Poeta e Sposa (l’amore ai tempi della fine del mondo)

Poeta era nella casa sull’isola. Forse era un sogno, forse no. Il legno del pavimento scricchiolava sotto i suoi passi mentre fuori dardeggiavano le fiamme della fine del mondo incendiando il cielo di mille esplosioni multicolore. Sposa era vicino a lui, distesa sul letto, spalle color del grano e viso nascosto sotto il cuscino. Dagli spifferi delle finestre arrivavano gli odori e gli strepiti di un mare in burrasca. Si fermò a guardarla incantato. Queste sue istantanee immobilità erano i momenti che preferiva. L’amava senza condizioni né paure quando gli offriva la schiena e respiri brevi e regolari. Senza vederla o sentirla poteva immaginarne il viso punteggiato di efelidi, la bocca infuocata, i baci, i mille odori selvaggi della sua pelle.
Poi Sposa si mosse. Con un soffio d’anima spazzò via i capelli dal viso, inarcò la schiena e si alzò in piedi. Lui ebbe paura, come sempre. Sposa gli fu davanti nuda e primordiale, fiore magico e velenoso, vita e minaccia, amore e terrore. Lo avvolse nella sua nudità risucchiandolo nelle sue carezze, percorse con le labbra ogni suo centimetro, leccò il suo sudore e il suo sesso, avida e tempestosa. Lo accompagnò dolcemente a terra, gli salì sopra offrendogli ancora la schiena e lo guidò in silenzio fino a farlo entrare nelle sue viscere. Poeta e Sposa, forse secoli fa Ulisse e Penelope, Elena e Paride, oggi come allora fine e principio, danza e battaglia, abisso e tormento, utero e delirio, mistero infinito della nascita e della morte, della febbre repentina che unisce e divide due corpi. Gemiti e grida si unirono in un unico, supremo canto, sinfonia stellare e celeste che è piacere e ferita, sangue e amore.
Deposte le armi, Sposa gli si sdraiò accanto. “Sei felice?”, gli chiese.
Poeta non disse una parola. Le offrì i suoi occhi gonfi di sgomento e inquietudine. Poi si alzò. Sposa non posso guardarti, pensò con gli occhi incollati alla finestra e al mondo di fuori che sprofondava nell’apocalisse, ho bisogno del tuo amore come di una droga potente, ma tu entri nella mia casa, porti voci nel mio silenzio e io non voglio. Lo sai che è solo nel silenzio che nascono e germogliano opere, libri, imprese grandiose e meravigliose? Un silenzio in cui non c’è posto per nessuno.
Sposa si sollevò da terra e lo raggiunse alla finestra. Gli strinse la mano. “Il mondo sta finendo”, sussurrò piano piano.
Lo vedi mia Sposa, vita mia?, pensò ancora Poeta senza guardarla, se resterai qui e continuerai a portare parole, ruberai la bellezza a te stessa e io non saprò più scriverla. Le parole dette schizzano via veloci e confuse, sviliscono e appassiscono ogni storia, ogni mondo, ogni amore. Quelle scritte invece sono immobili ed eterne come te che dormi di schiena e non esisti se non per quel velo d’oro che ti copre le spalle, ordinano, misurano, glorificano e non muoiono. Vorrei non averti e immaginarti soltanto, mia Sposa. Perdonami, vita mia, ma non so dirti niente, so solo scriverti, so solo vincerti ai dadi come una fortuna piovuta dal cielo, solo continuare a incontrarti ogni giorno della mia vita, dallo zero che ci generò fino ai molti secoli che toccheranno in sorte all’umanità. E in quell’incontro amarti, lasciarti e cercarti.
“Vuoi che me ne vada?”, chiese Sposa fasciandosi il corpo in un asciugamano arancione.
Poeta staccò gli occhi dalla finestra e finalmente la guardò. Sospirò, chiuse le palpebre.
Poi disse: “Addio. Resta.”

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