55 giorni – 40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata – 7/ La strategia delle Brigate Rosse

Comprendere appieno, o almeno provare a farlo, il caso Moro nella sua infinita complessità, significa anche addentrarsi nella storia delle Brigate Rosse, capirne le origini e gli sviluppi, le motivazioni e la (folle) ideologia che fu alla base di un episodio così drammatico e gigantesco.
Questo perché oltre i misteri, le mille zone d’ombra, le rivelazioni clamorose e sconcertanti, le inquietanti connivenze, le improvvise convergenze di opposti interessi, le omissioni interessate e calcolate, c’è almeno un dato assolutamente certo e incontrovertibile: le Brigate Rosse furono la mente che progettò l’azione di via Fani e il braccio che massacrò gli uomini della scorta, loro furono per cinquantacinque giorni i carcerieri dello statista e fu loro la decisione di ucciderlo. I misteri di cui sopra – molti dei quali sono stati l’oggetto principale dei capitoli precedenti – non vengono cancellati da queste certezze, piuttosto ne costituiscono il corollario, l’anello mancante, vi si annidano intorno rendendo quelle stesse certezze assolutamente parziali e completamente insufficienti.
Ma anche la storia nuda e cruda delle BR, quella raccontata in primis dagli stessi protagonisti e meticolosamente ricostruita attraverso indagini, vicende giudiziarie e inchieste giornalistiche, finisce per essere parziale, incompiuta, mancante di parti fondamentali. E in questo caso non per la presenza di chissà quali misteri e omissioni (che magari ci sono – anzi, ben più di un indizio e ben più di un dubbio sembrano portarci proprio in quella direzione -, ma non è questo il punto), ma perché “l’affaire Moro” è un avvenimento così enorme ed eclatante da annullare tutto il resto. Questo almeno, e senza dubbio, nell’immaginario collettivo. Come se le BR fossero esistite soltanto nello spazio temporale del sequestro, come se fossero vissute soltanto in virtù dei cinquantacinque giorni più tragici della nostra storia repubblicana. Non è così. Le BR hanno avuto un prima e un dopo ben precisi (e assolutamente fondamentali, per comprendere l’intera vicenda) di cui però tendiamo a non conservare memoria, schiacciati e dimenticati sotto il clamore gigantesco di via Fani e del sequestro Moro. Ma non solo. Oltre a una percezione generale distorta dal clamore, c’è anche – e soprattutto – una certa storiografia ufficiale assolutamente interessata a questo genere di oblio. Questo perché la storia delle Brigate Rosse non è affatto “comoda”: scoperchia vasi e alza tappeti sotto cui si annidano episodi, contesti, situazioni e realtà sociali che in molti hanno tutto l’interesse a dimenticare e a far finta che non siano mai esistiti, a partire proprio da chi le Brigate Rosse le contrastò con ogni mezzo possibile.
Un oblio che lascia ferite ancora aperte e conti mai saldati.
Soprattutto, che lascia una democrazia eternamente incompiuta ed eternamente incapace di guardare dentro la propria storia.

1.Una storia dentro La Storia

La mattina del 16 marzo 1978, con l’incredibile agguato di via Fani, le Brigate Rosse salgono improvvisamente alla ribalta mondiale. Si tratta senza dubbio di un “salto di qualità” enorme, sia operativo e militare sia mediatico, ma la loro esistenza non è certo una novità. Quella delle Brigate Rosse è una realtà già al centro del conflitto sociale italiano, arcinota tanto all’opinione pubblica quanto al mondo politico, con alle spalle quasi dieci anni di storia e diverse operazioni rilevanti (l’assalto al carcere di Casale Monferrato per la liberazione di Curcio, il sequestro Sossi, il conflitto a fuoco in cui perse la vita la fondatrice Margherita Cagol), a quell’altezza cronologica è in corso, a Torino, il processo ai capi storici dell’organizzazione (Curcio e Franceschini su tutti) e gli altri esponenti di spicco in libertà (Mario Moretti in particolare) sono in cima a tutte le liste dei ricercati.
Una storia ad ogni modo, per i tempi, tutt’altro che anomala. Nel senso che in Italia, negli anni settanta, nel periodo immediatamente successivo alla strage di piazza Fontana e all’inizio della strategia della tensione (sull’argomento specifico si veda il capitolo 4: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/), la questione della lotta armata, l’idea, come si diceva all’epoca, di “passare dalle parole ai fatti”, è un dibattito costantemente all’ordine del giorno, all’interno della sinistra extraparlamentare e non solo.
Ed è proprio questo l’aspetto che più di ogni altro imbarazza ancora oggi la lettura e il resoconto di quegli avvenimenti, che più di ogni altro si cerca di nascondere e dimenticare. Ovvero ammettere come le Brigate Rosse non fossero un corpo estraneo al particolare (e drammatico) contesto sociale di quegli anni (“alieni caduti dallo spazio”, come ebbe a dire qualcuno), ma al contrario come fossero completamente inseriti nella dinamica storica e sociale del tempo. All’inizio della loro parabola esse non erano che una delle decine e decine di sigle eversive e armate che si agitavano nel sottobosco di una società contraddittoria, arretrata e governata da poteri per nulla limpidi. Il che significa come una parte non certo irrilevante di donne e di uomini ‘militanti’ intendesse il comunismo, e la sua azione politica, in un’ottica prettamente rivoluzionaria, e come di conseguenza vedesse la lotta armata come il mezzo imprescindibile e necessario per rovesciare il sistema esistente e costruire una nuova società socialista. Una linea per alcuni assolutamente astratta e per altri tragicamente concreta, ma comunque esistente e tutt’altro che trascurabile. Soprattutto, che non riguardava soltanto la composita e burrascosa galassia extraparlamentare, ma che in non pochi casi investiva gli stessi militanti dei sindacati e quelli del Partito Comunista.
Oggi si fanno, letteralmente, carte false per tracciare linee nette di separazione, per rivendicare l’assoluta estraneità di tutta quanta la sinistra nei confronti del terrorismo, ma le cose non andarono affatto così. Se le prese di distanza e le condanne assolute furono chiare, decise e indiscutibili dall’agguato di via Fani in poi, prima – ovvero per quasi un intero decennio – prevalsero ambiguità e silenzi, se non proprio consensi più o meno scoperti.
Se quindi il caso Moro è il grande buco nero della storia d’Italia, l’intera storia delle Brigate Rosse è un nodo critico e irrisolto in quella specifica della sinistra italiana. Quando Rossana Rossanda, in pieno sequestro Moro, sulle colonne del “Manifesto” pubblicò il celebre articolo de “l’album di famiglia” (in cui con grande lucidità ammetteva di riconoscere nei comunicati BR lo stesso linguaggio, la stessa matrice ideologica, gli stessi schemi rigidi delle scuole quadri del Partito Comunista di Togliatti), la sinistra istituzionale insorse rispondendo sdegnata. In realtà il discorso della grande giornalista aveva pienamente centrato il problema: non si criminalizzava il PCI, la cui storia, pur tra varie contraddizioni e diversi punti oscuri, restava quella di un partito istituzionale e completamente ancorato ai valori democratici e costituzionali, come l’ideologia avesse partorito il mostro folle del terrorismo, come si fosse diffuso ben oltre la soglia di guardia e come fosse proprio compito della parte sana di quella ideologia, non voltando la testa dall’altra parte ma guardando in faccia la propria storia, fermarlo e spegnerlo definitivamente.
Anche nella loro composizione originaria, all’atto di nascita, le Brigate Rosse furono una sorta di sintesi, malata e degenerata, delle principali realtà di sinistra di quegli anni: un gruppo di militanti provenienti dall’Università di Trento e dal Movimento Studentesco (Renato Curcio e Margherita Cagol), ex esponenti delle sezioni giovanili del PCI emiliano (Franceschini) e attivisti dell’operaismo più radicale (Mario Moretti).
Quindi “una storia dentro La Storia” a tutti gli effetti. Che di certo fa male, ma che sarebbe assurdo ignorare e dimenticare.

2.L’attacco al cuore dello Stato

Se a differenza della miriade delle altre sigle eversive che nella sostanza perseguivano gli stessi obiettivi, le Brigate Rosse furono straordinariamente longeve arrivando a porsi sotto i riflettori del mondo intero, le ragioni sono molteplici. Sicuramente a garantirne la sopravvivenza, almeno in tutta la fase pre-Moro, in parte contribuì proprio quella sostanziale ambiguità di giudizio, che di fatto finì per garantire ai terroristi una rete di ‘simpatizzanti’ indefinita ma ben nutrita.
Ma soprattutto fu la rigidissima organizzazione, estremamente e maniacalmente compartimentata, a tenerle in vita così a lungo. Dalle piccole alle grandi azioni (compreso il rapimento di Aldo Moro), sia le linee generali sia i dettagli erano conosciuti esclusivamente dai militanti direttamente coinvolti e da una ristrettissima “direzione strategica”. E un numero complessivo di effettivi (sia i cosiddetti “regolari”, ovvero quelli in clandestinità, sia gli “irregolari”, cioè insospettabili che in apparenza continuavano a condurre una vita normalissima) che, almeno fino alla conclusione del sequestro Moro, fu sempre assai esiguo (di sicuro molto più esiguo di quanto si possa ragionevolmente pensare), tale da garantire compattezza granitica e mettersi il più possibile al riparo da infiltrazioni d’ogni sorta.
La linea ideologica delle BR, di ferrea impostazione leninista (una piccola avanguardia pone le basi della rivoluzione proletaria), basandosi sull’idea della resistenza “incompiuta” (ovvero riprendere e portare a compimento, con l’instaurazione di una società comunista, la lotta partigiana), sin dalla sua nascita pose la prospettiva di una nuova guerra civile in Italia, da raggiungere per fasi e gradualmente.
In un primo momento, dai militanti definito “propaganda armata”, organizzate in piccolissimi gruppi (le cosiddette “colonne”) di natura di fatto parasindacale, le Brigate Rosse operarono esclusivamente all’interno delle fabbriche, si dedicarono ad azioni molto circoscritte e di natura simbolica e dimostrativa: volantinaggio e comizi fulminei davanti agli operai, attentati incendiari alle auto dei dirigenti, sequestri lampo (di appena qualche ora). Per lo più sottovalutate dagli organi di informazione, nonché dalle forze di polizia, proprio in questa fase le Brigate Rosse riscossero consensi di entità non trascurabile nel mondo operaio.
Una “diffusa simpatia” che permise ai terroristi di radicarsi nelle principali fabbriche del nord e di allargare base e obiettivi.
Nel 1974 erano ormai presenti “colonne” in tutte le città del nord (ma esistevano basi anche al centro, in Toscana, in Umbria e nelle Marche) e la strategia operativa ebbe un primo considerevole salto di qualità: dalla propaganda armata al tentativo di incidere sui processi politici per modificare gli esistenti rapporti di forza.
Il sequestro del giudice Sossi fu, in questo senso, la prima vera azione a dare risonanza nazionale all’organizzazione terroristica. Concluso con il rilascio dell’ostaggio al termine di una trattativa tra brigatisti e istituzioni (i cui termini però non furono rispettati, come abbiamo già raccontato nel capitolo 5: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/), il sequestro Sossi fu un vero e proprio spartiacque nella storia delle BR. L’ambiguo consenso e la diffusa simpatia non riguardava più soltanto la classe operaia, ma iniziava a investire i settori più radicali del Movimento (“Sossi fascista, sei il primo della lista” era uno degli slogan più urlati dalle manifestazioni del tempo) e certi ambienti intellettuali (fu in questi anni che nacque la storia dei “compagni che sbagliano”). Ma non solo. Soprattutto, l’eco mediatica e il sostanziale “successo” dell’operazione Sossi convinsero le BR ad alzare ulteriormente il tiro.
Fu in questo contesto che maturò il cosiddetto “attacco al cuore dello Stato”, ovvero il proposito di colpire le basi di quello “Stato Imperialista delle Multinazionali” che, secondo le BR, governava oscuramente l’Italia e l’intero occidente, e di cui la Democrazia Cristiana era il simbolo più alto. Il che implicava il radicamento dell’organizzazione a Roma, il vero centro del potere. Ma la formazione della colonna romana fu rallentata dalla prima dura azione antibrigatista dello Stato, che in poco tempo decimò l’organizzazione e la privò, con l’eccezione di Mario Moretti, di tutti i suoi capi storici.
Moretti, miracolosamente scampato all’arresto, riuscì in un tempo sostanzialmente breve non solo a ricostruire le colonne già esistenti, ma anche a creare quella romana (in questa “rinascita” delle BR non poche furono le leggerezze e le gravi responsabilità delle istituzioni, come vedremo nei capitoli successivi). Se per lungo tempo (almeno fino al 1974) le BR non si erano macchiate di reati di sangue e per altri anni ancora l’uso delle armi restò assolutamente sporadico e quasi casuale, dopo l’arresto dei capi storici e la formazione della colonna romana l’organizzazione, sotto la guida unica di Mario Moretti, ebbe una vera e propria svolta militarista, con un’escalation che sarebbe culminata proprio in via Fani. E che poi, dopo l’uccisione di Moro, sarebbe diventata sistematica, trasformando la loro intera parabola in un tragico e quotidiano bagno di sangue.
L’attacco al cuore dello Stato, nella strategia brigatista, era la premessa fondamentale a quell’intervento sul processo politico nazionale per modificare i rapporti di forza esistenti, spaccare i partiti tradizionali, spostare l’opinione pubblica verso l’ottica rivoluzionaria e gettare le basi per la rivoluzione vera e propria.
La decisione di sequestrare un alto esponente della Democrazia Cristiana, maturò all’interno di questa analisi. Moro, a detta di Moretti, fu scelto in quanto ritenevano fosse l’incarnazione più concreta di trent’anni di potere DC (ricostruzione in parte smentita da altri brigatisti, come Morucci e Faranda, che invece parlano di tre opzioni – oltre Moro, Andreotti e Fanfani -, e di come Moro sia stato scelto anche perché obiettivo logisiticamente più facile).
Quello su cui invece le varie versioni brigatiste convergono in pieno è che la scelta del 16 marzo (data in cui per la prima volta il Partito Comunista avrebbe dato appoggio esterno al governo) come data per attuare il sequestro, fu assolutamente casuale. Ovvero che impedire il compromesso storico non faceva parte della strategia brigatista, che era tutta votata a colpire la Democrazia Cristiana.
Il problema non è tanto se credere o meno alla versione dei brigatisti e alla casualità della data del 16 marzo. La questione è se le BR, consapevolmente o meno, in questa operazione fossero sole, e se qualcuno, sempre nella loro consapevolezza o no, con ben altri interessi, abbia fatto in modo di far coincidere l’agguato con quella data (su tutto questo, si vedano i capitoli 2: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/, e 3:http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/).

3.Il processo

Che tra i motivi ci sia stato o meno il compromesso storico, l’obiettivo concreto e immediato che le Brigate Rosse intendevano raggiungere attraverso l’operazione Moro è chiaro: ottenere un riconoscimento politico diretto da parte della Democrazia Cristiana, ovvero porsi come interlocutore riconosciuto dallo Stato. Assolutamente prioritarie furono quindi da un lato la salute del prigioniero, dall’altro, soprattutto, la necessità di intavolare una trattativa.
Ma il nucleo centrale di tutta quanta l’operazione, nella visione brigatista di ben più ampio respiro e ben più ampia prospettiva rispetto a quel riconoscimento da ottenere nell’immediato, è il processo cui, durante il sequestro, i terroristi intendono sottoporre Aldo Moro.
Come è stato giustamente osservato da Ezio Mauro, tra i massimi esperti del caso Moro, il processo per le BR è ciò che conferisce senso all’intera operazione, che giustifica tanto il rapimento dello statista quanto il massacro della sua scorta, la chiave attraverso cui verranno svelati i segreti di quel Sistema Imperialista delle Multinazionali che intendono colpire, la catena di comando e il complesso di interessi del capitalismo mondiale, i legami criminali, il ruolo dell’Italia e della Democrazia Cristiana nello scenario. È, il processo, inteso e visto come l’anticamera della rivoluzione: i segreti che verranno finalmente svelati saranno l’eccezionale strumento di quella propaganda che porterà alla ribellione un popolo intero.
Inoltre, ancor prima di quel riconoscimento che i brigatisti si attendono, pone già Stato e BR sullo stesso piano: lo Stato tiene sotto processo, a Torino, Curcio e gli altri leaders storici, e allo stesso modo le Brigate Rosse, a Roma, processano lo Stato nella persona di Aldo Moro.
Queste le premesse e queste le aspettative.
La realtà sarà, da subito, molto diversa.
A condurre l’interrogatorio, così come ad avere qualsiasi altro genere di contatto con il prigioniero, è il solo Mario Moretti, che si presenta a Moro a volto coperto, per ragioni di sicurezza ma anche simboliche, ovvero una spersonalizzazione per riassumere, nella sua persona, l’intera storia delle Brigate Rosse. Le domande approntate nei giorni precedenti il sequestro spaziano da Portella della Ginestra al governo Tambroni, dal golpe De Lorenzo a Piazza Fontana, dalla NATO al ruolo della CIA. Una sorta di excursus su trent’anni di storia repubblicana. Ed è proprio qui la prima crepa: sono quesiti costretti nei rigidi e inamovibili schemi di un’ideologia che non comprende sfumature né contraddizioni, ma divide il mondo tra bianco e nero, bene e male, buoni e cattivi. I carcerieri si aspettano da Moro risposte altrettanto nette, immediate, risolutive. Si aspettano in sostanza risposte elementari a quesiti complessi, rivelando di fatto una natura tanto ferrea, feroce e disposta a tutto, quanto tragicamente ingenua, lontana anni luce dalla realtà delle cose, sia da quella che vorrebbero chiamare all’insurrezione sia da quella che pretenderebbero di rovesciare. Un’ingenuità che Moro metterà subito a nudo, disattendendo di colpo quel carico di aspettative.
Visto da lontano, alle Brigate Rosse il potere appariva qualcosa di monolitico, animato da un unico spirito, un unico pensiero e un’unica lingua. Adesso che hanno in mano chi le stanze e i meccanismi di quel potere conosce meglio di chiunque altro, lo scoprono completamente diverso, complesso, frammentato, inafferrabile, incomprensibile.
Volevano, le BR, la soluzione all’enigma di piazza Fontana. Volevano il piano della grande macchinazione, lo schema del disegno della strategia della tensione, un sì o un no circa il diretto coinvolgimento dell’intera Democrazia Cristiana. Risposte che Moro non sarà in grado di fornire e non per reticenza. Lo statista, e il suo memoriale steso durante la prigionia lo dimostra fin troppo bene (ne parleremo diffusamente nei capitoli successivi), parlerà e svelerà anche troppo. Ma ha un altro linguaggio e, soprattutto, altra consapevolezza.
Ancora Ezio Mauro: “È come se dicesse ai suoi carcerieri: non c’è risposta alle vostre domande, c’è solo una storia politica del Paese, nella quale sta a voi trovare spiegazioni, chiarimenti, conferme. Come se aggiungesse: la politica spiega tutto, bisogna saper cercare. Come se volesse far capire che la realtà è più umile, faticosa, contraddittoria della meccanica ideologica, e soprattutto meno automatica e più complessa”.
In definitiva, a domande ideologiche oppone risposte politiche. Che le Brigate Rosse non sanno comprendere. Sono confuse, deluse, spiazzate: il grande mostro del potere che pensavano unico e granitico, nelle risposte di Moro si frantuma in mille tronconi, mille situazioni, mille contesti in cui esistono colpe parziali e parziali giustificazioni, dove ogni contesto è causa ed effetto di altri contesti. Di fatto il presidente della Democrazia Cristiana prova a svelare ai suoi carcerieri l’insondabile abisso della Storia.
Gli dice tutto, ma per loro è come se non dicesse niente, al punto che dopo pochi giorni, sfiduciate e convinte che fosse un lavoro inutile, distruggono le bobine su cui registravano gli interrogatori. Con il suo linguaggio, che è quello della realtà e della storia materiale, ma è anche e soprattutto quello della politica – e nella fattispecie della politica democristiana -, Moro, schiacciato da una tragedia che è nazionale ma prima di tutto privatissima, consegna nelle mani delle Brigate Rosse una quantità incalcolabile di esplosivi in grado di destabilizzare di colpo l’intero sistema. Loro non lo colgono, gli sfugge addirittura la rivelazione della struttura segreta di Gladio. E continueranno a non coglierlo dopo il tragico epilogo della vicenda, quando del memoriale dello statista, come vedremo, non sapranno letteralmente che farsene.
Un punto assolutamente cruciale questo. Perché altri invece, fuori dalla prigione del popolo, coglieranno al contrario fin troppo bene la portata di quelle rivelazioni. E faranno di tutto, o meglio non faranno proprio niente, per spingere il sequestro alla più tragica della conclusioni (di questo ne abbiamo parlato in tutti i capitoli precedenti, ma in particolare nel capitolo 5).
E se, pur essendoci forti probabilità circa la partecipazione della RAF all’agguato di via Fani (si veda il capitolo 3), appare abbastanza certo come le BR nella gestione del sequestro fossero sole e non manovrate né eterodirette da nessuno, altrettanto certo è come la loro azione nel suo complesso, dal progetto all’esecuzione, sia stata abilmente strumentalizzata e sfruttata da ben altri poteri, che su quella tragedia fecero convergere ogni genere di interesse (ancora, si vedano tutti i capitoli precedenti).

4.Le spalle al muro

La piega inattesa presa dal processo smontò nel giro di pochi giorni il disegno originario delle Brigate Rosse. Perduta la possibilità di fare degli interrogatori il detonatore ultimo della ribellione di massa, l’obiettivo non tanto primario, quanto unico, rimase il riconoscimento politico.
Il processo continuò a figurare nei comunicati fatti trovare periodicamente nelle principali città italiane, ma usato esclusivamente – compreso l’annuncio della sua conclusione e della condanna a morte di Moro – come minaccia per convincere lo Stato, e nello specifico la Democrazia Cristiana, a trattare.
La trattativa divenne così ben presto attorno cui ruotò la strategia delle Brigate Rosse durante tutto il sequestro. Ma di nuovo e in maniera ancora più forte e grave, la reazione della politica spiazzò completamente i terroristi. Pensavano, attraverso il rapimento di Moro, di spaccare il palazzo, aprire contraddizioni insanabili, quanto meno si aspettavano un mondo politico e un partito disposti a tutto pur di liberare il vecchio totem della repubblica.
Al contrario dovettero scontrarsi non solo con un ricompattamento inatteso, ma soprattutto con una linea della fermezza assolutamente intransigente che negò da subito qualsiasi possibilità di trattativa.
Oggi sappiamo come i più sconcertanti misteri e le verità più sconvolgenti del caso Moro si annidino proprio all’ombra della linea della fermezza (si vedano i capitoli 5 e 6), che si tramutò ben presto in un calcolato immobilismo per mettere le Brigate Rosse con le spalle al muro e metterle nella condizione di concludere nel sangue l’intera operazione. Manovre inquietanti che Moro, come si può intuire tra le righe delle lettere scritte dalla prigionia e soprattutto nel suo memoriale, seppe pian piano a intuire. E che invece le Brigate Rosse, chiuse nel loro ottuso schematismo ideologico, di nuovo non seppero, o non vollero, cogliere.
Totalmente sorprese dalla reazione dello Stato, atterrite da una piazza che sostanzialmente gli voltò definitivamente le spalle ponendo fine a quella ambiguità di cui si parlava in precedenza (la stessa sinistra extraparlamentare coniò lo slogan “né con lo Stato né con le BR”), incapaci di leggere e decifrare il linguaggio e le dinamiche del palazzo, le Brigate Rosse finirono per affidare le loro speranze di aprire una trattativa quasi esclusivamente alle lettere di Moro. Per un tragico paradosso, il prigioniero divenne di fatto il loro principale alleato.
Ma le lettere di Moro, come sappiamo (ancora una volta si rimanda ai capitoli 5 e 6), non solo non sortirono alcun effetto, ma diedero vita a una tragica escalation di delegittimazione dell’attendibilità dello statista, giudicato totalmente soggiogato e condizionato dalle imposizioni dei brigatisti.
Le stesse BR commisero l’errore clamoroso, peraltro per ragioni mai chiarite, di rendere pubblica la prima lettera che Moro scrisse a Cossiga in cui per la prima volta parlò della necessità di uno scambio di prigionieri, e che per una evidente logica politica, affinché potesse essere di qualche efficacia, doveva rimanere corrispondenza privata.
Con la farsa del lago della Duchessa (di cui parleremo diffusamente nei capitoli successivi), il 18 aprile, fu definitivamente chiaro, tanto a Moro quanto alle BR, come lo Stato avesse ormai deciso di abbandonare Moro al proprio destino.
Per la logica politica e ideologica delle Brigate Rosse, concludere l’operazione con l’uccisione dell’ostaggio senza aver ottenuto niente in cambio, era comunque una sconfitta. Ma per la stessa folle e distorta ideologia, rilasciarlo senza scambio di prigionieri né il benché minimo segnale di riconoscimento politico, era assolutamente impensabile. Nonostante le pesantissime conseguenze, non solo per le BR, che la morte di Moro avrebbe senz’altro scatenato.
Gli estremi (e tardivi) tentativi di Craxi e del Partito Socialista di riaprire il fronte della trattativa aprirono anche un canale di comunicazione con le stesse Brigate Rosse, con i leader dell’Autonomia Pace e Piperno nel ruolo di mediatori. I due accettarono il compito non solo per spirito civile, ma perché si rendevano perfettamente conto che una conclusione tragica del sequestro avrebbe comportato la fine della piazza, del Movimento, di qualunque spazio minimamente democratico del dissenso e della contestazione. Cosa che, puntualmente, avvenne.
Alle preoccupazioni di Pace e Piperno i brigatisti risposero che senza un segnale della Democrazia Cristiana la morte di Moro sarebbe stata inevitabile. La stessa cosa che Renato Curcio, dal carcere di Torino, disse al suo legale che su invito di Marco Boato negli ultimi giorni del sequestro era stato utilizzato come mediatore.
Quel segnale, quell’intervento “chiarificatore” di Zaccagnini che Moretti chiese nell’ultima, drammatica telefonata fatta a Eleonora Moro, non arrivò.
E l’inevitabile, accadde.
Se durante i cinquantacinque giorni del sequestro le Brigate Rosse erano finite in un vicolo cieco, preda di una logica assurda, di un’intransigenza opposta ma allo stesso tempo speculare e complementare a quella dello Stato, dopo l’uccisione di Moro, benché al massimo della loro potenza, benché balzate di colpo nell’élite del terrorismo internazionale, cercate e contattate da tutti, con un numero di nuovi militanti che mai era stato così alto, si trovarono definitivamente con le spalle al muro e senza alcuna via d’uscita, precipitando in un tunnel ben peggiore e ben più buio, fatto di una spirale di piombo e violenza sempre più feroce, sistematica e quotidiana, non più nella prospettiva di una futura rivoluzione, ma come semplice e tragica testimonianza d’esistenza.

(continua)

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