55 giorni – 40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata – 12/ L’enigma di via Montalcini

Alcuni degli aspetti più controversi dell’intera vicenda Moro, ruotano attorno all’appartamento di via Montalcini, civico 8, interno 1, in zona Magliana a Roma. Vale a dire dove, nell’angusta “prigione del popolo”, le BR tennero in ostaggio Aldo Moro.
Sul luogo della prigionia dello statista si è letteralmente scritto e detto di tutto, arrivando a fabbricare le ipotesi più fantasiose: dall’idea che la prigione fosse all’interno di un’ambasciata straniera alla pista di un appartamento nel ghetto ebraico di Roma, dal retrobottega di un negozio a Fiumincino, da Acqui Terme a un’isola tirrenica, da una villa sul litorale romano a una località nel viterbese.
E anche dopo la scoperta dell’appartamento di via Montalcini (avvenuta nell’estate del 1980 grazie alle indagini del giudice Imposimato), sono proseguiti dibattiti e discussioni, altre ipotesi e altre discussioni. In particolare, è sopravvissuta fino a oggi l’idea (sostenuta tra gli altri da un illustre giornalista come Paolo Cucchiarelli) che Moro, durante i cinquantacinque giorni del sequestro, non sia stato detenuto in un unico luogo.
Tuttavia, dopo quarant’anni di indagini, testimonianze, prove accertate e riscontri, possiamo affermare con ogni probabilità che l’appartamento di via Montalcini fu il vero e unico luogo di prigionia del presidente della Democrazia. Lì fu portato dopo l’agguato di via Fani, lì (probabilmente nel garage seminterrato) fu ucciso, e da lì il suo corpo fu portato in via Caetani a bordo della tristemente nota Renault 4 rossa.
Riguardo la prigione di Moro le domande ancora oggi drammaticamente senza risposta – e attorno cui aleggiano inquietanti zone d’ombra – sono ben altre: davvero in cinquantacinque giorni le forze dell’ordine non sono state in grado di individuare la prigione? La prigione è stata realmente cercata? Oppure c’è stato chi, nelle stanze del potere, ha fatto di tutto per ostacolarne la scoperta?
Procediamo con ordine.

1.I carcerieri. Chi c’era e chi sapeva.

Anzitutto, chi entrò e chi abitò in quell’appartamento? Quali brigatisti si occuparono di gestire materialmente l’ostaggio durante il sequestro?
Tanto le indagini e le sentenze dei processi quanto le voci dei diretti interessati, ci rivelano che i carcerieri di Moro furono quattro.
Nei capitoli precedenti abbiamo più volte ripetuto come a interrogare Moro all’interno della prigione del popolo fosse il solo Mario Moretti, ovvero il “capo” delle Brigate Rosse. Che però non abitava lì, ma in via Gradoli, da dove quotidianamente raggiungeva via Montalcini.
A risiedere stabilmente nell’appartamento-prigione erano quindi in tre, ovvero Prospero Gallinari, altro membro storico delle BR, tra i componenti del commando di fuoco di via Fani e all’epoca già latitante, l’insospettabile Anna Laura Braghetti, al momento del sequestro militante “irregolare” (che non era in clandestinità e, all’apparenza, continuava a condurre una vita “normale”) e a cui l’immobile di via Montalcini era intestato, e Germano Maccari, altro insospettabile dell’area dell’Autonomia che si allontanò dalle BR subito dopo l’uccisione di Moro e che fu individuato e arrestato dai magistrati soltanto nel 1993.
Mentre Gallinari, in quanto latitante, viveva dentro l’appartamento come un fantasma, la Braghetti e Maccari (quest’ultimo con la falsa identità de “l’ingegner Altobelli”, nome fantomatico cui gli inquirenti daranno la caccia per quindici anni) agli occhi degli altri condomini recitavano il ruolo di una normalissima e giovane coppia.
Se il numero e l’identità dei carcerieri sono dati ormai assodati e certi, altrettanto certo è che nessun altro, oltre loro quattro, mise piede nell’appartamento di via Montalcini durante il sequestro. Una certezza che, oltre alle testimonianze rese dai brigatisti, trova conferma nella più ovvia delle considerazioni logiche: nel luogo che più di ogni altro andava tenuto segreto e protetto, nel momento più delicato e drammatico della storia dell’organizzazione terroristica, era assolutamente indispensabile evitare il benché minimo via vai di persone che potesse anche solo vagamente insospettire gli altri condomini. Assolutamente folle e totalmente sconsiderato sarebbe stato agire diversamente.
Meno scontato è chiedersi chi, oltre ai quattro carcerieri, sapeva dove era ubicata la prigione.
Stando a quanto racconta Valerio Morucci, che oltre alla dinamica dell’agguato di via Fani ha per primo ricostruito il tragitto con cui Moro fu portato in via Montalcini, nessuno ne era a conoscenza con esattezza. Questo perché, sempre secondo le dichiarazioni rese da Morucci a Imposimato, “la Direzione Strategica aveva deciso di nasconderla a tutti i brigatisti. Sono precauzioni che vengono prese dai rivoluzionari sempre per evitare che i compagni che cadono nelle mani del nemico possano rivelare luoghi segreti”.
Tuttavia lo stesso Morucci, che oltre ad aver fatto parte del commando di fuoco di via Fani partecipò a quasi tutte le fasi del trasbordo dello statista, nella stessa deposizione dichiarò che la prigione doveva per forza trovarsi a pochi minuti dal garage della Standa di via Colli Portuensi, ovvero l’ultima tappa del tragitto cui partecipò lo stesso Morucci prima di lasciare lo statista ai soli Moretti e Gallinari.
Ed effettivamente via Montalcini è vicinissima a quella Standa.
Quindi nessuno, oltre ai carcerieri, sapeva con esattezza il luogo della prigionia, ma in diversi ne conoscevano l’ubicazione. Così come in diversi, sempre seguendo le confessioni di Morucci, ne sapevano le caratteristiche interne, rispondenti alle regole base dell’organizzazione clandestina, e in particolare il fatto che la prigione del popolo era stata allestita in una stanza all’interno della quale era stata creata una parete divisoria, in modo che se ci fosse stata una perquisizione i vani sarebbero risultati sempre cinque come da planimetria.

2.Storia di un appartamento

La formazione della colonna romana (avvenuta nel 1976) fu, come più volte rammentato, contestuale al progetto delle BR di passare all’attacco del “cuore dello Stato”. Perciò, una volta radicata la colonna e soprattutto una volta deciso di sequestrare il presidente della Democrazia Cristiana, la ricerca di un appartamento dove tenere il prigioniero divenne una delle principali priorità dell’azione delle BR nella capitale.
L’appartamento di via Montalcini fu scelto – dopo aver visto e scartato molti altri immobili – perché rispondeva in pieno alle caratteristiche richieste dalla delicatissima operazione. Situato in uno stabile tranquillo, privo di portiere, senza scuole, uffici o parchi giochi nelle vicinanze, soprattutto lontano dagli ambienti più “caldi” di Roma, ovvero quei quartieri abitualmente frequentati da brigatisti e autonomi e costantemente nel mirino delle forze dell’ordine (Tiburtino, Prenestino, Centocelle… ). Si trovava al primo piano e, cosa ancora più importante, vi si accedeva direttamente dal garage posto nel seminterrato.
Con i soldi del riscatto ottenuti dal sequestro dell’armatore Costa, le Brigate Rosse acquistarono l’appartamento nel giugno del 1977, intestandolo alla Braghetti, non ancora clandestina e perciò insospettabile. Per evitare comunque rischi di ogni tipo, Anna Laura Braghetti non registrò mai il trasferimento di proprietà (da ricordare che le leggi sulle registrazioni degli immobili si fecero stringenti soltanto dopo il sequestro Moro).
La donna si trasferì in via Montalcini quello stesso giugno. Per dare il più possibile parvenza di normalità, le BR le trovarono un “marito”, il famoso “ingegner Altobelli”, ovvero quel Germano Maccari ricordato in precedenza la cui identità, come ricordato prima, sarà svelata soltanto quindici anni dopo il sequestro.
Anche Prospero Gallinari si trasferì, o meglio si nascose (arrestato e poi evaso, come Moretti in cima alla lista dei ricercati) nell’appartamento subito dopo l’acquisto. Ma se Gallinari sapeva da subito a cosa sarebbe servito, la Braghetti e Maccari, fino all’ultimo, furono tenuti all’oscuro tanto dei dettagli quanto delle linee generali del piano, per quella stessa logica di compartimentazione ricordata da Morucci.
Moretti, come sappiamo domiciliato sotto il falso nome di “Mario Borghi” in via Gradoli sin dal dicembre 1975, iniziò subito la sua quotidiana frequentazione di via Montalcini. Assieme a Gallinari infatti, si occupò della realizzazione della “prigione del popolo”. Per non alterare la planimetria dell’immobile, sia nel caso di una perquisizione, sia per non renderlo individuabile dopo il sequestro, fu costruito un tramezzo all’interno del quale venne ricavato un ambiente molto piccolo dove sarebbe stato detenuto Moro. Dall’altra parte del tramezzo fu appoggiata una libreria mobile, mentre un gioco di luci faceva apparire l’ambiente più largo di quel che era, rendendo così invisibile la prigione. E chiunque vi fosse entrato avrebbe trovato un appartamento di cinque stanze, senza accorgersi della cella coperta dal tramezzo.
Concluso il sequestro, la Braghetti e Maccari, sempre per evitare sospetti di sorta, abitarono l’appartamento fino al settembre del 1978. A quel punto la prigione del popolo e il tramezzo furono smantellati, l’immobile fu rimesso in vendita, la Braghetti entrò in clandestinità mentre Maccari si allontanò per sempre dalle BR.
Così come nei cinquantacinque giorni del sequestro, anche negli anni successivi il luogo della prigione di Moro rimase un gigantesco punto interrogativo. Almeno fino al maggio del 1980, quando Anna Laura Braghetti, assieme ad altri due brigatisti, fu tratta in arresto a Roma.
La donna durante la sua lunga detenzione (tornò libera nel 2007) non collaborò mai con gli inquirenti né usufruì mai di sconti di pena, ma dopo l’arresto le indagini si concentrarono sulla ricostruzione di tutti i suoi spostamenti negli anni precedenti. E se risultò da subito ovvio che l’appartamento di via Montalcini era stato una base importantissima, in molti, a partire da Imposimato, ritennero che proprio lì era stato tenuto prigioniero Aldo Moro.
Del resto troppi elementi portavano in quella direzione: le date di acquisto e di trasloco coincidevano con quelle del sequestro, l’immobile aveva tutte le caratteristiche richieste da una simile operazione, l’intestazione alla Braghetti – all’epoca incensurata – era un ulteriore elemento in questo senso. Soprattutto, sin dai primi rilevamenti, erano ancora evidenti, sul pavimento, le tracce del famoso tramezzo.
Eppure dovranno passare ancora molti anni prima che la convinzione di Imposimato, grazie a un paziente e incessante lavoro di indagine, riscontro e conferme (in primis quelle degli stessi brigatisti), diventi a tutti gli effetti verità processuale.

3.Una prigione introvabile?

Le BR “imprendibili” e la prigione del popolo “introvabile” furono ritornelli continui, ripetuti incessantemente tanto durante il sequestro quanto negli anni successivi.
Oggi, alla luce della quantità impressionante di elementi a dir poco inquietanti emersi dalle indagini, è lecito porsi anzitutto una domanda: la prigione di Moro era veramente introvabile?
Anche il solo considerare il gigantesco dispiegamento di forze dell’ordine (il più imponente della storia d’Italia in tempo di pace), lascia perplessi in questo senso e rende difficile credere che nell’arco di due mesi non ci si sia nemmeno avvicinati alla prigione del popolo.
Sappiamo inoltre come, almeno in un primo momento, furono attivati numerosissimi canali per trovare Moro, alcuni dei quali ben oltre i confini della legalità. Uomini di Stato e delle istituzioni a questo scopo mobilitarono la criminalità organizzata (la Mafia, la Camorra, la ‘Ndrangheta, la Banda della Magliana), e alcuni di questi canali, almeno stando ai racconti di svariati pentiti delle varie organizzazioni (Cutolo in testa), avrebbero portato a dei risultati molto importanti, lasciati però poi cadere nel vuoto dalle stesse istituzioni (su questo argomento si veda nel dettaglio il capitolo 10: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/).
Ma sappiamo anche, e soprattutto, come in particolare nella seconda fase del sequestro, le azioni investigative e poliziesche furono deliberatamente ostacolate, rallentate e ridotte al minimo. Steve Pieczenik, l’uomo chiave del comitato di crisi istituito in quei giorni dal ministero degli interni, ad anni di distanza ha affermato come, per l’appunto, visti i mezzi e le forze messi in campo sarebbe stato impossibile non trovare la prigione. Semplicemente, la prigione non si volle trovare, dal momento che le istituzioni avevano già deciso di abbandonare Moro al suo destino e sacrificarlo in nome del mantenimento degli equilibri politici (si veda a questo proposito il capitolo 5: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/).
Del resto sarebbe bastato mettere sotto sorveglianza il covo di via Gradoli, noto all’UCIGOS sin dal 1976 e da cui ogni giorno Moretti raggiungeva via Montalcini. Oppure pedinare il tipografo Teodoro Spadaccini, titolare dell’attività in cui le BR stampavano i loro volantini, a cui gli inquirenti erano arrivati sin dai primissimi giorni del sequestro, ma per cui l’ordine a procedere arrivò soltanto, per un ritardo burocratico sconcertante, a sequestro concluso (nel dettaglio, si veda il capitolo 8: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/).
Ma c’è dell’altro. Molto altro.
Ovvero: la prigione di Moro non è stata trovata perché non venne realmente cercata oppure perché fu effettivamente individuata ma si scelse lo stesso di non procedere?

4.L’UCIGOS

Le indagini di Imposimato per appurare che l’appartamento di via Montalcini corrispondesse effettivamente alla prigione di Moro, si concentrarono inizialmente sugli altri inquilini dello stabile.
Sono due le testimonianze di cruciale importanza raccolte da Imposimato.
La prima è quella di Maria Tombellini, insegnante che abitava al quarto piano del civico 8. La donna racconta di non aver mai avuto modo di conoscere personalmente la Braghetti e suo “marito”. Visto che il figlio piccolo lasciava spesso cadere i giocattoli dal terrazzo nel giardino della Braghetti, più volte la donna era andata a suonare per recuperarli. Ma nessuno le rispose mai.
Soprattutto la Tombellini ricorda di aver notato davanti alle porte delle cantine, all’interno del garage un fuoristrada Rover con targa straniera, e di aver poi visto lo stesso parcheggiato per giorni sulla strada, proprio all’altezza dell’appartamento della Braghetti. I vigili fecero anche delle multe. Il fuoristrada secondo il racconto della donna rimase lì diversi mesi, per poi sparire all’improvviso.
Ma ancora più importante (e clamorosa) è la testimonianza di Manfredo Manfredi, amministratore del condominio di via Montalcini all’epoca dei fatti.
Manfredi racconta come nell’agosto 1978, tre mesi dopo la morte di Moro e un mese prima del trasloco della Braghetti, si presentarono in via Montalcini, parlando con la moglie dell’amministratore, due funzionari dell’UCIGOS, che chiesero informazioni sulla coppia che abitava al pianoterra. Dopo aver chiesto di poter parlare anche con altri inquilini dello stabile, i due dell’UCIGOS organizzarono una riunione che si tenne in casa dello stesso Manfredi (incontro confermato da tutti i presenti chiamati da Imposimato a testimoniare). In quell’occasione si parlò della coppia Braghetti-Altobelli e tutti gli inquilini presenti convennero come i due avessero comportamenti alquanto strani.
Quelli dell’UCIGOS, ci racconta ancora Manfredi, si congedarono informando gli inquilini che di lì a pochi giorni avrebbero eseguito una perquisizione. Ma un mese dopo la Braghetti traslocò senza che fosse stato effettuato alcun controllo.
Quindi, primo colpo di scena. L’UCIGOS era già sulle tracce di Anna Laura Braghetti molto prima che entrasse in clandestinità e che il suo nome entrasse nelle liste ufficiali dei terroristi ricercati.
L’UCIGOS, ovvero l’ufficio di polizia destinato alle operazioni “speciali”, ennesimo organismo di superpolizia creato da Cossiga e di fatto da lui diretto, almeno fin dall’estate del 1978 conosceva il nome di Anna Laura Braghetti, era sulle tracce del fantomatico “ingegner Altobelli” e, ad appena tre mesi dalla tragica conclusione del sequestro Moro, già indagava su via Montalcini.
Come era stato possibile? Perché non c’era traccia di quelle indagini in nessun rapporto di polizia? Perché se si sospettava della Braghetti non venne fatta tempestivamente una perquisizione in via Montalcini? E soprattutto perché l’UCIGOS conduceva queste indagini segretamente, senza informare né la stessa polizia (anche la Digos, come emergerà da successive indagini, ne era completamente all’oscuro) né la magistratura che, come abbiamo visto, ne venne a conoscenza soltanto due anni dopo? A quale scopo, se non quello di allungare il più possibile i tempi e inquinare le prove di modo che non potessero mai venire a galla gli aspetti più inconfessabili di tutta la vicenda?
Semplicemente sconcertante l’atteggiamento della direzione dell’UCIGOS, che chiamata da Imposimato a rispondere in merito nel 1980, nella persona dell’allora numero uno De Francisci si rifiutò di rispondere, con l’arroganza tipica di chi sa di avere un potere d’azione praticamente illimitato.
Tornando al 1978, gli unici inquilini a non essere convocati alla riunione dell’UCIGOS erano stati i coniugi Piazza. Omissione molto grave, visto che proprio la signora Piazza era la donna che, la mattina del 9 maggio e nei giorni precedenti aveva notato la Renault 4 rossa parcheggiata nel garage di via Montalcini.
Un’altra, ennesima casualità o un’omissione voluta e calcolata?
La cosa più sconvolgente è che con ogni probabilità fu con piena cognizione di causa che i due coniugi non vennero chiamati alla riunione. Perché? Perché certamente le indagini riservate dell’UCIGOS partirono proprio dalla segnalazione dei Piazza.
La storia, intricata, complessa e assolutamente incredibile, fu possibile ricostruirla soltanto nel 1988, quando l’avvocato Mario Martignetti, cognato del signor Piazza, si decise finalmente a parlare.
In sostanza era accaduto questo: i Piazza avevano il garage contiguo a quello della Braghetti, e per accedervi dovevano passarci davanti. La mattina dell’esecuzione di Moro, con lo statista probabilmente ancora vivo, la signora Piazza, che insegnava a Velletri e per questo usciva di casa molto presto, aveva notato attraverso la serranda la Renault 4. E, accanto all’auto, la Braghetti e un’altra persona. Quella sera stessa poi, vedendo le immagini del telegiornale, la signora Piazza aveva riconosciuto la macchina in cui era stato rinvenuto il cadavere di Moro come quella vista la mattina. Per paura, sia lei sia il marito ne avevano parlato soltanto all’avvocato Martignetti. Che poi aveva comunicato la cosa all’onorevole DC Remo Gaspari che a sua volta aveva informato Virginio Rognoni, ovvero il ministro dell’interno che subentrò a Cossiga dopo le dimissioni di quest’ultimo.
E, come sappiamo, il passo dal ministero degli interni all’UCIGOS, il passo è molto breve.
Brevissimo.
Molti anni dopo Anna Laura Braghetti confermerà in toto l’episodio, raccontando tutta la sua agitazione nel vedere arrivare la signora proprio pochi attimi prima dell’esecuzione.
Resta il fatto che la prigione di Moro, e i suoi carcerieri, erano già stati individuati nell’estate del 1978. E che in quella stessa estate si decise di non procedere e insabbiare il tutto.
Perché?

5.Salvare Moro

Ma la storia non finisce qui.
Sappiamo quindi che la prigione di Moro fu trovata subito dopo la conclusione del sequestro. Ma se invece fosse stata individuata addirittura prima, a sequestro ancora in corso?
Come abbiamo già visto (capitolo 9: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/), il 17 ottobre del 1978 Mino Pecorelli pubblicò sul suo giornale “OP” un articolo in cui alludeva a un “generale” che farà probabilmente una brutta fine in quanto, durante il sequestro, si era adoperato in ogni modo per salvare la vita di Moro, riuscendo addirittura a trovare il luogo dove era tenuto prigioniero lo statista.
Il generale cui faceva riferimento Pecorelli era Carlo Alberto Dalla Chiesa, con il quale era in strettissimi rapporti. Ma al di là dell’indubbio coinvolgimento di Dalla Chiesa (e di Pecorelli) nella vicenda Moro (ne abbiamo parlato diffusamente sempre nel capitolo 9), l’allusione al ritrovamento della prigione del popolo a sequestro ancora in corso, corrisponde al vero o si tratta soltanto di sensazionalismo giornalistico?
Alla fine dell’estate del 2009, oltre trent’anni dopo i fatti, un carabiniere ormai in pensione, Alfonso Ferrara, si presentò al giudice Imposimato per raccontargli spontaneamente una storia a dir poco incredibile. Ovvero che nel maggio del 1978, assieme ad altri commilitoni, era giunto da Milano a Roma per partecipare all’operazione militare che avrebbe dovuto portare alla liberazione di Moro.
A detta di Ferrara l’operazione si sarebbe dovuta svolgere l’8 maggio, proprio il giorno prima della morte di Moro.
“Arrivammo quasi nell’androne del palazzo dove era la prigione di Moro”, raccontò Ferrara, “quando ricevemmo l’ordine di tornare indietro. Moro era ancora vivo. Il giorno dopo lo hanno ucciso”. E, il battaglione di cui faceva parte, sarebbe stato guidato da Dalla Chiesa, esattamente come scritto mesi dopo da Pecorelli.
Il grande interesse di Imposimato per il racconto di Ferrara dipendeva dal fatto che andava completamente a coincidere e a sovrapporsi con un’altra dichiarazione spontanea resa allo stesso giudice, poco più di un anno prima, da un altro militare, il brigadiere delle fiamme gialle Giovanni Ladu.
Ladu inizialmente aveva raccontato tutto ai suoi superiori, in particolare al luogotenente Mario Paganini, che lo aveva convinto a parlarne con Imposimato. Ladu sosteneva di essere stato con altri militari – dal 24 aprile all’8 maggio 1978 – a Roma, proprio in via Montalcini, per sorvegliare l’appartamento in cui il presidente della Democrazia Cristiana era tenuto in ostaggio dalle Brigate Rosse.
Una storia a dir poco clamorosa che, se vera, andrebbe a destabilizzare qualsiasi impianto costruito negli anni sulla vicenda Moro, rivelando come durante il sequestro si sapeva esattamente dove fosse rinchiuso lo statista, che c’era un piano di intervento militare per liberarlo e che qualcuno ordinò di non eseguire.
Ma perché decidersi a parlare dopo trent’anni? Ladu giustificò il suo lungo silenzio da un lato con la disciplina di reparto (stando al suo racconto, l’8 maggio, al momento di smobilitare e abbandonare l’azione, a tutti i militari fu data una assoluta consegna del silenzio), dall’altro con la paura per la sua carriera e per i suoi familiari.
Ladu, durante un sopralluogo in via Montalcini effettuato con Imposimato, raccontò che all’epoca aveva preso alloggio, assieme ad altri nove militari, in un appartamento al civico 18, appena cinque palazzi più avanti rispetto a quello di Moro. Disse inoltre come nel parco davanti allo stabile della prigione del popolo era posizionato un gabbiotto dove i militari tenevano vari attrezzi, e in particolare un monitor con cui, tramite una telecamera posizionata nella plafoniera del lampione posto davanti al civico 8, venivano controllati i movimenti della casa-prigione. Sul piazzale vicino invece, il 7 maggio, sarebbe stata piazzata (cosa poi confermata dai riscontri) una tenda con l’insegna della Croce Rossa, che in realtà sarebbe stata una base di appoggio per i militari che avrebbero dovuto fare irruzione nell’appartamento. Ed ecco il punto di contatto con il racconto di Ferrara: il carabiniere in pensione faceva parte del nucleo operativo, agli ordini di Dalla Chiesa, mentre Ladu a quello destinato alla sola osservazione.
Il racconto di Ladu, comprendente tutti i dettagli che in qualità di osservatore riferiva ogni giorno ai suoi superiori e con tanto di particolari sulle modifiche strutturali effettuate sull’appartamento del civico 18 in cui avrebbe alloggiato in quei giorni, trovò straordinaria conferma in tutti i riscontri effettuati nei mesi successivi.
Quindi, nella notte tra il 7 e l’8 maggio, i militari capirono che era ormai imminente l’azione per liberare Moro. Oltre all’installazione della tenda nel piazzale, il tratto davanti al civico 8 fu reso zona divieto (e infatti il fuoristrada notato dagli altri inquilini dello stabile, presente da giorni e ripetutamente multato, fu rimosso dai vigili e scomparve dalla scena come raccontato da tutti gli altri testimoni). Ma la parte più interessante è quella riguardante la presenza di agenti stranieri. Secondo Ladu, nell’appartamento sopra la prigione di Moro, abitato da una famiglia di tre persone che proprio quel giorno sarebbe stata evacuata, questi agenti stranieri (che nel racconto di Ladu sarebbero stati i primi a individuare la prigione di Moro) avrebbero piazzato, nella notte tra il 7 e l’8 maggio, numerosi microfoni ad alta ricezione per captare anche il più minimo dei rumori. Il tutto sotto la supervisione dei servizi segreti militari italiani. Infine, nell’eventualità che alcuni militari rimanessero feriti nello scontro a fuoco, nello stabile adiacente al civico 8 sarebbe stata allestita un’infermeria.
Riportiamo le parole di Ladu:
“Tutto era pronto, ma accadde l’imprevedibile. Quello stesso giorno, alla vigilia dell’irruzione, ci comunicarono che dovevamo preparare i nostri bagagli perché dovevamo abbandonare la missione. Andammo via tutti, compresi i corpi speciali pronti per il blitz e gli agenti segreti. Rimanemmo tutti interdetti perché non capivamo il motivo di questo abbandono. La nostra impressione fu che Moro doveva morire”.

Se la versione di Ladu (e di Ferrara) corrisponda, in tutto o in parte, al vero, probabilmente non lo sapremo mai.
Resta il fatto che molti degli elementi riportati in quei racconti corrispondono a verità, o quanto meno si incastrano molto bene in essa. Così come resta il fatto che i rallentamenti calcolati, i depistaggi, l’inerzia delle indagini decisa a tavolino, le “strane” azioni dell’UCIGOS e il particolare coinvolgimento di Dalla Chiesa, non sono ipotesi, ma verità provate.
Un po’ troppo per permettersi di far cadere ogni cosa nel vuoto.
Non chiediamoci soltanto come e quando fu realmente individuata la prigione di Moro.
Chiediamoci piuttosto perché, sistematicamente da quarant’anni, si impedisce di chiarire questi dubbi.
E perché da quarant’anni ci è sistematicamente negata la ricerca della verità.

(continua)

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