55 giorni – 40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata – 10/ “Presenze”

Il caso Moro è una storia di presenze. Entità più o meno palpabili che si muovono sullo sfondo, nelle porzioni di palcoscenico riservate alle comparse, con addosso facce anonime da comprimari. Eppure, dando sempre l’impressione di essere proprio e sempre loro a muovere i fili. E soprattutto di essere più o meno onnipotenti.
Nei capitoli precedenti queste sono apparse, scomparse e poi nuovamente riapparse continuamente, in questo gigantesco e inquietante gioco di specchi che è la vicenda Moro.
Adesso, prima di affrontare le questioni più enormi, sconcertanti e decisive del caso (via Gradoli, il lago della Duchessa, l’appartamento della prigionia, il memoriale), è arrivato il momento di fare ordine, provare ad afferrare queste “presenze” spesso assai sfuggenti e metterle tutte in fila.

1.Sovietici e americani

Silenziose, eppure rumorosissime, presenze tanto sovietiche quanto americane, si agitano e si muovono in grande quantità sia prima sia durante il sequestro.
L’Urss, con il suo principale servizio segreto, il potentissimo Kgb, in quegli anni segue con particolare interesse l’evoluzione della situazione politica italiana. L’ostilità crescente verso le aperture di Berlinguer all’eurocomunismo prima e, soprattutto, la totale contrarietà al progetto del compromesso storico poi, portano Mosca a concentrare le proprie attenzioni su Aldo Moro.
È stato accertato e provato come nei mesi precedenti il sequestro, e fino al giorno prima dell’agguato di via Fani, Aldo Moro sia stato pedinato nell’ateneo romano da Sergeij Sokolov, un agente del Kgb esperto di “operazioni particolari” (ovvero sequestri e assassinii in tempo di pace), spacciatosi per un borsista di storia del Risorgimento (tutta la vicenda Sokolov è stata dettagliatamente ricostruita e commentata nel capitolo 4: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/).
Oltre al pedinamento, è sorprendete come Sokolov proprio dal 16 marzo non si faccia più vedere all’università, e come torni a Mosca il 23 marzo, una settimana dopo il rapimento di Moro.
I contrasti tra Moro e l’amministrazione americana sono molto più antichi, risalenti addirittura all’indomani della morte del presidente John Fitzgerald Kennedy. I governi statunitensi che si succederanno di lì in poi proveranno con ogni mezzo a contrastare le politiche di apertura di Moro nei confronti delle sinistre, prima verso il PSI e poi, soprattutto, verso i comunisti e il compromesso storico. È soprattutto il due volte segretario di stato Henry Kissinger a lanciare in più occasioni cupi e inquietanti avvertimenti a Moro (per tutti i dettagli sui difficili rapporto tra Moro e gli USA si rimanda ancora al capitolo 4).
Ma le presenze americane si fanno particolarmente tangibili durante il sequestro. Il comitato di crisi istituito da Cossiga, comprende l’agente della Cia Franco Ferracuti, ma soprattutto ruota attorno a Steve Pieczenick, l’uomo chiave nella trasformazione della fermezza in immobilismo e assenza di azione, che nei giorni della prigionia di Moro si reca almeno in due occasioni a Washington a riferire l’andamento delle operazioni (al comitato di crisi, e alle figure di Ferracuti e Pieczenick, è dedicato l’intero capitolo 5: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/).

2.La RAF

A partire da Mario Moretti, tutti i principali esponenti delle Brigate Rosse hanno ricordato come, dal punto di vista internazionale, il gruppo terroristico con cui ebbero maggiori e più continui contatti, nonché più identità ideologica, fu quello della RAF, organizzatissimo gruppo armato di estrema sinistra operante nella Germania Ovest. Tutti i brigatisti però, collocano ogni rapporto con gruppi terroristi stranieri dopo la vicenda Moro, ovvero quando il clamoroso sequestro pose le BR all’attenzione del mondo intero.
Eppure sono molteplici le tracce della presenza della RAF nell’operazione Moro. Al contrario di quanto affermano i brigatisti, è assolutamente certo come i contatti tra le due formazioni siano stati presenti almeno a partire dal 1977. All’inizio del 1978 i rapporti erano così stretti che due militanti della RAF, Brigitte Monhaupt e Sieglinde Hoffmann, occupavano stabilmente un appartamento a Milano. Inoltre, oggetti e documenti riconducibili alla RAF, vengono ritrovati nel covo romano di via Gradoli, scoperto in pieno sequestro Moro, quegli stessi documenti che vengono rinvenuti addosso a Elizabeth Von Dick, terrorista della RAF morta in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1979 (per tutti questi episodi si rimanda al solito capitolo 4).
Ma soprattutto l’agguato di via Fani, nella sua dinamica logistica e militare, ricalca in maniera pressoché identica e perfetta, quello messo in atto dalla RAF contro il presidente della Confindustria tedesca. Un’ipotesi suffragata da più di un testimone che racconta di aver udito, in via Fani, più di una voce di “chiaro accento tedesco” (per i dettagli circa la possibile presenza della RAF in via Fani si rimanda al capitolo 3: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/).

3.I palestinesi

Il 18 febbraio, esattamente un mese prima del rapimento, giunge in Italia un’informazione riservatissima di fonte palestinese. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, organizzazione di stampo marxista-leninista, rivela che azioni terroristiche di matrice europea, sono in preparazione in Italia. Nella stessa informativa, l’organizzazione ribadisce la propria fedeltà al cosiddetto “lodo Moro”, ovvero un patto siglato tra il governo italiano, proprio nella persona di Aldo Moro, e l’OLP di Yasser Arafat. Nel 1973 Aldo Moro, all’epoca ministro degli esteri, acconsentì al rilascio di quattro terroristi arabi arrestati a Ostia e accusati di progettare un attentato alle linee aeree israeliani. In cambio, l’OLP si sarebbe impegnato a non usare più l’Italia come teatro di attentati e altre azioni terroristiche.
Il documento del 18 febbraio sarebbe quindi un primo tentativo dei palestinesi di proteggere l’autore del “lodo Moro”. Non sarebbe stato l’unico. Alla “pista palestinese” si lega infatti tutta la storia – incredibile e inquietante – dell’agente segreto di Gladio Antonino Arconte, mandato a Beirut il 2 marzo (ovvero PRIMA del sequestro) con un messaggio segreto diretto al colonnello Giovannone (fedelissimo di Moro nonché responsabile dell’intelligence per l’intero medio oriente), in cui si chiede di attivare immediatamente un canale palestinese per favorire la liberazione dell’onorevole (questa storia a dir poco pazzesca è ricostruita nella sua interezza nel solito capitolo 4, cui si rimanda di nuovo).
Il “lodo Moro”, nonché il nome di Giovannone, rispuntano nella lettera scritta da Moro in carcere a Flaminio Piccoli. Ma nonostante la lettera fosse stata resa pubblica, nessuno colse (o nessuno volle farlo), tranne il solito informatissimo Mino Pecorelli, i riferimenti ai patti segreti con le organizzazioni palestinesi.
Infine, molti anni dopo, esattamente nel 2008, il terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez raccontò in un’intervista come, sempre a Beirut, nella notte tra il 7 e l’8 maggio 1978, il colonnello Giovannone tentò di siglare un accordo per la liberazione di Moro, che prevedeva la consegna di alcuni brigatisti incarcerati agli uomini del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Bene ricordare che, oltre a quella già citata inviata a Piccoli, in diverse altre lettere Moro, relativamente all’opzione dello scambio di prigionieri, accenna alla possibilità dell’esilio e del coinvolgimento di un paese straniere. Secondo Sanchez l’accordo fallì perché intercettato dal SISMI (il servizio segreto italiano militare), che era fortemente contrario. Sulla veridicità del racconto di Sanchez non esistono prove, ma ha tuttavia numerosi riscontri e coerenze con fatti effettivamente avvenuti.

4.I servizi segreti

La presenza dei servizi segreti è l’ombra più gigantesca di tutti gli anni di piombo e dell’intera strategia della tensione. Nemmeno a dirlo, il loro intervento durante l’operazione Moro è continuo e costante.
Furono i servizi a ricevere l’informativa palestinese del 18 febbraio, e non solo quella. Santillo e Carlucci, rispettivamente capo e numero due del SISDE (il servizio segreto civile) fino al marzo del 1978, a vent’anni di distanza ammisero l’esistenza di numerose informazioni ricevute nei mesi antecedenti via Fani che segnalavano come le BR stessero progettando il rapimento di un importante uomo politico italiano.
I servizi sapevano della presenza di Sokolov in Italia, sapevano che era una spia del Kgb e conoscevano ogni suo movimento, visto che nei mesi della sua permanenza lo pedinarono ogni giorno. Sapevano delle interferenze e delle ingerenze della CIA e conoscevano alla perfezione i nomi e il domicilio delle militanti della RAF presenti a Milano.
Sapevano tutto questo e molto altro ancora. E non solo tacquero, ma si adoperarono per deviare ognuna di queste informazioni, occultarle agli organi preposti (magistratura in primis) e, quando possibile, distruggerle (sugli strani tragitti di tutte queste informazioni riservate, ancora una volta si rimanda al capitolo 4).
E furono sempre i servizi a ingolfare sistematicamente le operazioni di polizia, a ritardare ogni operazione, a operare affinché non venissero considerate le soffiate di informatori attendibilissimi, affinché non si procedesse a perquisizioni necessarie (si veda a tal proposito il capitolo precedente). Sempre i servizi dietro l’operazione del lago della Duchessa e ancora i servizi dietro i misteri sulla localizzazione della prigionia di Moro (di entrambi gli argomenti ci occuperemo approfonditamente nei capitoli successivi).
Fin qui le certezze, i dati provati oltre ogni ragionevole dubbio. A questi però si aggiungono altre tracce, altri indizi, altre stranissime coincidenze.
Il 16 marzo, poco dopo le nove, il colonnello del SISMI Guido Guglielmi transitava lungo via Stresa, ovvero a una manciata di metri da via Fani e dal fulcro della strage. Chiamato a rispondere in merito, il colonnello dei servizi ha sempre sostenuto che si trovasse lì perché invitato a pranzo da un suo collega, il colonnello D’Ambrosio, effettivamente domiciliato al 117 di via Stresa. A pranzo alle nove di mattina? È credibile che un militare non senta nemmeno uno sparo, un urlo, che non si accorga che a pochi passi da lui sia in pieno corso un efferato massacro? È possibile ritenere questa presenza frutto della più pura casualità?
Restando in via Fani, altra incredibile coincidenza è la presenza di una Mini familiare nel posto solitamente occupato dal furgone di Antonio Spiriticchio, fioraio di via Fani, cui la notte prima dell’agguato il brigatista Bruno Seghetti aveva tagliato tutte e quattro le ruote per evitare che potesse in qualche modo ostacolare il piano. La Mini, che nella dinamica della strage risulta assolutamente determinante (impedisce a Domenico Ricci, autista di Moro, di districarsi e darsi alla fuga), risulterà di proprietà della finanziaria responsabile della parte amministrativa del SISDE (sulle questioni inerenti a via Fani, si rimanda al capitolo 3). Anche questa può essere una coincidenza?

5.Gladio

“Gladio” è stata un’organizzazione paramilitare clandestina del tipo “stay-behind” (letteralmente: stare nelle retrovie) in seno alla NATO, organizzata dalla CIA in funzione anticomunista e allo scopo principale di contrastare un’ipotetica invasione sovietica. In Italia “Gladio” – la cui esistenza fu resa nota subito dopo il crollo del muro di Berlino, nel 1990, e confermata dai suoi stessi protagonisti – operò sotto la copertura dei governi della Democrazia Cristiana, con tanto di delega specifica per il ministro della difesa. Giustificata dagli uomini dello Stato – Andreotti e Cossiga in primis – con la necessità di proteggere l’Italia in un’ottica di guerra fredda, la storia e il modus operandi di Gladio sono tutt’altro che limpidi: ebbe stretti e accertati legami con la P2 di Gelli (tutti i vertici di Gladio erano al contempo iscritti alla loggia), ebbe un ruolo più che attivo nella preparazione del tentato colpo di Stato militare passato alla storia come “piano Solo”, fu spalla dei servizi segreti nella strategia della tensione, forti sospetti continuano a gravare circa rapporti con i vertici di Cosa Nostra.
Nella storia di Aldo Moro, Gladio entra prepotentemente in due momenti: uno è la missione a Beirut di cui abbiamo già parlato, l’altro – ancora più rilevante – riguarda il cosiddetto “memoriale Moro”, redatto dallo statista durante la prigionia. Come vedremo approfonditamente in uno dei prossimi capitoli, l’esistenza di Gladio è il grande e indicibile segreto che Moro rivelò ai suoi carcerieri e di cui scrisse ampiamente nel suo testamento spirituale. Quel segreto che i brigatisti non seppero capire, ma che altri, fuori dalla prigione, leggendo tra le righe delle lettere di Moro, capirono benissimo.
C’è quindi anche – forse soprattutto – la conservazione del segreto di Gladio nell’assurdo e incomprensibile immobilismo delle indagini, nella preordinata e sistematica inefficienza di ogni azione di polizia intrapresa durante il sequestro. Ed era forse proprio a Gladio che Mino Pecorelli faceva riferimento nei suoi articoli successivi alla morte di Moro (si veda il capitolo precedente). E c’è forse sempre Gladio dietro l’omicidio del giornalista.

6.La P2

L’incredibile ramificazione in tutti i centri del potere, e soprattutto la pesantissima influenza esercitata per decenni dalla loggia massonica di Licio Gelli, basterebbero a ipotizzare la presenza della P2 nella vicenda Moro.
Ma durante i cinquantacinque giorni del sequestro l’azione della P2 è così forte e diffusa da essere ben più che un’ipotesi. Il solito comitato di crisi istituito da Cossiga, e come più volte ricordato artefice della strategia dell’immobilismo, dello screditamento delle parole del prigioniero e, da ultimo, dell’abbandono di Moro al suo destino, era una sorta di sezione distaccata della P2, visto che i suoi principali esponenti (Santovito, Pelosi, Grassini, D’Amato, Geraci, Giudice, Siracusano, Cappelletti, Ferracuti) erano tutti affiliati della loggia. E anche i membri più in alto delle strutture di cui abbiamo parlato, a partire da Gladio e dai servizi, erano tutti tesserati del “Gran Maestro”.
Lo stesso Gelli dichiarò “io avevo lo Stato”.
Perché se il caso Moro è la sintesi pazzesca e vertiginosa di tutti i misteri d’Italia, la P2 ne è la spiegazione. Ci si è spesso chiesto perché in Italia, a differenza della Grecia o di molti stati sudamericani, pur essendoci instabilità diffusa e feroce tensione sociale, non si sia mai verificato un colpo di stato che rovesciasse la democrazia. La risposta pare essere proprio la P2. Ovvero perché l’eversione era praticata dagli stessi apparati della democrazia, e gli atti, violenti e atroci, di destabilizzazione (a partire dalla strategia della tensione) non miravano a sovvertire, ma a conservare. Le stesse Brigate Rosse, totalmente estranee a questo sistema (tutt’al più manovrate e condizionate inconsapevolmente), ne erano “culturalmente” partecipi: in astratto predicavano la rivoluzione proletaria, in concreto chiedevano un riconoscimento politico a quello stato che intendevano abbattere.

7.Cosa Nostra

Assolutamente certo è che Cosa Nostra nei giorni immediatamente successivi al rapimento, si attivò per cercare la prigione di Moro e salvare la vita dello statista. Meno certo, ma comunque suffragato da numerosi indizi e da altrettante testimonianze, è che l’azione di Cosa Nostra sia stata esplicitamente richiesta da uomini dello Stato e del governo.
Secondo il superpentito Tommaso Buscetta, parole nella sostanza totalmente confermate da altri collaboratori di giustizia, fu Stefano Bontate, su richiesta dei cugini Salvo a loro volta contattati direttamente da Andreotti, a muoversi per primo. Fallito un primo tentativo di mediazione con alcuni brigatisti in carcere condotto dallo stesso Buscetta (all’epoca dei fatti detenuto), Bontate si rivolse al boss Pippo Calò, latitante a Roma e in contatto con i capi della Banda della Magliana, e quindi maggiormente a conoscenza del territorio. Ma fu poi lo stesso Calò, intorno alla metà di aprile, a interrompere le ricerche, comunicando a Bontate e a tutta la “cupola” che “gli uomini del suo stesso partito non vogliono più liberarlo”.
Ripetiamo, le prove non ci sono. Ma il disegno che vanno a tracciare questi indizi e queste presenze, è quantomai sconvolgente.
Proviamo a ricostruirlo.
Cosa Nostra e lo Stato, nella fattispecie la Democrazia Cristiana, sono in stretti rapporti, trattano e collaborano abitualmente. L’onorevole Andreotti in particolare, tramite il politico siciliano Salvo Lima, ha come interlocutori di fiducia i cugini Salvo, che fanno capo al gruppo palermitano di Bontate e Buscetta (si veda il capitolo precedente). Così Andreotti chiede ai suoi referenti mafiosi di attivarsi: un favore che, facile immaginare, verrà ampiamente ricambiato. La mafia inizia le ricerche, mobilita il suo boss di stanza a Roma. Ma le cose cambiano: le lettere di Moro, benché pubblicamente screditate, in realtà fanno tremare il palazzo. È chiaro che Moro sta rivelando ai brigatisti i più inconfessabili segreti di Stato. Ergo Moro deve morire. Così quegli stessi politici stoppano le ricerche di Calò. Tutto questo, compreso il contenuto delle carte di Moro, non sfugge però al giornalista Mino Pecorelli, che dalle colonne del suo giornale “OP”, dopo la morte dello statista, annuncia di essere in possesso di segreti sconvolgenti di cui a breve darà pubblica notizia. Il palazzo torna a tremare. Anche Pecorelli deve morire, e il palazzo torna a bussare alle porte di Cosa Nostra. Il tragitto pare essere lo stesso: Andreotti-Salvo-Bontate-Calò. Il giornalista viene ucciso. L’ultimo a poter parlare in merito è il generale Alberto Dalla Chiesa, che viene mandato a Palermo a dirigere la lotta contro la mafia. E dove Cosa Nostra lo attenderà per impedirgli di intraprendere questa lotta e per fare un favore a un vecchio amico (su Mino Pecorelli e sul generale Dalla Chiesa, nel dettaglio si veda il capitolo precedente).

8.La Nuova Camorra Organizzata

Se pur in maniera estremamente più confusa e fumosa, Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata, fa un racconto sostanzialmente identico a quello di Buscetta. Anche la Camorra, contattata dal palazzo, con la mediazione dei servizi segreti, si attivò per trovare la prigione di Moro e liberarlo. Cutolo incaricò dell’operazione Nicolino Selis, in affari con la Camorra ed esponente di spicco della Banda della Magliana, che mise a disposizione la propria manovalanza.
Stando al racconto di Cutolo, il superboss della Magliana, Franco Giuseppucci detto “er negro”, dopo alcune settimane riferì a Selis di aver trovato la prigione di Moro. Ma in quello stesso momento, gli stessi servizi segreti che avevano fatto da intermediari, stopparono ogni cosa, riferendo a Cutolo che liberare Moro non era più di loro interesse.

9.La Banda della Magliana

Tutti abbiamo visto “Romanzo criminale”, per cui, se pur in maniera assolutamente romanzata, la storia della Banda della Magliana la conosciamo. All’epoca del sequestro Moro, l’inarrestabile scalata della Banda alla conquista di Roma era ancora agli albori.
Maurizio Abbatino, superpentito della Banda a cui si deve la minuziosa ricostruzione dell’epopea della più grande organizzazione criminale che abbia mai operato nella capitale, ha confermato nella sostanza le dichiarazioni di Buscetta e di Cutolo, ovvero che i principali esponenti della Magliana furono contattati tanto da Cosa Nostra quanto dalla Camorra per trovare la prigione di Moro, e che tali ricerche furono interrotte bruscamente intorno alla metà di aprile. A detta di Abbatino, la ricerca del covo delle BR fu una delle prime concrete collaborazioni (e uno dei primi scambi di favori) tra la Banda e le altre organizzazioni criminali.
Ma la presenza della Banda della Magliana nella vicenda Moro, che di qui in poi ritorna puntualmente in tutti i più oscuri e inquietanti misteri italiani, non si ferma qui.
Mentre Andreotti, assieme al boss mafioso Gaetano Badalamenti, vennero processati come mandanti dell’omicidio Pecorelli (che, come abbiamo visto nel capitolo precedente, risulta legato a doppio filo con il caso Moro), a finire sul banco degli imputati come esecutore materiale fu Massimo Carminati, terrorista di estrema destra appartenente ai NAR (il cui nome è recentemente tornato agli onori delle cronache per le vicende di mafia capitale) e strettissimo collaboratore della Banda della Magliana. A legare la Banda all’omicidio Pecorelli (e quindi a Moro) non è però solo il nome di Carminati: come già visto nel capitolo precedente, i proiettili che uccisero il giornalista erano di tipo Gevelot, calibro 7,65. Pallottole rarissime, in Italia introvabili anche sul mercato nero. E possedute soltanto dalla Banda della Magliana, come risulta dalle perizie sull’arsenale dell’organizzazione rinvenuto nei sotterranei del ministero della sanità.
Delle due l’una: o a uccidere Pecorelli è stato Carminati (anche se, al pari di Andreotti e Badalamenti, è stato assolto), e quindi l’omicidio è interno alla Banda, oppure la Banda ha “solo” prestato le proprie armi ad altri. Ma il suo coinvolgimento, è indubbio.
Ma il fatto più enorme che lega la Banda della Magliana a Moro è un altro ancora, ovvero quel falso comunicato numero 7 di cui parleremo in maniera approfondita nel prossimo capitolo.
Quel comunicato in cui si annunciava la finta esecuzione di Moro e l’abbandono del corpo nel lago della Duchessa, deciso da Pieczenick e dai comitati di crisi per scaricare la tensione emotiva dell’opinione pubblica e per decretare ufficialmente l’abbandono dell’ostaggio da parte delle istituzione, fu scritto da Antonio Chichiarelli, un falsario della Banda della Magliana, legatissimo a Carminati e al terrorismo di estrema destra, nonché informatore privilegiato dei servizi segreti.
La Banda della Magliana legata alla mafia e alla camorra, legata ai servizi segreti, a loro volta legati alla P2 legata a Gladio e ai comitati di crisi.
E tutti legati allo Stato.
Lo Stato.

(continua)

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