55 giorni – 40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata. 4/ Un sequestro tutt’altro che inaspettato

Sin dalle ore immediatamente successive al sequestro, i servizi di intelligence, così come la stessa politica, hanno iniziato a ripetere un ritornello pressoché unanime: siamo stati colti di sorpresa, era impensabile succedesse una cosa simile, non abbiamo intercettato alcuna informazione a riguardo nei giorni e nei mesi precedenti, l’attacco non era prevedibile.
Nel corso degli anni le indagini hanno invece provato il contrario, ovvero che un’azione contro l’onorevole Aldo Moro era tutt’altro che inaspettata. Che l’azione politica di Moro fosse finita, e non da qualche mese, bensì da anni, nel mirino di molteplici e opposti interessi fino a essere apertamente osteggiata soprattutto a livello internazionale, tanto dai sovietici quanto dagli americani (si veda a questo proposito quanto già scritto nel capitolo 2: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/), era ampiamente risaputo già allora. Ma in particolare nei mesi, e nei giorni, precedenti via Fani, minacce più o meno velate, attacchi e misteriosi pedinamenti si erano notevolmente intensificati. Al punto da mettere più che in allarme il maresciallo Oreste Leonardi, caposcorta di Moro, che fece continue richieste, tanto al ministero degli interni quanto ai vertici dell’intelligence, affinché venissero intensificati e potenziati controlli e misure di sicurezza. Tutte richieste o minimizzate o direttamente ignorate.
Ma andiamo con ordine.

1.Moro e gli americani. Henry Kissinger e la CIA

I rapporti molto più che complicati tra Aldo Moro e le amministrazioni americane iniziarono l’indomani della morte di John Fitzgerald Kennedy (si veda ancora il capitolo 2). Se infatti il giovane presidente aveva espresso appoggio e consenso totali alla politica di apertura di Moro verso i partiti di sinistra (un’azione, quella di Moro, concretizzata subito dopo il disastro del governo Tambroni sostenuto dalle destre e che, all’inizio degli ’60, condusse nell’area di governo il Partito Socialista di Nenni), i governi che seguirono l’attentato di Dallas si comportarono in maniera opposta.
L’uomo che meglio di ogni altro esprime e riassume lo scontro più che decennale tra Moro e gli Stati Uniti è Henry Kissinger, il segretario di stato durante le presidenze Nixon e Ford, nonché uno dei politici in assoluto più controversi dell’intera storia del novecento.
Già nel 1970 Kissinger, in visita ufficiale a Roma, aveva espresso in maniera aperta e manifesta tutta la sua contrarietà verso la politica di Moro, con parole molto più che inquietanti e senza lasciare troppo spazio all’immaginazione: “Sono certo che il signor Moro e gli altri ministri italiani vorranno impegnarsi a fondo perché le cose migliorino. O dovrà forse venire il giorno in cui sarà necessario convocare l’ambasciatore Volpe e dirgli ‘caro Volpe, adesso è venuto il momento di inviare un militare al tuo posto’?”.
Ma il momento di massima tensione si raggiunse quattro anni più tardi, durante una visita ufficiale negli USA del presidente della repubblica Giovanni Leone e di Aldo Moro, allora ministro degli esteri. La presenza di quest’ultimo, più che per il ruolo istituzionale allora ricoperto, fu fortemente voluta da Leone proprio per provare a ricucire i rapporti con Kissinger, ulteriormente deteriorati nel corso della guerra del Kippur, quando Moro negò agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi NATO in Italia.
L’incontro fu però tutt’altro che chiarificatore. In quell’occasione Kissinger rivolse a Moro parole durissime: “O lei la smette di fare questa cosa o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere”. Non certo un consiglio, ma una minaccia in piena regola e in pieno stile massonico (da ricordare che massone era lo stesso presidente Ford – come la quasi totalità dei presidenti americani – amico personale di Licio Gelli). Non a caso, i massoni italiani (a partire dal compagno di partito di Moro, l’onorevole Guerzoni, che riferì sull’episodio in commissione parlamentare d’inchiesta) compresero immediatamente la gravità e la portata di quelle parole.
Di cruciale importanza, a questo punto, ricordare come Kissinger fosse il principale sostenitore della teoria della cosiddetta “zona grigia”, cioè la necessità, in determinate circostanze, di difendere le ragioni di Stato attraverso operazioni sporche come assassinii, sequestri, attentati. In virtù di questa teoria, Kissinger per un intero decennio ebbe un ruolo assolutamente centrale nella “Operazione Condor”, un massiccio piano americano in politica estera basato, attraverso l’intervento diretto della CIA, sull’annientamento delle forze politiche di ispirazione socialista in America latina, realizzato attraverso l’appoggio a colpi di Stato militari, il ricorso sistematico alla tortura e all’omicidio dei dissidenti politici, spesso eseguiti anche oltre i confini del continente.
Tra tutti, è particolarmente rilevante il coinvolgimento diretto di Kissinger, ammesso e dichiarato da lui stesso, nel golpe militare di Pinochet in Cile del 1973. Questo perché le vicende cilene ebbero una ripercussione diretta sul dibattito politico italiano, dal momento che proprio l’indomani della presa di potere di Pinochet, Enrico Berlinguer si decise a intraprendere la via del compromesso storico (sul compromesso storico, si veda ancora il capitolo 2).
È però indispensabile a questo punto allargare lo sguardo su tutto il contesto storico e sociale in cui maturarono questi avvenimenti, ovvero sugli anni di piombo nel loro complesso, e in particolare su quella “strategia della tensione” di cui le Brigate Rosse (e quindi il sequestro Moro), è bene ricordarlo, non furono la causa, ma la conseguenza. Forse messa in conto, forse fortemente voluta.
Con “strategia della tensione” si intende un’azione eversiva (storicamente compresa tra la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e quella della stazione di Bologna del 2 agosto 1980) orchestrata, diretta e condotta da frange deviate dei servizi segreti e di altri apparati dello stato (italiani e americani), da logge massoniche e con la manovalanza di gruppi neofascisti e di estrema destra, volta, attraverso una serie preordinata di atti terroristici di natura stragista (privi di un movente apparente e contro cittadini comuni), a destabilizzare il sistema democratico italiano in funzione anticomunista. Ovvero a creare, attraverso bombe e stragi, un clima diffuso di incertezza e terrore nell’opinione pubblica, al punto da giustificare una svolta autoritaria e restrittiva del governo (se non addirittura creare i presupposti per un vero e proprio colpo di Stato), rendere debole e instabile lo Stato, impedire lo spostamento a sinistra dell’asse governativo e, più in generale, l’avanzamento dei partiti di sinistra, che dopo il ’68 e l’autunno caldo avevano registrato una crescita considerevole (non è certo un caso che la “madre” di tutte le stragi, quella di Piazza Fontana, arrivi proprio a conclusione di quella importante stagione di lotte, rivendicazioni e conquiste).
Benché la strategia della tensione non sia mai stata attestata ufficialmente da una verità processuale (e benché ancora oggi vi siano delle voci scettiche a proposito), nel corso degli anni sono stati prodotti infiniti (e certi) elementi probatori che ne dimostrano l’esistenza. È stato provato ad esempio, ben oltre ogni ragionevole dubbio, il ruolo attivo di interferenza dei servizi segreti (del SID fino al 1977 e del SISMI e del SISDE dopo il 1977) nella progettazione delle stragi e nel depistaggio delle indagini relative (spesso, come accadde soprattutto nel caso di Piazza Fontana, tesi a indirizzare la ricerca dei colpevoli nel campo opposto, ovvero nell’area della sinistra extraparlamentare). Così come è stata provata la contrarietà di Kissinger verso la repressione degli ambienti stragisti di estrema destra da parte della magistratura: nei “Kissinger’s cables” si possono leggere numerosi messaggi inviati dal segretario di stato all’ambasciata americana a Roma, dove emerge tutta l’insofferenza per le azioni dei magistrati. Implicitamente, la richiesta di Kissinger sarebbe quella di lasciare l’estrema destra eversiva libera di agire indisturbata. Per lo stesso obiettivo di impedire l’avanzata delle sinistre.
Vista in quest’ottica, l’ostilità americana verso Moro si inserisce in un disegno ben più ampio e articolato. È del resto lo stesso Moro a dedicare un passo molto importante del suo “Memoriale”, redatto durante il sequestro nella “prigione del popolo” (del memoriale ci occuperemo in maniera approfondita in uno dein capitoli successivi), alla strategia della tensione:
“La cosiddetta strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto Autunno caldo. Si può presumere che Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati a un certo indirizzo vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi d’informazioni. Su significative presenze della Grecia e della Spagna fascista non può esservi dubbio e lo stesso servizio italiano per avvenimenti venuti poi largamente in luce e per altri precedenti […] può essere considerato uno di quegli apparati italiani sui quali grava maggiormente il sospetto di complicità. Fautori ne erano in generale coloro che nella nostra storia si trovano periodicamente, e cioè ad ogni buona occasione che si presenti, dalla parte di [chi] respinge le novità scomode e vorrebbe tornare all’antico.
Tra essi erano anche elettori e simpatizzanti della D.C.[…] non soli, ma certo con altri, lamentavano l’insostenibilità economica dell’autunno caldo, la necessità di arretrare nella via delle riforme e magari di dare un giro di vite anche sul terreno politico”.
Quindi Moro, di certo persona molto più che informata dei fatti, conferma in toto l’esistenza della strategia della tensione come progetto, ma ne estende la portata a una dimensione internazionale che comprende la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista.
In particolare, nella cronologia sanguinaria della strategia della tensione, c’è un episodio che vede protagonista proprio Moro. La sera del 3 agosto 1974, l’allora ministro degli esteri alla stazione di Roma Termini salì sul treno diretto a Monaco di Baviera. Ma pochi minuti prima della partenza fu raggiunto da alcuni funzionari ministeriali e fatto scendere in tutta fretta con il pretesto di firmare alcuni documenti. Il treno (l’espresso “Italicus”) partì senza Moro, e alle 1:23, in provincia di Bologna, deragliò per l’esplosione di una bomba ad alto potenziale piazzata nella vettura numero cinque, provocando dodici morti e centocinque feriti.
Cosa fu la “provvidenziale” e tempestiva discesa di Moro? Una casualità oppure un preciso e tetro avvertimento?
Avvertimenti, più o meno minacciosi, che nei mesi precedenti al sequestro presero a intensificarsi.
Nei diari di Andreotti, nel 1977, leggiamo: “Moro […] è molto preoccupato che agenti segreti di segno contrapposto possano essere in azione per mandare all’aria l’equilibrio italiano”.
All’inizio del 1978, appena due mesi prima l’agguato di via Fani, il portavoce di Kissinger dichiarava: “non c’è dubbio che i recenti avvenimenti in Italia hanno accresciuto la nostra preoccupazione. Esponenti del governo hanno ripetutamente espresso tali vedute sulla questione della partecipazione dei comunisti ai governi dell’Europa occidentale. Noi non siamo d’accordo”.
Fino ad arrivare, curiosamente proprio a ridosso del rapimento, alla calunnia dello scandalo Lockheed, un’abilissima campagna di diffamazione orchestrata proprio dalla CIA che individuò in Aldo Moro (risultato poi completamente estraneo) il misterioso politico italiano destinatario di una maxi tangente per l’acquisto di aerei militari (per l’argomento si veda ancora il capitolo 2).

2.Uno strano studente

Se in quelle settimane e in quei mesi gli americani e la CIA furono particolarmente attivi, il Kgb, su sponda sovietica, non fu certo da meno. Del resto quando Moro parla ad Andreotti di “agenti segreti di segno contrapposto” è proprio a questo che fa riferimento: all’azione incrociata della CIA e del Kgb sulla vita politica italiana.
Del resto il fatto che il compromesso storico fosse sgradito tanto agli americani quanto ai sovietici, è storia arcinota. E anche per Mosca, allo stesso modo che per Washington, l’obiettivo numero uno da colpire per contrastare e impedire la realizzazione di quel progetto si chiamava Aldo Moro.
E la presenza dell’est aleggia su diversi momenti cruciali del rapimento e del sequestro. A partire dalla possibile (probabile?) presenza di uomini della RAF (la Rote Armee Fraktion, l’organizzazione armata di estrema sinistra operante in quegli anni in Germania Ovest) in via Fani. Se ben più di un indizio (a partire dalla sorprendente identità della dinamica dell’agguato brigatista con quello messo in atto dai terroristi tedeschi appena qualche mese prima contro il presidente della Confidustria della Germania) lascia supporre, con fondatezza, che la RAF abbia preso parte attiva al sequestro, tanto alla sua preparazione quanto materialmente all’azione di via Fani (per l’argomento, si rimanda al capitolo 3: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/), è certa e provata la sua presenza costante in Italia nei mesi immediatamente precedenti al rapimento.
Pur negando la mano della RAF nell’operazione Moro, gli stessi brigatisti ammettono, in maniera diversa, che fu il gruppo eversivo straniero con cui le BR ebbero contatti più costanti. Anche se tuttavia in molti tendono a collocare tali contatti in seguito all’uccisione di Moro (tra coloro che non si sono né pentiti né dissociati il solo Prospero Gallinari ha ammesso incontri tanto prima quanto successivamente al sequestro), dati e documenti emersi negli anni dimostrano il contrario. Ovvero che almeno a partire dal 1977 incontri tra le due organizzazioni avvenivano sistematicamente a Milano, con una frequenza tale da portare a una presenza stabile di effettivi della RAF in Italia. Le terroriste Brigitte Monhaupt e Sieglinde Hoffmann occuparono stabilmente nei primi mesi del 1978 un appartamento di Milano. Sempre a Milano, dal gennaio del ’78 al maggio del ’79, abita Brigitte Heinrich, sempre in forza alla RAF. E sono letteralmente decine le note informative del SISMI e del SISDE che, in pieno sequestro Moro, segnalano continui contatti tra RAF e Brigate Rosse. Tutte regolarmente trasmesse al ministero degli interni. E puntualmente ignorate (perché?), visto che la magistratura, come racconta il giudice Imposimato, ne venne a conoscenza solo molti anni dopo i fatti. E sempre molti anni più tardi la magistratura venne a conoscenza del ritrovamento, addosso alla terrorista Elizaneth Von Dick, morta in uno scontro a fuoco con la polizia tedesca nel 1979, di documenti provenienti dallo stesso stock rinvenuto nel covo brigatista di via Gradoli, smantellato durante il sequestro Moro.
Ma cosa c’entra la RAF, organizzazione eversiva nata in seno all’occidente, con i servizi segreti dell’est? A chiarire la questione è Markus Wolf, l’ex numero uno della Stasi (la potentissima polizia segreta della DDR). Wolf racconta (testimonianze che in seguito hanno trovato pieno riscontro e piena conferma) come la RAF, per tutti gli anni in cui fu operativa, ebbe il sostegno, per diretta volontà del governo di Berlino Est, della Stasi. Per anni i terroristi trovarono, oltre la cortina di ferro del muro, asilo, riparo e protezione. Soprattutto, ebbero da Berlino Est e dalla Stasi soldi, armi e addestramento. Il che spiega la capacità della RAF di rigenerarsi continuamente, nonostante l’efficacia dell’azione delle forze di polizia della Germania occidentale.
Ciò significa che se sul sequestro Moro ci fu “lo zampino” della RAF, automaticamente ci fu anche quello della Stasi. Se così fosse, è impossibile che il Kgb, da cui la Stasi dipendeva strettamente, non ne fosse a conoscenza.
Ma l’attenzione del Kgb su Aldo Moro, tra il 1977 e il 1978, è testimoniata da eventi ancora più diretti e inquietanti.
Ovvero dalla presenza a Roma, all’università La Sapienza dove Moro insegnava Diritto Penale alla Facoltà di Scienze Politiche, di quel Feodor Sergeij Sokolov di cui abbiamo già parlato nel secondo capitolo.
Chi era costui? Entrato in Italia il 29 settembre del 1977, ufficialmente come borsista di Storia del Risorgimento, era in realtà un agente del V Dipartimento del Kgb, il settore del servizio segreto sovietico specializzato in assassinii e sequestri politici in tempo di pace. Da subito ben poco interessato alle lezioni di Storia del Risorgimento ma interessatissimo a quelle del professor Moro, Sokolov per mesi seguì gli spostamenti e studiò le abitudini del politico all’interno dell’ateneo, avvicinandolo in molte occasioni e tempestandolo di domande. Dapprima inerenti alle lezioni ma che col passare del tempo si fecero sempre più personali. La cosa non passò inosservata né a Moro né ai suoi collaboratori né al caposcorta Leonardi, che prontamente mise al corrente il generale dell’arma Arnaldo Ferrara, il quale però liquidò la segnalazione come “inutile allarmismo”.
Dopo aver anche preso parte ai seminari che Moro e i suoi assistenti organizzavano fuori dagli atenei, Sokolov ottenne anche, insieme ad altri studenti del corso di Diritto Penale, l’invito per partecipare alla prima seduta del parlamento del 16 marzo. Fu Moro stesso, il pomeriggio del 15 marzo, a ricordargli di passare a ritirare l’accredito. La mattina dopo il presidente fu rapito. Sokolov non ritirò mai l’invito e pochi giorni dopo, il 23 marzo, lasciò l’Italia.
Il giorno stesso del sequestro, il principale collaboratore di Moro in sede accademica, il professor Franco Tritto, denunciò quello strano personaggio direttamente al braccio destro del ministro Cossiga, Nicola Lettieri, pensando potesse essere una pista fondamentale. Certamente lo era, ma Lettieri, e Cossiga non presero, o non vollero prendere, minimamente in considerazione le parole di Tritto.
Il nome di Sokolov a quel punto sparisce per oltre vent’anni, per poi riapparire improvvisamente nel 1998, all’interno del celebre memoriale dell’archivista del Kgb meglio conosciuto come “dossier Mitrokhin”, una raccolta di documenti “esplosivi” sulle attività illegali dei servizi segreti sovietici in Italia. Nel dossier l’arrivo di Sokolov in Italia è però fissato nel 1981, e il suo nome e la sua attività vengono legati ai servizi segreti bulgari e all’attentato a Giovanni Paolo II.
Fu ancora il professor Franco Tritto, sfogliando il dossier e leggendo quel nome, a collegarlo a quello studente che per mesi aveva seguito Moro come un’ombra. Grazie alle indagini condotte dal giudice Imposimato, a oltre vent’anni di distanza, è stata accertata e provata la presenza di Sokolov in Italia tra il 1977 e il 1978, e che quindi il dossier Mitrokhin, nella parte relativa a Sokolov, è stato manipolato. Una manipolazione, quella di postdatare di quattro anni l’ingresso del sicario del Kgb in Italia, che non può avere altra spiegazione se quella di slegare l’attività di Sokolov dal caso Moro.
Non solo. Le indagini e le ulteriori documentazioni emerse hanno provato come il SISMI, ovvero il Servizio Segreto Militare, sapeva esattamente chi fosse Sokolov e per conto di chi si trovasse in Italia sin dal giorno del suo arrivo, nel settembre del 1977.
Il SISMI ne segnalò non solo la presenza, ma anche le particolari attenzioni del finto studente nei confronti di Moro, al ministro degli interni Cossiga. Con ben cinque informative, tutte ignorate e lasciate cadere nel vuoto.

3.E se ci fossero le prove?

Se quindi i servizi segreti italiani sapevano delle attenzioni del Kgb nei confronti di Moro, così come sapevano della presenza della RAF in Italia e così come sapevano delle interferenze della CIA (del resto, come abbiamo già scritto più volte, sarebbe assurdo il contrario, ovvero che di tutti questi movimenti attorno a un solo uomo le reti di intelligence non fossero riusciti a intercettarne nemmeno una parte), da un lato crolla completamente quell’immagine di un sequestro “inatteso” e “sorprendente” che a tutti i costi si è cercato di consegnare alla storia, dall’altro significa che interi settori di quegli stessi segreti, e interi settori dello Stato (come si è visto, anche ai più alti vertici), hanno lavorato in maniera scientifica per deviare quelle informazioni, occultandole agli organi preposti (magistratura e forze di polizia) e cercando in ogni modo di distruggerle.
Ma oltre tutto quanto già raccontato, nelle settimane precedenti via Fani ci furono ulteriori, e ancor più circostanziati, elementi che segnalavano, continuamente e inequivocabilmente, come il presidente della Democrazia Cristiana fosse davvero in pericolo.
Tanto Cossiga quanto il numero 1 del SISMI Santovito, in Commissione Moro riferirono come il 18 febbraio, un mese prima del rapimento, fu raccolta un’informazione di fonte palestinese che parlava di un’operazione terroristica di lì a breve che avrebbe coinvolto l’Italia.
Il numero 2 dell’antiterrorismo, Guglielmo Carlucci, a vent’anni dagli avvenimenti ammetterà: “sapevamo che le BR avevano in animo di sequestrare un uomo politico importante […] Santillo (il capo dell’antiterrorismo, nda) inviò un appunto al capo della polizia, ma proprio in quel periodo io e Santillo fummo estromessi dal SISDE”. Difficile, se non impossibile, credere che il capo della polizia, ricevuta una simile segnalazione, non abbia messo al corrente il ministro dell’interno Cossiga. Resta da capire se la pronta rimozione di Carlucci e Santillo sia stata un’ennesima casualità di una storia veramente oberata di strane coincidenze oppure una precisa direttiva del ministero. E resta da capire perché anche questa notizia, di cruciale importanza, fu nascosta per un intero ventennio alla magistratura e a tutti gli organi giudiziari.
Soprattutto, rimettendo in fila tutti i pezzi, sorge il sospetto, più che legittimo, che quel sequestro “inatteso” e “imprevisto” fosse in realtà atteso e conosciuto da molti.
Per dirla “alla Pasolini”, sappiamo ma non abbiamo le prove.
Ma se invece quelle prove ci fossero?
C’è a questo proposito una storia molto strana e molto poco nota che vale la pena riportare.
Una storia che vede al centro Gladio, ovvero quella organizzazione paramilitare clandestina (del tipo cosiddetto “stay-behind”, cioè stare nelle retrovie) in seno alla NATO e organizzata dalla CIA, nata con il compito di contrastare una ipotetica invasione sovietica, che in Italia operò sotto la copertura dei governi della Democrazia Cristiana (addirittura il ministero della difesa prevedeva per Gladio una delega specifica) e di cui nel 1990 Giulio Andreotti riconobbe pubblicamente l’esistenza.
Antonino Arconte, ex agente di Gladio (o meglio del cosiddetto “Supersid”, una cellula ancora più segreta all’interno dell’organizzazione), nel 2002 ha raccontato, con tanto di documenti, tutta la sua storia di 007 in funzione anticomunista, dalla scuola allievi sottufficiali all’arruolamento nei servizi segreti, dal suo addestramento alla Maddalena fino al suo inserimento in Gladio, nome in codice G-71.
Tra i documenti mostrati da Arconte uno, assolutamente esplosivo, riguarda proprio il caso Moro, e dimostrerebbe come i servizi segreti fossero a conoscenza della preparazione del sequestro.
Il documento in questione è un piccolo foglietto di colore azzurrino con impressa la data del 2 marzo 1978 (ovvero due settimane PRIMA di via Fani) in cui si ordina alla stazione del SuperSid di Beirut di attivare contatti con il terrorismo palestinese per favorire la liberazione del presidente della Dc. Arconte si sarebbe occupato proprio di andare a Beirut a consegnare la missiva.
Sottoposto a perizia, è risultato compatibile. Il che non ne prova l’autenticità, ma nemmeno lo smentisce (e poi, a che pro fabbricare un documento falso a venticinque anni di distanza?). Con tutto che proprio ad Arconte scrisse un’importante lettera da Hammamet Bettino Craxi in cui, esprimendo solidarietà all’ex gladiatore (Arconte ha iniziato a raccontare la sua storia definendosi un “abbandonato e dimenticato” dallo Stato l’indomani dello scioglimento di Gladio), l’ex segretario del PSI fa espressa richiesta di “non parlare per non turbare gli equilibri nazionali”.
Cos’è che Arconte non deve rivelare? La verità effettiva su Gladio che forse va molto al di là di quanto ammesso da Andreotti nel 1990? O altri segreti sconcertanti relativi al caso Moro?
Tornando al racconto di Arconte, l’ordine di portare quel documento a Beirut l’avrebbe ricevuto dal generale Miceli, il capo dei servizi segreti e tra i nomi più importanti coinvolti in Gladio.
Il 13 marzo, arrivato nella capitale libanese, Arconte si incontra con un altro gladiatore, l’agente G-219. Nel plico, oltre al foglio azzurrino, cinque passaporti. Rimasto solo qualche minuto, Arconte vede per la prima volta quel foglio, legge l’intestazione “Ministero della Difesa – direzione generale S.B.”, il contenuto e la nota in calce “a distruzione immediata” (ovvero: di quel documento non doveva restare traccia). Ha anche, stando al suo racconto, il tempo di fotografarlo.
Ma a riemergere dopo oltre vent’anni di oblio, non è la fotografia di Arconte, ma proprio il documento originale. Quindi significa che il destinatario finale del biglietto, ovvero l’agente dal nome in codice G-216, ha disubbidito all’ordine di distruzione immediata.
Ed è proprio qui l’aspetto più sorprendente. Chi è il gladiatore G-216 che non distrusse la comunicazione di attivare un canale con i palestinesi per favorire la liberazione di Moro? Dietro quel numero si nasconde Stefano Giovannone, all’epoca responsabile dell’intelligence per tutto il medio oriente. Guarda caso, uomo fidatissimo di Moro. Al punto che lo statista, in una delle molte lettere scritte durante la prigionia, chiese il suo aiuto, invitando il presidente dei deputati democristiani, Flaminio Piccoli, a “far intervenire il colonnello Giovannone, che Cossiga stima”.
A recuperare il biglietto mai distrutto a consegnarlo ad Arconte sarebbe stato proprio G-219, il primo gladiatore incontrato a Beirut cui viene consegnato il plico con i passaporti. Ovvero Mario Ferraro, che si sarebbe rincontrato con Arconte dopo lo scioglimento di Gladio, confessandogli di aver ricevuto minacce di morte e di essere molto preoccupato. Contestualmente alle confidenze, Ferraro avrebbe consegnato il documento bollente ad Arconte, quasi come una liberazione.
La versione di Ferraro, purtroppo, non potremo mai sentirla, visto che appena un mese dopo l’incontro con Arconte è stato trovato impiccato nella sua casa a Roma.
Che l’inquietante racconto di Arconte corrisponda al vero è ancora oggi, 2018, da dimostrare. Ma che sia stato lasciare cadere nel nulla nonostante voci autorevoli e competenti – in primis Imposimato, non certo l’ultimo dei complottisti – ne avvalorassero la veridicità, è molto più che assurdo.
Soprattutto, lascia senza risposta una domanda cruciale: e se fossero proprio queste le prove?

(continua)

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