“Come una specie di sorriso”. 2/ “Nei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi… ” (l’apprendistato di un artista – i 45 giri “karim”, 1964-1966)

COME PERSEO SCONFISSE LA MEDUSA

Alla fine del 1964 Fabrizio De André, sempre con la piccola casa discografica Karim, pubblicò il suo sesto 45 giri, dove incise “Valzer per un amore” (lato A) e “La canzone di Marinella” (lato B ).
La prima traccia ha un’origine tutta familiare, molto più che intima e personale. Pare infatti che il padre del cantautore, durante il parto, abbia messo sul giradischi la “Suite siciliana” di Gino Marinuzzi, e che Fabrizio sia nato proprio mentre suonava il celebre “Valzer campestre”. Presumibilmente De André, durante infanzia e adolescenza, si sentì raccontare questa storia almeno un milione di volte. Al punto da voler aggiungere delle parole a quel valzer e trasformarlo in una sua canzone.
È la prima volta in assoluto che il giovane cantautore si cimenta con un brano dove l’amore – praticamente quasi l’unico argomento trattato dal resto della musica leggera del tempo – è il tema dominante. Il risultato è un puro esercizio di stile e nulla di più, dove non è solo la musica a non essere originale, ma anche il testo (una variazione di maniera sul tema dello sfiorire della bellezza e sull’amata che si ricorda e si accorge dello spasimante quando ormai è troppo tardi) è una citazione, assai scoperta e sostanzialmente priva di rielaborazione, di un famosissimo sonetto di Pierre de Ronsard, “Quand vous serez bien vielle”.
Discorso completamente diverso per “La canzone di Marinella”, uno dei brani non solo universalmente più noti di tutta la sua produzione, ma anche tra i più importanti. Senza dubbio, il più decisivo, il vero e proprio spartiacque della sua carriera. Se infatti al momento di questa sua prima pubblicazione “La canzone di Marinella”, come tutti gli altri pezzi incisi in questi anni, passerà totalmente inosservata rivelandosi un insuccesso commerciale pressoché assoluto, tre anni più tardi, nel 1967, verrà riscoperta da Mina (all’epoca all’apice del successo) che ne darà una celebre interpretazione in TV, facendo uscire De André dall’anonimato e, di fatto, grazie ai proventi SIAE per i diritti d’autore, permettendogli di dedicarsi a tempo pieno al mestiere di cantautore.
Se “Valzer per un amore” è, tanto nel testo quanto nella musica, una manieristica rielaborazione di materiale altrui, “La canzone di Marinella” è assolutamente deandreiana in ogni suo aspetto. A partire dalla struttura narrativa del testo, che ripropone lo schema più tipico del De André degli esordi, già visto ne “La ballata del Miché” e “La guerra di Piero” (per queste canzoni, si rimanda al capitolo precedente: http://www.riccardolestini.it/…/come-una-specie-di-sorriso…/): incipit che anticipa il finale (l’autore ci informa già nella prima strofa che Marinella morirà), narrazione in flashback e finale prolettico con un flashfoward (“e lui che non ti volle creder morta/ bussò cent’anni ancora alla tua porta”).
Il tema è sempre l’amore, ma rispetto a “Valzer per un amore” c’è un considerevole scarto. Il tono, diciamo così, esistenzialista, intimista e introspettivo, viene del tutto abbandonato per una narrativa immediata, popolare nel senso più pieno del termine, tesa a costruire quella che è, a tutti gli effetti, una fiaba. Certo triste e tragica, ma fiabesca nei toni, negli elementi e nelle atmosfere. Fiabesca, soprattutto, è la rapidissima successione delle sequenze, dove descrizioni scarne e ridotte al minimo riescono a spalancare nella mente di chi ascolta suggestioni moltiplicate all’infinito.
Come già ne “La guerra di Piero”, anche in “Marinella” De André gioca scoprendo una semplicità solo apparente, con insistite rime baciate, qui più che altrove apertamente e volutamente elementari (“dolore/amore”, “bella/stella”, “cappello/mantello”), che se nella ballata antimilitarista erano giustificate dal tono epico e popolareggiante di quanto narrato, in questo caso trovano la loro piena ragion d’essere, appunto, nella dimensione della fiaba.
Dove e come De André prese spunto per questa storia, è arcinoto. Un fattaccio di cronaca nera, risalente al 1953, ovvero il brutale assassinio di tale Maria Boccuzzi, giovane “mondana” (come la definisce la stampa dell’epoca) che dopo aver subito violenza viene raggiunta da sei colpi di pistola e infine gettata nelle acque torbide del fiume Olona, impressionò particolarmente De André allora adolescente, che ebbe modo di leggere la notizia sulle pagine locali di Asti de “la Stampa”, in un articolo che nel titolo recitava “Carica di vistosi gioielli all’appuntamento con la morte”. A colpire il giovane deve essere stato anche, forse soprattutto, il tono e il linguaggio usati nell’articolo. A leggerlo c’è effettivamente da rabbrividire, visto che sotto accusa non è la barbarie con cui è stata uccisa la donna, ma la sua condotta morale.
La particolare genesi di questa canzone fu lo stesso De André, in anni molto recenti, a raccontarla (senza però ricordare quale fiume fosse, indicandone uno tra il Tanaro o la Bormida anziché l’Olona) in un’intervista rilasciata a Vincenzo Mollica: “la storia di quella ragazza mi aveva talmente emozionato che ho cercato di reinventarle una vita da principessa… e di addolcirle così la morte”.
Al di là della fortissima emozione e dei quintali di brividi che regala tutta questa storia, e al di là anche della smisurata sensibilità di De André verso gli ultimi del mondo, già completa e compiuta negli anni degli esordi, c’è un altro aspetto ancora da mettere in evidenza riguardo “Marinella”. Vale a dire che questa canzone, nel suo processo di scrittura che parte da un articolo di cronaca per arrivare a una fiaba triste, riesce a sintetizzare l’essenza più pura e autentica dello scrivere.
Italo Calvino nel primo capitolo del suo ultimo e molto più che illuminante saggio “Lezioni Americane”, parlando del valore della leggerezza in letteratura, cita il mito di Perseo, l’eroe greco che, mettendosi ai piedi dei calzari alati e grazie a uno scudo a specchio, riesce a tagliare la testa della Medusa, l’orrenda gorgone con serpenti al posto dei capelli che trasformava in pietra chiunque la guardasse negli occhi. E che poi deposita la testa del mostro sul fondo del mare, dove i serpenti, a contatto con i frutti degli abissi, danno origine ai coralli.
Perseo in sostanza sarebbe lo scrittore che, per liberare il mondo dal male e salvarlo, si libra nell’aria e con la leggerezza delle parole trasforma i mostri in coralli. Che è esattamente quello che fa Fabrizio De André scrivendo “La canzone di Marinella”.

Pochi mesi dopo, all’inizio del 1965, il cantautore incise un nuovo 45 giri.
Il brano del lato A, “Per i tuoi larghi occhi”, è una nuova canzone d’amore, dove abbandonati i toni fiabeschi di “Marinella” ritornano quelli introspettivi ed esistenzialisti di “Valzer per un amore”. Ma dall’esercizio di stile di quest’ultimo, la crescita è considerevole. Ancora c’è un’ascendenza molto forte e molto scoperta, ovvero “La beauté” di Charles Baudelaire, citata fin dal titolo (“mes yeux, mes larges yeux aux clarités éternelles”), ma è un primo passo verso quella una piena autonomia di scrittura e interpretazione sul tema che di lì a poco sarà completamente raggiunta. Più che una manieristica variazione sul tema, la storia di questa donna dal “cuore di neve” che non ricambia i sentimenti di chi l’amerà per sempre “come un bel sogno inutile/ che si scorda al mattino”, è già in buona parte una visione personale dettata più dall’interiorità dell’autore che dalle suggestioni degli echi letterari da cui deriva.
Sul lato B troviamo “Fila la lana”, che reca il sottotitolo altisonante “una canzone popolare del XV secolo”. In realtà del XV secolo (o meglio, a voler essere precisi e pedanti, del XIV) c’è soltanto l’ambientazione, vale a dire quella guerra di Valois, o guerra di successione bretone (conflitto secondario in seno alla guerra dei cento anni), che fa da sfondo alla vicenda narrata. La canzone, a sua volta ispirata a un brano ottocentesco, fu in realtà composta da Robert Marcy nel 1948.
Cronologia a parte, De André si occupò di tradurre e adattare il testo, in maniera estremamente fedele all’originale. Il perché tenesse tanto a questo brano è fin troppo facile capirlo: a parte il tono medievaleggiante, sia nel testo sia nella musica, già sperimentato, se pur in forma ironica e grottesca in “Carlo Martello” e nel “Testamento”, soprattutto torna il tema, centrale per De André, dell’antimilitarismo e dell’inutilità della guerra. In particolare, ritroviamo la specifica tematica della sposa che attende invano il ritorno del suo uomo dalla battaglia, già trattata dal cantautore ne “La ballata dell’eroe”. In questo caso, una sintesi e una asciuttezza maggiori del testo, rendono il messaggio più efficace e incisivo, reso ancora più forte da quel “montaggio parallelo alternato” sottolineato da un evidente cambio di melodia tra le strofe, dove con incedere guerresco si narrano le vicende della battaglia, e il ritornello, dove con tono lento e disteso si raccontano le pene della sposa abbandonata.

Una traduzione è anche la canzone riportata nel lato B del 45 giri successivo, inciso nello stesso 1965: “Delitto di paese”, fedele versione italiana de “L’assassinat”, un brano di Georges Brassens, il cantautore d’oltralpe che all’epoca era (e sarà ancora per molti anni a venire) il principale punto di riferimento musicale di De André, ritenuto un vero e proprio “maestro d’arte e di pensiero”. Non a caso, negli anni, seguiranno altre traduzioni e altri adattamenti da Brassens.
Le storie turpi ed estreme (in “Delitto di paese” si racconta di un anziano innamorato di una fanciulla che, quando confessa alla ragazza di essere totalmente privo di soldi, viene brutalmente assassinato da lei e dal suo pappone), l’ironia feroce, l’attenzione per gli ultimi e per i bassifondi, la pietà e l’anarchia dello chansonier francese furono tappa cruciale e fondamentale, e non c’è davvero bisogno di spiegare perché, nel percorso di apprendistato e formazione di De André.
Anche la dimensione della traduzione diventerà via via una consuetudine del repertorio deandreiano. Mentre questi due primi esempi sono come ricordato molto fedeli agli originali, per molti versi “scolastici”, nel corso degli anni la traduzione diventerà una vera e propria arte, dando vita, come vedremo nei capitoli successivi, a stupefacenti interpretazioni e rielaborazioni che, in più di un’occasione, finiscono per superare e surclassare gli originali.

LA CITTÀ VECCHIA

Sul lato A del 45 giri di “Delitto di paese” è invece incisa “La città vecchia”, che di tutto il primo periodo di apprendistato artistico del giovane De André è senza dubbio il vertice assoluto.
E non è certo un caso se di tutte le canzoni del “periodo Karim” “La città vecchia” sia l’unica a essere stata sempre compresa nelle scalette live, fino all’ultimo tour, ancor più delle maggiormente celebri “La guerra di Piero” e “La canzone di Marinella”.
Ne “La città vecchia” convergono tutti i temi, le suggestioni, le ossessioni fin qui messi in musica da De André, come se dopo diversi esperimenti trovassero magicamente una loro prima sintesi e una loro prima sintesi nell’architettura perfetta di questo brano, che al tempo stesso conclude e suggella questo periodo di formazione e anticipa il successivo.
Ci sono gli ultimi, i “gatti randagi” del mondo, il turpe che si sublima in poesia, l’umanità più vera trovata proprio laggiù dove non batte mai il sole, i reietti che tra le pieghe di versi grondanti dignità e autenticità trovano la loro voce, c’è l’ironia feroce e caustica, c’è l’anarchia, c’è la libertà, c’è la verità. E c’è Genova, quel porto franco e quei carrugi il cui spettro aleggiava nei versi di Faber sin dal primo componimento spargendo ovunque odore di mare, “quell’aria spessa, carica di sale, gonfia di odori” che qui esplode in tutta la potenza mista di violenza e leggerezza.
Al ritmo incalzante, e irresistibile, della più classica mazurka, si susseguono quattro strofe che non compongono un’unica storia, ma quattro sequenze autonome, quattro situazioni rapsodiche di straordinaria potenza visiva, capaci di imprimersi in maniera indelebile nell’immaginario, il cui collante è proprio la città di Genova, i suoi bassifondi, i suoi quartieri “dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi”. Un collante ambientale e sociale così forte da farsi storia esso stesso, senza bisogno di trama, dove ogni immagine, in un procedimento non più narrativo e consequenziale, ma analogico e immaginifico (finora mai sperimentato da De André, ma che negli anni della maturità diventerà il vero marchio di fabbrica della sua scrittura), trascolora nell’altra in un sistema di associazioni libere e imprescindibili al tempo stesso.
La “bimba” che “presto affinerà le capacità con l’esperienza” è così unico preludio possibile ai “quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino” che “porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte”, di cui il “vecchio professore” che dilapiderà mezza pensione, “diecimila lire per sentirsi dire micio bello e bamboccione”, è l’imprescindibile conseguenza. E tutti convogliano, si giustificano e si legittimano, nell’ultima, intensa e lapidaria strofa, dove il porto di Genova, “oltre le calate dei vecchi moli”, diventa dio dei maledetti e dei rinnegati, e il “tipo strano/ quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano”, sintesi di ogni personaggio incontrato.
Nella chiosa, indimenticabile, tutto De André si riassume negli ultimi tre versi: “ma se capirai, se ricercherai, fino in fondo/ se non sono gigli son pur sempre figli/ vittime di questo mondo”.
Anche in questo caso ci sono chiari e illustri riferimenti. A partire dall’omonima, splendida poesia di Umberto Saba (in quel caso Trieste, un’altra città di mare, un altro porto, un altro non luogo, un altro crogiolo di umanissime disperazioni), passando per “Embrasse moi” di Jacques Prèvert per arrivare infine a “Le bistrot” del solito Brassens. Ma qui l’ascendenza non è sudditanza che schiaccia, non è un qualcosa che sovrasta riducendo il lavoro a variazione sul tema. Ne “La città vecchia” ogni suggestione sparisce in un gioco di impasto e fusione che restituisce un qualcosa di unico e originalissimo riconducibile al solo De André.
Di questa canzone dirà De André, nel 1998, prima di eseguirla dal vivo durante il suo ultimo tour:
“anche perché, non ho mai capito malgrado la mia età, cosa sia esattamente la virtù e che cosa esattamente sia l’errore. Perché basta spostarsi di latitudine e vediamo come i valori diventano disvalori e viceversa. Non parliamo poi, nello spostarci nel tempo. C’erano morali nel medioevo che oggi non sono assolutamente riconosciuti. Oggi noi ci lamentiamo, vedo che c’è un gran tormento sulla perdita dei valori, bisogna aspettare di storicizzarli. Io penso che non è che i giovani di oggi non abbiano più valori, hanno sicuramente dei valori che noi non siamo ancora riusciti a capir bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri”.

L’AMORE SECONDO DE ANDRÉ

A conferma di come “La città vecchia” rappresenti un momento molto più che importante nel percorso artistico di De André, un primo fondamentale raggiungimento di una certa maturità e consapevolezza creativa e stilistica, i 45 giri successivi contengono altre pietre miliari, altri brani celeberrimi e indimenticabili.
L’argomento dominante torna a essere l’amore, ma trattato diversamente sia rispetto alla fiabesca “Marinella” che alle leziose “Valzer per un amore” e “Per i tuoi larghi occhi”.
Nel 45 giri pubblicato nel marzo 1966 troviamo “La canzone dell’amore perduto” sul lato A e “La ballata dell’amore cieco” sul lato B.
La prima è, semplicemente, una delle ballate più famose (e belle) dell’intera storia della musica italiana. Mettendo definitivamente da parte le pretenziosità, i compiacimenti e gli eccessi di citazionismo che avevano caratterizzato, in negativo, gli esperimenti precedenti, ne “La canzone dell’amore perduto” De André si abbandona completamente a una struggente meditazione sulla fuggevolezza e sulla caducità dell’amore, che trova la sua forza (a tutt’oggi intatta) nella sua disarmante semplicità. E nella sua estrema sincerità, quasi come se De André la scrivesse, e la cantasse, stringendosi il cuore in mano. Semplicità e sincerità che fanno sfumare ogni cosa, per cui il sussurro affranto dell’incipit (“ricordi, sbocciavan le viole/ con le nostre parole/ non ci lasceremo mai, mai e poi mai”), la disperante ammissione centrale (“l’amore che strappa i capelli è perduto ormai/ non resta che qualche svogliata carezza/ e un po’ di tenerezza”) e l’apertura al domani in chiusura (“ma sarà la prima che incontri per strada che tu/ coprirai d’oro per un bacio mai dato/ per un amore nuovo”) si mescolano in una malinconia immanente, insondabile e lunga un vita intera, dove non c’è confine tra gioia e dolore, passato e presente, speranza e disincanto. Dove tutto è il contrario di tutto, splendido e crudele al tempo stesso. Come l’amore, per l’appunto.
Di tutt’altro registro “La ballata dell’amore cieco”. In quest’altro grandissimo pezzo De André compie una specie di gioioso e crudelissimo (e riuscitissimo) “sacrilegio”, ovvero trasportare lo humour nero e l’ironia ferocissima del “Testamento” e di “Carlo Martello” e le storie turpi alla Brassens nella tematica amorosa. Il risultato è la storia di un amore folle e sconsiderato, la sistematica distruzione di “un uomo onesto, un uomo prode” a causa di una baudeleriana femme fatale che lo sottopone a prove d’amore sempre più crudeli ed estreme: dalla richiesta di omicidio della madre fino all’ordine di suicidarsi. Il tutto contrappuntato da un irriverente e azzeccatissimo ritmo swing e da uno straniante “tralalalalla tralalalero” che fa somigliare la canzone a certe cupe e inquietanti filastrocche per bambini. Nel finale ritorna il tema, già trattato in “Valzer per un amore”, del pentimento tardivo della donna (“ma lei fu presa da sgomento/ quando lo vide morir contento/ morir contento e innamorato/ mentre a lei nulla era restato/ non il suo amor non il suo bene/ ma solo il sangue secco delle sue vene”), ma il tono surreale gli conferisce una linfa nuova e sorprendente.

Appena un mese dopo, in aprile, De André pubblica il decimo (e ultimo) 45 giri con la Karim, dove l’amore è ancora protagonista assoluto.
Sul lato A troviamo una ballata tradizionale inglese, ovvero “Geordie”, tradotta in italiano da De André e interpretata in duo con Maureen Rix (e non con Joan Baetz, come indicano erroneamente molti siti: la celebre folk singer interpretò una versione di “Geordie” in lingua inglese, ma non duettò mai con De André).
La traduzione che De André fa del testo non solo è splendida (la prima di una lunga serie, come si diceva prima, in cui supera e surclassa l’originale), ma si adatta completamente all’universo deandreiano. L’amore qui è la forza che spinge l’anonima donna a cavalcare “fino a Londra stasera/ ad implorare per Geordie”, a chiedere pietà per il suo amato condannato a morte per aver rubato, si presume per necessità, “sei cervi dal parco del re”. La spietata immutabilità della giustizia, tema centrale in De André dai tempi de “La ballata del Miché”, l’incapacità della legge di esprimere pietà ed empatia, renderà vane le richieste della donna: “anche se piangeranno con te/ la legge non può cambiare”.
Sul lato B un’altra splendida e famosissima ballata, un’altra indimenticabile perla: “Amore che vieni, amore che vai”, che riprende, sviluppa e completa il tema dell’incertezza, della fragilità e della contradditorietà dell’amore già affrontato ne “La canzone dell’amore perduto”. Se però in quel caso il testo andava a costruire una successione cronologica e narrativa consequenziale e ben definita (passato – presente – futuro), in “Amore che vieni, amore che vai”, con una semplicità e immediatezza pari alla ballata precedente, si susseguono, in una sorta di paratassi, immagini e riflessioni che, più che raccontare, evocano e suggeriscono: “Io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai/ amore che fuggi, da me tornerai”.

Nonostante i dieci 45 giri fossero stati totalmente ignorati e privi di un qualsiasi riscontro di pubblico e critica, la Karim, che evidentemente credeva molto in De André malgrado i continui insuccessi, volle ugualmente farne un disco antologico.
Così nel 1967 uscì “Tutto Fabrizio De André”, un album che raccoglie dieci delle diciotto canzoni incise tra il 1961 e il 1966.
Ma l’lp avrà inesorabilmente lo stesso destino dei 45 giri, ovvero un’indifferenza totale e avvilente.
Ma era il 1967. Appena qualche mese più tardi Mina, dagli studi della Rai, porterà “La canzone di Marinella” nelle case di tutti gli italiani. E la vita di De André, così come la storia della musica italiana, cambierà per sempre.

(continua)

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