55 giorni-40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata. 5/ I comitati di crisi

Appena due ore dopo la strage di via Fani, con il paese alle prese con il più grande shock collettivo del dopoguerra, nei palazzi della politica accade qualcosa di particolarmente importante e già decisivo per lo sviluppo degli eventi dei cinquantacinque giorni successivi.
Il presidente del consiglio Giulio Andreotti, nel corso del consiglio dei ministri convocato d’urgenza immediatamente dopo il voto di fiducia, chiede “comportamenti politici adeguati alla gravità del momento” e sottolinea l’importanza “del massimo coordinamento dell’attività delle forze di polizia e delle altre forze armate”.
Dietro l’espressione “comportamenti politici adeguati” si nasconde la genesi di quella “linea della fermezza” (ovvero l’indisponibilità assoluta del governo a intavolare qualsiasi tipo di trattativa con i terroristi) che di fatto sarà l’implicita condanna a morte di Aldo Moro e di cui parleremo specificatamente nel capitolo successivo.
Subito dopo il consiglio di ministri, nella stessa mattinata, dando pieno seguito alle parole di Andreotti il ministro degli interni, Francesco Cossiga, costituì ben tre differenti “comitati di crisi”.
Se, vista l’assoluta gravità del momento, è ovvia, praticamente scontata, la formazione di organi “speciali” preposti a fronteggiare la situazione, tutt’altro che normali risulteranno tanto la composizione quanto l’azione dei tre comitati. Anzi, è proprio sul comportamento dei comitati di crisi voluti da Cossiga che si concentra la maggior parte delle zone d’ombra e delle ambiguità del governo nella gestione del sequestro.
Cerchiamo di capire come e, soprattutto, perché.

1.Tre comitati e nessun documento

Il comitato di coordinamento delle forze di polizia e delle forze armate, il cosiddetto comitato “tecnico-politico operativo”, già anticipato dalle dichiarazioni di Andreotti, è il primo a costituirsi e a riunirsi e va inteso come il comitato di crisi propriamente detto. Ne fanno parte i responsabili di carabinieri, polizia e guardia di finanza, dei due servizi segreti (SISMI e SISDE), con l’aggiunta del questore di Roma. Le sue riunioni, a partire dalla prima tenutasi nella tarda mattinata del 16 marzo, sono presiedute dal sottosegretario agli interni Nicola Lettieri e dal vicesegretario della Democrazia Cristiana Giovanni Galloni.
Il secondo comitato di crisi, detto comitato “I” (I come Intelligence), coordina i vari settori dei servizi segreti: oltre al SISMI e al SISDE ne fanno parte i servizi d’informazione delle forze armate, l’esercito, la marina e l’aeronautica.
Ma quello che durante i cinquantacinque giorni risulterà più attivo è il terzo, il più oscuro e meno esposto mediaticamente, un comitato di “esperti” (criminologi, comportamentisti militari, esperti di sequestri) i cui componenti vengono scelti personalmente dal solo Cossiga.
Il primo punto per niente chiaro di tutta la vicenda riguarda proprio la natura dei comitati: perché tre anziché uno (correndo soprattutto il rischio di allungare i tempi e disperdere informazioni preziose – cosa che, puntualmente, avvenne)? Come avvenne, se avvenne, il coordinamento delle loro azioni separate e parallele? Quale e quanta discrezionalità di intervento gli fu concessa? Come furono definiti le rispettive aree di competenza?
In buona sostanza: cosa fecero i tre comitati di crisi durante il sequestro Moro?
Dubbi e domande rimasti in gran parte privi di risposta. Francesco Cossiga, artefice e responsabile unico e ultimo dell’azione dei comitati di crisi, non ha mai chiarito in maniera soddisfacente la loro effettiva attività. In più di un’occasione, davanti alla Commissione stragi, ha sempre evitato di rispondere, se non in maniera lacunosa e generica.
Ma soprattutto, questa la questione centrale, manca gran parte della documentazione relativa ai comitati. Mancano i verbali delle riunioni (che pure furono quotidiane) del comitato tecnico-operaivo tenute dal 3 aprile in poi, mancano i decreti di nomina dei componenti del terzo comitato (con il risultato che, a tutt’oggi, non c’è certezza sul numero effettivo dei componenti né sull’identità di alcuni di essi), manca la maggior parte degli atti operativi che invece avrebbe dovuto essere schedata e conservata al Viminale.
Delle due l’una: o questi documenti non furono mai prodotti (il che sarebbe decisamente incredibile) oppure sono stati fatti sparire. Oggi sappiamo, con ogni certezza, che furono fatti sparire. A rivelarlo è stato il criminologo Franco Ferracuti, uno dei membri del comitato di esperti, appena poco prima di morire, nel 1992, in una celebre intervista rilasciata al quotidiano “l’Unità”. Parole pesantissime che trovarono piena conferma nella deposizione di Corrado Guerzoni, a lungo collaboratore di Moro, rilasciata davanti alla Commissione stragi l’anno successivo.
D’altro canto anche la parte di documentazione sopravvissuta a questa sistematica opera di distruzione fu debitamente occultata alla magistratura e agli altri organi giudiziari per ben quindici lunghissimi anni.
Una distruzione e un occultamento che possono avere una sola spiegazione logica: cancellare le prove di come i tre comitati non solo non fecero nulla di concreto per salvare l’onorevole Moro, ma, come vedremo, ostacolarono e impedirono sistematicamente qualsiasi tentativo in quel senso.
Per di più, anche in questo caso, come visto più volte nei capitoli precedenti per altre situazioni, i documenti, o parte di essi, riappaiono sempre dopo il 1989, ovvero dopo il crollo del muro di Berlino e la fine della guerra fredda. Impossibile continuare a credere a coincidenze e casualità. Ovvio che, come già scritto ripetutamente, gli equilibri internazionali della guerra fredda e il compromesso storico che quelle logiche voleva far saltare, spiegano molti dei lati oscuri della vicenda Moro.

2.Una magistratura sotto scacco

Il 21 marzo 1978, cinque giorni dopo il sequestro, il consiglio dei ministri approva un decreto d’urgenza che consente al comitato (o meglio ai comitati) di accedere liberamente e senza alcuna autorizzazione agli atti investigativi della procura romana. Cossiga poté quindi, per tutti i cinquantacinque giorni, conoscere tempestivamente tutte le mosse dei magistrati preposti alle indagini, controllarle e, puntualmente, bloccarle.
Il magistrato della procura di Roma incaricato dell’indagine del sequestro Moro è l’allora giovanissimo Luciano Infelisi. Il caso gli viene affidato d’improvviso e in tutta fretta subito dopo la strage di via Fani, senza nemmeno la spiegazione della nomina d’ufficio, visto che Infelisi, quel 16 marzo, non è nemmeno in servizio.
Si va così a delineare in maniera abbastanza chiara, nelle ore e nei giorni immediatamente successivi al rapimento, una strategia di indagine e di intervento assai atipica e all’apparenza ben poco sensata: mentre nel giro di un niente si mettono in piedi non uno, ma ben tre comitati affidati a ultra esperti e che già in mattinata risultano pienamente operativi, contestualmente, nello stesso momento, si decide di affidare il caso più delicato e grave della storia della repubblica, a un magistrato giovane e inesperto, nominato in una maniera che sembra addirittura casuale e improvvisata. Un quadro che sfugge a qualsiasi logica, se non a quella che era preciso interesse del Viminale affidare il caso a un magistrato non di peso, privo di contatti politici, con scarsa o nulla dimestichezza con le stanze del potere e da mettere sotto scacco con più facilità.
Il che è esattamente quanto avvenne.
Per tutta la durata del sequestro i comitati non fornirono alcuna collaborazione a Infelisi. Anni dopo, dichiarerà il magistrato: “mai che abbia avuto un documento, uno spunto investigativo, una valutazione, un’indicazione. Il comitato del Viminale faceva analisi, ricostruzioni, interpretazioni, ma a me, a noi magistrati, non fu dato o detto mai nulla”.
Lo stesso procuratore di Roma, De Matteo, senza alcuna spiegazione in merito, non fu mai invitato a partecipare alle riunioni del comitato tecnico-scientifico. E gli stessi originali dei documenti che in quei giorni furono di pubblico dominio, ovvero le lettere che Aldo Moro scriveva dalla prigione del popolo, passarono sempre prima dai comitati e dal ministero degli interni, per arrivare in procura con sette o anche dieci giorni di ritardo. Allungando così a dismisura i tempi per le perizie e, di conseguenza, di tutte le indagini, che mai come nel caso di un sequestro dovrebbero essere rapide e tempestive.
Ma nonostante i margini di manovra ristrettissimi, i poteri molto più che limitati, la mancanza di informazioni e i continui bastoni tra le ruote, la procura romana durante il sequestro arrivò a risultati molto importanti, talmente importanti che, se fossero stati debitamente seguiti, avrebbero potuto probabilmente probabilmente condurre a un epilogo ben diverso di tutta la faccenda.
In particolare le indagini dei magistrati arrivarono a individuare, già a fine marzo, una rosa ristretta di brigatisti ritenuti direttamente responsabili della strage di via Fani. Ovvero Prospero Gallinari, Patrizio Peci, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Corrado Alunni, Susanna Ronconi, Enrico Bianco, Franco Pinna. Più, ovviamente, il super ricercato Mario Moretti. Tre di questi (Gallinari, Morucci e Moretti) avevano effettivamente preso parte all’azione di via Fani, due (ancora Gallinari e ancora Moretti) erano addirittura i carcerieri di Moro in via Montalcini e altri due ancora (di nuovo Morucci e Adriana Faranda) svolgevano il ruolo di “postini”. In sostanza, un elenco di nomi assolutamente decisivo. Ma il Viminale pensò bene di rendere pubbliche le foto dei brigatisti in questione, indicandoli a tutta Italia – e quindi anche ai diretti interessati – come i responsabili del rapimento di Aldo Moro. Non occorre certo essere esperti di investigazione per capire come una mossa del genere bruci completamente le indagini. O, quanto meno, le comprometta pesantemente.
Nonostante lo “sgambetto”, la procura, nella persona di Infelisi, riuscì lo stesso, il 24 aprile, a emettere gli ordini di cattura per i brigatisti dell’elenco. Ma il procuratore generale Pascalino, come emergerà successivamente su pressione del ministero degli interni, bloccò quegli ordini avocando l’inchiesta. Con una motivazione quanto meno paradossale: “per l’esame degli atti”. Ma cosa c’era da esaminare con Moro prigioniero da oltre quaranta giorni e con una condanna a morte già resa nota dalle Brigate Rosse attraverso i comunicati?
Catturare quei brigatisti il 24 aprile, bene ricordarlo, avrebbe portato ad avere possibilità concrete di trovare la prigione e liberare Moro.
In ogni caso, in un momento assolutamente cruciale, appena quindici giorni prima dell’omicidio dello statista, il blocco degli ordini di cattura e il loro assurdo “esame” fermò e impantanò definitivamente le indagini. E di lì al 9 maggio, giorno della morte di Moro, non si ebbero altri sviluppi.
E la cosa che più sbalordisce è come Cossiga anni dopo, davanti alla Commissione Moro, pur sviando e non entrando mai nei dettagli, abbia ammesso di aver volutamente e coscientemente scavalcato la magistratura (violando quindi ripetutamente la Costituzione, proprio lui, che nel 1985 sarà eletto presidente della repubblica). E quindi, implicitamente, di aver danneggiato le indagini e aver vanificato alcuni importanti tentativi di liberare Aldo Moro.

3.La longa manus di Licio Gelli

Ma chi erano i membri di questi tre comitati di crisi?
Vista la reticenza in merito di Cossiga e dei suoi più stretti collaboratori, non abbiamo ancora, a tutt’oggi, un elenco completo. Tuttavia, gran parte dei nomi, furono noti sin da subito, vista l’importanza di molti di essi.
Ma tre anni più tardi, nel 1981, al momento della pubblicazione della celeberrima lista della P2, si scoprirà come praticamente tutti gli effettivi di quei comitati, a partire dai vertici del SISMI e del SISDE, fossero affiliati alla Loggia massonica di Licio Gelli.
È assolutamente incredibile come la memoria collettiva di questo paese abbia completamente rimosso una verità così grave e inquietante, ovvero che l’intera strategia politica, militare, investigativa e giudiziaria del sequestro Moro fu interamente gestita da comitati creati ad hoc di stampo piduista. Con tutto che oggi sappiamo, e sappiamo perché abbiamo le prove, che i principi che regolarono le scelte di quei comitati furono l’inerzia, l’immobilismo, la non azione giustificata dall’astratta linea della fermezza, l’intralcio continuo dell’attività della magistratura. E che la stessa P2, dopo il tragico epilogo della vicenda, per tutti i tre anni che vanno dalla morte di Moro alla scoperta della loggia, mise in atto un’azione sistematica di depistaggio delle indagini.
Affermò il giudice Imposimato: “è possibile dire che le scelte del comitato di crisi furono il preludio della morte di Moro: influirono cioè in maniera marcata sulla decisione delle Brigate Rosse di uccidere l’ostaggio”.
E in quello stesso 1981, l’indomani della pubblicazione della lista P2, pur ignorando ancora l’entità del potere detenuto per anni da Licio Gelli in ogni apparato dello Stato (a partire dal suo dominio incontrastato sui servizi segreti) e la maggior parte delle prove scioccanti sul caso Moro che sarebbero emerse solo in seguito, la Commissione Moro concluse: “Non si può quindi certamente escludere che almeno alcune delle clamorose inadempienze o delle scandalose omissioni da parte degli apparati dello Stato abbiano una loro spiegazione proprio nell’ambito dei processi di corruzione e di gestione privatistica e occulta dei poteri pubblici determinati dall’azione della loggia P2”.
La cosa, gravissima in sé, spalanca strade e prospettive a dir poco vertiginose.
Anzitutto, uno dei principali progetti perseguiti da Licio Gelli era il rinnovamento di circa l’80% dello stato maggiore della Democrazia Cristiana. A partire proprio da Aldo Moro, sempre per lo stesso motivo che lo aveva reso ben più che inviso tanto ai sovietici quanto agli americani (si veda a tal proposito il capitolo 4: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/): la politica di apertura verso il Partito Comunista, il compromesso storico.
A questo proviamo a incrociare i dati.
Licio Gelli, che vuole bloccare il progetto di Moro, impedire ai comunisti di accedere al governo e rifondare i vertici della DC in senso reazionario, ha alla sua “obbedienza”, e quindi alleati in questo proposito, personalità di altissimo rilievo come l’ispettore generale di polizia D’Amato, il capo del SISDE Grassini, il capo del SISMI Santovito, il capo del Cesis Pelosi, il comandante della guardia di finanza Giudice, il capo di Stato maggiore della marina Torrisi, il colonnello dei carabinieri Siracusano, il prefetto Semprini, l’agente della CIA Ferracuti, il colonnello dei carabinieri Musumeci. Tutti della P2 e tutti membri dei comitati di crisi formati da Cossiga.
La P2, come emergerà dalle indagini in proposito, “lavora” a stretto contatto con la Massoneria di Palazzo Giustiniani, che persegue lo stesso identico obiettivo di impedire il compromesso storico e, anche a tale scopo, controlla oltre centoventi deputati e circa dieci ministri.
Entrambe le logge hanno alleanze di ferro con la massoneria americana e con la CIA, il servizio segreto statunitense che da anni lavora nell’ombra per impedire lo spostamento a sinistra dell’asse politico italiano (ed è Cossiga in commissione stragi, senza fare nomi per “ragioni di sicurezza”, ad ammettere una fondamentale “collaborazione” americana nella gestione del comitato di crisi). In particolare Gelli è in stretto contatto con il presidente Ford (massone a sua volta) e con la sua amministrazione, il cui segretario di stato è Henry Kissinger. Vale a dire il nemico numero uno di Aldo Moro (si veda ancora il capitolo 4).
Uno scenario assolutamente sconcertante.
Come è possibile anche solo pensare che quei comitati potessero fare qualcosa per salvare la vita di Moro se a comporli e a dirigerli era chi per primo, da anni, ne desiderava la fine?

4.Gli esperti

Dei tre comitati, quello che più di tutti ha svolto la funzione di vera e propria cabina di regia di tutte le operazioni è senza dubbio il terzo, quello degli “esperti”, il più oscuro, quello che è stato più a lungo avvolto in un mistero pressoché assoluto e impenetrabile.
La reticenza di Cossiga nel fornire informazioni in merito e nel consegnare i relativi documenti è stata confermata negli anni da tutti i ministri degli interni che lo hanno seguito. Fino a che nel 1992, al crepuscolo della prima repubblica, il ministro Vincenzo Scotti si decise a far riemergere da quattordici anni di oblio alcune relazioni redatte nei giorni del sequestro dai componenti del comitato.
Si tratta di documenti sconvolgenti e fondamentali, la vera chiave per capire in maniera definitiva il ruolo svolto e la strategia perseguita dallo Stato nei confronti di Aldo Moro.
Una delle più importanti è senza dubbio quella di Franco Ferracuti, criminologo, agente della CIA e affiliato alla P2, il membro del comitato in assoluto più vicino a Cossiga.
È soprattutto sua la paternità della teoria secondo cui “Moro non è più Moro”. Ovvero: nelle molte lettere che scrisse dal carcere, Moro lanciò continuamente accuse, che si fecero sempre più pesanti col passare dei giorni, contro gli apparati dello Stato e il suo stesso partito. In tutta risposta, Ferracuti elaborò l’idea (poi pienamente realizzata) di screditare le parole di Moro agli occhi dell’opinione pubblica, facendo passare attraverso un’abile campagna di informazione l’immagine di un Moro “fuori di sé”, in totale balia dei terroristi, non più responsabile delle parole che stava scrivendo.
È tuttavia molto interessante vedere come Ferracuti, sulle prime, fosse favorevole a intavolare una trattativa con le BR, anche se solo dal punto di vista tattico, per guadagnare tempo e poi colpire i terroristi. All’inizio della sua relazione leggiamo infatti: “il tempo gioca a favore della vittima e dei negoziatori […] è molto importante concedere tempo per ottenere uno spostamento del controllo della situazione dai terroristi al gruppo dei negoziatori”. Non è che questa proposta di Ferracuti fosse chissà quale intuizione geniale, ma è semplicemente la strategia più logica e sensata da seguire in un sequestro. Ma nel caso di Aldo Moro i comportamenti furono diametralmente opposti. Perché? Andreotti e Cossiga scelsero la via della fermezza, in maniera talmente rigida e intransigente da non ammettere nemmeno una trattativa di facciata al puro scopo di temporeggiare, adducendo come spiegazione una inesistente e astratta “ragione di Stato”.
Ferracuti, piegandosi al volere di Andreotti e Cossiga, finì per elaborare la tesi “Moro non è più Moro”. Dalla campagna mediatica incessante per cui ogni giorno si ripeteva che il contenuto delle lettere delle lettere non era “moralmente iscrivibile” a lui, si arrivò addirittura a promuovere una sottoscrizione in cui settantacinque personalità di spicco dichiararono pubblicamente di non riconoscere, nelle lettere inviate a Cossiga e a Zaccagnini, la personalità di Moro. I processi stabiliranno il contrario, ovvero che Moro, pur annichilito dalla prigionia, fu sempre nel pieno possesso delle proprie facoltà e che non scrisse mai nemmeno una riga sotto costrizione o dettatura.
Quale fosse il reale scopo di questa e di altre strategie, e in definitiva quale fosse lo scopo reale dell’attività di questo comitato, è sempre Ferracuti a chiarirlo, subito dopo l’assassinio di Moro, quando negli USA, davanti a una platea di funzionari dell’FBI spiegherà che “Moro era politicamente morto fin dal giorno della sua prima lettera dalla prigionia. E, dal punto di vista del governo, è stato meglio che l’incidente di Moro sia finito come è finito”.
Tradotto: per lo Stato era più conveniente e assolutamente auspicabile che Moro venisse ucciso. E per questo non andava intrapresa alcuna azione volta a salvarlo.
Ovviamente il comitato prese in esame anche l’eventualità che lo statista potesse sopravvivere. Per questo, sempre da Ferracuti, fu elaborato il terrificante “piano V”, che prevedeva – nel caso si fosse arrivati alla liberazione dell’ostaggio – che Moro venisse internato in una località segreta in completo isolamento, al fine di impedirgli dichiarazioni scomode o sconvenienti e avere tutto il tempo di “rieducarlo”.
Nella stessa direzione si muove la relazione di Stefano Silvestri, altro membro del comitato, esperto di politica internazionale, in particolare di controspionaggio in funzione anticomunista, anch’egli affiliato alla P2 di Gelli. Il 30 marzo, ovvero lo stesso giorno in cui Cossiga riceve la prima lettera di Moro (missiva che doveva rimanere segreta e che invece le BR scelsero di rendere pubblica), Silvestri delinea la strategia della “perdita di valore dell’ostaggio”. Siccome le BR, spiega Silvestri, come tutte le organizzazioni eversive e armate, usano la cosiddetta “tattica del carciofo”, ovvero lavorare ai fianchi le istituzioni privandolo di una foglia per volta fino a spogliarlo del tutto, l’unica contromossa possibile è disinteressarsi completamente al prigioniero, mostrare come la sua vita non abbia alcuna importanza, così da mettere i terroristi con le spalle al muro, costringerli a uccidere l’ostaggio senza ottenere nulla in cambio. In sostanza: non perdere tempo nel cercare di liberarlo, abbandonarlo al proprio destino, andare verso la sua “liquidazione” e sacrificare la sua vita sull’altare della patria.
Che è esattamente quanto successe.
Ma l’uomo più importante di tutto il comitato di crisi, o almeno quello che ha rilasciato le dichiarazioni più sconvolgenti in merito, è l’americano Steve Pieczenik, l’allora quarantenne esperto di sequestri e negoziati di ostaggi, inviato in Italia direttamente dal ministro degli esteri statunitense Cyrus Vance per assistere il governo italiano durante il sequestro Moro.
Dopo essersi ripetutamente rifiutato di comparire davanti alle commissioni parlamentari d’inchiesta, Pieczenik nel 1998 si decise a parlare, rilasciando all’Ansa una lunga dichiarazione dal contenuto esplosivo, nella quale afferma come esistesse un “complotto ad altissimo livello affinché Moro non venisse liberato” e come molte informazioni riservate, che dovevano rimanere note alla sola cerchia del comitato di crisi, venissero puntualmente riferite ad altre, facendo addirittura in modo che arrivassero alle stesse Brigate Rosse. Racconta inoltre come sin dal giorno del suo arrivo in Italia i suoi suggerimenti su come negoziare con le BR e liberare Moro siano stati puntualmente ignorati (anch’egli, come Ferracuti, proponeva trattative al solo scopo di dilatare il tempo): “presto ho avuto la sensazione che non vi fosse la volontà politica di salvare Aldo Moro, e ho capito che la mia presenza in veste di esperto serviva solo a legittimare le indagini del governo italiano, per questo me ne sono andato via prima del tempo”. Ovvero, l’indomani della produzione del falso comunicato numero 7, quello del lago della Duchessa a cui dedicheremo un capitolo specifico.
Spiega Pieczenik come, nonostante la tattica del temporeggiamento e della finta trattativa avesse ottime probabilità di riuscita (era impossibile, sostiene l’esperto americano, che con tutto quel dispiegamento di forze non si riuscisse a individuare il luogo di prigionia), Cossiga sia stato irremovibile, facendogli capire senza troppi giri di parole che in ballo era il destino della DC, che il partito, se l’opinione pubblica avesse avuto il sentore di un qualsiasi negoziato con le BR, sarebbe crollato consegnando il paese ai comunisti. Tradotto: era indispensabile, nell’interesse DC, che Moro venisse ucciso.
Ma non è finita qui. Nel 2006 Pieczenik rilascia una nuova intervista, dal contenuto ancora più grave, al giornalista francese Emmanuel Amara, che la pubblica integralmente nel libro “Nous avons tué Aldo Moro” (“Noi abbiamo ucciso Aldo Moro”). Tutte parole che hanno trovato piena conferma nei documenti del comitato di crisi miracolosamente scampati alla distruzione e rinvenuti ad anni di distanza.
Pieczenik parte da un’analisi della complessa situazione sociale e politica italiana del tempo: occorreva riprendere il controllo dei servizi segreti di cui intere frange erano sfuggite da tempo al controllo dello stato, era indispensabile impedire a Berlinguer ai comunisti di raggiungere il potere, bisognava depotenziare un’estrema destra eversiva che, con la strategia della tensione, aveva raggiunto livelli di connivenza e infiltrazione altissimi e, al tempo stesso, era necessario impedire che si attivassero canali privati, non riconducibili all’azione dello Stato, tesi a salvare la vita di Moro. Questa rete intricatissima di tensioni e interessi sullo sfondo di un paese a un passo dal caos, indusse l’esperto a cambiare radicalmente la sua strategia abituale in materia di sequestri. Rinunciò quindi alla priorità della salvaguardia dell’ostaggio scegliendo di “sacrificare una vita per salvarne migliaia di altre”. Una valutazione che trovò piena sponda tanto in Cossiga quanto in Andreotti (e nel governo in genere), i quali temevano una generale destabilizzazione dello Stato italiano con l’arrivo dei comunisti al potere, che avrebbe avuto senz’altro un pericolosissimo effetto domino in tutta Europa.
La strategia approntata da Pieczenik prevedette due fasi distinte: nella prima si cercò di creare nelle Brigate Rosse un’aspettativa, lasciare aperta la possibilità che uno spiraglio di trattativa e di una loro legittimazione esistesse, quando in realtà era già stato deciso il contrario. Le BR, dice Pieczenik, “hanno morso l’esca e io ho tenuto la canna da pesca ferma, la trappola era pronta”. Quando poi dalle lettere di Moro si capì che lo statista era sul punto di rivelare ai brigatisti fondamentali segreti di Stato, scattò la seconda fase: abbandonare ogni azione, far capire alle BR che una trattativa non ci sarebbe mai stata e metterle con le spalle al muro. Fu in quel momento che, in accordo con Cossiga, si decise che Moro non sarebbe sopravvissuto. Preparando ovviamente con largo anticipo l’opinione pubblica, tanto italiana quanto mondiale, alla morte di Moro. Ovvero, produrre il famoso falso comunicato numero 7 in cui si annunciava la morte del politico e il luogo dove ritrovare il suo cadavere: il comunicato del lago della Duchessa, che Pieczenik suggerì ma non redasse di persona.
Conclude l’americano: “Sono stato io, lo confesso, a preparare la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro allo scopo di stabilizzare la situazione politica italiana. Le Brigate Rosse avrebbero potuto rilasciare Aldo Moro e così avrebbero senza dubbio conquistato un grande successo. Al contrario io sono riuscito con la mia strategia a creare unanime repulsione contro questo gruppo di terroristi e al tempo stesso un rifiuto verso i comunisti. Il prezzo da pagare è stato la vita di Aldo Moro. È stata la prima volta che mi sono trovato a dover sacrificare la vita di un uomo per la salvezza dello Stato. Le Brigate Rosse non si aspettavano di avere a che fare con un terrorista come me che li ha usati e li ha manipolati psicologicamente per intrappolarli. Non potevano fare altro che uccidere Aldo Moro. Francesco Cossiga ha approvato la quasi totalità delle mie scelte. Moro in quei momenti era disperato e doveva senza dubbio fare ai suoi carcerieri rivelazioni importanti su uomini politici come Andreotti. È stato allora che Cossiga e io ci siamo detti che era giunto il momento di mettere le Brigate Rosse con le spalle al muro. Abbandonare Aldo Moro e lasciare che morisse con le sue rivelazioni”.

(continua)

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