55 giorni – 40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata – 11/ Tra via Gradoli e il lago della Duchessa (cronistoria del 18 aprile)

1.Roma, 1975 (antefatti)

In seguito al clamore suscitato dal sequestro Sossi, lo Stato reagisce con una dura e decisa campagna contro le Brigate Rosse. A dirigere le operazioni c’è il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, che in pochissimo tempo riesce ad arrestare gran parte del nucleo storico delle BR, in particolare Renato Curcio e Alberto Franceschini. Nello stesso contesto muore in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine Margherita Cagol, moglie di Curcio e anch’essa tra i fondatori dell’organizzazione armata.
Decimate, private dei principali punti di riferimento, apparentemente le Brigate Rosse sono in ginocchio. Ma, anche e soprattutto grazie a una brusca frenata delle operazioni antiterrorismo, Mario Moretti, unico tra i capi storici a scampare agli arresti, riesce in un tempo relativamente breve a ricostruire le principali colonne. Non solo. Il comitato esecutivo delle BR decide di passare a una successiva fase strategica, il cosiddetto “attacco al cuore dello Stato”, che presuppone necessariamente un radicamento dell’organizzazione nella capitale e la creazione di una colonna romana.
A questo scopo lo stesso Moretti, sotto la falsa identità dell’ingegner Mario Borghi, prende in affitto un appartamento a Roma, in zona Cassia, esattamente in via Gradoli, al civico 96, interno 11, secondo piano.

2.Roma, 1976-1978 (antefatti parte seconda)

In quell’appartamento Moretti, assieme a Barbara Balzerani, altra brigatista e all’epoca compagna di Moretti, risiede durante tutti i suoi soggiorni romani, che con il passare del tempo si fanno sempre più lunghi e frequenti. Ma la base è abitata, per periodi più o meno brevi, anche da altri terroristi, in particolare da Valerio Morucci e Adriana Faranda, tra i principali esponenti della colonna romana che si va costituendo a partire dai primi mesi del 1976.
Soprattutto, al 96 di via Gradoli vengono discusse e decise tutte le principali azioni della colonna romana, a partire dal sequestro Costa fino ad arrivare all’operazione “Fritz”, ovvero al sequestro Moro.
La colonna romana si costituisce attorno a militanti provenienti da varie esperienze della sinistra extraparlamentare, in particolare da Potere Operaio e dall’area dell’Autonomia. Tutti personaggi già noti alle forze dell’ordine.
L’UCIGOS, ovvero l’ufficio della polizia preposto alle azioni speciali, inizia ben presto a tenere sotto controllo la base di via Gradoli.

3.Roma, febbraio-marzo 1978 (antefatti parte terza)

Nelle settimane precedenti l’agguato di via Fani, Moretti è domiciliato stabilmente in via Gradoli. Da lì esce praticamente ogni giorno, con tre itinerari fissi che, soprattutto una volta iniziato il sequestro, si ripetono sempre identici.
Il primo è quello che da via Gradoli lo porta in via Montalcini, nell’appartamento dove è detenuto Aldo Moro. In quella casa Moretti si reca quasi tutti i giorni, soprattutto per interrogare il prigioniero ma anche per aiutare gli altri tre militanti che abitano quella casa in pianta stabile (ovvero Prospero Gallinari, Anna Laura Braghetti e Germano Maccari) nei turni di guardia.
Il secondo è quello per andare in via Foà, dove c’è la tipografia di Teodoro Spadaccini in cui vengono stampati tutti i comunicati (scritti dallo stesso Moretti) che le BR diffondono nei giorni del sequestro.
Il terzo è per raggiungere la stazione Termini, dove Moretti settimanalmente prende il treno per raggiungere Firenze o la Liguria, dove si tengono le periodiche riunioni del comitato esecutivo.

4.Roma, Ministero degli Interni, 16 marzo 1978, ore 11 circa

Il Ministro degli Interni Francesco Cossiga, all’incirca due ore dopo la strage di via Fani e il rapimento di Aldo Moro, istituisce tre comitati di crisi per fronteggiare la drammatica situazione, il primo con competenze specificatamente operative, il secondo di coordinamento tra i vari servizi di intelligence e il terzo dai contorni e dai confini assai incerti e indefiniti, ma che risulterà essere il più attivo e importante. Ne fanno parte esperti di terrorismo di vario genere, criminologi, comportamentisti e affini, la maggior parte – si appurerà in seguito – affiliati alla P2 di Licio Gelli. Tra questi: Franco Ferracuti, Steve Pieczenik e Stefano Silvestri.
Mentre il governo, per bocca del primo ministro Giulio Andreotti, dichiara formalmente l’indisponibilità assoluta delle istituzioni a una qualsiasi trattativa con i terroristi (inaugurando quindi la cosiddetta “linea della fermezza”), Ferracuti e Pieczenik, il primo appartenente alla CIA, il secondo “oscura autorità” in materia di sequestri a livello internazionale, sulle prime intendono invece seguire la strategia della trattativa, non per arrivare a un reale scambio di prigionieri, ma solo per guadagnare tempo e tentare di salvare, anche con un’operazione militare, la vita di Moro. Strategia – ricorderà Pieczenik anni dopo – seguita praticamente in tutti i sequestri.

5.Roma, Procura/Ministero degli interni, 17 marzo 1978

La Procura di Roma, nella persona del magistrato Luciano Infelisi, nominato il giorno prima responsabile delle indagini relative al sequestro Moro, ordina una serie di perquisizioni a tappeto su edifici costituiti da miniappartamenti affittati per periodi transitori.
L’ordine di Infelisi è particolarmente perentorio: tutti gli appartamenti vanno assolutamente perquisiti, e se la porta è chiusa occorre piantonare lo stabile fino all’arrivo dei proprietari. E se si intende che nell’appartamento c’era qualcuno che non vuole aprire la porta, la stessa va aperta con la forza.
Contemporaneamente però dal ministero degli interni inizia un’operazione, che nei giorni seguenti si farà sempre più stringente, volta a ridurre il più possibile il raggio d’azione e le possibilità di manovra della procura e della magistratura. Tutte le operazioni di polizia debbono in sostanza rispondere e riferire al solo ministero.

6.Roma, via Gradoli, 18 marzo 1978

Nell’elenco degli stabili da perquisire figura anche quello sito in via Gradoli 96.
Lì, di prima mattina, arrivano cinque agenti di polizia, che ispezionano l’intero condominio. Ma arrivati all’appartamento intestato all’ingegner Borghi, ovvero il covo abitato da Moretti e dalla Balzerani, una volta suonato il campanello non ottengono nessuna risposta.
Ma invece di attendere il rientro dei proprietari se ne vanno subito dopo aver appreso dai vicini che lì dentro “abita gente tranquilla”, contravvenendo totalmente alle disposizioni di Infelisi.
Una leggerezza che non ha altra spiegazione se non quella che la polizia riceveva ordini esclusivamente dal ministero. Ministero che, evidentemente, per quelle perquisizioni, scavalcando completamente la procura, si era preoccupato di dare ben altre disposizioni. Con tutto che il covo di via Gradoli, come scritto in precedenza, era sotto il controllo dell’UCIGOS da anni, particolare che difficilmente poteva essere ignoto alle stanze del ministero.

7.Roma, ministero degli interni, 21 marzo 1978

Con un decreto ministeriale d’urgenza, Cossiga concede ai comitati di crisi libero accesso senza autorizzazione a tutti gli atti investigativi della procura. È l’atto decisivo che neutralizza la libertà d’azione dei magistrati e che assegna ai comitati di crisi una manovra pressoché illimitata.

8.Roma, ministero degli interni, 29 marzo 1978

Per la prima volta, dalla prigione del popolo arriva la voce di Moro, attraverso tre lettere recapitate dalle BR: una è destinata alla moglie, un’altra all’assistente Nicola Rana e la terza a Cossiga. Quest’ultima, nelle intenzioni di Moro, dovrebbe rimanere segreta. Su questo punto ha avuto specifiche rassicurazioni da Moretti, ma all’ultimo momento le BR cambiano idea e, non fidandosi di Moro, decidono di renderla pubblica. Il che annienta completamente il dialogo sotterraneo che Moro vorrebbe aprire con il palazzo.
Nel frattempo, gli esperti del comitato di crisi hanno completamente abbandonato la tattica del temporeggiamento, decidendo al contrario, evidentemente su esplicita richiesta del governo, di allinearsi alla linea della fermezza istituzionale trasformandola in totale immobilismo. In questa strategia rientra la sistematica messa sotto scacco della magistratura di cui abbiamo parlato in precedenza, con tanto di calcolati e assurdi rallentamenti in ogni singola operazione investigativa. E sempre in questa strategia rientra l’annientamento istantaneo di altri canali di trattativa che la famiglia, il Vaticano e altri organi non governativi tenteranno di aprire nei giorni successivi.
L’inizio del drammatico carteggio di Moro dalla prigionia, paradossalmente, offre al comitato di crisi un ulteriore (e decisivo) spunto per operare in tal senso. Franco Ferracuti, agente della CIA e affiliato alla P2, elabora subito la teoria secondo cui “Moro non è più Moro”, secondo cui le lettere non sarebbero “moralmente imputabili” allo statista, ovvero dichiarare – sostenuto da una martellante campagna mediatica sui principali quotidiani – che l’ostaggio stia scrivendo sotto dettatura e costrizione.
In sostanza il comitato, avendo già deciso di sacrificare Moro sull’altare della ragion di Stato, si adopera per far perdere progressivamente valore morale all’ostaggio, dichiarandolo inattendibile in ogni sua parola. Il tutto nonostante la famiglia, e le persone a lui più vicine, dichiarino a gran voce di riconoscere in quelle stesse parole lo stile e il pensiero di Moro.

9.Colline bolognesi, villa di campagna, 2 aprile 1978

Un gruppo di professori universitari legati alla DC, tra cui il futuro premier Romano Prodi, in un pomeriggio piovoso e di noia giocano a fare una seduta spiritica, ed evocando gli spiriti di La Pira e don Sturzo, chiedono dove le BR tengano nascosto l’onorevole Moro. Il piattino si muove componendo il nome “Gradoli”.
Questa è l’incredibile e molto più che assurda versione ufficiale, continuamente e ostinatamente ribadita negli anni a venire da tutti i protagonisti della paradossale vicenda.

10.Roma, piazza del Gesù, segreteria della Democrazia Cristiana, 3 aprile 1978

Con ogni probabilità il nome “Gradoli” era stato frutto di una soffiata proveniente dagli ambienti dell’Autonomia bolognese. Ad ogni modo, la notizia viene filtrata alla segreteria della Democrazia Cristiana e da lì, senza passare dalla magistratura, al ministero degli interni e alla polizia.

11.Gradoli, paese in provincia di Viterbo, 6 aprile 1978

Il ministro degli interni Cossiga, non avendo trovato nelle Pagine Gialle nessuna “via Gradoli” a Roma, ordina una imponente perquisizione casa per casa nel paesino di Gradoli, nel viterbese.
Perquisizione che, ovviamente, si risolve con un nulla di fatto.
Strano, molto strano, che le Pagine Gialle siano usate come strumento investigativo, e ancora più strano che a nessuno della polizia e del ministero sia tornata in mente quella via Gradoli già perquisita il 18 marzo e quell’appartamento tenuto sotto controllo dall’UCIGOS da due anni.

12.Roma, ministero degli interni, 11-17 aprile 1978

In ambienti investigativi (polizia, servizi segreti), come ricorderà Infelisi anni dopo, inizia a serpeggiare l’idea di produrre lettere e comunicati falsi al fine di “sparigliare le acque”.
Il tutto mentre il tono delle lettere che Moro scrive dal carcere si fa sempre più drammatico.
Come rivelerà Pieczenik molti anni dopo, anche questo era stato preventivato dalla strategia della “svalutazione dell’ostaggio” perseguita dal comitato di crisi. La crescente disperazione di Moro, evidente nelle lettere, è il segno che il prigioniero è sul punto di fare ai suoi carcerieri rivelazioni decisive sui segreti di Stato. È quindi il momento di abbandonarlo definitivamente al suo destino e di immobilizzare completamente le indagini.
In quest’ottica Pieczenik, stando alle sue rivelazioni d’intesa con Cossiga, mette in atto l’idea di far uscire un falso comunicato delle BR in cui si annunci l’avvenuta esecuzione di Moro.

13.Roma, via Gradoli, 18 aprile, ore 8,15

Un’inquilina dello stabile di via Gradoli 96 telefona all’amministratore del condominio per segnalare che nell’appartamento sopra il suo, ovvero quello in cui vivono Moretti e la Balzerani, c’è un’abbondante perdita d’acqua che filtra al piano di sotto.

14.Roma, sede de “il Messaggero”, stesso giorno, ore 9,25

Una telefonata anonima annuncia al “Messaggero” un nuovo comunicato delle BR, che viene fatto ritrovare a un redattore del giornale.
È il Comunicato numero 7.

14.Roma, via Gradoli, stesso giorno, ore 9,47

Visto che nell’appartamento di Moretti non c’è nessuno, arrivano i pompieri per risolvere il problema della perdita d’acqua. Non potendo forzare la porta, di tipo corazzata, i vigili del fuoco forzano la portafinestra entrando tramite una scala a ganci.
La perdita è dovuta al telefono della doccia rimasto aperto proprio contro il muro.
Ma quel dettaglio non interessa più granché, visto che i vigili, entrando, trovano ben altro: un covo delle Brigate Rosse.

15.Stesso luogo, stesso giorno, ore 10,25

A sirene spiegate, avvisata dai vigili del fuoco, in via Gradoli irrompe la polizia.
Nel covo, che non è un covo qualsiasi ma è la principale base delle BR a Roma, quella dove da tre anni abita il capo dell’organizzazione, vengono trovati uno stendardo delle Brigate Rosse, due divise da aviere utilizzate dal commando di fuoco per l’agguato di via Fani, volantini, nonché documenti e ordigni collegabili alla RAF, la più importante organizzazione terroristica operante in Germania Ovest.
La notizia della scoperta del covo viene immediatamente girata ai mezzi di informazione che la diffondono all’istante.

16.Roma, sede de “il Messaggero”, ore 10,50

Il testo del comunicato numero 7 annuncia che Moro “è stato giustiziato mediante suicidio” e che il suo corpo è stato affondato nel lago della Duchessa, un laghetto appenninico a 1800 metri di quota, nel reatino, la cui superficie risulta completamente gelata dall’autunno fino alla primavera inoltrata.

17.Roma, luogo imprecisato, stesso giorno, tarda mattinata

Mario Moretti, appresa dalla stampa la notizia della scoperta del covo di via Gradoli, ovviamente non vi farà più ritorno.

18.Roma, ministero degli interni, stesso giorno, tarda mattinata

Nonostante il comunicato numero 7 risulti da subito, sin dalle prime analisi, palesemente falso (è scritto con testine diverse, l’intestazione è scritta a mano, vi sono infiniti errori ortografici e mancano i soliti proclami ideologici delle BR), viene ordinata una imponente operazione di ricerca al lago della Duchessa: polizia, carabinieri, esercito, guardia di finanza, vigili del fuoco e guardia forestale con tanto di trivelle per bucare il ghiaccio della superficie.

19.Roma, 20 aprile

Le BR fanno uscire il vero comunicato numero 7, in cui oltre a dichiarare la falsità del precedente allegano una foto di Moro che dimostra come lo statista sia ancora in vita.
Le operazioni di ricerca al lago della Duchessa vengono immediatamente sospese.

20.Messaggi fin troppo chiari

È certa (e provata) la falsità del comunicato uscito il 18 aprile, così come certo e provato è chi fu l’artefice materiale di quel depistaggio. Ovvero il falsario Antonio Chichiarelli, appartenente alla Banda della Magliana e ucciso in circostanze mai chiarite nel 1986. Lui lo scrisse e lui lo fece ritrovare al redattore de “il Messaggero”.
Ma chi fu a commissionarglielo? Stando alle dichiarazioni di Pieczenik, lo stesso comitato di crisi istituito (e diretto) da Cossiga, ovvero chi per cinquantacinque giorni lavorò affinché le indagini non producessero alcun risultato, chi decise che la vita di Moro andasse necessariamente sacrificata.
Del resto, come giustamente evidenziato molti anni dopo da Ferdinando Imposimato, se nel fondo limaccioso del lago della Duchessa non c’era traccia di cadaveri, i messaggi che quell’operazione intendeva mandare sono fin troppo chiari.
Prima di tutto si testa e si scarica con largo anticipo la tensione emotiva dovuta alla morte dello statista, dimostrando come il Paese, dalle istituzioni al popolo, sia già pronto al peggio. Ma soprattutto si fa capire alle BR che non esiste alcun margine di trattativa, che lo Stato non ha alcun interesse a salvare la vita del prigioniero. Che Moro deve morire.
Una macabra messinscena che è anche, e soprattutto, una gigantesca dimostrazione di forza.
Sembra infatti difficile ritenere che la contemporanea scoperta del covo di via Gradoli sia effettivamente casuale. Tanto Moretti quanto la Balzerani, così come altri brigatisti coinvolti in prima persona nel sequestro Moro (a partire da Morucci e dalla Faranda), hanno sempre sostenuto che l’acqua fosse rimasta aperta per una semplice, e fatale, svista, un errore, una dimenticanza.
Pare oggettivamente strano, vista la maniacale attenzione a ogni minimo dettaglio mostrata dalle BR nel corso del sequestro, così come pare molto strano la posizione della doccia, girata contro il muro e appoggiata a una scopa. Talmente strano che sorge il legittimo sospetto che il tutto sia stato scientemente predisposto, magari da qualche infiltrato oppure da qualcuno che fa il doppio gioco e possiede le chiavi (sono in molti, in quegli anni, a entrare e uscire dal covo di via Gradoli).
Ma in ogni caso, anche se sia trattato effettivamente di una svista, polizia e ministero conoscevano molto bene quell’appartamento. Da almeno due anni. E di sicuro non è una coincidenza la sua scoperta in contemporanea all’operazione lago della Duchessa.
Una dimostrazione di forza, si diceva. Mentre fanno capire che Moro deve morire, contemporaneamente dimostrano che possono fare e disfare ogni cosa, che il loro potere è illimitato, che le stesse BR sono in mano loro. È come se dicessero: sapevamo che eravate qui, vi abbiamo lasciato agire e anche oggi abbiamo risparmiato Moretti e non abbiamo arrestato i frequentatori del covo, possiamo distruggervi come e quando vogliamo, possiamo trovare con la stessa semplicità la prigione del popolo, ma non lo facciamo per darvi modo di uccidere Moro.
Perché dare subito la notizia della scoperta del covo in pasto ai giornali se non per avvertire anche (e soprattutto le BR) ed evitare che tornassero in via Gradoli? Se avessero voluto prendere Moretti e gli altri (e quindi liberare Moro), la notizia sarebbe stata taciuta. Perché fingere che a Roma non esista via Gradoli e perquisire un paesino nel viterbese?
La risposta è sempre quella: Moro doveva morire.

(continua)

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