“E allora perché non ti candidi tu?”

La domanda, fatta in senso provocatorio e insinuante e non certo come invito reale o come attestato di stima, mi è stata rivolta da più lettori in vari commenti a un mio post della settimana scorsa.
Scritto e pubblicato proprio la vigilia delle elezioni (si intitola “Che vinca il peggiore”, lo trovate in questa pagina alla data del 2 marzo oppure in home page sul mio sito internet), l’articolo era una lunga critica assai feroce e assai sconcertata (ma, almeno a mio avviso, assolutamente civile e mai sopra le righe) del livello della campagna elettorale appena concluso. Un livello da me ritenuto il più basso mai raggiunto, come linguaggio, moltiplicazione compulsiva delle promesse, colpi bassi e via dicendo.
Ecco, alcuni hanno provocatoriamente risposto con commenti del genere: “ma allora se sei tanto bravo perché non ti candidi tu?”, “visto che sei così erudito potevi candidarti” e via di seguito.

Commenti che mi hanno colpito, non certo sul piano personale, ma come simbolo di una consuetudine molto sgradevole (e molto pericolosa), sempre più presente ai giorni nostri.
Vale a dire l’impossibilità di accettare (e di conseguenza di poter fare) critiche articolate e motivate a un operato, qualunque esso sia. Il senso critico non solo è sempre più raro, ma quando c’è viene percepito con fastidio, insultato e messo a tacere, deriso e allontanato, visto come una spocchiosa esibizione di bravura e cultura. Lo stesso parlare bene e scrivere bene, in qualunque contesto, rischia di passare nello spazio di un niente come un affronto (“eccolo è arrivato il professore”, “allora sei bravo solo te”, “ma parla un po’ come mangi, fanatico!”).
Meglio e più degni di stima di una critica civile e approfondita, sono gli insulti istantanei, l’attacco frontale in trenta secondi, l’offesa istantanea che riduce e non spiega.

Dietro una domanda come “perché non ti candidi tu?” c’è tutto questo e molto di più.
C’è, soprattutto, l’idea (veramente il peggior prodotto dei tempi in cui viviamo) che abilità e competenze personali, soprattutto se conquistate con bravura, studio e sacrifici, non contino nulla e non servano a nulla. E che quindi tutti possano fare tutto. E che, da ultimo, invece di criticare quel che fanno gli altri – di qualunque cosa si tratti – potresti farlo tu.

Non mi piegherò mai e mai accetterò questa logica.
Perciò, a chi mi ha chiesto perché non mi candido (visto che sono “tanto bravo”) rispondo dicendo che non mi candido perché, molto semplicemente, non penso di esserne capace, perché probabilmente sarei un pessimo deputato o un pessimo senatore.
La politica è cosa pubblica e quindi di tutti, ma non tutti sono in grado di farla.
È un mestiere (sì, esatto, penso davvero che la politica, almeno quella vera, sia un mestiere) che come tutti i mestieri presuppone capacità specifiche, specifiche competenze e anche un certo tipo di carattere che io non penso proprio di avere.
Personalmente, sono un insegnante e uno scrittore. Questo so fare e questo faccio. Come tutti, nel loro rispettivo ambito, ho fatto e farò degli sbagli. Ma quando, e succede spesso, vengono duramente criticato gli insegnanti, non mi è mai venuto in mente di dire “allora se siete tanto bravi veniteci voi in classe”.
Ho scritto dei libri. È successo che abbiano ricevuto anche critiche molto severe. Alcune di queste mi hanno fatto anche crescere, come persona e come scrittore. Ma di nuovo, non mi è mai venuto in mente di dire “allora scrivilo tu un romanzo, scrivila tu una commedia”.
In sostanza, se un idraulico sbaglia a ripararmi il rubinetto e glie lo faccio notare, mi aspetto che rimedi all’errore, non che mi dica “allora fallo te”.

Il diritto di critica è quanto di più importante e sacrosanto ci possa essere. E non smetterò mai di sostenerlo e rivendicarlo.
Questo perché criticare, farlo in maniera sensata e civile, profonda e motivata, non è vuota esibizione di chissà quale bravura, non è soffiare sulle bandiere del partito dell’eterno scontento né significa sminuire il lavoro altrui.
Al contrario, è l’anticamera del confronto, del dibattito, dello scambio reciproco.
Ovvero il sale dell’intelligenza.
E di un mondo civile.

#resistenzeRiccardoLestini

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