55 giorni-40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata. 6/ La fermezza e la trattativa

Il dibattito politico sul rapimento di Aldo Moro, per tutti i cinquantacinque giorni del sequestro, si svolse sulla contrapposizione tra la “linea della fermezza” e quella della “trattativa”.
Il governo e la stragrande maggioranza delle forze politiche parlamentari, come risaputo, scelsero, pur se con modalità e motivazioni diverse, la linea della fermezza, ovvero l’indisponibilità totale a intavolare qualsiasi tipo di trattativa con le Brigate Rosse. Dalla parte della trattativa si schierarono invece il Partito Socialista, il Partito Radicale, gli ambienti dell’Autonomia e della sinistra extraparlamentare, realtà internazionali come Amnesty International e varie associazioni di ispirazione cattolica.
Oggi, a quarant’anni di distanza, la discussione è ancora apertissima. Ci si chiede se la linea della fermezza fosse veramente l’unica strada percorribile per non prestare il fianco alle richieste dei terroristi e, soprattutto, se sia stata davvero una scelta esclusivamente politica e non dettata da altri interessi e da altre oscure strategie.
Alla luce di tutti i dati fin qui raccolti e commentati, è possibile a questo punto delineare e ricostruire la cronologia di quel drammatico dibattito, focalizzando l’attenzione, ovviamente, sulle non poche zone d’ombra che lo contraddistinsero.

1.Genealogia della fermezza (16-23 marzo)

Come abbiamo visto nel capitolo precedente, alle ore 11 del 16 marzo, appena due ore dopo la strage di via Fani, il presidente del consiglio Giulio Andreotti sottolinea la necessità di “comportamenti politici adeguati alla gravità del momento”. Parole che dicono chiaramente come il governo, e di conseguenza la Democrazia Cristiana, abbiano già scelto, prima ancora di discuterla, dibatterla e definirla nei dettagli, la linea della fermezza.
La motivazione ufficiale fu l’idea che qualsiasi trattativa con i terroristi sarebbe stato un segnale di cedimento da parte dello Stato, con conseguenze potenzialmente gravissime. Il che, pur essendo assolutamente logico, contiene comunque delle contraddizioni gigantesche. La prima è nella stessa natura della Democrazia Cristiana, storicamente il partito della trattativa e del compromesso per eccellenza, come ebbe più volte a ricordare Amintore Fanfani, che – lo vedremo più avanti – della Democrazia Cristiana fu la voce più critica nei confronti della fermezza. La seconda, ancora più importante, è che governo e Democrazia Cristiana avevano già “trattato” con le Brigate Rosse, quattro anni prima, durante il sequestro del giudice Mario Sossi (l’operazione che portò definitivamente le BR alla ribalta nazionale). Non era stata ovviamente una trattativa vera e propria: le BR avevano chiesto come contropartita per la liberazione del giudice il rilascio di otto terroristi del gruppo XXII Ottobre, richiesta inizialmente accolta dalla Corte d’assise di Genova ma che in seguito non venne controfirmata dal procuratore Coco. Una strategia quindi basata su una trattativa “fittizia”, al solo scopo di guadagnare tempo per ottenere contemporaneamente la liberazione dell’ostaggio e la mancanza di alcuna concessione al terrorismo.
Una tattica, questa del temporeggiamento, assolutamente usuale, praticamente la più usata dalle autorità giudiziarie e dalle forze di polizia nei casi di sequestri. Non a caso è proprio così che, sulle prime, intendevano procedere Franco Ferracuti e Steve Pieczenik, i due principali esponenti del comitato di crisi istituito da Cossiga la stessa mattina del 16 marzo (a questo proposito, per tutto ciò che riguarda il comitato di crisi e i suoi componenti, si veda sempre il capitolo precedente: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/).
Ma il governo, nelle persone del presidente del consiglio Andreotti e del ministro degli interni Cossiga, bocciò sul nascere l’idea dei due esperti, costringendoli a operare nel solco di una fermezza assoluta e intransigente, che escludesse a priori qualsiasi flessibilità e qualsiasi ipotesi di trattativa anche solo fittizia e puramente strategica.
Delle ombre, assai più che inquietanti, che aleggiano su questa scelta, abbiamo ampiamente parlato (ancora, si veda il capitolo 5). Di certo, quella che siamo soliti chiamare “fermezza” si configurò fin da subito come “rigidità”.
Ad ogni modo, la stragrande maggioranza delle forze politiche, nei giorni successivi si allineò immediatamente alla decisione del governo e della Democrazia Cristiana. Un fronte molto vasto e assolutamente trasversale, che pur con distinguo non da poco (l’Msi, nella persona del segretario Almirante, chiese addirittura la sostituzione del ministro dell’interno con un militare e il ripristino immediato della pena di morte, seguito in questo dal Partito Repubblicano) andava da destra a sinistra.

2.La fermezza del Partito Comunista (24 marzo)

Il 24 marzo il Partito Comunista di Berlinguer, per la prima volta dal dopoguerra in veste di forza governativa (anche se solo con un appoggio esterno), approva in via ufficiale la linea della non trattativa con i non rapitori.
Dicevamo prima dei distinguo. La fermezza del PCI, pur se ugualmente rigida e intransigente, è molto diversa da quella della Democrazia Cristiana. E, in un certo senso, più logica.
Per comprendere appieno questo passaggio occorre allargare il più possibile lo sguardo all’intero contesto storico e sociale del tempo. Il processo di trasformazione del PCI da forza rivoluzionaria a realtà istituzionale, già in atto dall’immediato dopoguerra, arrivava all’atto finale – l’ingresso nel governo appunto – della definitiva ufficializzazione. Un processo in realtà già compiuto da tempo. L’anomalia della politica italiana non era infatti che il PCI entrasse nel governo, ma la sua sistematica esclusione dall’esecutivo nonostante fosse ben oltre il 30% dei consensi e rappresentasse milioni e milioni di cittadini (appena qualche pugno in meno della Democrazia Cristiana). Moro per primo, proprio lui, lo aveva compreso e appunto per saldare questa anomalia aveva intrapreso la strada del compromesso storico.
Questo perché, a voler essere più precisi, nella storia del dopoguerra il PCI non era mai stato, nei fatti, una forza rivoluzionaria, ma, una volta uscito dalla clandestinità cui lo aveva costretto il regime fascista, dalla svolta di Salerno di Togliatti in poi, si era sempre posto come realtà totalmente istituzionale: aveva svolto un ruolo decisivo nei governi di solidarietà nazionale prima del ’48, aveva partecipato alla stesura della Costituzione, amministrava importanti città.
A tenerlo costantemente ai margini del potere era esclusivamente la logica della guerra fredda. Logica all’epoca talmente forte da far persistere enormi pregiudiziali e diffidenze nei suoi confronti, tanto nell’opinione pubblica quanto nel mondo politico.
Inoltre, nella particolare e letteralmente esplosiva situazione sociale italiana del tempo, dominata dalla strategia della tensione e dalla violenza diffusa, nonché dalla logica degli opposti estremismi, nel giro di un decennio si era venuta formandosi, alla sinistra del PCI e in aperto, drammatico e accesissimo conflitto con esso, una galassia composita (e numerosa) di realtà extraparlamentari che, al contrario, rivendicava l’imprescindibilità dell’azione rivoluzionaria delle forze di sinistra e comuniste. Realtà plurime e molto forti tanto nel mondo studentesco quanto in quello operaio e in quello intellettuale: Lotta Continua, il Manifesto, Potere Operaio, il Movimento Studentesco e via dicendo. Fino ad arrivare, nel 1977, a un’ulteriore radicalizzazione con l’irrompere sulla scena politica, e nelle piazze, di Autonomia Operaia.
È in questo contesto delicato e complicato di crisi e tensioni sociali che nascono le Brigate Rosse e l’idea della lotta armata. Per il PCI la prova del fuoco della sua definitiva istituzionalizzazione era proprio riuscire a tracciare una linea, netta e invalicabile, tra sé e tutto ciò che si muoveva alla sua sinistra e agitava le piazze dell’epoca. Anche, e soprattutto, le Brigate Rosse e il loro disegno eversivo di lotta armata.
Non è certo un misero come, prima dell’operazione Moro, le Brigate Rosse, benché avessero in forza un numero di militanti relativamente esiguo, potessero allo stesso tempo contare su un numero indefinito, ma ad ogni modo importante e consistente, di fiancheggiatori e simpatizzanti, tanto fattivi quanto silenziosi.
Un’ambiguità grande e pericolosa che interessava una parte consistente dell’intero universo comunista italiano e comportava questioni molteplici, a partire dalla domanda su cosa significasse essere comunisti.
Ovvio che la preoccupazione prioritaria del PCI, sulla strada del governo, fosse quella di rimarcare la propria estraneità dal terrorismo “rosso”, nonché l’estraneità dei terroristi dal concetto di comunismo.
Altrettanto ovvio che il Partito Comunista non avesse alternative alla fermezza, visto che anche il minimo segnale di disponibilità a intavolare una trattativa con le BR non solo sarebbe stato visto come una connivenza, ma avrebbe disorientato e confuso buona parte del proprio elettorato, alimentando a dismisura le ambiguità.
Aldo Moro tutto questo lo sapeva molto bene. Per questo quando, durante la prigionia, nelle sue lettere contestò fortemente la linea della fermezza non chiamò mai in causa il PCI, ma sempre e soltanto la Democrazia Cristiana. Non solo perché era il suo partito e il partito di governo, ma soprattutto perché Berlinguer non aveva scelta, la DC sì.

3.Lettere dal carcere (29 marzo)

Il 29 marzo, giorno di Pasqua, vengono recapitate le prime tre lettere di Moro scritte dalla prigione del popolo: una alla moglie Eleonora, una all’assistente Nicola Rana e la terza a Francesco Cossiga.
Moro ha appena compreso che l’obiettivo centrale delle BR è la trattativa, uno scambio di prigionieri che automaticamente possa portare a un riconoscimento politico dell’organizzazione da parte dello Stato. E lo Stato, nel pensiero brigatista, è sinonimo di Democrazia Cristiana.
Mario Moretti, che stando a quanto racconta tanto lui stesso quanto gli altri carcerieri fu l’unico per tutti i cinquantacinque giorni a interrogare Moro e ad avere con l’ostaggio rapporti ‘de visu’, nel libro intervista “Brigate Rosse” scritto con Rossana Rossanda ricorda la straordinaria capacità dello statista, nonostante la reclusione, di comprendere e analizzare il continuo mutare degli eventi e comportarsi di conseguenza. A questa altezza cronologica Moro, pur consapevole della tragicità della situazione, è ancora convinto che la via della trattativa, vera o fittizia, sia assolutamente percorribile. Ma per tentare questa strada è indispensabile stabilire un contatto riservato con Cossiga, di modo che il ministro degli interni possa sentirsi completamente libero di agire. È la lettera dove scrive la celebre frase “mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato”, che starebbe a significare come le BR non avessero alcun referente politico e non fossero per nulla eterodirette. In buona sostanza, Moro informa Cossiga come dietro le Brigate Rosse non ci sia nessuno, e che l’unico modo per evitare un epilogo tragico sia intavolare una trattativa con i terroristi.
Le BR tuttavia non si fidano di Moro, e nonostante la sua esplicita richiesta, a sorpresa rendono pubblica la lettera. Il che vanifica all’istante la prima strategia tentata da Moro in carcere.
Ma non solo. Il comitato di crisi, che il 29 marzo ha già abbandonato la tattica del ‘temporeggiamento’ a favore della più rigida e intransigente fermezza, prende la palla al balzo e, nella persona dell’agente della CIA e affiliato alla P2 Franco Ferracuti, elabora la tesi, sostenuta all’istante dal governo, dalla Democrazia Cristiana, dalla maggior parte dei partiti e dai principali organi di stampa, che “Moro non è più Moro”. Ovvero, dai giorni successivi, inizia un martellamento mediatico in cui si sostiene che il contenuto delle lettere non sarebbe “moralmente imputabile” ad Aldo Moro, che l’ostaggio avrebbe scritto sotto coercizione e dettatura (si veda a tal proposito sempre il capitolo 5).
Le indagini, negli anni successivi, stabiliranno il contrario, cioè che quelle lettere furono scritte in piena lucidità e in piena autonomia. Ma, in quei giorni, l’idea che passa è che in quelle lettere non ci sia il vero pensiero di Moro. Una strategia diabolicamente perfetta per legittimare e cementare la linea della fermezza.

4.Il fronte Vaticano (31 marzo-1 aprile)

Mentre le indagini vanno molto più che a rilento non risparmiando una sequela di errori grossolani e sviste paradossali (di cui parleremo in dettagli nei capitoli successivi), a dimostrazione di come la scelta della fermezza presuppose anche, e soprattutto, un assurdo immobilismo investigativo, qualcosa inizia a muoversi anche sul fronte della trattativa.
Il 31 marzo il giornale cattolico “l’Osservatore Romano” diede ampio risalto sulle sue pagine alla disponibilità del Vaticano a “operare per la soluzione del sequestro”. Nelle ore successive nel mondo politico si scatenò un acceso dibattito sulle dichiarazioni della Santa Sede, ma sostanzialmente nessuno, nemmeno a titolo personale, dimostrò apertura nei confronti della proposta. Anzi, come si legge nel diario di quei giorni di Giulio Andreotti, furono fatti passi per scoraggiare l’iniziativa del Vaticano.
Che, evidentemente, veniva vista come un ostacolo alla fermezza.
Soprattutto, già a questa data, appare fin troppo chiaro che dietro la linea della fermezza, Democrazia Cristiana e governo nascondono la precisa volontà di non intervento e di non percorrimento di alcuna strada che possa portare alla liberazione dell’ostaggio.

5.La famiglia (4-9 aprile)

Nessuno conosceva le dinamiche di palazzo meglio di Aldo Moro. Per questo nel momento in cui apprese dai giornali come le sue lettere venissero giudicate non imputabili moralmente a lui, capì perfettamente cosa stesse succedendo.
Eppure ancora non si dà per vinto. Le lettere che scrive a questo punto si fanno più urgenti e stringenti, i toni si alzano e iniziano ad affiorare ammonimenti severi e critiche ben precise e circoscritte.
A reagire, in maniera assai più veemente e decisa del mondo politico contrario alla fermezza, fu la famiglia. Il 5 aprile, poche ore dopo la pubblicazione dell’ultima lettera di Moro dal carcere, i suoi familiari lanciarono una violentissima accusa contro il segretario DC Benigno Zaccagnini. Nel caso in cui la Democrazia Cristiana non avesse accettato lo scambio di prigionieri, avrebbero denunciato pubblicamente l’intero stato maggiore del partito come “assassino”.
Oltre le pubbliche accuse, la famiglia si adoperò in concreto. Il 7 aprile sul quotidiano “il Giorno” Eleonora Moro fece pervenire al marito un messaggio, in realtà indirizzato ai brigatisti, in cui implicitamente chiedeva di trattare direttamente con la famiglia.
Il messaggio velato non sfuggì alle istituzioni, e da quel momento i familiari di Moro (e i suoi più stretti collaboratori) furono messi sotto stretta sorveglianza, impossibilitati a fare il benché minimo passo.
A quel punto la linea della fermezza non era più una scelta politica, ma un’azione sistematica per impedire l’apertura di qualsiasi canale volto a salvare la vita dell’ostaggio.

6.La lettera a Taviani (10 aprile)

L’azione di controllo sui movimenti della famiglia ebbe come primo effetto il sequestro, il 9 aprile, di una lettera di Moro indirizzata alla moglie. Riconsegnata la missiva, il governo, nella persona del sottosegretario agli interni Lettieri, fece pesanti pressioni affinché il contenuto non venisse pubblicato. La lettera, pesantissimo atto d’accusa alla linea della fermezza della Democrazia Cristiana (è dove troviamo la celebre frase “il mio sangue ricadrà su di loro”), alla fine venne pubblicata. Seguita a strettissimo giro da un’altra, recapitata e pubblicata il giorno seguente, 10 aprile, in cui Moro si scaglia contro il compagno di partito Paolo Emilio Taviani, accusato di aver sostenuto, nel caso del sequestro Sossi, tutt’altra linea e di essersi prodigato per lo scambio di prigionieri.
La frequenza sempre crescente con cui le lettere, a partire da questo momento, presero a uscire dalla prigione del popolo, è assai indicativa. Tanto Moro quanto le BR si trovano con le spalle al muro, schiacciati e isolati, per motivi ovviamente diversi, dalla fermezza. E con i margini sempre più stretti, provano a battere tutte le strade possibili.

7.La fine (11-18 aprile)

Il tono sempre più acceso, urgente e disperato delle lettere, non sortì alcun effetto e non scalfì minimamente il fronte granitico della fermezza.
Anzi. Le rivelazioni assolutamente sconvolgenti fatte da Pieczenik nel 2006 (ne abbiamo pubblicato stralci significativi nel capitolo 5), ci spiegano come tutto rispondesse esattamente al piano elaborato dal comitato di crisi (che, misteriosamente, proprio a partire dal 3 aprile prese a distruggere puntualmente i verbali delle riunioni quotidiane): prima sminuire l’ostaggio, svalutarlo fino ad arrivare al momento in cui, presa coscienza di una strada priva di sbocchi, non fosse sul punto di fare ai suoi carcerieri rivelazioni decisive sui segreti di stato. A quel punto, abbandonarlo al suo destino e immobilizzare definitivamente le indagini.
Fu in questo contesto che nacque la macabra e terribile operazione del “falso comunicato” numero 7, quello in cui, il 18 aprile, si annunciava la morte di Moro “tramite suicidio” e si indicava il luogo in cui trovare il corpo nel lago della Duchessa. A questa tragica farsa dedicheremo più avanti un capitolo specifico, ma fu a tutti gli effetti la parola fine sul destino del presidente.
Moro, che come detto prima conosceva alla perfezione simili dinamiche, ne fu da subito assolutamente consapevole. Eppure, non smise di lottare.

8.Il fronte della trattativa (19-21 aprile)

L’indomani dell’operazione “lago della Duchessa”, a oltre un mese di distanza da via Fani, il fronte della trattativa, tanto nel mondo politico quanto nella società civile, prese improvvisamente consistenza e iniziò finalmente a farsi sentire con forza.
Più che lecito domandarsi il perché di tanto ritardo. Fino ad allora lo Stato fu lasciato unico dirigente delle operazioni, forse nella convinzione che, nonostante il palese immobilismo, stesse comunque lavorando sottotraccia per salvare la vita di Moro, e non si ritenne opportuno ostacolarlo. Ma il reale significato del falso comunicato numero 7, che implicitamente certificava l’abbandono di Moro da parte dello Stato, non sfuggì ai più. Che decisero in qualche modo di reagire.
A muoversi per prima fu “Lotta Continua”, che dalle colonne del suo giornale lanciò un appello per la trattativa firmato da numerosi intellettuali laici e cattolici. E che ottenne anche il sostegno della CEI.
Ma la rottura più importante del fronte della fermezza si ebbe il 20 aprile, quando il segretario del Partito Socialista Bettino Craxi si schierò pubblicamente a favore della trattativa, incaricando Giuliano Vassalli di individuare i nomi di 13 terroristi detenuti senza essersi macchiati di reati di sangue e che, tecnicamente, potevano essere liberati senza contravvenire alla legge.
Una proposta immediatamente bocciata tanto dalla Democrazia Cristiana quanto dal Partito Comunista.

9.Dal Vaticano all’ONU (22-25 aprile)

In quei giorni frenetici, quando fu chiaro a tutti che il tempo a disposizione di Moro stava scadendo e che lo Stato non forniva alcun segnale di apertura, si moltiplicarono gli appelli.
Assolutamente ambiguo fu il modo con cui papa Paolo VI rispose alla lettera inviatagli da Moro. Se, come abbiamo visto in precedenza, il Vaticano fu il primo a schierarsi pubblicamente per la trattativa e ad aprire un dibattito in questo senso, le parole del pontefice, arrivate nel momento più drammatico e decisivo del sequestro, sembrano andare in direzione opposta: “liberate Aldo Moro semplicemente e senza condizioni”. Una frase che non pare lasciare spazio a troppe interpretazioni: anche il papa si schiera con la linea della fermezza.
Altro tentativo fu fatto tramite Marco Boato, l’avvocato di Renato Curcio. Il legale si propose come intermediario per convincere il suo cliente a intercedere per la liberazione di Moro. Non sapremo mai i termini e i dettagli del dialogo con il fondatore delle BR avvenuto nel carcere di Torino. Ma senza dubbio non sortì alcun effetto.
Il 25 aprile, infine, arrivò l’appello televisivo di Kurt Waldheim, nel corso del quale il segretario dell’ONU disse come l’uccisione di Moro non sarebbe andata a vantaggio degli “ideali” delle Brigate Rosse.
Le parole furono scelte con estrema cura: Waldheim usa l’espressione “ideali” non a caso. Sa che l’obiettivo delle BR è ottenere un riconoscimento politico, e parlare di ideali, di fatto, le riconosce.
Non servì a niente, visto che non era dall’ONU, ma dalla Democrazia Cristiana e dallo stato italiano, che le BR volevano questo riconoscimento.

10.L’ultima mossa di Craxi (26-29 aprile)

Il lavoro di Bettino Craxi per la trattativa entrò nella sua fase più intensa alla fine di aprile.
In un incontro con Zaccagnini, Craxi fece tre nomi (desunti dalla lista dei 13 stilata da Vassalli) da poter usare come scambio per la liberazione di Moro. Da Zaccagnini, almeno sul momento, non ebbe alcuna risposta.
Contemporaneamente il segretario del PSI aprì un ulteriore canale: tramite il deputato Signorile, stabilì un contatto con i militanti di Autonomia Operaia Lanfranco Pace e Franco Piperno, che a loro volta fecero da intermediari incontrando più volte i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda per cercare di convincerli a non uccidere Moro.
Nonostante Morucci e la Faranda fossero i brigatisti meno convinti della soluzione cruenta del sequestro (ne parleremo ampiamente nel capitolo successivo), i ripetuti tentativi di mediazione con l’Autonomia non ebbero alcun esito.
Le mosse di Craxi dovettero accendere comunque un’ultima ed estrema speranza in Moro, visto che il 29 aprile, in un’ennesima lettera, chiedeva al PCI di non fare niente per ostacolare la trattativa, pur rimanendo formalmente nella piena linea della fermezza.

11.La telefonata (30 aprile)

Le Brigate Rosse sapevano da sempre che, pur se nella loro logica, in determinate condizioni uccidere Moro sarebbe stato inevitabile, sarebbe stata comunque una sconfitta dalle conseguenze pesantissime. Solo in questo senso è possibile spiegare la telefonata concitata che Mario Moretti fece dalla stazione Termini a Eleonora Moro (che nella tensione del momento scambiò per la figlia del politico). Di fatto Moretti non fa parlare la donna, ma lancia un ultimo estremo messaggio in cui esplicitamente comunica, e ribadisce, che “il problema è politico” (ovvero che le strade umanitarie, associazioniste, religiose e quant’altro non servono a niente), e che solo “un intervento chiarificatore di Zaccagnini” può evitare che accada il peggio. Il che significa che le BR, con questa comunicazione, abbassarono la posta della trattativa: non si parla più di uno scambio di prigionieri, ma Moretti fa intendere che potrebbe bastare un formale riconoscimento politico dei brigatisti da parte del segretario DC.

12.L’ultimo tentativo (2-9 maggio)

Il lavoro di Craxi ridusse da tre a due i possibili prigionieri da liberare in cambio della vita di Moro.
Essendo entrambi in gravi condizioni di salute, la scarcerazione poteva avvenire tramite la grazia del presidente della repubblica Leone.
Alla fine, da due la proposta di Craxi scese definitivamente a uno, la brigatista Paola Besuschio, gravemente malata e mai macchiatasi di reati di sangue. Pace e Piperno, a termine dell’ennesimo incontro con Morucci e Faranda, comunicarono al PSI che lo scambio uno contro uno sarebbe stato accettato dalle Brigate Rosse.
Lo stesso Leone, interrogato sulla possibilità di concedere la grazia alla Besuschio, dichiarò di essere pronto “con la penna in mano”.
Craxi e Signorile fecero a questo punto fortissime pressioni su Zaccagnini affinché, con un comunicato ufficiale, riuscisse quanto meno ad ammorbidire la posizione ufficiale della Democrazia Cristiana. Quel comunicato non arrivò, ma nel partito, vista anche la posizione di Leone, qualcosa iniziò a muoversi. In particolare Fanfani, che si impegnò tanto con il PSI quanto con la famiglia di Moro per prendere posizione ufficiale a favore della trattativa nel corso della direzione della Democrazia Cristiana, prevista per la mattina del 9 maggio.
Troppo tardi.
Proprio mentre la direzione si stava riunendo giunse la notizia che il cadavere dell’uomo rinvenuto in una Renault 4 rossa in via Caetani era quello di Aldo Moro.

(continua)

#55giorni40anni
#storieRiccardoLestini

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *