“Come una specie di sorriso” – 6/ “Nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’amore” (“La Buona Novella”, 1970)

Ci sono dischi bellissimi, lavori straordinari, immensi e senza tempo, che lasciano a bocca aperta e spargono brivdi a ogni ascolto.
Poi ci sono i capolavori, ovvero quelle disumane fatiche artistiche che per ragioni insondabili e inafferrabili sono già patrimonio comune e memoria collettiva nel loro stesso farsi. Quelle opere eccessive, penetranti, allucinanti e commoventi, che sfuggono a qualsiasi definizione o categoria perché sono fatti della stessa materia dei sogni. Che spogliano l’amore da sentimentalismi e la crudeltà dalla stupidità, rendendo ogni cosa bella, grande e tragica.
Quelle opere che, loro malgrado, tracciano segni indelebili nella storia e nella vita dei singoli, spesso cambiandole, praticamente sempre diventandone fari e maestre.

Ecco, “La Buona Novella”, quarto album in studio di Fabrizio De André, uscito nell’autunno del 1970 per la Produttori Associati, è un capolavoro, in tutto e per tutto. Uno dei più immani, incredibili e importanti della storia della cultura italiana.
Un’opera che annichilisce e stordisce, che gronda emozioni e trasuda lucidità, dove la complessità filosofica si sposa con l’immediatezza dei batticuori e dove la potenza maestosa della poesia va a braccetto con la più elementare narrazione popolare.
Un’opera che, nello specifico riguardo De André e in generale riguardo l’intera storia dell’arte e della cultura, vanifica e polverizza interi decenni di inutili dibattiti sul valore letterario delle canzoni, sulla legittimità o meno di rietenere poesia il testo di una canzone, interi decenni di inutili tentativi di schematizzare, incasellare e ingabbiare in generi predefiniti l’arte e la creatività.

L’idea originaria di scrivere un disco basato sui vangeli apocrifi fu di Roberto Dané, un arrangiatore e soprattutto un produttore musicale assai spericolato e all’avanguardia, che voleva fare della Produttori Associati un marchio rivoluzionario, che avesse il coraggio di allontanarsi dai canoni più commerciali della canzone italiana e sperimentare strade nuove e ardite. Assolutamente decisivo fu il confronto con Antonio Cassetta, proprietario di quella Bluebell Records che aveva prodotto i primi tre LP di De André e che proprio nel 1970 era confluita nella Produttori Associati.
Cassetta, spericolato quanto e più di Dané (l’unico in Italia ad aver voluto produrre l’immenso, ma ingestibile, Piero Ciampi), suggerì a Dané di proporre la cosa a De André.

La materia era gigantesca e la sfida immensa. Di quelle che danno vertigini e fanno tremare.
Ma De André la accettò non solo con entusiasmo, ma come un qualcosa di fatale e inevitabile. Un “Cristo dal volto umano”, la sua descrizione e la sua invocazione, era un argomento che De André aveva già disseminato in molte sue canzoni precedenti, a partire da “Si chiamava Gesù” e “Preghiera in gennaio”, fino ad arrivare all’intero “Tutti morimmo a stento”, dove la disperata richiesta di pietà e perdono ha vibrazioni di autentica cristianità che percorrono tutto l’album.
Con “La Buona Novella” si vuole – un’idea folle, ma stupendamente riuscita – spogliare Cristo di Dio e di ogni altra implicazione teologica, lasciando soltanto l’Uomo, con i suoi tormenti e le sue passioni, i suoi splendori e le sue miserie. Un Uomo che, nella visione di De André, è soprattutto un anarchico, un rivoluzionario. Il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.
E i vangeli apocrifi sono la grande mappa, il percorso misterico e materiale per trovare questo Gesù.
Quei testi De André non li traduce né li commenta. Li studia, li interpreta e ne restituisce poeticamente lo spirito e l’essenza.
Il risultato è un lavoro mostruoso, la cui importanza fu colta in primis dallo stesso De André, che lo ritenne sempre il suo disco più grande e riuscito. Al punto che almeno la metà dell’album sarà sempre presente nelle scalette dei concerti.
Durante l’ultimo tour del 1998, così il cantautore introdusse la sessione dedicata ai brani de “La Buona Novella”:

“Quando scrissi “La buona novella” era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente – che sono poi sempre la maggioranza di noi – compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo.” Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria – era una allegoria – che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima avava fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazaret e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Non ho voluto inoltrarmi in percorsi, in sentieri, per me difficilmente percorribili, come la metafisica o addirittura la teologia, prima di tutto perché non ci capisco niente; in secondo luogo perché ho sempre pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo. Il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo i piedi sulla terra. Ho quindi preso spunto dagli evangelisti cosiddetti apocrifi. Apocrifo vuol dire falso, in effetti era gente vissuta: era viva, in carne ed ossa. Solo che la Chiesa mal sopportava, fino a qualche secolo fa, che fossero altre persone non di confessione cristiana ad occuparsi, appunto, di Gesù. Si tratta di scrittori, di storici, arabi, armeni, bizantini, greci, che nell’accostarsi all’argomento, nel parlare della figura di Gesù di Nazaret, lo hanno fatto direi addirittura con deferenza, con grande rispetto. Tant’è vero che ancora oggi proprio il mondo dell’Islam continua a considerare, subito dopo Maometto, e prima ancora di Abramo, Gesù di Nazaret il più grande profeta mai esistito. Laddove invece il mondo cattolico continua a considerare Maometto qualcosa di meno di un cialtrone. E questo direi che è un punto che va a favore dell’Islam. L’Islam quello serio, non facciamoci delle idee sbagliate”.

La formula del “concept album”, già sperimentata in “Tutti morimmo a stento”, si fa qui più stringente e compiuta, laddove il disco non si costruisce soltanto attorno a un’unità tematica, di contenuto e di forma, ma sviluppa una vera e propria linea narrativa consequenziale.
Musicalmente, “La Buona Novella” è semplicemente ciò cui il lavoro di De André aspira sin dagli esordi, ovvero quella ricercata semplicità capace di coniugare l’immediatezza del folk e la complessità del progressive, in un impasto unico e irriproducibile.
Risultato raggiunto grazie a una squadra di collaboratori notevole e assemblata alla meraviglia. Se in cabina di produzione troviamo, come detto, la sensibilità estrema di Roberto Dané, che assieme a De André studiò gli apocrifi per oltre un anno, gli arrangiamenti sono affidati, come già in “Tutti morimmo a stento”, al maestro Gianpiero Reverberi, autore anzitutto di un eccezionale lavoro di sottrazione. Le sonorità ampollose e barocche e quel senso di eccessiva sontuosità, spesso autoreferenziale, di cui soffriva (e soffre) “Tutti morimmo a stento”, vengono qui ridotti a un’essenzialità che sa essere tanto scarna quanto corposa, tanto elementare quanto complessa, ma sempre giustificata nel suo seguire, contrappuntare e definire le suggestioni narrative dei testi.
L’esecuzione dei brani in sede di registrazione è invece affidata a “I Quelli”, vale a dire quello straordinario gruppo beat composto da musicisti assolutamente eccezionali come Franco Mussida, Franz Di Cioccio e Flavio Premoli, vale a dire il futuro nucleo originale della leggendaria PFM, di cui l’esperienza de “I Quelli” costituisce a tutti gli effetti il prodromo. Alla maestria e al talento de “I Quelli” si affiancano altri strepitosi artisti, come Angelo Branduardi in veste di turnista al violino e, soprattutto, il grande Mauro Pagani ai fiati, che a sua volta, di lì a un anno, entrerà nella formazione storica della PFM.
“La Buona Novella”, oltre che pietra miliare della discografia di De André e di tutta la musica italiana, fu quindi anche il laboratorio in cui prese forma e vita la PFM, il più importante gruppo di progressive rock italiano. E che proprio con De André, alla fine degli anni settanta, avrebbe dato vita a una delle collaborazioni più felici e riuscite della storia.

Dal punto di vista dei testi, nonostante De André, ancora neanche trentenne, avesse già in repertorio vertici di altissima poesia (“Bocca di rosa”, “Via del Campo”, “La città vecchia”, “Preghiera in gennaio”, “Recitativo”, “Il cantico dei drogati”, giusto per fare qualche esempio), in questo disco compie uno scatto in avanti a dir poco sbalorditivo. Conservando nella sostanza gli elementi cardine del suo stile poetico più tipico degli anni degli esordi, vale a dire versi essenzialmente distesi in una linea narrativa logico-consequenziale, ne “La Buona Novella” vi innesta un’ispiratissima e stupefacente vena simbolica e allegorica, sprigionando una potenza immaginifica a dir poco devastante, dove la rigida scansione del racconto si mescola e si confonde a immagini e suggestioni liberamente associate per pura analogia. Così da rendere la storia al tempo stesso apologo morale e metafora ideologica, narrazione popolare e poema indefinito.
De André l’anarchico, il ribelle, l’ostinato e contrario per eccellenza, travasa in questi versi tutta la sua protesta, tutta la sua indignazione. Un grido di libertà assoluto, già noto e urlato nei lavori precedenti ma che qui, traslato nelle parabole di duemila anni fa, assume una forza e un’incisività inimmaginabili.
Tra tutti gli apocrifi, come ci ricordano le note di copertina scritte da Roberto Dané, fonti di ispirazione primaria furono il cosiddetto protovangelo di Giacomo (di fatto un apocrifo a metà, visto che pur non essendo inserito tra i canonici, il cattolicesimo ne accetta diversi passaggi) e il vangelo armeno dell’infanzia. La divisione obbligata del 33 giri in due facciate risulta in questo caso particolarmente congeniale all’impianto narrativo: il lato A è dedicato all’infanzia di Maria e alla natività, mentre sul lato B si narra la passione di Cristo.

Il disco è aperto da una “Laudate dominum” maestosa e severa, lontana però anni luce dalle sontuosità dei corali e degli orchestrali di “Tutti morimmo a stento”. Qui il senso di sacro che pervade il disco sin dalle prime note non solo la giustifica, ma la pretende.
La narrazione vera e propria inizia con la seconda traccia, “L’infanzia di Maria”, che racconta una delle parti più taciute e omesse dalla storiografia cristiana ufficiale, ovvero il destino brutale della giovane vergine, che era (ed è) poi destino comune a tante fanciulle innocenti.
Gioacchino e Anna, due umili popolani, marito e moglie senza figli per colpa della sterilità, vista la loro fede vengono miracolati dal Signore, che tramite un angelo messaggero gli annuncia la nascita miracolosa di una figlia che chiameranno Maria. Crescono la bambina nella purezza più assoluta, come richiesto dall’angelo, fino a tre anni la nutrono di solo latte materno e, affinché non si contamini, non le consentono nemmeno di toccare la terra.
Compiuti i tre anni, la portano al Tempio di Gerusalemme, dove la bambina dà subito prova della sua natura divina levitando e innalzandosi sino alla vetta del Tempio. Così viene accolta in una sorta di collegio esclusivo assieme ad altre bambine nobili. Pura tra le pure, non assume cibo come le altre, e viene nutrita direttamente da un angelo.

Forse fu all’ora terza, forse alla nona,
cucito qualche giglio sul vestito alla buona,
forse fu per bisogno o peggio per buon esempio,
presero i tuoi tre anni e li portarono al Tempio.
Non fu più il seno di Anna, fra le mura discrete,
a consolarti il pianto, a calmarti la sete;
dicono fosse un angelo a raccontarti le ore,
a misurarti il tempo fra cibo e Signore.

La parabola, sospesa tra realtà e sogno, è accompagnata solo da una chitarra, lieve e pizzicata, quasi impalpabile, vaga e indefinita come le immagini del racconto. Un realismo magico ipnotico e sussurrato, quasi un controcanto dell’imperiosità della lauda d’esordio, spezzato di colpo dall’irrompere improvviso e violento dell’orchestra e del coro alla fine della prima strofa.
Ma tanto il coro quanto l’ensemble strumentale non hanno nulla di barocco, nulla di ampolloso. Al contrario, hanno l’essenzialità più pura del teatro epico, che trasforma il brano in una sacra rappresentazione, in un mistero medievale dove alla voce di De André, in veste di narratore, risponde il coro a fare le veci dei sacerdoti del Tempio.
E la magia incantata, in uno di quei passaggi impercettibili e sublimi che hanno reso immortale la poesia di De André, si fa subito dramma. Nonostante fosse vissuta nella più ortodossa conservazione di purezza, al compimento del dodicesimo anno di età a Maria vengono le mestruazioni. Una colpa ancestrale e immutabile, per una società da sempre maschilista. E per la colpa di essere donna, Maria ormai impura viene cacciata dal Tempio e messa in palio come moglie in una lotteria.

E quando i sacerdoti ti rifiutarono alloggio
avevi dodici anni e nessuna colpa addosso,
ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio,
la tua verginità che si tingeva di rosso.
[…] Popolo senza moglie, uomini d’ogni leva,
del corpo di una vergine si fa lotteria.

L’allegoria a cui fa sempre riferimento De André, per cui la profonda umanità, nonché la carica eversiva, dei vangeli apocrifi si fa messaggio universale al di là del tempo e dello spazio, prende forma sin da queste primissime strofe. La triste vicenda di Maria fanciulla diventa così emblema della femminilità continuamente umiliata e offesa di un mondo, ancora oggi, brutalmente dominato dai maschi. Tema ricorrente e centrale nella protesta in musica portata avanti da De André in tutta la sua carriera, così che in quella barbara lotteria trovano sintesi le “traviate” dagli “occhi troppo belli” di “Tutti morimmo a stento” e le “spose bambine” di “Anime Salve”.
A vincere la lotteria, cui per legge tutti i vedovi e gli scapoli debbono partecipare, è per puro caso, suo malgrado e assolutamente senza volerlo, un brav’uomo ultraottantenne di nome Giuseppe, già padre di sei figli, falegname e vedovo da un anno.
Il brano, a dare ancor più corpo alla sua dimensione teatrale, è chiuso da un breve recitativo privo di musica (“Secondo l’ordine ricevuto, Giuseppe portò la bambina nella propria casa e subito se ne partì per dei lavori che lo attendevano fuori dalla Giudea. Rimase lontano per quattro anni”), che fa da raccordo narrativo per la canzone successiva, “Il ritorno di Giuseppe”.
E anche Giuseppe, come già prima Maria, viene raccontato in una dimensione del tutto nuova, sconosciuta alla tradizione del catechismo: un falegname vecchio e stanco, desideroso soltanto di chiudere gli occhi e riposare, costretto a prendersi per moglie una ragazza che non potrà essergli altro che un’ennesima e nuova figlia, ma grondante di bontà e umanità.
Il suo faticoso viaggio per tornare in Galilea attraverso una terra rocciosa e ostile, ha la vaga immensità della più grande tradizione poetica italiana, mescolando echi petrarcheschi (“Movesi ‘l vecchierel canuto et bianco”) e leopardiani (il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”):

Stelle, già dal tramonto,
si contendono il cielo a frotte,
luci meticolose
nell’insegnarti la notte.
Un asino dai passi uguali,
compagno del tuo ritorno,
scandisce la distanza
lungo il morire del giorno.

Appena tornato a casa, Maria gli si getta tra le braccia, in una scena centrale e commovente in cui queste due umili vittime, per motivi diversi, della violenza sociale, finalmente si riconoscono nella medesima richiesta d’amore:

E lei volò tra le tue braccia
come una rondine,
e le sue dita come lacrime,
dal tuo ciglio alla gola,
suggerivano al viso
una volta ignorato
la tenerezza d’un sorriso,
un affetto quasi implorato.

Ma Maria ha da confessargli un segreto, già visibile nel suo ventre prominente. Una gravidanza impossibile che la ragazza racconta come frammenti del più strano dei sogni.
E il suo racconto dà vita a “Il sogno di Maria”, il brano più alto di tutto il lato A del disco, dove l’ipnosi melodica della seconda traccia è qui ripresa con un ricorso a un maggior numero di strumenti, ma in prevalenza acustici, che vanno a sottolineare e ad accompagnare il sublime narrato da versi straordinari e potentissimi, densi di metafore sottili e raffinatissime che richiamano Virgilio, Ovidio e altri antichi poeti metamorfici, alludendo continuamente alla trasfigurazione dell’Uomo nella Natura.
L’angelo che era solito visitarla durante l’infanzia nel Tempio torna a farle visita:

Poi d’improvviso mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali,
quando mi chiese “conosci l’estate?”
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.

Un sogno che si dispiega nel volo di Maria abbracciata al suo angelo, fino all’allusione di un concepimento più terreno di quello raccontato nei vangeli canonici:

Scendemmo là dove il giorno si perde
a cercarsi da solo nascosto tra il verde,
e lui parlò come quando si prega,
ed alla fine di ogni preghiera
contava una vertebra della mia schiena.

Seguono le rapide e splendide immagini in libertà di trasfigurazione panica, per cui ogni cosa si fa di colpo Natura, a simboleggiare la natura terrigna e materiale del miracolo. E sono immagini talora spaventose, talora inafferrabili, talora dolcissime:

Con le ali di prima pensai di scappare
ma il braccio era nudo e non seppe volare:
poi vidi l’angelo mutarsi in cometa
e i volti severi divennero pietra,
le loro braccia profili di rami
nei gesti immobili d’un’altra vita,
foglie le mani, spine le dita.

Alla fine del sogno, resta confusione e una sola certezza: Maria è incinta. Rimane l’attesa per la reazione di Giuseppe alla fine del lungo racconto. E l’umanità di Giuseppe si scioglie in una dolcezza disarmante:

E tu piano posasti le dita
all’orlo della mia fronte:
i vecchi quando accarezzano
hanno il timore di far troppo forte.

Una carezza accompagnata da un violino solitario che ci conduce direttamente alla magia del parto, raccontato nello splendido corale “Ave Maria”, forse la canzone più luminosa dell’intero repertorio del cantautore, dove il genio di De André con poche, semplici, dolcissime e struggenti parole, riesce a cogliere il primordiale e supremo mistero uterino che genera l’universo intero:

Sai che fra un’ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso,
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.

Ave Maria, adesso che sei donna,
ave alle donne come te, Maria,
femmine un giorno per un nuovo amore,
povero o ricco, umile o Messia.
Femmine un giorno e poi madri per sempre
nella stagione che stagioni non sente.

Questo commovente e arioso inno alla femminilità chiude il lato A del disco, mentre tutt’altra atmosfera apre la seconda facciata.
Con un’ellissi temporale di oltre trent’anni, dal miracolo della nascita si piomba nella tragedia della passione. Una divisione netta, una narrazione violentemente paratattica che ricalca nella sostanza il variegato complesso degli apocrifi dove, venendo meno l’interesse per le questioni teologiche e divine che dominano i passi delle predicazioni e delle parabole, l’attenzione è tutta per le vicende più umane, ovvero gli estremi ineluttabili della nascita e della morte.
Le sonorità si fanno più cupe e incalzanti, il linguaggio da vago e allusivo diventa duro e aspro. A una linea sostanzialmente acustica subentrano percussioni e tastiere di sapore progressive, mentre su tutto dominano il sibilo del flauto dolce e l’ossessivo battere del tamburo.
L’apertura è di “Maria nella bottega di un falegname”, dove la protagonista indiscussa della prima parte si trova faccia a faccia con il più tetro presagio di morte. I suoni stridenti segnano l’inesorabile costruzione della croce, e nelle parole del falegname che la forgia affiora impetuosa e palpitante l’ideologia anarchica di De André:

Mio martello non colpisce,
pialla mia non taglia
per foggiare gambe nuove
a chi le offrì in battaglia,
ma tre croci, due per chi
disertò per rubare,
la più grande per chi guerra
insegnò a disertare.

Il verbo “disertare” stringe in un unico destino Cristo e i due ladroni, non così diversi e mai così simili. E Gesù è più che mai in questo passaggio simbolo di ribellione, nel suo pacifismo estremo e sovversivo, colui che “guerra insegnò a disertare”.
E se qui troviamo l’accenno all’antimilitarismo, argomento da sempre in cima all’ispirazione di De André, nella canzone successiva, la splendida “Via della Croce”, tutti gli argomenti più – diciamo così – “politici” del cantautore vengono a coagularsi in una sintesi perfetta, tra strofe e versi feroci e lancinanti:

Poterti smembrare coi denti e le mani ,
sapere i tuoi occhi bevuti dai cani,
di morire in croce puoi essere grato
a un brav’uomo di nome Pilato.

È, “Via della croce”, anche l’unico brano del disco con Cristo personaggio principale, dove attorno alla sua figura già morente, durante la spaventosa salita al Golgota, si raccolgono tanto i suoi assassini, nei cui volti e nelle cui intenzioni è facile cogliere la metafora di quella ideologia borghese colpita dagli strali di De André fin dai suoi primissimi brani, quanto chi lo piange nel più sincero e accorato dolore, ovvero gli ultimi, i gatti randagi del mondo, coloro a cui Cristo ha ridato dignità e speranza, una sfilata di splendidi perdenti che ricorda quella del “Recitativo” di “Tutti morimmo a stento”, ma in questo caso narrativamente più asciutta e incisiva, spogliata di virtuosismi e compiacimenti stilistici di sorta.
Anche gli apostoli, al pari degli altri personaggi evangelici, assumono qui un’altra luce, in cui domina l’umanissimo terrore di essere arrestati a loro volta:

Confusi alla folla ti seguono muti,
sgomenti al pensiero che tu li saluti.
“A redimere il mondo” gli serve pensare
il tuo sangue può certo bastare.
La semineranno per mare e per terra,
per boschi e città la tua Buona Novella,
ma questo domani con fede migliore,
stasera è più forte il terrore.

Non si nascondono invece le donne, come sempre più forti, coraggiose e compiute degli uomini. Sono proprio loro a guidare la via crucis di chi, fino alla fine, resta accanto a chi gli ha ridato voce e umanità:

Si muovono curve le vedove in testa,
per loro non è un pomeriggio di festa,
si serran le vesti sugli occhi e sul cuore
ma dai veli filtra il dolore.
Fedeli umiliate da un credo inumano
che le volle schiave ben prima di Abramo,
con riconoscenza ora soffron la pena
di chi perdonò a Maddalena.

In un crescendo di tono sottolineato da una musica sempre più incalzante, la protesta diventa infine invettiva, dove alla mediocre e truce ferocia omicida del potere fa da contraltare la gigantesca dignità degli “straccioni”:

Il potere vestito d’umana sembianza
ormai ti considera morto abbastanza
e già volge lo sguardo a spiar le intenzioni
degli umili, degli straccioni.
Ma gli occhi dei poveri piangono altrove,
non sono venuti a esibire il dolore
che alla via della croce ha proibito l’ingresso
a chi ti ama come sé stesso.

L’indimenticabile ingresso dei due ladroni (“Perdonali se non ti lasciano solo/ se sanno morir sulla croce anche loro”), sul finale del brano, è il prologo del successivo, “Tre madri”, dove “La Buona Novella” tocca il suo punto più tragico e doloroso.
Il rapido incedere sospeso tra folk e progressive di “Via della croce” lascia qui il posto a un lugubre violino stupendamente suonato da Angelo Branduardi. Sotto i tre condannati ormai morti restano solo le madri, in una straziante celebrazione funebre dell’evento in assoluto più contrario alla natura, un genitore costretto a seppellire suo figlio.
Le madri dei ladroni Tito e Dimaco rimproverano Maria e le chiedono di non piangere, visto che suo figlio, a differenza dei loro, dopo tre giorni tornerà alla vita.
Ma la Maria di questa storia non è la vergine immacolata che in seno suo racchiude e comprende gli insondabili misteri della resurrezione e della provvidenza. È una madre addolorata e straziante, che non si gloria dell’immortalità di Dio, ma si dispera della morte dell’uomo:

Piango di lui ciò che mi è tolto,
le labbra magre, la fronte e il volto.
[…] Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.
Non fossi stato figlio di Dio
t’avrei ancora per figlio mio.

Il finale, in assoluta coerenza con la rivoluzione cantata nel disco, non è di nessuno dei personaggi maggiori dei vangeli e della tradizione cristiana, ma è tutto di Tito, ovvero il ladrone “buono”, che, prima di morire, lascia all’umanità intera le sue ultime parole.
È la splendida, torrenziale, assolutamente sublime “Il testamento di Tito”, una delle più grandi canzoni della storia della musica, a detta stessa di De André, assieme ad “Amico fragile”, la più importante e riuscita di tutta la sua carriera.
Dal punto di vista musicale procede nel solco più classico del progressive, ovvero una struttura per accumulo dove, dopo una partenza col solo cantato e quasi priva di accompagnamento, a ogni strofa si aggiunge uno strumento. Il testo invece è, semplicemente, l’assoluto vertice poetico, per intensità di immagini, grandezza dei versi e potenza del messaggio, di tutto il disco.
La canzone, come ebbe a ricordare lo stesso De André, nasce da una domanda molto semplice: cosa succederebbe se, per una volta, le leggi le scrivesse chi non ha, né mai potrà avere, il potere?
Il risultato è un sistematico smontaggio dei dieci comandamenti, simbolo della legge e del potere costituito, freddi e disumani, sostituiti da un anarchico “controdecalogo”, umanissimo, equo e giusto. E per questo tristemente irrealizzabile.
Le strofe scorrono via veloci come acqua sorgiva dalle rocce, con quella rapidità di quei più immensi capolavori scritti e cantati con il cuore in mano.
Perché mai si dovrebbe avere un solo Dio, se “genti diverse venute dall’est/ dicevan che in fondo era uguale/ credevano a un altro diverso da te/ e non mi hanno fatto del male”?
Perché dovrebbe essere peccato mortale nominare invano il nome di Dio quando troppo spesso ci sentiamo abbandonati da lui?
Perché dover per forza onorare un padre e una madre incapaci di amarci, perché dovremmo baciare “la mano che ruppe il tuo naso/ perché le chiedevi un boccone”?
Perché dover santificare le feste quando per gli ultimi “entrare nei templi che rigurgitan salmi/ di schiavi e dei loro padroni” equivale a “finire legati agli altari/ sgozzati come animali”?
Perché non rubare quando rubare, “vuotando in silenzio le tasche già gonfie/ di quelli che avevan rubato”, a volte è un sacrosanto gesto di umana giustizia?
Perché non disperdere il seme se tante volte “la voglia svanisce e il figlio rimane/ e tanti ne uccide la fame”?
Con che coraggio la legge chiede di non uccidere quando è lei, la legge, la più efferata e spietata assassina?

Guardatela oggi questa legge di Dio
tre volte inchiodata nel legno
Guardate la fine di quel Nazareno
e un ladro non muore di meno.

Perché dire falsa testimonianza dovrebbe essere un peccato mortale se confessare e fare la spia significa “uccidere un uomo”?
Perché le leggi sono sempre a beneficio dei ricchi visto che solo chi ha può permettersi di non desiderare roba e donne degli altri?
E allora l’unico e solo comandamento che può restare, l’unico che possa davvero avere senso, è l’amore, quell’amore capace di contenere pietà e misericordia:

Io nel vedere quest’uomo che muore
madre io provo dolore,
nella pietà che non cede al rancore
madre ho imparato l’amore.

Una lezione gigantesca di umanità che oggi, nei tempi brutali e violenti che stiamo vivendo, in molti farebbero bene a riascoltare di continuo.

Fedele alla struttura narrativa circolare già più volte sperimentata, per cui inizio e fine coincidono, il disco è chiuso da un altro canto liturgico, “Laudate hominem”, sontuosa come il “Laudate dominum” dell’overtoure, e dove, a suggello di tutto il lavoro, il grande corale chiede di lodare l’uomo non come figlio di dio, ma come figlio di un altro uomo, e quindi fratello.
E alla fine cosa resta di Cristo spogliato di Dio?
Resta l’Uomo, per l’appunto. Resta una straordinaria lezione lasciataci da chi, De André, non voleva proprio insegnare nulla.
La lezione di un anarchico, un ribelle, un ateo, con ben più spiritualità e religiosità di quelle di tanti fedeli di facciata e predicatori di professione.

(continua… )

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