55 giorni – 40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata – 8/ Un’incredibile superficialità

A mettere in fila tutti gli errori grossolani, le sviste clamorose, le lentezze inverosimili, gli equivoci giganteschi e le manifeste incompetenze che hanno caratterizzato le indagini investigative e le azioni di polizia durante i cinquantacinque giorni del sequestro, sembra di leggere la brutta sceneggiatura di un film di serie B, la malriuscita parodia di un poliziesco.
Peccato solo non si tratti di un film, ma della più grande tragedia italiana dal dopoguerra a oggi. E non c’è davvero niente da ridere.
È tutto talmente assurdo, tutto talmente abbandonato alla più incredibile superficialità e alla più sconcertante improvvisazione, tutto talmente troppo che l’intelligenza, anche la più minima e meno illuminata, si ribella e rifiuta di crederci.
Perché una polizia inefficace, impreparata o anche totalmente incapace, potrebbe anche starci. Il problema è che l’Italia all’epoca, in materia di terrorismo, già poteva contare su strutture organizzate e preparate, nonché su fior fiori di professionisti.
Uno su tutti il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a capo di quel Nucleo Speciale Antiterrorismo istituito nel 1974 dall’allora ministro degli interni Paolo Emilio Taviani. Quell’apparato lavorò benissimo ottenendo risultati clamorosi ed eclatanti: in brevissimo tempo furono arrestati tutti i capi storici delle Brigate Rosse (con l’eccezione del solo Mario Moretti), furono scoperti e smantellati i principali covi e tutta l’organizzazione fu messa di fatto un ginocchio.
Ebbene, il Nucleo Speciale nel 1976 fu soppresso con ordine diretto del generale dell’Arma Enrico Mino, legato, come si scoprirà otto anni più tardi, alla P2 di Licio Gelli. Una decisione a dir poco assurda e sconsiderata, che andava a privare la lotta al terrorismo del suo organismo più capace ed efficace, proprio nel momento più caldo e critico degli anni di piombo.
Ancora più a assurdo che durante il sequestro Moro a nessuno sia venuto in mente di chiamare in causa Dalla Chiesa, ovvero l’unico che nella lotta contro le Brigate Rosse avesse conseguito risultati efficaci e rilevanti e che conoscesse il fenomeno meglio di chiunque altro. Assolutamente incredibile che in nessuno di quei tre comitati di crisi creati appositamente da Cossiga poche ore dopo via Fani, e di cui tanto abbiamo parlato (si veda in particolare il capitolo 5: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/), pieni zeppi di personaggi dal dubbio curriculum, per niente limpidi e quasi tutti affiliati alla P2, sia stato coinvolto Dalla Chiesa. Con tutto che il generale tornò a dirigere la lotta contro le Brigate Rosse subito dopo la morte di Moro, dimostrando anche in questo caso tutta la sua abilità ottenendo risultati fondamentali in pochissimo tempo.
Prima e dopo, ma non durante il sequestro. Perché?
Ad ogni modo, bravure ed eccellenze, tanto nelle forze dell’ordine quanto nella magistratura, c’erano eccome. Solo che, in quei cinquantacinque giorni, furono sistematicamente messe da parte.

1.Gradoli e via Gradoli

Uno degli episodi in assoluto più clamorosi dell’intera vicenda Moro è quello di via Gradoli, in zona Cassia a Roma, dove al civico 96, al secondo piano di un normalissimo condominio, c’è la base, assieme a quella di via Montalcini dove è detenuto lo statista, più importante delle Brigate Rosse durante il sequestro. Lì dentro infatti, sotto il falso nome di “Mario Borghi, ingegnere”, vive assieme a Barbara Balzerani Mario Moretti, il “capo” delle BR, l’uomo che per cinquantacinque giorni interrogherà Moro all’interno della prigione del popolo.
È lì dentro, nell’appartamento di via Gradoli preso in affitto da Moretti alla fine del 1975, che vengono decise e dirette tutte le operazioni della colonna romana dai primi mesi del 1976 al sequestro Moro. Lì dentro che quotidianamente transitano diversi altri brigatisti. Da lì che ogni giorno Moretti esce per andare ad interrogare Moro in via Montalcini, oppure per recarsi nella tipografia dell’organizzazione situata in via Foà, o ancora per andare alla stazione Termini e da lì raggiungere Firenze dove si svolgono le riunioni del comitato esecutivo.
Sconcertante pensare come un covo così cruciale fosse assolutamente a portata di mano.
Infatti le forze dell’ordine arrivano in via Gradoli addirittura il 18 marzo, appena due giorni dopo la strage di via Fani. Cinque agenti ricevono dalla Procura, ovvero dal magistrato Luciano Infelisi (si veda ancora il capitolo 5), l’ordine di perquisire alcuni edifici costituiti da miniappartamenti, spesso affittati per periodi transitori. Un’operazione assolutamente logica: pur sbagliando (visto che le BR sono in via Gradoli da oltre due anni), si pensa che i terroristi possano preferire situazioni anonime e di passaggio, per dare meno nell’occhio ed essere più facilmente dimenticati dai vicini. Eppure, nello sbaglio la fortuna, visto che nell’elenco degli edifici da perquisire c’è anche quello di via Gradoli 96, dove c’è l’appartamento di Moretti e della Balzerani. I cinque agenti ispezionano l’intero stabile, ma arrivati a quello intestato all’ingegner “Mario Borghi” si limitano a suonare il campanello. E visto che nessuno risponde, rassicurati dai vicini che sostengono che lì dentro abiti gente tranquilla, non procedono oltre e se ne vanno.
Il problema è che in sede di istruttoria i vicini riporteranno una versione assai diversa, ovvero di aver riferito ai poliziotti che la notte prima del rapimento di Moro avevano sentito rumori sospetti provenire da quell’appartamento.
Chi è a mentire? Gli inquilini di via Gradoli o i poliziotti? Ma in ogni caso: visto l’ordine della Procura, perché rinunciarono così facilmente e con così tanta leggerezza alla perquisizione? Eppure l’ordine di Infelisi, come egli stesso ribadirà negli anni a venire, era prioritario, perentorio, urgente e non soggetto a interpretazioni: “tutti gli appartamenti andavano perquisiti, e se la porta era chiusa occorreva piantonare lo stabile fino all’arrivo dei proprietari. E se si capiva che nell’appartamento c’era qualcuno che non voleva aprire la porta, la stessa andava aperta con la forza”.
La verità è che i cinque poliziotti non furono ingenui e sprovveduti né disobbedirono agli ordini. Il fatto è che gli ordini di Infelisi e della Procura, come abbiamo già visto (ancora si rimanda al capitolo 5), durante il sequestro non contavano nulla, visto che la Polizia prendeva ordini solo ed esclusivamente dal ministero degli interni, ovvero da Cossiga, che evidentemente, per queste perquisizioni, aveva dato ben altre disposizioni.
Due settimane dopo, il 2 aprile, un gruppo di professori universitari legati alla DC, tra cui il futuro premier Romano Prodi, in un pomeriggio piovoso e di noia giocano a fare una seduta spiritica, ed evocando gli spiriti di La Pira e don Sturzo, chiedono dove le BR tengano nascosto l’onorevole Moro. Il piattino si muove componendo il nome “Gradoli”. Una nuova offesa all’intelligenza umana e in particolare a quella di tutti gli italiani, visto che è francamente impossibile credere a un episodio così grottesco. Ma tant’è. La notizia viene filtrata da Prodi alla segreteria di Zaccagnini e da lì arriva alla Polizia. Come è possibile pensare che la Polizia, nel momento più tragico della storia italiana, possa prendere in considerazione un’indicazione suggerita da una seduta spiritica? È materiale da clinica psichiatrica, non da indagine. Eppure, visto che, come spiegherà Cossiga durante il processo Moro, nelle Pagine Gialle (sic!) non figurava alcuna via Gradoli, ordinò un’imponente perquisizione casa per casa nel paesino di Gradoli, nel viterbese. Perquisizione colossale e apocalittica che però, ovviamente, non portò a niente. Di nuovo: come è possibile credere che in un momento del genere le Pagine Gialle possano essere uno strumento investigativo? E soprattutto come è possibile credere che la Polizia, che in via Gradoli c’era stata appena quindici giorni prima, non possa conoscerla? E ancora, perché Prodi passò l’informazione alla DC e non, come sarebbe stato non solo logico, ma dovuto, a Infelisi e alla Procura?
Ovvio che non ci fu nessuna seduta spiritica. O magari ci fu, ma non fu certo da lì che uscì fuori il nome “Gradoli”. Esso fu probabilmente il frutto di una soffiata di qualche collaboratore dell’Autonomia bolognese. Soffiata preziosissima, ma che evidentemente qualcuno pensò bene di tingere di paradosso e dirottare altrove.
Va da sé che scoprire e soprattutto mettere sotto sorveglianza questo covo avrebbe avuto un’importanza incalcolabile. E che probabilmente avrebbe portato molto vicini alla liberazione di Moro.
Con tutto che la base di via Gradoli, il 18 aprile, fu effettivamente scoperta, a quanto si dice per una banalissima perdita d’acqua. Ma la scoperta del covo, e tutto quello che accadde in quel folle e decisivo 18 aprile è un’altra storia ancora, talmente importante e, manco a dirlo, così piena d’ombre, che ne parleremo più avanti in un capitolo specifico.

2.Spadaccini e Triaca

Oltre via Gradoli e via Montalcini, l’altro luogo chiave del sequestro Moro era la tipografia di via Foà, quartiere di Monteverde, dove le BR stampavano i loro comunicati e dove Mario Moretti si recava di frequente.
Anche in questo caso, scoprirla e piantonarla, avrebbe potuto cambiare la storia del sequestro.
E anche in questo caso, il luogo era assolutamente a portata di mano.
Il 28 marzo l’Ucigos, ovvero l’ufficio centrale per le operazioni “speciali” della Polizia, anche questo creato da Cossiga in quello stesso 1978, ricevette una segnalazione fondamentale: controllare alcune persone, tra cui tale Teodoro Spadaccini e tale Enrico Triaca, sicuramente collegate con le BR. Con tanto di indicazione sull’età, il lavoro e i luoghi abitualmente frequentati dalle persone segnalate.
L’informativa fu tenuta nascosta alla Procura e a Infelisi per un mese, resa nota soltanto a fine aprile, ovvero a pochi giorni dall’assassinio di Moro, quando ormai era troppo tardi.
Per un tempo infinito, vent’anni per la precisione, quel ritardo inqualificabile di comunicazione è stato giustificato da Antonio Fariello, all’epoca capo dell’Ucigos, con la necessità di verificare l’attendibilità dell’informatore. Ma nel 1998 si è scoperto che non si trattava di una “soffiata”, ma di una vera e propria informativa fornita da un affidabile e conosciuto collaboratore delle forze dell’ordine, nome in codice “il Cardinale”.
Di nuovo, con ogni evidenza, ordini del ministero e di organi strettamente collegati a esso (in questo caso l’Ucigos) impedirono di rendere operativa un’informazione fondamentale, che avrebbe portato nel giro di poche ore – un mese e mezzo prima della morte di Moro – all’identificazione di Teodoro Spadaccini, ovvero l’uomo che, per conto di Bruno Seghetti (uno dei partecipanti all’agguato di via Fani), custodì la celeberrima Renault 4 su cui il 9 maggio fu riposto il cadavere dello statista, e all’identificazione di Enrico Triaca, ovvero il titolare della tipografia delle Brigate Rosse.
Metterli sotto osservazione e pedinarli, avrebbe portato gli inquirenti al cuore delle BR.
Solo il 4 maggio, ad appena cinque giorni dall’esecuzione di Moro, l’Ucigos, dopo aver finalmente reso nota l’informazione del “Cardinale” alla Procura, e dopo aver pedinato per tre giorni Spadaccini, emette ordine di perquisizione nei suoi confronti e nei confronti di Triaca e degli altri nominativi. Undici in totale. Ma per motivi ignoti, se non evitare qualsiasi rischio che la vita di Moro possa essere ancora salvata, le perquisizioni vengono ulteriormente spostate al 7 maggio.
E solo il 17 maggio, otto giorni dopo la morte di Moro, l’Ucigos si deciderà a fare irruzione nello stabile di via Foà.

3.I “postini” delle Brigate Rosse

Nel capitolo precedente (http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/) abbiamo visto come, a partire dal 26 marzo, iniziò la diffusione delle lettere scritte da Moro nella prigione del popolo, che si fece progressivamente più frequente. E drammatica.
In totale le lettere uscite dalla prigione furono 97. Queste, insieme ai nove comunicati delle BR, furono tutte consegnate, in una Roma blindatissima e militarizzata come non lo era mai stata, da Valerio Morucci e Adriana Faranda, i cosiddetti “postini” delle BR (di entrambi ne abbiamo parlato diffusamente nel capitolo 2: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/).
Le indagini svolte da Procura e magistrati il 31 marzo arrivarono a stilare un elenco di nove brigatisti ritenuti tra i probabili partecipanti all’eccidio di via Fani. Tra questi nomi figuravano anche quelli di Morucci e della Faranda. Quest’ultima, come risulterà anni dopo nei processi, in via Fani non c’era, ma ricopriva comunque un ruolo di prim’ordine nelle Brigate Rosse e in particolare, nell’operazione Moro, svolgeva un compito fondamentale. In sostanza, l’elenco elaborato dai magistrati poteva essere assolutamente decisivo. Ma anche in questo caso il ministero degli interni, i comitati di crisi e l’Ucigos fecero di tutto per ostacolare il lavoro della Procura e immobilizzare le indagini, commettendo la “leggerezza”, di certo tutt’altro che accidentale o dovuta all’incuria, di pubblicare le foto dei super ricercati, bruciando automaticamente quelle piste (per questo episodio in particolare, legato soprattutto all’attività dei comitati di crisi, si veda il solito capitolo 5).
Resta il fatto che i nomi, e i volti, di Morucci e della Faranda erano arcinoti alle forze dell’ordine.
Il fatto che i due, in cima all’elenco dei ricercati di ogni commissariato d’Italia, per cinquantacinque giorni si siano potuti muovere continuamente per le vie di Roma senza essere mai intercettati, è assai singolare. Ovvio che i brigatisti in clandestinità seguivano regole più o meno ferree (che però in momenti cruciali come il sequestro Moro divennero rigidissime) che comprendevano anche, e soprattutto, il muoversi il meno possibile e solo quando strettamente indispensabile. Il ruolo di Morucci e della Faranda costituiva un’eccezione: loro, in quanto “postini”, dovevano spostarsi incessantemente.
Quando i due dirigenti dell’Autonomia, Pace e Piperno, in seguito alle richieste di Craxi per riaprire il fronte della trattativa sul finire di aprile si posero come intermediari con le BR (si veda il capitolo 6: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/), fu proprio con i due postini che interloquirono direttamente.
Gli incontri furono diversi. Dapprima, quando ancora pareva possibile uno scambio di prigionieri, Pace e Piperno cercarono di capire la disponibilità delle BR sui nomi proposti da Craxi. Poi, quando tramontò ogni possibilità e il sequestro si avviò verso la più tragica delle conclusioni, provarono a intercedere per la vita di Moro, cercando di far capire ai due brigatisti come la morte dello statista sarebbe stata la fine di ogni dissenso, di ogni esperienza di lotta. Si confrontavano due mondi, quello movimentista e spontaneista di piazza e quello clandestino e terrorista, da sempre distanti, ma che in quel momento sancirono la loro reciproca e definitiva estraneità.
Ad ogni modo gli incontri erano, al contrario di quanto si possa pensare, tutt’altro che clandestini. Pur brevissimi per ovvie ragioni, avvenivano nei bar del centro, nei luoghi più frequentati della città. Un rischio a dir poco pazzesco. Addirittura Pace, a molti anni di distanza, ha raccontato come uno di questi incontri si tenne in un bar dove era seduto anche, a pochi tavolini di distanza, il colonnello Alibrandi.
Nel frattempo, dopo mille ritardi e rallentamenti a causa della sciagurata pubblicazione delle foto, il 24 aprile la Procura riuscì a emettere gli ordini di cattura per i nove brigatisti dell’elenco, quindi anche Morucci e la Faranda.
Ordini di cattura che, nella stessa misura del piantonamento di via Gradoli e via Foà, se eseguiti avrebbero portato un esito ben diverso a tutta questa storia.
Ma quegli ordini furono bloccati, senza alcuna spiegazione se non un paradossale e incomprensibile “esame degli atti”, dal Procuratore Generale Pascalino.
Il colpo definitivo alle indagini.
Da lì al 9 maggio infatti, tranne i rinvii continui della perquisizione della tipografia, non ci furono altri sviluppi.

(continua)

#55giorni40anni
#storieRiccardoLestini

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *