55 giorni – 40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata – 9/ Il giornalista che sapeva troppo

Cominciamo dalla fine. Esattamente dal 28 ottobre 2004.
Quel giorno si conclude uno dei processi più importanti (e inquietanti) della storia italiana: il processo, per mafia e omicidio, nei confronti di Giulio Andreotti.
Un’avventura giudiziaria, iniziata ben undici anni prima, complicata e delicatissima, fatta di rivelazioni sconvolgenti ed evoluzioni impreviste e inspiegabili.
Nel 1993 l’autorizzazione a procedere nei confronti di Andreotti era apparsa come un qualcosa di fatale, attesa e inevitabile. Eravamo nel pieno di Tangentopoli, l’Italia intera bruciava nel fuoco di scandali e inchieste giudiziarie, un fiume in piena inarrestabile destinato a travolgere e a risucchiare un intero sistema e tutti gli uomini – e i partiti – che di quel sistema erano stati il puntello, l’emblema e l’incarnazione. Già colpito – e affondato – Bettino Craxi, le accuse contro Andreotti (ben più gravi e pesanti di quelle mosse al segretario del PSI), ovvero contro l’uomo in assoluto più potente e rappresentativo della prima repubblica, arrivavano come la più logica delle conclusioni, l’affondo finale, il colpo di grazia a un sistema marcio e moribondo.
In quei giorni di fermento, caos, senso di catastrofe imminente e smania di pulizia e ricostruzione, la notizia fece ovviamente molto scalpore, egemonizzando dibattiti e diatribe, tanto in sede ufficiale quanto per strada, ovunque, tra la gente comune.
Tuttavia il processo di primo grado, conclusosi nel 1999 con l’assoluzione dell’imputato (e di tutti gli altri) perché “il fatto non sussiste”, pur seguitissimo dai media, non appassionò così tanto l’opinione pubblica. Erano passati solo sei anni, ma lo scenario era completamente cambiato: metabolizzata la fine del grande caos e metabolizzata la restaurazione, l’indignazione aveva lasciato il posto a una serena accettazione di un cambiamento mai avvenuto e a una sostanziale indifferenza. Un interesse ulteriormente calato nel processo d’appello, che pure ribaltò completamente la sentenza di primo grado, condannando Andreotti a ventiquattro anni come mandante dell’omicidio Pecorelli (20 marzo 1979), e riconoscendo un’implicazione costante e diffusa del politico con Cosa Nostra almeno fino al 1980.
A Palermo, nel 2003, l’ultimo grado di giudizio confermò la sentenza d’appello, ribadendo la collaborazione di Andreotti con la mafia fino al 1980, ma dichiarando il reato ormai caduto in prescrizione e di conseguenza l’imputato non condannabile.
Quel 28 ottobre del 2004, a Perugia, perché nel frattempo il processo è stato smembrato in due tronconi, la Cassazione è chiamata ad emettere una sentenza definitiva sul coinvolgimento diretto di Andreotti nell’omicidio Pecorelli. Nonostante la prescrizione, la giustizia ha già accertato i rapporti di connivenza tra il sette volte presidente del consiglio e la cosca mafiosa di Salemi dei cugini Salvo, a loro volta associati a Badalamenti e Bontade, ovvero quella “vecchia” mafia che all’inizio degli anni ’80 entrò in una sanguinosa guerra contro i corleonesi di Totò Riina. Almeno fino al 1980. Per gli anni successivi la sentenza non ha assolto, ha solo certificato l’assenza di riscontri che possano provarlo con certezza.
Siccome l’omicidio Pecorelli si è consumato prima del 1980, e siccome proviene proprio dalla cosca di Salemi federata a quella di Palermo, la conferma della condanna appare non scontata, ma comunque altamente probabile.
È un momento cruciale per l’Italia. Non è una semplice sentenza quella che sta per essere pronunciata, ma un vero e proprio “processo alla Storia”. Sul banco degli imputati c’è l’uomo che più di ogni altro, per quarant’anni, ha tenuto in mano i fili della prima repubblica. Sulla sua persona pesano accuse non solo gravissime, ma con implicazioni così vaste e complesse da poter riscrivere le pagine più scottanti e controverse della nostra storia.
Eppure nel paese domina una strana sonnolenza, una stanchezza con le sembianze della più strana e inspiegabile indifferenza. Il fatto che all’Italia, e soprattutto agli italiani, sostanzialmente non importi proprio nulla di quel che sta per succedere, sconcerta. Ma spiega molte cose. Spiega ad esempio la sopravvivenza secolare di segreti e misteri destinati a rimanere tali per sempre. Soprattutto, spiega il contenuto paradossale della sentenza che verrà pronunciata al termine di quella giornata storica ma per nulla memorabile.
Andreotti viene infatti assolto dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli. A sorpresa, verrebbe da dire. Condizionale d’obbligo: a termine di quel sonnecchiante 28 ottobre, mentre l’opinione pubblica sostanzialmente tace, le voci ufficiali si uniscono in unanimi grida di giubilo e approvazione. Tutti felici per l’assoluzione del vecchio e oscuro “padre della patria”.
Poco importa se quella sentenza – tipico papocchio “all’italiana” che, presa nella sua interezza, unendo cioè le considerazioni finali della corte perugina e di quella palermitana – riesca nel capolavoro grottesco di condannare, prescrivere e assolvere lo stesso imputato in un colpo solo. E quindi, dicendo tutto e il contrario di tutto, a lasciare di fatto irrisolto uno dei più gravi buchi neri della nostra storia, a seppellire per l’ennesima volta i segreti di stato sotto un cumulo irremovibile di oblio perpetuo.
Poco importa se l’impianto di quelle accuse provenisse da un testimone, ovvero il superpentito Tommaso Buscetta, già dimostratosi totalmente attendibile (alle sue rivelazioni, e solo a quelle, si deve la riuscita del maxiprocesso alla mafia celebrato da Falcone e Borsellino a metà degli anni ’80), e sulla cui attendibilità, di fatto, anche la sentenza di Palermo si è espressa in maniera inequivocabile.
Poco importa se quella “strana” sentenza perugina, letta in ogni suo passaggio e non considerata esclusivamente nella sua proclamazione finale, lasci chiaramente intendere l’esistenza di più luci che ombre. Se soprattutto certifichi l’esistenza di un movente strettamente politico per l’omicidio Pecorelli.
Poco importa se accerti e dimostri come la morte di Pecorelli sia stata a tutti gli effetti un “delitto di Stato”, strettamente connesso alla vicenda Moro.
Poco importa.
In fondo, parliamo soltanto della nostra storia.

1.L’avventura di “OP”: chi era lo “spericolato” Mino Pecorelli?

Domenico “Mino” Pecorelli, nato nel molisano nel 1928, per lungo tempo fu un discreto avvocato esperto di diritto penale con la grande passione della scrittura. In particolare del giornalismo.
La grande occasione arrivò all’inizio degli anni ’60, quando il ministro democristiano Fiorentino Sullo lo nominò capo del suo ufficio stampa. Mossi così i primi passi nel mondo dell’informazione, e soprattutto entrato dalla porta principale in quello del potere e della politica, Pecorelli nel 1967 abbandonò definitivamente la carriera forense per dedicarsi a tempo pieno al giornalismo, iniziando a lavorare al periodico “Nuovo Mondo d’Oggi”.
Amante senza riserve degli scoop e degli scandali, il suo fu da subito un giornalismo assolutamente spericolato: proprio a causa di un suo articolo particolarmente scottante (di cui a tutt’oggi però non conosciamo il contenuto, visto che non fu mai pubblicato), “Nuovo Mondo d’Oggi” chiuse definitivamente i battenti per intervento diretto dell’Ufficio affari riservati del ministero degli interni.
Quella che poteva essere la parola fine alla sua carriera, fu invece il trampolino di lancio. Pecorelli si mise in proprio e, grazie a una rete incredibile di conoscenze importanti e influenti costruita negli anni, fondò l’agenzia di stampa “OP”, acronimo di “Osservatore Politico”.
Un’agenzia molto strana e molto particolare. Argomento centrale era la politica, con una predilezione per scandali e retroscena. La diffusione era assolutamente di nicchia, per un pubblico selezionatissimo: politici, dirigenti, militari, agenti dei servizi, criminali di prim’ordine. Ma ciò che stupiva più di ogni altra cosa era come OP riuscisse sistematicamente a battere chiunque sul tempo, dando le notizie più scomode e scottanti sempre in anteprima assoluta. E non si è mai capito, visto che nessuno ha voluto accertarlo, se fossero i servizi segreti a passare le notizie a Pecorelli o viceversa.
Dopo quasi dieci anni di attività, nel marzo del 1978, Pecorelli annunciò di voler trasformare OP in una rivista regolarmente distribuita in edicola. Cosa che effettivamente avvenne nel giro di un paio di settimane.
La rapidità dell’operazione, con tutto che Pecorelli non disponeva del denaro necessario per una simile avventura editoriale e quindi qualcuno (ma chi?) si mosse all’istante per sovvenzionarla, fu alquanto singolare.
Così come singolare fu che il primo numero di OP distribuito in edicola coincise perfettamente con la strage di via Fani e l’inizio del sequestro Moro.
Coincidenza o tempismo perfetto?

2.Pecorelli-Moro-Dalla Chiesa

La scrittura di Pecorelli si caratterizzava per uno stile fortemente allusivo, sibillino, a tratti deliberatamente criptico. Allusioni che però, lette oggi col senno di poi, contengono rivelazioni e “premonizioni” a dir poco sconcertanti.
Il 15 marzo, a ventiquattr’ore dal rapimento di Aldo Moro, Pecorelli in relazione al giuramento del governo Andreotti del giorno seguente, citando l’anniversario delle “Idi di marzo”, scrisse come stesse per agire un “nuovo Bruto” (ovvero uno degli assassini di Cesare).
È forse Cossiga (non a caso vero e proprio “figlio politico” di Aldo Moro) il nuovo Bruto cui fa riferimento il giornalista? E soprattutto come faceva Pecorelli a sapere che stava per accadere qualcosa di così enorme da essere addirittura paragonabili alle idi di marzo del 44 a.c.?
Abbiamo già visto (capitolo 4: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/) come tanto i servizi segreti quanto il ministero degli interni, retto appunto da Francesco Cossiga, sapessero almeno da un mese che era in preparazione un atto terroristico di una certa rilevanza. Pecorelli quindi aveva avuto accesso a queste informazioni ben più che riservate? Pecorelli sapeva che non era stato fatto nulla, e che non si sarebbe fatto nulla, per neutralizzare la minaccia?
Ma questo è soltanto l’inizio. Per tutti i cinquantacinque giorni Pecorelli, dalle colonne di OP, scrisse incessantemente sulla vicenda, con allusioni sempre più circoscritte e stringenti.
Anzitutto parlò, mesi prima del suo ritrovamento, dell’esistenza di un “memoriale Moro” redatto dallo statista in carcere, anticipò il contenuto di alcune lettere scritte dal politico prima che venissero rese pubbliche, sostenne l’esistenza di due correnti all’interno delle BR, una trattativista e una intransigente (cosa confermata, anni dopo, dai terroristi “dissociati” Valerio Morucci e Adriana Faranda). Soprattutto mise continuamente in relazione il sequestro con il compromesso storico, parlando a tal proposito delle ingerenze sovietiche (particolare non da poco confermato, molti anni dopo, dalla pubblicazione del dossier Mitrokhin, dove figura il nome di Sokolov, spia del Kgb che seguì Moro nelle settimane precedenti il rapimento, e di cui abbiamo parlato sempre nel capitolo 4) e americane (altro particolare fondamentale che ebbe, sempre a molti anni di distanza, clamorosa conferma nelle parole degli “esperti” del comitato di crisi istituito da Cossiga, Franco Ferracuti e Steve Pieczenik, per cui si rimanda di nuovo al capitolo 4).
Pecorelli continuò a parlare della vicenda Moro a più riprese anche dopo la morte dello statista.
Il 17 ottobre del 1978, ovvero cinque mesi dopo la tragica conclusione del sequestro, sempre su OP, nella rubrica “Lettere al direttore”, un “anonimo lettore” (in realtà la rubrica era fasulla, le lettere erano scritte dallo stesso Pecorelli, un espediente originale per far esplodere notizie particolarmente clamorose) scriveva come un generale fosse riuscito a scoprire il luogo dove le BR tenevano prigioniero Moro, ma non era potuto intervenire perché bloccato dal potere politico:
“Il ministro […] sapeva tutto, sapeva perfino dove era tenuto prigioniero […] perché un generale dei carabinieri era andato a riferirglielo di persona nella massima segretezza […]. Perché non ha fatto nulla? Perché il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto, e qui sorge il rebus: quanto in alto, magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso?”.
Concludendo:
“Quale generale dei CC sarà trovato suicida con la classica revolverata che fa tutto da sé?”.
Nel 1978 davvero in pochi, e senza dubbio nessuno della cosiddetta “opinione pubblica”, potevano cogliere il riferimento alla “loggia di Cristo in Paradiso” da cui Cossiga avrebbe dovuto ricevere il via libera per agire. Tutto si farà più chiaro tre anni più tardi, nel 1981, quando i giudici istruttori Gherardo Colombo e Giuliano Turone scoprirono la famosa lista della loggia massonica denominata P2 di Licio Gelli, nonché la sua natura criminale ed eversiva e i suoi infiniti legami con il potere politico.
Quindi Pecorelli, in questa famosa “lettera al direttore”, sosterrebbe come la P2 condizionasse le decisioni del ministro Cossiga. Ipotesi tutt’altro che visionaria, visto che le indagini, ad anni di distanza, è risultato molto più che probabile un pesante condizionamento della loggia di Gelli nell’operato del ministero durante il sequestro Moro (ne abbiamo parlato approfonditamente nel capitolo 5: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/).
Ma chi era il “generale dei carabinieri” citato dalla lettera e per il quale si prevedeva una fine fosca e violenta?
Con ogni probabilità si trattava di Carlo Alberto Dalla Chiesa, per l’appunto brutalmente assassinato dalla mafia nel 1982.
Ed è proprio qui, nel triangolo Pecorelli-Moro-Dalla Chiesa, che si annidano gli aspetti più inquietanti e clamorosi dell’intera vicenda.
Andiamo con ordine.
Nel maggio del 1974 Dalla Chiesa, assieme ad altri dieci selezionatissimi ufficiali dell’arma, aveva dato vita al Nucleo Speciale Antiterrorismo. Come visto nel capitolo precedente, in pochissimo tempo l’abile generale riuscì a mettere in ginocchio le BR, decimandole e privandole della quasi totalità dei capi storici, a partire da Renato Curcio. I suoi metodi furono spesso al centro di aspre polemiche: non certo ortodossi, prevedevano il ricorso continuo alle infiltrazioni, la spinta sistematica alla delazione con la promesse di agevolazioni e sconti di pena, il carcere durissimo, l’isolamento perpetuo, il non raro ricorso alla violenza nei confronti dei detenuti.
Ad ogni modo, qualunque possa essere il giudizio circa i metodi del generale, egli fu l’unico a ottenere dei risultati concreti nella lotta alle BR. Eppure, nonostante questo, il Nucleo Speciale fu inspiegabilmente soppresso nel 1976, e Dalla Chiesa fu di fatto estromesso dalle azioni dell’antiterrorismo. Un bizzarro “esilio” che durò fino all’agosto del 1978, stranamente coincidente con la preparazione e la messa in atto del rapimento, della detenzione e dell’uccisione di Aldo Moro.
Ad ogni modo, nell’estate del 1978 Dalla Chiesa fu nominato coordinatore dell’antiterrorismo, con poteri pressoché illimitati. E i risultati furono immediati: il 1 ottobre, nemmeno due mesi dopi l’investitura, gli uomini di Dalla Chiesa fecero irruzione nel covo all’epoca più importante delle BR, situata a Milano, in via Montenevoso. Nella base, oltre ad arrestare due terroristi di primissimo piano (Lauro Azzolini e Nadia Mantovani), fu trovato il dattiloscritto del famosissimo “memoriale Moro”.
Il contenuto del memoriale è molto più che esplosivo, ma la storia del suo ritrovamento è particolarmente complessa e oscura. Una vicenda così importante che sull’intera questione dedicheremo ben due dei capitoli successivi. Per ora, limitiamoci alle linee generali.
Del memoriale esistono due versioni note, ritrovate in altrettanti momenti ben distinti (e distanti). Il primo è appunto quel 1 ottobre 1978 a seguito dell’irruzione di Dalla Chiesa nel covo brigatista, e consiste in un dattiloscritto di 43 pagine. Il secondo avviene molti anni dopo, nel 1990, nello stesso appartamento e per motivi assolutamente fortuiti (un banale lavoro di muratura), un manoscritto – in parte originale, in parte in fotocopia – che conta in totale 421 fogli, un corpus quindi assai più ampio e dettagliato rispetto a quello ritrovato dodici anni prima.
Pecorelli, appena fu data notizia del ritrovamento del primo memoriale, ma molto prima che il contenuto venisse reso pubblico, sottolineò continuamente e ripetutamente, sulle pagine di OP, come fosse incompleto, mancante di parti fondamentali. Cosa che poi, nel 1990, con il ritrovamento della versione estesa e (forse) integrale, risultò essere assolutamente vero.
Ma Pecorelli come poteva saperlo? Le specifiche indagini condotte in merito a partire dal 1990 hanno evidenziato come con ogni probabilità già nell’ottobre del ’78 fu ritrovata la versione integrale del memoriale, o quanto meno più consistente di quelle 43 pagine poi rese pubbliche.
Ergo qualcuno, a margine della perquisizione, ovviamente su precise direttive e per specifici interessi, alterò il contenuto del dattiloscritto, epurandolo dalle parti ritenute più scottanti. Se per i dettagli di questa sconcertante vicenda rimandiamo come già detto ai capitoli successivi, la domanda che dobbiamo porci in questo momento è sempre la stessa: Pecorelli come poteva saperlo?
L’ipotesi, molto più che probabile, è che sia stato proprio Dalla Chiesa l’informatore d’eccellenza del temerario giornalista. Anche perché che i due fossero in strettissimi rapporti è un dato assolutamente certo.
Nel 1978 la maggior parte dei terroristi “rossi” erano rinchiusi nel carcere di Cuneo. Sottufficiale della polizia penitenziaria di quel carcere era all’epoca Angelo Incandela, le cui testimonianze, rese ad anni di distanza in occasione del processo contro Giulio Andreotti per l’omicidio Pecorelli, si riveleranno ben più che illuminanti.
Negli ultimi giorni dell’anno, circa tre mesi dopo l’irruzione in via Montenevoso, Incandela si incontrò segretamente con Dalla Chiesa nei pressi di Cuneo. Motivo dell’incontro una notizia giunta a Dalla Chiesa circa alcune carte riguardanti Aldo Moro entrate nel carcere. Ad aver passato la notizia (certa) al generale proprio Mino Pecorelli, che infatti quella sera accompagnò Dalla Chiesa a bordo di un’Alfa Romeo bianca all’incontro con Incandela.
Quelle carte, provenienti dal memoriale, erano entrate clandestinamente, eludendo i controlli durante i colloqui con i detenuti. Dalla Chiesa chiese, o meglio ordinò a Incandela di recuperare assolutamente quelle carte. Dicendogli anche perché fossero così importanti: “sono documenti di Moro in cui si parla di Andreotti”. Incandela dopo quindici giorni trovò all’interno del carcere le carte richieste e, all’inizio del 1979, le consegnò al generale.
Fino a che, due anni dopo, Dalla Chiesa tornò da Incandela, chiedendogli di riportare quegli stessi documenti nel carcere e di simulare un ritrovamento fortuito. Ma Incandela si tirò indietro, Dalla Chiesa fu spostato a Palermo (dove troverà la morte) per contrastare Cosa Nostra e di quelle carte nessuno ne seppe più nulla.
Proviamo a ricostruire l’intrigo.
Pecorelli ha una rete di amicizie importanti e pericolose. Queste gli permettono di venire a conoscenza di clamorosi retroscena di cui dà puntualmente notizia durante i cinquantacinque giorni del sequestro. Tra queste amicizie c’è Dalla Chiesa che, nonostante durante il rapimento Moro formalmente non si occupasse più di terrorismo, si adopera in ogni modo per salvare la vita dello statista. Come sappiamo, senza riuscirci.
In agosto Dalla Chiesa torna ai vertici dell’antiterrorismo. In ottobre annienta il covo per eccellenza delle BR, dove ritrova il memoriale di Aldo Moro. Ma qualcuno sposta e sottrae delle carte, ufficializzando una versione monca del memoriale. Dalla Chiesa ne parla con Pecorelli, che lo scrive su OP.
Ma le BR hanno più copie di quelle carte. E una di queste copie riescono a farle entrare nel carcere di Cuneo. La notizia arriva alle orecchie di Pecorelli, che prontamente lo riferisce a Dalla Chiesa. Sa, perché il memoriale lo ha visto durante la perquisizione, che le carte mancanti parlano di Giulio Andreotti. E ovviamente vuole recuperarle. Ci riesce grazie a Incandela, ma la cosa poi, causa la rimozione del generale dall’antiterrorismo e soprattutto causa il suo brutale assassinio, non ha alcun seguito.
Le domande a questo punto sono molteplici e, inutile dirlo, tutte senza risposta: è un caso che Dalla Chiesa fu nuovamente rimosso dall’antiterrorismo proprio nel momento in cui rientrò in possesso di queste carte? Andreotti ne era al corrente? E, soprattutto, cosa avrebbe potuto scrivere Pecorelli in proposito?
All’ultima domanda la risposta non c’è perché il 20 marzo del 1979, poche settimane dopo la restituzione delle carte a Dalla Chiesa, Pecorelli fu assassinato a Roma, in via Orazio, proprio sotto la redazione di OP.
Resta un’ultima questione. Tornando a quella “lettera” pubblicata il 17 ottobre del 1978, al di là dei riferimenti alla “loggia di Cristo”, Pecorelli aveva scritto chiaramente come il generale, durante i cinquantacinque giorni, avesse individuato il luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro.
Anche questo dato, all’apparenza una sparata clamorosa, è, come vedremo sempre nei capitoli successivi, è qualcosa di molto più di una semplice ipotesi.

3.Conclusioni inconcluse

Non è possibile, in un groviglio del genere, tirare vere e proprie conclusioni. Ma almeno conclusioni, diciamo così, “inconcluse”, sì, è assolutamente nostro dovere provare a trarle.
Se quanto dice Pecorelli è vero, e cioè se Dalla Chiesa effettivamente trovò la prigione di Aldo Moro e il governo decise di non intervenire, e se Dalla Chiesa era prima a conoscenza e poi materialmente in possesso delle carte in cui Moro gettava ben più di un’ombra su Giulio Andreotti, il generale era, per Andreotti, per il governo e per la Democrazia Cristiana, un personaggio molto più che scomodo.
Spedirlo a Palermo, dove effettivamente, come da lui stesso lamentato e come accertato oltre ogni ragionevole dubbio, fu di fatto lasciato solo e abbandonato a sé stesso, messo nella condizione di diventare un bersaglio fin troppo facile per Cosa Nostra, potrebbe di conseguenza essere stata una strategia perfetta per eliminare uno dei più scomodi testimoni dei retroscena del caso Moro.
Oltre Dalla Chiesa, a sapere troppo su Moro e, soprattutto, su Andreotti, era proprio Pecorelli.
Che, puntualmente, viene ucciso il 20 marzo 1979. Un delitto di mafia. Ma che interesse poteva avere Cosa Nostra a eliminare Pecorelli? Il “teorema Buscetta” spiega l’omicidio come una sorta di favore che la cosca di Salemi avrebbe fatto ad Andreotti. Ma non ci sono solo le parole del superprentito.
La Corte d’Assise di Perugia, che in appello condanna Giulio Andreotti a ventiquattro anni di carcere in qualità di mandante dell’omicidio Pecorelli, scrive:
“l’imputato Giulio Andreotti aveva un forte interesse a che Pecorelli non pubblicasse certe notizie scottanti e le pubblicasse in maniera addolcita”.
E le “certe notizie” sono ovviamente quelle relative al caso Moro.
Ma se Andreotti aveva interesse specifico a non far uscire certe rivelazioni, allora il reale ruolo giocato dal governo e nella fattispecie dal presidente del consiglio nei confronti di Moro durante i cinquantacinque giorni del sequestro fu tutt’altro che limpido. E se Andreotti, come certifica la sentenza definitiva, ha avuto rapporti certi di collaborazione con la mafia almeno fino al 1980, è veramente difficile ipotizzare, come però sostiene la stessa sentenza definitiva, che il sette volte presidente del consiglio nulla sapesse dell’omicidio Pecorelli, che pure proviene da quella stessa cosca con cui era connivente.
Ultima conclusione inconclusa: i proiettili che uccisero Pecorelli erano calibro 7,65, marca Gevelot. Proiettili rarissimi, praticamente inesistenti in Italia, mercato clandestino compreso. Identici però a quelli ritrovati nell’arsenale della Banda della Magliana, rinvenuto nei sotterranei del ministero della sanità. Che tra la mafia, nella persona del boss Pippo Calò, e la Banda della Magliana, in particolare nella persona di Renatino De Pedis, ci fosse un rapporto di collaborazione (che prevedeva anche lo scambio di armi) continuo e costante, è stato più che accertato. Che la Banda della Magliana, su richiesta della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo, sia entrata nel caso Moro mettendosi a disposizione per cercare la prigione dello statista, è altrettanto certo. Così come è certo che il falso comunicato numero 7 delle BR fu stampato da un falsario direttamente collegato alla Banda della Magliana. Non sembra quindi assurdo che la Banda della Magliana possa aver messo a disposizione della mafia il proprio arsenale per compiere un delitto di stampo mafioso e politico in territorio romano, con tutto che in più di un’occasione la Banda aveva messo le mani sull’affare Moro.
Un groviglio vertiginoso, da capogiro, complesso e complicato, dove però in qualche modo i collegamenti sembrano tornare perfettamente e le tessere paiono combaciare nel più pazzesco dei puzzle.
Peccato solo che, in quarant’anni, ci sia stata la sistematica volontà di impedire la verifica definitiva di tutto questo. Il sistematico disegno di impedire il raggiungimento di una verità limpida e senza ombra. E che tutto questo, fatalmente e tragicamente, resti conclusione inconclusa.

(continua)

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