Tutto e il contrario di tutto

Matteo Salvini, passato nello spazio di un niente dal secessionismo più estremo all’ultra patriottismo, picconatore per eccellenza della vecchia guardia leghista salvo poi pretendere la candidatura di Umberto Bossi, impegnato da anni nella netta separazione tra l’operato dei suoi e quello di Forza Italia salvo poi riciclare pattuglie intere di ex forzisti e candidarli nelle file della Lega, pare particolarmente a suo agio nel dire e fare tutto e il contrario di tutto.
La situazione intricata che si è venuta a creare l’indomani delle elezioni, dove tutto può succedere, sembra quindi davvero pane per i suoi denti.
Così, il leader leghista critica come stortura istituzionale la squadra di governo presentata da Di Maio a Mattarella prima delle elezioni, ma da giorni parla non tanto come premier in pectore, quanto come premier già incaricato, nonostante ancora non si intraveda la benché minima soluzione all’ingorgo istituzionale. E nonostante, decisioni di Mattarella a parte, rapporti e gerarchie all’interno della sua stessa coalizione paiano tutt’altro che chiari e definiti.
Certamente Salvini quando si dichiara vincitore delle elezioni, non sbaglia. Dopo il Movimento Cinquestelle, la Lega è l’altra grande vincitrice assoluta dell’ultima tornata. E, in questo senso, pretendere per il suo partito la presidenza di una delle camere, ha una sua logica.
Ma chi è che parla? Il Salvini nuovo capo dell’intero centrodestra o il Salvini leader della Lega? Nel caos assoluto di questi giorni, nemmeno questo è chiaro. Eppure, l’una o l’altra veste, portano a scenari, prospettive e conclusioni completamente diversi.
Nel primo caso significa l’intenzione di provare a superare il primo ostacolo, ovvero l’insediamento del Parlamento e l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, assegnando ai due “vincitori/non vincitori” (il Movimento col 32% e la coalizione di centrodestra al 37%) un ramo parlamentare ciascuno. E poi trovare un gruppo di parlamentari disposti a sostenere un governo di centrodestra, ovviamente a guida leghista. Il problema è che Forza Italia, soprattutto nelle ultime ore, sembra tutt’altro che allineata e rassegnata a riconoscere a Salvini la guida della coalizione. Al contrario, Berlusconi e i suoi sembrano lavorare a un quadro radicalmente diverso, ovvero – almeno stando alle ultime dichiarazioni di Brunetta (diametralmente opposte a quelle fatte dallo stesso Brunetta l’indomani delle elezioni) – a una sorta di governo di scopo che escluda il Movimento Cinquestelle e che preveda il sostegno del Partito Democratico assegnandogli in cambio la presidenza del senato. E in ogni caso, il fatto che la decisione sulla distribuzione della seconda e terza carica dello stato sia appannaggio della Lega, per i forzisti appare tutt’altro che scontato.
Se però la coalizione è tutt’altro che compatta e Salvini parla esclusivamente in qualità di leader leghista, il quadro è completamente diverso. A quel punto non sarebbe il più il capo di uno schieramento attestatosi al 37%, ma il segretario di un partito che, se pur indiscusso vincitore, resterebbe semplicemente la terza forza politica in parlamento. Poco, molto poco, per reclamare la presidenza di una delle due camere. E anche nell’ipotesi di un governo Lega-Cinquestelle, Salvini, con la metà dei voti di Di Maio, avrebbe un ruolo tutt’altro che centrale. Difficile, molto difficile, che sia l’opzione più desiderata.
L’impressione, forse l’unica certezza in mezzo a tanti dubbi, è che Salvini, più di ogni altro leader, cerchi di tenere aperti tutti i canali possibili, tutte le strade percorribili, e che indossi i panni del segretario leghista e quelli del capo di coalizione a corrente alternata, a seconda del momento.
Altrimenti sarebbe difficile da spiegare come un giorno dichiari di aspettarsi dal PD “un gesto di responsabilità per il bene del paese” e il giorno dopo di non prendere in considerazione l’idea di qualsiasi accordo, come un giorno si appelli al dovere e al senso istituzionale e il giorno dopo posti una foto puramente goliardica in cui, con tanto di calice di vino bianco, lancia sfottò a Saviano e Gad Lerner.
Del resto, Salvini è l’uomo che ha avuto il coraggio di concludere il comizio centrale della campagna elettorale giurando sul Vangelo, non ignorandone (che sarebbe stato anche perdonabile) ma fingendo di ignorarne il contenuto (che non è né perdonabile né ammissibile). Su quel Vangelo il cui messaggio di fondo non solo è diametralmente opposto alla linea politica di Salvini, ma che, tra le altre cose, ricorda “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.
Ovvero, la separazione tra Stato e Chiesa, tra giustizia sociale e giustizia divina.
Quella separazione la cui imprescindibilità il Vangelo comprende e ribadisce con duemila anni di anticipo e che Salvini cancella in un brutto discorso non per principio, ma per il più becero degli interessi.
Niente di scandaloso per chi è tutto e il contrario di tutto.
E, soprattutto, pronto a tutto e capace di tutto.

#specialeElezioni2018
#resistenzeRiccardoLestini

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