverse ore, e soltanto alle 17,30 Bonaventura torna in via Monte Nevoso rimettendo il Memoriale assieme agli altri oggetti repertati. Solo a questo punto Arlati stende il verbale della perquisizione.
Dal verbale risulta che il plico rinvenuto consiste in ottantacinque cartelle dattiloscritte, di cui:
ventinove cartelle contenenti ventotto lettere di Moro, tredici delle quali già rese pubbliche durante il sequestro;
tredici cartelle di analisi politica delle BR sulle motivazioni del rapimento e dell’esecuzione dello statista, sulla valutazione dell’intera operazione e sui comportamenti dei partiti della sinistra, con una parte di autocritica sulla mancata capacità di coinvolgere l’Autonomia e il Movimento;
quarantatré cartelle costituenti il “Memoriale Moro”.
Ma che cos’è, esattamente, questo “Memoriale”?
Si tratta di un lungo documento scritto in prima persona dallo statista durante la prigionia, diviso in due parti: la prima, articolata in sedici capitoli, è relativa all’interrogatorio cui Moro fu sottoposto da Mario Moretti nella prigione del popolo (come racconteranno gli stessi brigatisti, inizialmente l’interrogatorio si svolgeva con l’ausilio di un normale registratore a cassette, che poi i militanti provvedevano a sbobinare e a trascrivere, ma visti i tempi troppo lunghi richiesti da una simile procedura, in un secondo tempo fornirono a Moro un elenco di domande chiedendogli di rispondere per iscritto), mentre la seconda, divisa in nove sezioni, contiene riflessioni storico-politiche di Moro su vari argomenti, che spesso ampliano e integrano quanto scritto nella prima parte.
Gli argomenti dei vari capitoli (Il piano “Solo”, la strategia della tensione e la strage di piazza Fontana, i finanziamenti della Democrazia Cristiana, la DC e il potere finanziario, lo scandalo Lockheed, tanto per citarne alcuni), fecero presagire rivelazioni clamorose e destabilizzanti per l’intero sistema.
In realtà quelle quarantatré pagine, il cui contenuto viene reso pochi giorni dopo, esattamente il 17 ottobre, non contengono alcuna “bomba”. A dirla tutta, sono decisamente deludenti. Piene zeppe di omissioni e redatte con uno stile estremamente sintetico, se non proprio superficiale, contengono diversi giudizi duri, ma proprio nessuna bomba in grado di minare l’equilibrio e la stabilità né del sistema politico in generale né della Democrazia Cristiana nello specifico.

4.I conti non tornano

Eppure è chiaro a molti, sin da subito, che i conti non tornano.
Prima di tutto, le anomalie della perquisizione.
Ovvero: perché il magistrato si trattiene nel covo, la cui clamorosa importanza è nota a tutti, appena pochi minuti? E come è possibile che per perquisire un appartamento di appena quaranta metri quadri (anche considerando che, come più volte ricordato dai carabinieri in azione, fu ispezionato con minuzia maniacale, rimuovendo una a una tutte le mattonelle) ci vogliano ben cinque giorni?
Ma soprattutto, come è non solo possibile, ma minimamente ammissibile dal punto di vista strettamente legale e procedurale, che un documento repertato durante una perquisizione, per di più un documento di così grande importanza, venga portato fuori dal luogo del ritrovamento prima che sia visionato dal magistrato? Perché il capitano Bonaventura (futuro colonnello e soprattutto personaggio tutt’altro che limpido, il cui nome puntualmente ritorna in più di un episodio torbido e oscuro degli anni a venire) può compiere una simile azione senza che nessuno glie lo impedisca e, soprattutto, senza che vengano presi provvedimenti nei suoi confronti? E come è possibile che per fotocopiare quarantatré pagine occorrano dieci ore?
Ma i conti, soprattutto, non tornano riguardo al contenuto e all’estensione del “Memoriale”.
Da subito è chiaro a molti (se non a tutti) che quella rinvenuta in via Monte Nevoso è una versione incompleta (e manipolata) del “Memoriale”. E che la vera parte interessante è quella mancante.
Anzitutto, quello stile frettoloso, caotico, quasi “tirato via”, zeppo di omissioni e redatto in un linguaggio tipicamente questurile, fa pensare chiaramente da un lato a una sintesi (stesa in tutta fretta) di un materiale più esteso, dall’altro a una manipolazione sul contenuto al fine di annacquare o rimuovere del tutto i passaggi più scomodi.
Forse in quelle dieci ore Bonaventura non fece fotocopie ma consegnò il materiale a qualcuno che provvedette a epurarlo e sintetizzarlo alla bell’e meglio?
Del resto, l’esistenza di un’altra versione (originale e ben più estesa) è attestata dallo stesso plico rinvenuto in via Monte Nevoso, visto che contiene riferimenti e rimandi ad altre parti e altri capitoli che però risultano del tutto mancanti.
Dell’incompletezza del “Memoriale” ritrovato in via Monte Nevoso, delle evidenti manipolazioni presenti in esso e della necessità di trovare la “vera” versione, ne parlano, sin dai giorni immediatamente successivi al blitz, diversi giornalisti. Non solo il solito Pecorelli, ma anche, e soprattutto, Mario Scialoja de “L’Espresso”, il quale, grazie a una soffiata avuta da un informatore vicino alle BR, scrive di un materiale in possesso delle BR di “circa duemila pagine”. Un numero forse esagerato, ma di certo lontanissimo dalla miseria di quelle quarantatré pagine.
La voce che il materiale del “Memoriale Moro” fosse decisamente più ampio ed esteso, inizia a girare con insistenza.
Si parla soprattutto del fatto che le Brigate Rosse stessero preparando un “Libro Bianco” con cui l’organizzazione avrebbe reso noti e pubblici gli esiti degli interrogatori di Aldo Moro. Un dato confermato negli anni successivi da tutti i brigatisti: il “Libro Bianco” era effettivamente in preparazione e doveva essere pubblicato prima del 19 ottobre, data del dibattito parlamentare sull’intera vicenda. Ma il blitz di via Monte Nevoso, avrebbe mandato all’aria tutta l’operazione.
Un discorso che chiarisce il passaggio di carte e molti movimenti dei mesi precedenti. Tutto il materiale scritto da Moro era stato sbobinato, ordinato e preparato a Roma. Da lì Moretti lo aveva portato a Firenze dove lo aveva consegnato a Bonisoli, che a sua volta lo aveva portato a Milano. A quel punto Nadia Mantovani, incaricata dall’organizzazione di lavorare all’edizione finale, aveva raggiunto Bonisoli e Azzolini in via Monte Nevoso.
Che quanto reso noto da Moro sarebbe stato reso di pubblico dominio, le Brigate Rosse lo avevano annunciato sin dai giorni del sequestro, nel Comunicato numero 5, dove oltre ad allegare uno stralcio autografo del “Memoriale” (quello in cui Moro accusa apertamente l’onorevole Taviani), annunciano che “tutto verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario che saprà utilizzarlo opportunamente”.
Per le BR quindi, pubblicare quelle informazioni era da sempre una priorità.
Priorità dichiarata apertamente che doveva aver messo in profonda agitazione il Palazzo. Stato e Democrazia Cristiana temevano così tanto la diffusione di quei segreti (si veda a questo proposito il capitolo 5: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/) che trovare quelle carte divenne molto più importante che liberare Moro. E forse per questo Andreotti, avuta da Dalla Chiesa la notizia che sapeva dove trovarle, si convinse immediatamente a concedere al generale piena libertà d’azione.
Ma torniamo all’incompletezza del “Memoriale”. Il senatore del PCI Sergio Flamigni, membro della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul caso Moro, poco dopo il blitz si recò in carcere per parlare con Bonisoli e Azzolini, i quali dissero che in via Monte Nevoso vi era la trascrizione completa degli interrogatori di Aldo Moro. Dichiarazione che i due brigatisti non solo confermarono in sede processuale, ma aggiunsero anche che oltre alle trascrizioni integrali vi erano anche le fotocopie degli originali manoscritti. In totale un malloppo non quantificato, ma certo molto più vicino alle duemila pagine indicate da Scialoja che alle quarantatré repertate. Contemporaneamente la Mantovani dichiarò come, oltre a tutto quanto indicato da Bonisoli e Azzolini, in via Monte Nevoso vi erano anche i fogli, manoscritti e spillati, contenenti l’elenco delle domande poste da Moretti a Moro.
La domanda, banale ma fondamentale, è quindi: che fine ha fatto tutto questo materiale? Perché non è stato trovato? Perché non è stato repertato?
Falmigni chiese a più riprese e a gran voce di effettuare una nuova perquisizione. Ma il magistrato Pomerici, lo stesso che il giorno del blitz si era trattenuto nell’appartamento appena pochi minuti, respingerà ogni richiesta.
A questo punto rientra in gioco Dalla Chiesa. Il generale sapeva molto bene che quanto rinvenuto non corrispondesse affatto al “Memoriale” di cui aveva avuto notizia e per cui aveva dato vita all’operazione “Jumbo”. Sapeva che era stato alterato per interessi molto in alto e sapeva di non poter fare nulla per impedirlo. Ma non si rassegnò a far emergere il vero “Memoriale”. Sapendo, come confermeranno gli stessi brigatisti negli anni a venire, che esistevano più copie del “Memoriale” completo custodite dalle varie colonne, iniziò a dargli la caccia. Ne abbiamo già parlato nel capitolo 9: negli ultimi giorni dell’anno, circa tre mesi dopo l’irruzione in via Montenevoso, Incandela si incontrò segretamente con Dalla Chiesa nei pressi di Cuneo. Motivo dell’incontro una notizia giunta a Dalla Chiesa circa alcune carte riguardanti Aldo Moro entrate nel carcere. Ad aver passato la notizia (certa) al generale proprio Mino Pecorelli, che infatti quella sera accompagnò Dalla Chiesa a bordo di un’Alfa Romeo bianca all’incontro con Incandela.
Quelle carte, provenienti dal memoriale, erano entrate clandestinamente, eludendo i controlli durante i colloqui con i detenuti. Dalla Chiesa chiese, o meglio ordinò a Incandela di recuperare assolutamente quelle carte. Dicendogli anche perché fossero così importanti: “sono documenti di Moro in cui si parla di Andreotti”. Incandela dopo quindici giorni trovò all’interno del carcere le carte richieste e, all’inizio del 1979, le consegnò al generale.
Fino a che, due anni dopo, Dalla Chiesa tornò da Incandela, chiedendogli di riportare quegli stessi documenti nel carcere e di simulare un ritrovamento fortuito. Ma Incandela si tirò indietro, Dalla Chiesa fu spostato a Palermo (dove troverà la morte) per contrastare Cosa Nostra e di quelle carte nessuno ne seppe più nulla.

5.Ricostruiamo

Proviamo a mettere in ordine e a ricostruire tutti gli elementi fin qui emersi.
Le BR sono in possesso di un documento esplosivo, redatto dallo stesso Moro, contenente rivelazioni scottanti e clamorose sui segreti di Stato e sui lati più oscuri della storia della repubblica.
Il governo e la Democrazia Cristiana vogliono a tutti i costi ritrovare quelle carte prima che le BR le diffondano. Il generale Dalla Chiesa, grazie a un infiltrato di cui non sapremo mai l’identità, viene a conoscenza del covo in cui le BR stanno lavorando alla redazione definitiva di quel materiale, e per questo chiede e ottiene da Giulio Andreotti completa libertà d’azione.
Il blitz sul covo in questione viene compiuto l’1 ottobre. Il magistrato Pomarici, evidentemente per lasciare i carabinieri liberi di agire, si trattiene sul posto appena pochi minuti. A quel punto il capitano Bonaventura prende tutto il plico e lo porta fuori dal covo. Ufficialmente per fotocopiarlo e consegnarne copia a Dalla Chiesa, in realtà per farne produrre, seduta stante, una versione ridotta e molto più che edulcorata. Il risultato è un documento raffazzonato e pieno di errori che viene tuttavia repertato come “Memoriale Moro”. La perquisizione dura il tempo sconsiderato di cinque giorni, tempo evidentemente necessario a esaminare che la versione redatta in tutta fretta non contenesse passaggi minimamente imbarazzanti.
Il 17 ottobre il contenuto del “Memoriale” riveduto e corretto viene reso pubblico. Ma troppe cose non tornano e a tutti appare subito chiaro che si tratti di una versione fortemente incompleta. I brigatisti, dal carcere, dichiarano come all’interno del covo ci fosse materiale ben più ampio e consistente di quello pubblicato.
Che fine abbiano fatto le parti mancanti resta però un mistero. E nuove perquisizioni all’appartamento, vengono puntualmente negate
Ma del “Memoriale” esistono varie copie, custodite dalle principali colonne brigatiste. Dalla Chiesa, in via del tutto ufficiosa, inizia la caccia agli originali. Grazie a una soffiata del giornalista Pecorelli, viene a conoscenza di una copia fatta entrare clandestinamente nel carcere di Cuneo. Chiede all’agente Incandela, di stanza in quel penitenziario, di recuperarla. Una volta entrato in possesso delle carte, Dalla Chiesa chiede a Incandela di riportarle all’interno del carcere e simulare un ritrovamento fortuito. Ma Incandela non se la sente. E subito dopo Dalla Chiesa viene trasferito a Palermo, essendo così costretto a interrompere le sue indagini sul caso Moro e sul “Memoriale”.
Fine della storia?
Proprio no.
L’appartamento di via Monte Nevoso resta sotto il sequestro di Stato per ben dodici anni, un tempo smisurato e incomprensibile.
Ad ogni modo, nell’ottobre del 1990, viene finalmente restituito ai suoi legittimi proprietari.
Ed è a questo punto che arriva il grande colpo di scena.

(continua)

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