“Come una specie di sorriso”. 3/ “Dai diamanti non nasce niente… ” (“Volume I”, 1967)

Nel 1967 Fabrizio De André aveva solo ventisette anni, ma alle spalle già dieci singoli e un album antologico, tutti pubblicati tra il 1961 e il 1966 con la Karim, una piccolissima casa discografica che, in quello stesso 1967, chiuderà i battenti causa fallimento.
Per il De André cantautore il destino, all’epoca, non sembrava affatto avere in serbo un finale troppo diverso da quello dei suoi sfortunati discografici, vista l’indifferenza totale, tanto della critica quanto del pubblico, con cui erano stati puntualmente accolti tutti i suoi lavori.
Ad ogni modo, l’indomani del naufragio della Karim, riuscì subito a procurarsi un contratto con un’altra casa discografica, la Bluebell Records, altrettanto piccola e altrettanto indipendente, con cui nel giro di poche settimane incise immediatamente un album. Non fu impresa troppo difficile: gli anni della Karim, nonostante totalmente privi di successi e riscontri, erano stati straordinariamente prolifici, al punto che il giovane De André aveva nel cassetto materiale già pronto per riempire un disco intero.
Nacque così “Volume I”, uscito nel maggio del 1967, da ritenersi a tutti gli effetti il primo album del cantautore genovese, visto che “Tutto Fabrizio De André”, uscito l’anno precedente per la Karim (ne abbiamo già parlato nel capitolo precedente: http://www.riccardolestini.it/…/come-una-specie-di-sorriso…/), raccoglieva canzoni già pubblicate come singoli.
I dieci brani di “Volume I” sono invece tutti inediti, eccezion fatta per l’ultima traccia, ovvero “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”, qui registrata con un arrangiamento leggermente diverso (in particolare vengono aggiunti nella seconda parte degli assoli di tromba a fare da contrappunto al cantato) e dove i versi in cui “la pulzella” chiede conto a re Carlo (“deh proprio perché voi siete il sire/ fan cinquemila lire/ è un prezzo di favor”) è cantata con marcato accento bolognese (per “Carlo Martello” nel dettaglio, si rimanda invece al capitolo 1: http://www.riccardolestini.it/…/come-una-specie-di-sorriso…/).
In generale il materiale di questo disco d’esordio non differisce molto da quello degli anni della Karim. Piuttosto fissa e definisce quello stile, tanto nella musica quanto nei testi, già conosciuto nei singoli e che rappresenta il marchio di fabbrica più riconoscibile del De André delle origini: melodie semplici, con una netta predominanza della chitarra acustica, ma che non mancano di sperimentalismi e ricercatezze raffinate, e testi per lo più narrativi e distesi, pieni di citazioni colte e dedicati agli ultimi e agli emarginati.
La linea di continuità con i lavori precedenti risiede anche in una pura questione di metodo, nel senso che le canzoni che vanno a comporre il disco all’origine nascono chiaramente come singoli, col risultato che, pur se composto per nove decimi da inediti, “Volume I” è da intendersi più come una raccolta di canzoni che come un vero e proprio album. Ovvero un lavoro distante anni luce da quelli degli anni successivi, quando De André costruirà i suoi dischi su un’unità tematica, o addirittura narrativa, delle singole canzoni, mentre qui i brani hanno ancora una vita completamente indipendente rispetto agli altri.
Ma per quanto non possa dirsi un disco compiuto, oltre alla qualità indubbia dei brani (di cui almeno due, “Via del Campo” e “Bocca di rosa”, destinate a diventare dei classici senza tempo dell’intero repertorio del cantautore), “Volume I” presenta un elemento di novità assoluta. Vale a dire che all’interno del disco si trova una lunga e appassionata “presentazione” firmata da Cesare Romana, proprio come fosse la prefazione di un libro. Una modalità all’epoca sconosciuta per dare nuova dignità, e nuova levatura, a quella che siamo soliti chiamare musica leggera.

PER LUIGI TENCO

Ad aprire il disco è “Preghiera in gennaio”, un disperato e umanissimo atto d’amore scritto per il grande amico Luigi Tenco, morto suicida appena pochi mesi prima. La cronologia degli eventi, in questo caso, è particolarmente importante, dal momento che il testo è palesemente scritto sull’onda della pura emozione e del puro sgomento, nell’immediato della tragedia, assolutamente privo della benché minima elaborazione del lutto. E proprio in questa immediatezza emotiva, senza filtri e sincera fino allo sconcerto, risiede tutta la potenza del brano, che ancora oggi, a oltre cinquant’anni di distanza, riesce a dare i brividi a ogni ascolto.
Tenco non viene mai nominato nel testo, una sorta di pudore che è però anche misura della grandezza dell’amico scomparso:

Lascia che sia fiorito, Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare […]

Bastano i pronomi “suo” e “sua”, basta questo “lui” generico, solo in apparenza impersonale, per far capire al mondo intero di chi si sta parlando.
Nello stesso modo in cui non lo chiama mai per nome, De André rinuncia a fare un classico epitaffio che decanti le lodi del defunto o ne ripercorra in maniera edulcorata le tappe dell’esistenza. Una scelta importante e rabbiosa. Visto il modo ignobile con cui i media e l’opinione pubblica si era accanita su Tenco, viste le vergognose speculazioni fatte sulla sua tragica scomparsa, De André lascia le facili celebrazioni postume agli ipocriti. E risponde a modo suo, parlando di Tenco come un rinnegato, un uomo messo ai margini, solo e non capito, che ha lasciato il mondo senza risparmiarsi “l’onta sacrilega” del suicidio.
Ma è De André che sta parlando e tutto questo viene rovesciato in pregio e splendore: così come delle donne “traviate” dell’album successivo, “Tutti morimmo a stento”, ci dirà che avevano “gli occhi troppo belli”, o come i “respinti” di “Smisurata preghiera” (nell’ultimo album “Anime salve”) regalano alla morte “una goccia di splendore”, così Luigi Tenco varca la soglia dell’altro mondo come un angelo, trasformandosi in una sorta di santo immacolato e misericordioso, protettore di tutti i suicidi e di tutti “i morti per oltraggio” che però “al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio”:

Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà baciandoli alla fronte
“Venite in Paradiso là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”

Un canto strozzato, col nodo in gola, grondante amore e rabbia, pronto a farsi vera e propria invettiva alla quarta strofa:

Signori benpensanti, spero non vi dispiaccia
se in cielo in mezzo ai santi Dio tra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte

C’era stato, all’alba della sua carriera, il precedente de “La ballata del Miché”, sempre dedicata al suicidio e all’assenza di pietà verso questo gesto (vedi capitolo 1), ma tra i due brani c’è uno scarto gigantesco. All’ingenuità di quel primo esperimento, si sostituisce qui un poeta già maturo capace di trasformare le proprie ossessioni (i rinnegati, gli esclusi, l’invocazione disperata di un gesto di pietà e misericordia da parte del mondo “perbene”) e le proprie tragedie personali in qualcosa di universale.
Quel miracolo che ogni tanto riesce solo agli artisti.

TRADUZIONI, ESPERIMENTI E VARIAZIONI SUL TEMA

Altre tracce del disco risultano decisamente più modeste.
La seconda, “Marcia nuziale”, è una nuova traduzione dell’amatissimo Georges Brassens (“La marche nuptiale”, del 1957), che come la prova precedente (“Delitto di paese”, pubblicata in 45 giri nel 1965 e di cui abbiamo già parlato nel capitolo 2) risulta assai fedele all’originale, tanto nell’arrangiamento quanto nell’adattamento del testo.
Ma il contributo di Brassens a questo album non si ferma qui. Sempre dello chansonier francese è il tema musicale del nono brano, “La morte”, ripreso da “Le verger de Roi Louis”. Il testo invece è del tutto indipendente, interamente composto da De André. Strutturata in rapide quartine quasi tutte in rima baciata, sviluppa, senza essere troppo originale, la tematica sfruttatissima della funzione di “livellatrice sociale” della morte cui nessuno può sfuggire, con citazioni che spaziano dal solito Villon al Cesare Pavese di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, esplicitamente ricordata nei primi due versi (“La morte verrà all’improvviso/ avrà le tue labbra e i tuoi occhi”). Con tutto che un lavoro simile De André lo aveva già fatto nel “Testamento”, ma con ben altri risultati. Soprattutto con una ferocia ironica e irriverente che rendeva la meditazione incisiva e originalissima.
Ad ogni modo, nonostante non aggiunga niente di nuovo, se vista in prospettiva “La morte” ha comunque una sua rilevanza, visto che può, e forse deve, essere letta come il primo seme dell’album seguente “Tutti morimmo a stento”, che proprio nella riflessione sulla morte trova il suo leitmotiv e il suo filo conduttore tematico.

La terza traccia, “Spiritual”, rappresenta invece un vero e proprio unicum in tutto il repertorio di De André. Spiritual di nome e di fatto, che nella forma musicale, nel timbro vocale (che in questa occasione il cantautore si sforza di virare su tonalità basse tipiche degli afroamericane) e nel testo (un dialogo con Dio in cui si rivendica una religione più umana e meno distante dalle umane disgrazie) fa il verso a quel genere gospel che, sul finire degli anni ’60, iniziò a spopolare nelle radio italiane.
È palesemente, soprattutto nella sua forma musicale, un brano assai fuori dalle corde dell’artista. Lo stesso De André, commentandolo, non fu particolarmente tenero, dichiarando di averlo scritto in fretta e furia come riempitivo, giusto per raggiungere il minutaggio adeguato per completare il 33 giri. Eppure, come vedremo più avanti, questa invocazione a Dio si lega strettamente a un altro brano del disco, “Si chiamava Gesù”, e inizia a battere quella strada che porterà De André alla stesura di uno dei suoi più grandi capolavori: “La buona novella”.

L’amore, che era stato l’argomento dominante degli ultimi singoli pubblicati con la Karim (vedi capitolo 2), torna in questo disco in due brani. O meglio, in tre.
“La canzone di Barbara”, quinta traccia del disco, è un’innocente ballata su un amore di gioventù (scritta a quanto pare per una “fidanzatina con cui si andava ad amoreggiare sulle alture di Camogli”, come precisò anni dopo De André), in assoluto tra le canzoni più “leggere” della sua intera discografia.
Il testo di “Caro amore” (brano numero sette) è una libera riscrittura di “Aranjuez mon amour”, una canzone di Richard Anthony che svolge il tema, particolarmente caro a De André, dello sfiorire e della perdita del sentimento. Un buon testo che però si annulla nel confronto con “La canzone dell’amore perduto”, dove la stessa identica tematica fu trattata con ben altri risultati. La melodia invece è in parte tratta dal “Concierto de Aranjuez” di Joaquin Rodrigo.
Ci furono dei problemi di copyright: in buona sostanza Rodrigo non gradì il rifacimento e ne chiese il ritiro, per cui dalle ristampe successive del disco la Bluebell fu costretta a togliere la canzone. Che fu sostituita da “La stagione del tuo amore”, una canzone deliziosa e distesa, dolce e amara al tempo stesso che, con garbo e delicatezza, è dedicata a una donna che si appresta a entrare nella terza età. L’io narrante, nell’inedita veste di pacificatore, consola la donna: anche se il tempo ci condanna a non poter vivere per sempre con il corpo sentimenti e passioni, essi rimangono comunque impressi dentro di noi.
A conti fatti, nel cambio di canzone, l’album ci ha guadagnato.
Una curiosità: la questione del copyright di fatto non si è mai risolta, così “Caro amore” è presente solo ed esclusivamente nell’edizione originale di “Volume I”, visto che già la prima ristampa, uscita appena quattro mesi dopo, già reca “La stagione del tuo amore”. Con buona pace dei collezionisti, che sanno fin troppo bene quanto sia praticamente impossibile trovare una copia del disco con “Caro amore”, vista la tiratura ben più che ridotta con cui fu stampato. In tempi recenti, una ristampa a cura della Ricordi illuse tutti gli appassionati: il retro di copertina riportava come settima traccia “Caro amore”, ma poi l’incisione era, come sempre, quella de “La stagione del tuo amore”.

Ben più importante è la quarta traccia, quella “Si chiamava Gesù” cui abbiamo già accennato e che risulta, a tutti gli effetti, il seme originario de “La buona novella”.
Il brano soffre ancora un testo eccessivamente didascalico e, per certi versi, ingenuo. Ma già contiene, tra le righe, tutta quella carica eversiva che caratterizzerà il grande capolavoro che De André scriverà di lì a poco.
Quel Gesù di Nazareth visto finalmente come un uomo, che “morì come tutti si muore/ come tutti cambiando colore”, è anzitutto colui che porta nel mondo il messaggio più rivoluzionario della storia dell’umanità: il perdono, la pietà, la misericordia (“ma inumano è pur sempre l’amore/ di chi rantola senza rancore”). Tutti temi che, in “Volume I”, pur in forme diverse abbiamo già incontrato in “Preghiera in gennaio” e in “Spiritual”. Così il Cristo di “Si chiamava Gesù” è il dio che accoglie tra le braccia i suicidi e il dio invocato nel gospel. E soprattutto, è l’uomo la cui rivoluzione De André racconterà con una poesia disarmante nel grande album del 1970.

VIA DEL CAMPO

Semplicemente “Via del Campo”, ovvero una delle canzoni più importanti e rappresentative della poetica di Fabrizio De André. E una delle più belle della storia della musica italiana.
Talmente grande che crea quasi imbarazzo commentarla.
Visitando Genova è molto difficile non finire in via del Campo, quella strada lunga e stretta che incrocia i carrugi, a metà tra il lungomare del porto antico e l’altrettanto leggendaria via di Pré, dove un “negozio museo” (che fu di Giovanni Tassio, amico fraterno del cantautore, e in seguito acquistato dal comune) espone in vetrina le copertine originali di tutti gli album e, praticamente a qualsiasi ora del giorno, a un volume moderato che però entra nel cuore come una lama gentile, diffonde la voce e le note di chi rese immortale questo lastricato di città vecchia. Quella strada che un tempo non troppo lontano, assieme a via di Pré, fu crocevia di disperazioni e rifugio di ultimi e maledetti, luogo di contrabbando e meretricio, tempio del peccato e della perdizione. Quella strada che fu uno dei luoghi prediletti dei vagabondaggi quotidiani del giovane poeta e dove, in mezzo a disperazioni ed emarginazione, trovò la parte più vera, viva, autentica e soprattutto pura dell’umanità.
Un mondo variopinto ed estremo, violento e umanissimo, turpe e pieno di splendore, che De André aveva già descritto nella splendida “Città vecchia”. Ma mentre in quel caso, non senza ferocia e non senza ironia, De André ci prendeva per mano mostrandoci per intero i bassifondi e i suoi stravaganti personaggi, quasi fosse la parodia di una guida turistica, in “Via del Campo” tutto quel mondo è visto e raccontato esclusivamente attraverso il filtro di un’unica storia, un’unica indimenticabile suggestione.
Una sineddoche straordinaria, una parte per il tutto capace di spalancare, tramite una ‘piccola’ vicenda, un intero universo.
Il breve testo è rigidamente diviso in due parti. Nella prima, parole delicate come una carezza fotografano il mondo della prostituzione, e pure se il linguaggio è leggero, etereo, lunare, quasi incorporeo, riesce a farci sentire il sudore, i sospiri, le voglie, a materializzarci davanti i fondachi e le case dove si praticava il mestiere. Nella seconda irrompe il personaggio dell’illuso, che vorrebbe maritarsi con chi, prendendolo per mano, lo ha fatto salire in paradiso, quel paradiso che non credeva proprio “fosse solo lì al primo piano”.
Una storia sospesa e senza finale, soprattutto un’apparente discesa all’inferno dei bassifondi che però, in un percorso vorticoso e “ostinato e contrario” in cui prorompe in maniera definitiva la protesta anarchica di De André, si trasforma in una salita in cielo, catartica e purificatrice, sintetizzata negli ultimi due versi, leggendari e bellissimi, in cui risiede tutta l’essenza di De André: “dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fior”.
La musica è quella della canzone di Enzo Jannacci “La mia morosa la va alla fonte” e che De André pensava essere una ballata medievale riscoperta da Dario Fo. Una melodia lenta e cadenzata che quasi accompagna quella discesa e quella risalita, ma che un arrangiamento eccessivamente datato rischiava di far finire la canzone, col passare degli anni, nel dimenticatoio. A svecchiarla e a darle nuova linfa sarà, dieci anni dopo, lo splendido arrangiamento della PFM.

BOCCA DI ROSA

L’altra gemma di “Volume I” è “Bocca di rosa”, altro brano indimenticabile e fondamentale della carriera di De André, al punto che il cantautore la indicò, in una delle ultime interviste rilasciate prima di morire, la canzone in cui in assoluto si riconosceva di più.
Se “Via del Campo” è il punto d’arrivo del filone più introspettivo e “lunare” di De André, “Bocca di rosa” è il vertice di quello più feroce e sarcastico. Tanto sospesa la prima quanto razionalmente narrativa la seconda.
Eppure le due canzoni si somigliano molto più di quanto l’apparenza possa far credere. Entrambe capovolgono la morale borghese, sferzano attacchi all’ipocrisia, esaltano la libertà, la dignità e la purezza di chi vive seguendo l’unica regola di essere sempre e comunque sé stesso.
La struttura narrativa di “Bocca di rosa”, si diceva, è lucida e razionale, priva dell’uso dei flashback e dei flashfoward solitamente tanto cari a De André e rigidamente scansionata nei canonici tre atti “inizio-svolgimento-fine”.
Protagonista è Bocca di Rosa, una forestiera che come un uragano irrompe nella quieta e bigotta vita del “paesino di Sant’Ilario” (un quartiere genovese che, nella successiva ristampa, venne storpiato in “San Vicario”, per poi tornare al nome autentico nelle versioni live). Diventata nel linguaggio comune un sinonimo di prostituta, in realtà il testo sembra suggerire che Bocca di Rosa non fosse donna di mestiere, ma semplicemente una persona libera:

C’è chi l’amore lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione
Bocca di Rosa né l’uno né l’altro, lei lo faceva per passione

Nella parte centrale le donne di Sant’Ilario, “a cui aveva sottratto l’osso”, sintesi di tutta l’ipocrisia benpensante (“si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio/ si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio”) si scagliano contro la sua condotta libertina arrivando a denunciarla.
La celebre sequenza dell’arresto, nella versione originarla recitava:

Spesso gli sbirri e i carabinieri al proprio dovere vengono meno
Ma non quando sono in alta uniforme e l’accompagnarono al primo treno

Ma gli strali della censura, solleticata da alcuni malumori dell’Arma, costrinsero De André a mutare il testo, che nella prima ristampa divenne:

Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri
Ma quella volta a prendere il treno l’accompagnaron malvolentieri

In questo caso De André considerò migliore la seconda versione, che divenne a tutti gli effetti quella ufficiale, eseguita nelle svariate versioni live.
Nella terza parte, quella conclusiva, come in “Via del Campo”, ciò che all’apparenza sembrava una inevitabile discesa all’inferno, in questo caso l’inferno del dileggio e del pubblico scherno, si trasforma in una risalita all’alto dei cieli, con un sorprendente e clamoroso riscatto di Bocca di Rosa che, in barba a tutti gli effetti, si prende una parodistica e surreale rivincita venendo accolta “alla stazione successiva” come salvatrice della patria.
Un testo straordinariamente granitico e compatto, che nel ritmo tambureggiante e incalzante delle rime baciate impasta una concatenazione di parole perfetta, al tempo stesso semplici e coltissime, allusive e dirette.
Un capolavoro senza troppo altro da aggiungere.
Come quello di “Via del Campo”, anche l’arrangiamento di “Bocca di Rosa”, specie negli stacchi tra i tre atti, quando il cantato tace lasciando la sola musica, suona eccessivamente datato. E anche in questo caso sarà la PFM a tirare fuori dal cilindro un arrangiamento straordinario e immortale.
Per entrambe le canzoni, negli anni si sono sprecate le corse a cercare di individuare le muse ispiratrici delle rispettive protagoniste. Rincorse che hanno portato a conferme, smentite, sovrapposizioni. Ma forse non è importante sapere chi fosse la “graziosa con gli occhi grandi color di foglia” o chi fosse Bocca di Rosa (che molti anni dopo trovò nuova vita nel romanzo “Un destino ridicolo”, scritto dallo stesso De André assieme ad Alessandro Gennari), se dietro la donna che “basta prenderla per la mano” ci fosse davvero la trans Mario Dané conosciuta come Morena o se dietro colei che “metteva l’amore sopra ogni cosa” ci fosse davvero Liliana Tassi, madre di quel Giovanni citato in precedenza.
L’unica cosa davvero importante è che queste canzoni siano state scritte.
E che noi abbiamo ancora la fortuna di ascoltarle.

“Volume I”, al momento della sua uscita, ebbe la stessa sorte di tutto ciò che lo aveva preceduto, ovvero fu un totale insuccesso. De André stava per mollare, rassegnarsi a lavorare nelle scuole del padre fino al giorno della laurea per poi diventare un avvocato.
Ma proprio in quel momento, come già raccontato nel capitolo precedente, arrivò Mina a interpretare “La canzone di Marinella”. E a portare in dote un successo istantaneo e gigantesco.

(continua)

#ComeUnaSpecieDiSorriso
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