55 giorni – 40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata. 3/ Via Fani (anatomia di una strage)

16 marzo 1978, via Mario Fani, Roma.
Mancano pochi minuti alle 9. Dietro la siepe del bar Olivetti, con divise azzurre da avieri e lunghi impermeabili per nascondere le armi, sostano ostentando indifferenza Prospero Gallinari, Valerio Morucci, Franco Bonisoli e Raffaele Fiore, i quattro del commando di fuoco.
Più avanti, in basso, a due metri dall’incrocio con via Stresa, nel punto decisivo dell’operazione, è pronta Barbara Balzerani, con una mitraglietta skorpion e una paletta per fermare il traffico.
Dietro, in alto, all’angolo con via Sangemini, ci sono due 128. Una bianca con targa diplomatica e guidata da Mario Moretti, pronto al segnale convenuto a immettersi su via Fani. L’altra blu, con Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri, pronti a bloccare il traffico in direzione di via Madesimo.
Più indietro una 132 blu guidata da Bruno Seghetti, con il compito di irrompere in via Fani alla fine dell’agguato e prelevare l’ostaggio.
Alle 9 in punto Rita Algranati, più indietro di tutti, attraversa la strada con un mazzo di fiori in mano. È il segnale che l’auto del presidente Aldo Moro (una Fiat 130 guidata dall’appuntato Domenico Ricci, e dove oltre all’autista e all’onorevole viaggia il caposcorta maresciallo Oreste Leonardi) e quella della sua scorta (un’Alfetta guidata dall’agente Giulio Rivera e con il vicebrigadiere Francesco Zizzi e l’agente Raffaele Iozzino) stanno arrivando.
Moretti si immette su via Fani davanti alle due auto. Le tre vetture procedono in colonna per circa settanta metri. Moretti rallenta per creare il vuoto con le macchine che lo precedono, poi accelera perché Moro e la scorta non lo superino.
Arrivati all’incrocio con via Stresa Moretti mette l’auto leggermente di sbieco, poi inchioda improvvisamente.
Sono le 9,02 e in un attimo si scatena l’inferno.
Da dietro la siepe, correndo, sbucano fuori Gallinari, Morucci, Bonisoli e Fiore, i mitra in mano e già senza sicura. Scaricano una prima raffica, dal basso verso l’alto, sull’Alfetta dove viaggiano i tre uomini della scorta. L’agente Rivera è colpito a morte, nell’accasciarsi toglie il piede dalla frizione, causando un tamponamento a catena tra le tre auto. Contemporaneamente, un’altra raffica sulla macchina di Moro, per neutralizzare il caposcorta, il maresciallo Oreste Leonardi che in un ultimo gesto disperato si è voltato indietro nel tentativo di proteggere col suo corpo il presidente. In questa posizione viene freddato da nove colpi.
Nel frattempo, la tattica cosiddetta “a cancelletto” ha chiuso e delimitato il perimetro del massacro, in basso dalla Balzerani che blocca le macchine su via Stresa e in alto da Casimirri e Lojacono, fermi con le armi in mano in mezzo alla strada.
Aldo Moro è ancora in macchina, attonito e paralizzato, schiacciato da una tempesta di piombo che non lo sfiorerà. Riporterà solo ferite superficiali alle dita, per i vetri dei finestrini piovutigli addosso.
Il mitra di Morucci s’inceppa improvvisamente, così come quelli di Bonisoli e Fiore.
Domenico Ricci, l’autista di Moro, è ancora vivo e tenta con una manovra disperata di districare l’auto da quel groviglio di tamponamento a tre e portare in salvo il presidente. Va avanti e indietro come impazzito, sbattendo tra le lamiere. Ma una Mini familiare parcheggiata lì accanto vanifica l’estremo tentativo di Ricci. Morucci ha così il tempo di cambiare caricatore e scaricare su Ricci una raffica mortale.
Dall’Alfetta esce l’unico dei tre uomini della scorta rimasto illeso dalla raffica iniziale, l’agente Raffaele Iozzino. Anziché ripararsi dietro l’auto si getta in strada alla disperata, la pistola in pugno puntata contro il commando. Spara due colpi che vanno a vuoto. Subito dopo Bonisoli, che ha cambiato il mitra inceppato con una pistola, lo fredda da due passi, mentre Gallinari, lasciato anch’egli il mitra per una pistola, spara a distanza ravvicinata alcuni colpi di sugli altri due agenti. Non si accorge che Zizzi è ancora vivo, ma il giovane vicebrigadiere morirà poco dopo in ospedale.
Moretti e Fiore aprono la portiera dell’auto di Moro, afferrano il presidente per il braccio sinistro e lo fanno scendere, mentre Morucci preleva le due borse dello statista portandole via.
In quello stesso momento arriva Seghetti a bordo della 132. Moro viene fatto salire sul sedile posteriore. Fiore siede accanto a lui, Moretti davanti.
L’auto con a bordo l’ostaggio riparte immediatamente risalendo via Stresa, mentre contemporaneamente tutti gli altri hanno già abbandonato via Fani dileguandosi in varie direzioni.
Sono le 9,05.
Appena tre minuti per cambiare la storia d’Italia.

Questa ricostruzione, che abbiamo cercato di restituire nella maniera più dettagliata possibile, è il frutto di almeno vent’anni di indagini, ottenuta tramite infiniti riscontri tra perizie, testimonianze e, soprattutto, le confessioni dei brigatisti che presero parte all’agguato.
È, come si dice, la verità ufficiale. Che, vale la pena chiarirlo subito, corrisponde alla verità effettiva e materiale. Ovvero, le cose andarono effettivamente così, attimo dopo attimo, oltre ogni ragionevole dubbio.
Ciò nonostante, i conti riguardo via Fani continuano a non tornare e continuano a persistere ancora oggi gigantesche zone d’ombra e interrogativi inquietanti. Questo perché, anche se la ricostruzione ufficiale non contiene falsità né menzogne, allo stesso tempo contiene ben più di un’omissione e si rifiuta di chiarire (da quarant’anni) particolari non certo secondari.
In definitiva, una verità ufficiale non menzognera, ma parziale, monca. Tragicamente incompleta.
Procedendo con ordine, cerchiamo di capire dove e perché.

1.Il “Memoriale Morucci”
Valerio Morucci, scegliendo la via della “dissociazione”, inizia a collaborare con la giustizia nell’estate del 1984, rilasciando al giudice Imposimato una lunga deposizione che si rivelerà assolutamente decisiva per tutte le indagini inerenti al caso Moro (si veda, a questo link, quanto già scritto a proposito nel capitolo precedente: http://www.riccardolestini.it/…/55-giorni-40-anni-aldo-mor…/).
Punto cruciale di quella confessione è un disegno, uno schizzo pieno di lettere e numeri su cui l’ex brigatista ricostruisce, visivamente, e meticolosamente, tutta la dinamica della carneficina.
In qualità di dissociato Morucci racconta i fatti ma non fa nomi. Nei grafici consegnati a Imposimato i partecipanti all’agguato, nove in tutto, sono quindi indicati con dei numeri.
È comunque una svolta senza precedenti per le indagini. Nel corso del primo processo Moro, conclusosi un anno e mezzo prima della confessione di Morucci, gli inquirenti avevano delineato una prima ricostruzione di via Fani sulla base dei testimoni e, soprattutto, dei racconti dei terroristi “pentiti” Peci e Savasta, che però non avevano preso parte all’agguato. Era perciò, per forza di cose, una ricostruzione lacunosa e frammentaria.
Nella sostanza il racconto di Morucci, quella prima versione, non la smentisce. Piuttosto, la integra e la amplia, la completa e la spiega, colma le lacune e chiarisce i punti ignoti e oscuri.
Ovviamente ci sono delle differenze. La più rilevante riguarda il numero dei brigatisti, che Morucci (pur introducendo il “cancelletto alto” della 128 blu dove stanno Casimirri e Lojacono – numero 2 e numero 3 nel disegno – che era stato completamente ignorato fino ad allora) rispetto alla ricostruzione del primo processo riduce di tre unità, da dodici a nove. Spariscono due motociclisti indicati da molti testimoni (e dei quali parleremo meglio più avanti) e sparisce una donna. Ovvero proprio Adriana Faranda, che contestualmente alla deposizione di Morucci confessa il suo ruolo di primo piano durante tutto il sequestro, ma dichiara di non aver preso parte all’agguato. La sentenza del primo processo l’aveva collocata tra i dodici del commando sulla base di alcune testimonianze che l’avevano riconosciuta come la donna a fianco di Moretti sulla 128 bianca. Ma quella donna, accerteranno in seguito le indagini, era Barbara Balzerani, che si trovava effettivamente in macchina con Moretti, e non durante l’assalto, ma dieci minuti prima, durante l’ultima ricognizione della zona. In sostanza, la donna che fa il giro di controllo sulla 128 e quella che blocca il traffico di via Stresa con paletta e mitra sono la stessa persona.
Dei nove “numeri” indicati solo uno, oltre allo stesso Morucci, è identificato con certezza: ancora Mario Moretti, il capo delle BR a guida della solita 128 bianca, riconosciuto da più di un testimone. Per tutti gli altri ci sono solo supposizioni. Almeno fino al 1990 quando, all’inizio dell’estate, non viene consegnato ai magistrati della procura di Roma il cosiddetto “Memoriale Morucci”, un documento di circa 300 pagine redatto in carcere dall’ex terrorista (e, in alcune parti, da Adriana Faranda) a partire dal 1984. Il memoriale, che racconta tutta l’esperienza di Morucci nelle Brigate Rosse, riguardo alla deposizione dell’84 aggiunge un particolare non da poco: i nomi accanto ai numeri. Tranne quello di Rita Algranati, che in via Fani, come abbiamo visto, ebbe il ruolo di vedetta.
Un’omissione, quella dell’Algranati, che continua a rimanere priva di spiegazioni. Di lei Morucci si “ricorderà” addirittura nel 1997, sostenendo come fino ad allora se ne fosse completamente dimenticato. Ma è possibile dimenticarsi di una persona che pure ebbe un ruolo importante per ben diciannove anni, molti dei quali passati a ricordare e ricostruire quegli avvenimenti? E se se ne fosse effettivamente dimenticato, chi può dirci che non abbia dimenticato anche altre persone?
Tornando al memoriale, a parte il fondamentale inserimento dei nomi, è la storia di queste 300 pagine a sorprendere. E a non essere per niente chiara. Il plico infatti, in quel 1990, non arrivò direttamente ai magistrati, come sarebbe stato normale, visto che il contenuto era in tutto e per tutto materiale processuale (ed essendo Morucci ancora detenuto). Ma due mesi prima era stato anticipatamente recapitato all’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga da suor Teresilla Barillà, una strana religiosa esperta di assistenza spirituale ai detenuti, il cui nome ricorre più volte, e nelle più svariate vicende, come collaboratrice dei servizi segreti. E Cossiga, anziché consegnarlo immediatamente ai magistrati, lo tiene due mesi, durante i quali lo fa leggere e consultare a vari esponenti della DC (quanti e quali non lo sapremo mai). Perché e a quale scopo? Forse per la necessità di eliminare, prima di farlo diventare di pubblico dominio, particolari scomodi e sgraditi alla Democrazia Cristiana?
Ma non è tutto. L’elemento in assoluto più sconcertante è che una copia del memoriale fu consegnata a Cossiga già nel 1986. A testimoniarlo è un biglietto autografo di Morucci allegata al dattiloscritto, in cui si legge: “Solo per lei, signor Presidente. Sono atti giudiziari, solo che qui ci sono i nomi! 1986”.
Prima di tutto occorre chiedersi perché, come e soprattutto tramite chi Valerio Morucci, che nel 1986 era ancora detenuto di massima sicurezza e sotto processo, abbia aperto un canale confidenziale e riservatissimo, sconosciuto agli stessi magistrati, con il presidente della repubblica. Con tutto che stiamo parlando di Francesco Cossiga, ministro degli interni all’epoca del sequestro, l’uomo dello stato più coinvolto in tutta la vicenda, l’incarnazione stessa della linea della fermezza.
La cosa sarebbe da bollare come paranormale, se non ci fossero le prove.
Azzardiamo una ricostruzione: nel 1986 Morucci fa consegnare le sue memorie, contenenti i nomi dei partecipanti all’agguato di via Fani, al presidente della Repubblica (c’è forse un accordo tra i due?). Questi le tiene sotto chiave per quattro anni. Poi, pochi mesi dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda (e dello scenario internazionale in cui maturò e si compì tutto l’intrigo del caso Moro), non sussistendo più quei delicati equilibri che ne avevano determinato la segretezza, Cossiga decide che quel documento può essere reso noto. Chiede a Morucci di fare una revisione. Chiede un’ulteriore supervisione ad alcuni illustri esponenti del suo partito. E infine lo consegna ai magistrati.
Azzardi a parte, una domanda: come è possibile che a una simile vicenda non si sia dato il rilievo dovuto?

2.Due motociclisti e altri ignoti
Anche se tutti i partecipanti all’agguato di via Fani ne hanno sempre categoricamente negato la presenza, almeno tre testimoni, ritenuti attendibili dai giudici, parlano di due motociclisti armati a bordo di una Honda durante l’operazione. A dire il vero Morucci, in un primo momento, ancora “dimentico” della presenza di Rita Algranati, negò che le Brigate Rosse si fossero serviti di una Honda e che ci fossero altri elementi oltre a quelli da lui indicati, ma parlò di un solo motociclista, con il compito di avvertire gli altri dell’arrivo di Moro e della scorta. Salvo poi ritrattare quando il ruolo di vedetta fu definitivamente attribuito all’Algranati.
Smentite e ritrattazioni a parte, le testimonianze circa i due motociclisti restano. In particolar modo quella dell’ingegnere Alessandro Marini, che non solo avrebbe visto i due sulla moto, ma avrebbe ricevuto anche dei colpi di mitra (regolarmente repertati) sul parabrezza del motorino su cui stava viaggiando. La stessa centrale operativa della questura, la mattina di quel 16 marzo, negli attimi immediatamente successivi alla strage, mandò almeno tre messaggi via radio a tutte la auto della polizia con l’ordine di cercare una moto Honda con a bordo due giovani armati. Lo stesso Imposimato nel libro “Doveva morire” si dice assolutamente “certo della presenza di altri due brigatisti in moto”.
Ma non solo i motociclisti. Sempre l’ingegner Marini racconta di aver visto un altro uomo, in passamontagna, sbucare tra la 128 bianca guidata da Moretti e la Mini parcheggiata all’angolo e fare fuoco sulla scorta, ma dalla parte opposta della strada rispetto a Gallinari, Morucci, Bonisoli e Fiore. O ancora, altri testimoni, parlano di altre unità in appoggio alla Balzerani all’angolo con via Stresa.
Più in generale, non tanto dalla stampa, quanto dalle preposte sedi processuali è stato continuamente ribadito come la presenza in via Fani di un numero superiore di terroristi rispetto a quanto indicato, sia da ritenersi altamente probabile.
Non solo per le testimonianze circostanziate e attendibili. È ancora Morucci, sempre lui, a fornire un’indicazione importante in questo senso. Evidentemente senza pensare al paradosso, Morucci riferì a Imposimato che il piano originario messo a punto per il rapimento (previsto all’interno della chiesa di Santa Chiara dove l’onorevole Moro si recava tutte le mattine a pregare) fu abbandonato perché avrebbe richiesto “almeno venti brigatisti operativi, cioè un numero di militanti idonei all’impresa, eccessivo in relazione alle capacità militari dell’organizzazione”. Ma se per Santa Chiara, operazione da compiersi in un interno e con l’obiettivo “statico” e privo di tre dei cinque agenti di scorta, occorrevano almeno venti militanti, come è possibile che per via Fani, operazione che richiede il blocco del traffico, contro un obiettivo in movimento e con la scorta al completo, ne bastino meno della metà?
Inoltre non solo Morucci, ma tutti i terroristi chiamati a rispondere sulla questione, hanno sempre sottolineato la scarsa preparazione delle Brigate Rosse dal punto di vista militare. Non solo. Stando a quanto raccontano, per l’operazione di via Fani, si sarebbero esercitati poco e male. Soprattutto i quattro del gruppo di fuoco hanno sempre sostenuto di essere poco esperti e poco abili nell’uso delle armi.
Il che è quanto meno bizzarro: come è possibile che un gruppo militarmente malmesso, inesperto e con pochissima dimestichezza, composto da appena dieci unità (di cui più della metà in posizioni defilate e di copertura) riesca a portare a termine un piano complesso come quello di via Fani in maniera assolutamente perfetta, neutralizzando in soli tre minuti cinque professionisti e senza colpire l’ostaggio?
E anche ammettendo, a fatica, che come sostengono i brigatisti tutto sia spiegabile esclusivamente con la motivazione ideologica e con il fattore sorpresa, resta comunque una domanda: è possibile che una simile potenza di fuoco sia stata scaricata da sole quattro persone?
Se infatti il numero dei brigatisti presenti in via Fani non torna, è anche, e soprattutto, in relazione al numero di proiettili sparati in quei tre minuti d’inferno.
Dei novantatré bossoli recuperati in via Fani, due provengono dalla pistola d’ordinanza dell’agente Iozzino, mentre gli altri novantuno dal gruppo di fuoco brigatista, da quattro mitra e due pistole (ovvero le pistole che usarono Bonisoli e Gallinari nella fase finale per l’inceppamento del mitra). Solo che di questi novantuno colpi, ben quarantanove sono stati sparati da un’unica arma.
Considerando che il caricatore di un mitra contiene trentadue proiettili, chi è che in via Fani sparò quarantanove colpi? Non certo i quattro “avieri” del commando di fuoco, visto che come raccontano loro stessi, tutti e quattro i mitra si incepparono. A metà caricatore quello di Gallinari, “quasi subito” quelli di Morucci e Bonisoli, subito quello di Fiore. E le pistole che afferrano Gallinari e Bonisoli in sostituzione del mitra sparano in tutto dodici colpi.
Il ragionamento diventa quindi puramente matematico: se il mitra di Gallinari spara ventidue colpi, quelli di Morucci e Bonisoli sparano pochi colpi e quello di Fiore forse addirittura non spara affatto, esiste per forza almeno un quinto uomo.
Ovvero quello che spara, da solo, ben quarantanove colpi e che ha anche la freddezza di cambiare caricatore.
E se la presenza di un quinto uomo è certa, assai probabile è quella di un sesto.
Le perizie effettuate sul cadavere di Oreste Leonardi, il caposcorta di Moro, parlano della presenza di nove colpi con orientamento da destra a sinistra, ovvero esplosi da destra, mentre i brigatisti, come abbiamo già visto, sostengono di aver fatto fuoco esclusivamente da sinistra. Con tutto che l’estrema precisione dei nove colpi, da vero professionista, allo stesso modo dei quarantanove colpi, è in netta contraddizione con l’ostentata impreparazione militare dei brigatisti.
L’ingegner Marini, come abbiamo già ricordato, nella sua testimonianza parla chiaramente di un uomo in passamontagna posizionato dalla parte opposta della strada rispetto al resto del commando. Un particolare, quello del passamontagna, che trova riscontro nei racconti di altri tre testimoni.
Chi è quest’uomo? Di certo non può essere lo stesso dei quarantanove colpi.
Quindi, quanti sono in via Fani? Impossibile dirlo con certezza, ma sicuramente più di dieci e altrettanto sicuramente più di quattro a sparare.

3.Gli altri Una mini, un colonnello e un ufficio e uno strano accento tedesco
Partiamo da una telefonata datata 1 maggio 1978. A parlare sono due esponenti della Democrazia Cristiana, Sereno Freato e Benito Cazora (quest’ultimo, durante il sequestro, entrò in contatto con elementi della ‘ndrangheta per individuare il covo dove era tenuto prigioniero Moro). Cazora dice al collega che gli servono “le foto del 16 marzo”. “Quelle dei nove?”, chiede Freato. “No”, risponde Cazora, “Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una delle foto prese sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio noto a loro”.
Chi è questo personaggio “noto a loro” che “si individua” in alcune fotografie scattate in via Fani?
E soprattutto, quali sono queste foto che Cazora chiede a Freato di far sparire?
Vale la pena ricordare che un inquilino di via Fani, il carrozziere Gherardo Nucci, dal balcone del suo appartamento scattò alcune fotografie pochi minuti dopo la strage, e che quel rullino fu subito consegnato al sostituto procuratore Luciano Infelisi. Ma quel rullino, misteriosamente e senza alcuna spiegazione, scomparve.
Quindi è di quelle foto che sta parlando Cazora? E come faceva Freato a sapere già, il 1 maggio del 1978, che i brigatisti presenti alla strage erano nove? E perché nessuno ha mai pensato di chiederglielo?
A far supporre che quella mattina via Fani fosse ben più affollata di quanto si pensi, e che soprattutto fossero presenti elementi estranei alle Brigate Rosse, è più di un indizio.
A partire da quella Mini familiare che restringe ulteriormente le possibilità di manovra dell’appuntato Ricci impedendogli di districarsi dal groviglio. Una “presenza casuale” (così la definisce Morucci) che si rivela però abbastanza decisiva per la riuscita dell’azione. Ma fu davvero una presenza casuale? Nel punto esatto dove si trovava la Mini, ogni mattina era solito parcheggiare il suo furgone il fioraio del quartiere, Antonio Spiriticchio. Secondo la versione dei brigatisti, per evitare inutili spargimenti di sangue e per togliere dalla scena centrale dell’agguato un testimone scomodo, la sera del 15 marzo Seghetti e Fiore squarceranno tutte e quattro le gomme del furgone, impedendo a Spiriticchio di raggiungere via Fani. Ci sarebbe da supporre, ragionando per logica, che contestualmente i brigatisti si siano preoccupati di occupare quel posto con una loro automobile. Secondo i loro racconti, così non fu. Il problema è che quella Mini non è affatto un’auto qualunque: quella macchina, modello Clubman Estate, crivellata di colpi, ammaccata dai fallimentari e disperati tentativi di Ricci, immatricolata appena due mesi prima la strage, apparteneva all’Immobiliare Poggio delle Rose, società facente capo alla Fidrev Srl, la finanziaria responsabile della parte amministrativa e logistica del SISDE, vale a dire i servizi segreti civili.
Quindi sul luogo centrale e cruciale del più grande attacco di fuoco della storia del terrorismo italiano, in un posto occupato solitamente da un furgone messo fuori uso da due brigatisti la sera prima, è presente un’auto – rivelatasi poi determinante nella dinamica dell’agguato – facente capo ai servizi segreti.
Una coincidenza? Una “casualità”?
Ma la presenza in assoluto più “strana” e inquietante in via Fani la mattina del 16 marzo, è quella del colonnello del SISMI (ovvero i servizi segreti militari) Guido Guglielmi. Di questo fosco personaggio, non solo ai vertici dei servizi segreti, ma addestratore del personale della struttura paramilitare Glado a campo Marragiu in Sardegna, parleremo diffusamente nel prossimo capitolo. Per ora limitiamoci ai fatti: è stato accertato e confermato come Guglielmi, il 16 marzo, poco dopo le nove, transitasse a piedi lungo via Stresa, ad appena due passi dalla strage. Il colonnello ha confermato la sua presenza, dicendo però di non essersi accorto di nulla (non avrebbe sentito nemmeno uno sparo, nemmeno una sirena spiegata) e di trovarsi lì per puro caso, in quanto invitato a pranzo (alle nove di mattina?) a casa di un collega, il colonnello D’Ambrosio, domiciliato al civico 117 di via Stresa.
Un’altra coincidenza? Un’altra casualità?
Con tutto che tale Bruno Barbaro, cognato di un altro esponente di spicco di Gladio (organizzazione che, vedremo nei capitoli successivi, ebbe più di un ruolo durante il sequestro), ovvero il colonnello Fernando Pastore Stocchi, possedeva un ufficio proprio all’angolo tra via Fani e via Stresa. Un locale ceduto qualche giorno prima della strage a dei giovani mai identificati.
Un’ennesima coincidenza o si trattava di personale dei servizi segreti? E perché non sono mai stati fatti accertamenti per chiarire questi sospetti?
Infine quelle grida, “Andate via, andate via!”, pronunciate con chiaro accento tedesco e udite e riferite da più di un testimone oculare. Ci sono effettivamente delle singolari analogie, o meglio delle sorprendenti coincidenze, tra la dinamica dell’agguato di via Fani e quello che portò al sequestro del presidente della Confindustria tedesca Hans Martin Schleyer, risalente al 5 settembre del 1977 e messo in atto dalla RAF (Rote Armee Fraktion), ovvero la sigla armata più forte e sanguinaria operante all’epoca in Germania Ovest.
Le due azioni sono talmente simili da essere praticamente sovrapponibili (l’agguato all’aperto, gli obiettivi in movimento, la neutralizzazione della scorta, la tattica “a cancelletto”). E sono gli stessi brigatisti, Moretti in primis, a raccontare negli anni successivi come l’unico gruppo estero (a eccezione dei palestinesi dell’OLP per la fornitura di armi) con cui ebbero contatti concreti e costanti al fine di dare carattere internazionale alla lotta armata, fu proprio la RAF.
Ma sulla possibile (probabile?) presenza della RAF in via Fani, oltre ai testimoni e oltre alle somiglianze tra i due attentati, vi sono anche altri indizi, ben più concreti: una granata H683 (stesso tipo di bomba rinvenuta a Francoforte e Amburgo in possesso agli uomini della RAF) e due targhe automobilistiche tedesche trovate nel covo brigatista di via Gradoli il 18 aprile del 1978 (su via Gradoli, ovviamente, torneremo nei capitoli successivi).
Erano tedeschi, erano uomini della RAF il killer esperto dei quarantanove colpi e quello altrettanto esperto dei nove colpi esplosi contro Leonardi?

In conclusione. Se ad ogni modo, come prove, testimonianze e incongruenze dimostrano ampiamente, la presenza di uno o più uomini in via Fani è molto più che probabile, resta da chiedersi perché i brigatisti, ancora oggi, non dicano tutta la verità e continuino a confermare questa versione che, come si diceva all’inizio, certo non è menzognera, ma omette e nasconde dettagli fondamentali.
Quindi perché queste omissioni, a che scopo?
Delle due l’una: o vogliono coprire ex compagni magari insospettabili e ancora mai sfiorati dalle indagini, oppure non vogliono rivelare che quel giorno in via Fani, ad aiutarli, c’era qualcuno di esterno alle Brigate Rosse.
E se vi erano presenza esterne, in quanti tra i brigatisti ne erano a conoscenza? Tutti oppure, sempre secondo le logiche della compartimentazione terroristica, solo alcuni?

(continua)

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