55 giorni – 40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata. 2/ Operazione “Fritz”

Il volto di Valerio Morucci è sconosciuto ai più. Al contrario la sua voce è tra le più celebri della storia della repubblica. Fu lui infatti il militante delle Brigate Rosse a fare, la mattina del 9 maggio 1978, la celeberrima telefonata, sentita e mandata in televisione almeno mille volte, al professor Franco Tritto, strettissimo collaboratore di Aldo Moro, in cui viene indicato il luogo (via Caetani, dentro l’altrettanto celebre Renault 4 rossa) dove trovare il corpo del presidente della Democrazia Cristiana.

Morucci, assieme alla sua compagna Adriana Faranda (i due per tutti i cinquantacinque giorni del sequestro svolsero il ruolo di “postini”, ovvero si occupavano di veicolare in una Roma militarizzata e blindatissima lettere e comunicati), iniziò a collaborare con la giustizia nell’estate del 1984, data assolutamente decisiva e cruciale nell’infinita (e contraddittoria e, manco a dirlo, piena di zone d’ombra) storia processuale del caso Moro.

All’epoca le Brigate Rosse di fatto erano già state sconfitte, decimate dagli arresti, indebolite dalle scissioni interne e neutralizzate da uno scenario sociale radicalmente cambiato rispetto agli anni ’70. Eppure per molti versi costituivano ancora una minaccia concreta e, soprattutto, l’azione più eclatante e drammatica della loro tragica parabola, ovvero il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, era ancora avvolta in un mistero pressoché totale. Sconosciuto, o quanto meno dubbio, il luogo dove lo statista fu detenuto durante il sequestro. Sconosciuti nomi e numero dei carcerieri. Sconosciuta la dinamica esatta dell’agguato di via Fani.

Un anno e mezzo prima, esattamente il 24 gennaio del 1983, si era concluso il primo processo Moro con 32 ergastoli ad altrettanti esponenti di spicco delle BR. Ma tutto il dibattimento si era svolto sostanzialmente “al buio”, su indagini costituite da molte ipotesi, tante congetture e poche certezze. Soprattutto senza la voce degli imputati, tutti chiusi in un silenzio assolutamente impenetrabile. I brigatisti pentiti che collaborarono con la giustizia nel corso di quel primo processo (i principali furono Antonio Savasta e Patrizio Peci), non ebbero alcun ruolo né nella preparazione né in alcuna fase del sequestro. Le loro dichiarazioni, che pure costituirono l’impianto centrale del processo (e che pure disegnarono una dinamica non troppo diversa da quella poi, negli anni a venire, riconosciuta come “ufficiale”), erano perciò notizie di seconda mano, se non dei veri e propri sentito dire (le regole della compartimentazione ferrea imposte dalla logica dell’organizzazione clandestina prevedevano che solo i militanti direttamente coinvolti nelle azioni ne conoscessero il contenuto).

Quelle di Morucci e della Faranda furono quindi, nel 1984, le prime voci a parlare del caso Moro “dal di dentro”, le prime voci di due brigatisti che di quella tragedia erano stati tra i protagonisti.

Entrambi non si presentarono agli inquirenti come pentiti, ma come “dissociati”, ovvero raccontando per filo e per segno gli avvenimenti ma senza fare i nomi degli altri terroristi coinvolti. Una sorta di posizione intermedia, quella della dissociazione, tra pentiti e irriducibili, di fatto creata ad hoc dalla legislazione italiana per spingere Morucci e la Faranda a parlare. E anche sulla storia, tutt’altro che chiara e limpida, della dissociazione, sarà necessario più avanti tornare e approfondire.

Per ora, stiamo ai fatti.

Entrambi provenienti dall’area dell’Autonomia, Morucci e la Faranda raccontano al giudice Imposimato di aver aderito alla lotta armata nel 1976, quando le Brigate Rosse, fino ad allora operanti esclusivamente al nord, decisero di costituire una “colonna romana” con lo scopo ben preciso di “portare l’attacco al cuore dello Stato”. Un attacco, spiegano i due ex postini, che da subito prevedeva il sequestro di un alto esponente della Democrazia Cristiana. Addirittura, sottolinea Morucci, il progetto del sequestro era nei piani dei due militanti del nord arrivati a Roma (Morucci non fa nomi, ma le ricostruzioni successive li identificano senza alcun dubbio in Mario Moretti e Franco Bonisoli) già dal 1975. Nello specifico, stando alle deposizioni dei due dissociati, quale politico democristiano sequestrare, ancora nel 1977, era tutt’altro che definito: uno tra Fanfani, Moro e Andreotti, con una netta preferenza per quest’ultimo.

Tutti particolari, questi, su cui la Faranda e soprattutto Morucci insistono continuamente, forse troppo (di quest’ultimo, nel suo libro scritto a quattro mani con Sandro Provisionato “Doveva morire”, Imposimato ricorda come nel raccontare la fase preparatoria e preliminare del sequestro fosse totalmente freddo, composto, monocorde, senza pause né esitazioni, come se recitasse un copione soppesato nei minimi dettagli e imparato a memoria).

La preoccupazione principale dei due sembra infatti quella di voler a tutti i costi svincolare il sequestro da qualsiasi legame con il compromesso storico e il governo di “solidarietà nazionale”.

Quel 1975 indicato da Morucci come origine del progetto non è una semplice data, ma ha un peso non indifferente nell’analisi della vicenda: all’epoca l’idea di un governo che avesse l’appoggio esterno del Partito Comunista era pura fantapolitica, e pertanto, se così fosse, verrebbe meno l’ipotesi che vede la scelta di sequestrare Moro strettamente connessa a quel disegno. Non solo: anche parlare di Moro non come obiettivo principale, ma indicarlo come una semplice possibilità, addirittura alternativa e subordinata a quella di Giulio Andreotti, va inteso in questo senso.

Ma allora, se il compromesso storico, di cui Moro fu l’unico artefice, non fu l’elemento scatenante del sequestro, perché la scelta alla fine cadde proprio su di lui?

Stando a quanto raccontano Morucci e la Faranda, nel corso di tutto il 1977 furono svolte indagini preliminari su tutti e tre i politici nel mirino. Quella su Fanfani in realtà pare essere stata molto blanda: Morucci racconta come, nell’estate del 1977, le BR si limitarono a fare alcuni appostamenti davanti alla sua abitazione, per scoprire però ben presto come Fanfani avesse cambiato casa e quartiere. È oggettivamente strano, se non addirittura paradossale, che un’organizzazione clandestina come le Br, che come vedremo più avanti nelle mosse successive dimostrerà estrema cura ed estrema precisione nelle fasi preparatorie delle azioni, scartasse un obiettivo per un semplice trasloco. L’abbandono dell’ipotesi Andreotti sarebbe invece dipesa dalla posizione troppo centrale della sua abitazione (un’ubicazione che, a detta di Morucci, lasciava spazi di manovra troppo ristretti e pochissime vie di fuga) e per una scorta più numerosa e più preparata. Anche in questo caso, c’è un particolare non secondario che avrebbe meritato più attenzione e approfondimento: sulla base di quali informazioni le Brigate Rosse avrebbero potuto valutare il grado di preparazione degli uomini della scorta?

Ad ogni modo, secondo Morucci e la Faranda, la scelta di Moro non risponderebbe a valutazioni strettamente politiche, ma esclusivamente a questioni di tipo logistico-militare.

In definitiva, la tesi dei due dissociati è la seguente: nel sequestro Moro non c’entra nulla il compromesso storico, l’obiettivo delle Brigate Rosse era colpire il cuore dello Stato e lo Stato era la Democrazia Cristiana, quindi occorreva sequestrarne un esponente di spicco, uno qualsiasi.

Il fatto che poi quel qualcuno sia stato l’artefice unico del compromesso storico sarebbe una semplice casualità.

Così come casuale, sempre seguendo i racconti di Morucci, fu la scelta di effettuare un sequestro il 16 marzo, giorno in cui la camera avrebbe votato la fiducia al primo governo repubblicano con il sostegno esterno dei comunisti. E sempre casuale fu l’abbandono del cadavere di Moro in via Caetani, ovvero esattamente a metà strada tra la sede della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista.

Le casualità e le coincidenze sono francamente troppe.

Ma anche ammettendo che le cose siano andate esattamente come raccontano Morucci e la Faranda, resta il problema che le loro dichiarazioni, eccesso di coincidenze e paradossi a parte, sono state contraddette più volte nel corso degli anni in alcuni punti non certo secondari.

Prima di tutto da altri brigatisti, in particolare da Mario Moretti, ovvero colui che, nonostante abbia sempre rifiutato questa definizione, fu per lungo tempo il “capo” delle Brigate Rosse, che gestì il sequestro Moro in ogni sua fase e che fu l’unico a interrogare quotidianamente lo statista all’interno della prigione del popolo.

Moretti, che non ha mai usufruito di sconti di pena non essendosi né dissociato né pentito (come Curcio, la Balzerani e altri leader storici delle BR ha però fatto una dichiarazione pubblica di conclusione della lotta armata), tra tutti i dirigenti BR è quello rimasto più a lungo in silenzio, decidendosi a raccontare la sua verità soltanto negli anni ’90. Tanto nell’intervista rilasciata a Sergio Zavoli per il programma “La notte della Repubblica” quanto nel libro-intervista scritto “Brigate Rosse” scritto con Rossana Rossanda, il carceriere di Moro conferma la casualità della scelta del 16 marzo, ma smentisce categoricamente Morucci sulla pluralità degli obiettivi. Non solo non fa cenno a un progetto già esistente nel 1975, ma nega che nel 1977 furono fatte indagini su Andreotti, Fanfani o su qualsiasi altro esponente della DC.

Testualmente, dice Moretti: “In anni molto precedenti al 1978 venne fatta qualche indagine sull’onorevole Andreotti, ma poi non se ne fece più niente”.

Quindi secondo la sua versione la colonna romana, la cui costituzione egli curò personalmente, si occupò esclusivamente della “operazione Fritz”, nome che le BR adottarono per indicare in codice il rapimento e il sequestro di Moro.

Tuttavia anche Moretti scinde la scelta di Moro qualsiasi valutazione minimamente riconducibile al compromesso storico. Non lo puntualizza in anticipo come Morucci e la Faranda (ma ricordiamoci che quando Moretti inizia a parlare la versione dei due ex postini è già da anni verità ufficiale), ma interrogato sull’argomento spiega – in maniera molto vaga, mentre su altre questioni si dimostra analista assai attento e preciso – come Moro fu scelto solo in quanto, meglio di chiunque altro, incarnava il simbolo di trent’anni di potere democristiano.

Sconcerta, e non poco, come in una vicenda investigativa e processuale così lunga, complessa e cruciale, non si sia prestata la dovuta attenzione nel chiarire tali contraddizioni non certo trascurabili.

Con tutto che risulta francamente molto difficile slegare la vicenda Moro dal compromesso storico. In primis perché le BR – e non sono io a dirlo, ma la loro storia – avevano tutto l’interesse (e parliamo di un interesse prioritario e vitale) a osteggiare un progetto che avrebbe stravolto un assetto politico immobile e immutato da trent’anni, in Italia e non solo. La definitiva istituzionalizzazione del Partito Comunista in funzione governativa avrebbe posto fine a quella contrapposizione frontale, a quella spaccatura sociale e politica che aveva consentito alle Brigate Rosse di nascere, sopravvivere e contare su una vasta e indefinita rete di fiancheggiatori e taciti assensi. Più semplicemente, senza quello scenario che Moro puntava a smantellare, le Brigate Rosse avrebbero esaurito la loro funzione storica e avrebbero cessato di esistere.

Il problema, o meglio il vero nodo centrale di tutta la vicenda, è che ostacolare e impedire la realizzazione del progetto politico di Moro non era interesse esclusivo delle BR.

In ballo c’era molto di più del quadro politico italiano. C’erano gli equilibri, le logiche e le stesse fondamenta della guerra fredda.

Appare quindi evidente come Moro fosse nel mirino di molti. E come sulla sua tragica parabola si siano trovati a convergere molteplici interessi, quelli americani e quelli sovietici su tutti.

Sia chiaro, non stiamo parlando di dietrologie, ipotesi, supposizioni, congetture o suggestioni, ma di questioni su cui le indagini, nel corso degli anni, hanno prodotto non indizi ma prove inconfutabili.

Sconcerta più di ogni altra cosa la rapidità e la facilità con cui i racconti dei brigatisti, nonostante paradossi e contraddizioni, siano diventati verità ufficiale, mentre tali prove non siano mai state davvero prese in considerazione.

Ma cosa intendiamo esattamente quando parliamo di interessi americani e interessi sovietici?

Ne parleremo diffusamente e approfonditamente in uno dei prossimi capitoli.

Per ora, riassumiamola per sommi capi.

1.La pista americana

Sono in molti a sostenere, non senza fondamento, che Moro abbia firmato la sua condanna a morte già nel 1963, esattamente quando il presidente americano John Fitzgerlad Kennedy, in visita ufficiale in Italia, espresse pieno sostegno e pieno appoggio alla politica di apertura del leader democristiano, che prevedeva l’ingresso nel governo del Partito Socialista, inaugurando il periodo del centrosinistra. Visto come si è conclusa la parabola di Kennedy, la tragedia di Moro assume proporzioni ancora più inquietanti. Ad ogni modo, dalla morte di Kennedy in poi, i rapporti tra Moro e gli USA furono costantemente tesissimi. In particolare Henry Kissinger, il segretario di stato durante le presidenze di Richard Nixon e Gerald Ford, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta scatenò un’autentica campagna internazionale volta a screditare l’operato e la linea politica di Aldo Moro. Nel 1974, poco dopo l’ammissione ufficiale di Ford circa il ruolo decisivo degli USA in Cile nel golpe militare di Pinochet, Kissinger rivolse a Moro, in visita ufficiale negli Stati Uniti in qualità di ministro degli esteri, precisi avvertimenti, molto simili ad autentiche minacce. Il segretario di stato americano, in sostanza, fece capire a Moro di non lamentarsi per quanto accaduto in Cile, ma anzi di ringraziare il lavoro costante degli USA per impedire, citiamo testualmente, “l’arrivo dei comunisti al potere in Italia o in altri paesi dell’occidente europeo”. È la moglie di Moro, Eleonora, a ricordare come il marito, di ritorno dagli USA, le abbia confidato di aver ricevto la seguente minaccia: “lei deve smettere di perseguire il suo disegno politico […] o lei smette di fare questa cosa o la pagherà cara”. È lo stesso periodo in cui la CIA, servendosi di elementi della destra eversiva e di Gladio (l’organizzazione paramilitare creata in Italia proprio in funzione anticomunista, e di cui parleremo diffusamente nei prossimi capitoli), organizzò attentati contro Mariano Rumor, presidente del consiglio di un governo di centrosinistra fortemente voluto da Moro. Ma la prova più evidente e accertata della campagna “anti Moro” della CIA e delle amministrazioni americane riguarda lo scandalo Lockheed, ovvero una tangente di oltre un milione di dollari che un misterioso governante italiano avrebbe incassato dalla società statunitense Lockheed in occasione della vendita di diciotto aerei militari all’Italia. Una vera e propria cospirazione transoceanica fece in modo che in “Antelope Cobler”, il nome in codice dell’incassatore della tangente, si individuasse il nome di Aldo Moro, risultato poi completamente estraneo ai fatti. Ed è molto più che singolare che la massima potenza della campagna denigratoria, orchestrata direttamente da Randolph Stone, stretto collaboratore di Kissinger, iscritto alla P2 e capo della stazione CIA a Roma, sia stata concentrata nei giorni immediatamente precedenti il sequestro.

2.La pista sovietica

Nel celebre “dossier Mitrokhin”, il memoriale dell’archivista del KGB sulle attività illegali dei servizi segreti sovietici in Italia pubblicato e reso noto nel 1998, compare il nome di Feodor Sergej Sokolov, indicato come agente dedito alle cosiddette “azioni speciali”, ovvero gli assassinii e i sequestri politici in tempo di pace. Costui, spacciandosi per uno studente di Storia del Risorgimento, entrò in Italia assieme ad altri quindici borsisti russi il 29 settembre del 1977, ovvero pochi mesi prima del sequestro Moro. Esattamente, appena pochi giorni dopo l’acquisto dell’appartamento di via Montalcini – acquistato appositamente per il sequestro – da parte delle Brigate Rosse. Iscritto all’Università La Sapienza, Sokolov condusse per mesi indagini su Aldo Moro, sulle sue abitudini e sui suoi spostamenti all’interno dell’ateneo romano. Un’attenzione così morbosa da essere notata dallo stesso Moro. Soprattutto da essere notata dal maresciallo Oreste Leonardi, capo della scorta dell’onorevole, che informò della cosa il generale dei carabinieri Arnaldo Ferrara, il quale liquidò la denuncia come “inutile allarmismo”. Dopo il rapimento di Moro e il massacro della scorta, il professor Franco Tritto, all’epoca assistente di Moro, lo stesso 16 marzo andò a raccontare al viminale, al braccio destro di Cossiga Nicola Lettieri, di quello strano studente che nei mesi precedenti aveva seguito il presidente come un’ombra, facendo continuamente e insistentemente domande. Quella di Tritto era una denuncia che arrivava non in tempi non sospetti, ma nel pieno dramma di un sequestro appena avvenuto. Poteva essere una pista fondamentale, ma nessuno volle seguirla né minimamente approfondirla. Ma la cosa in assoluto più inquietante è che il SISMI, ovvero il Servizio Segreto Militare, sapeva esattamente chi fosse Sokolov e per conto di chi si trovasse in Italia, sin da giorno del suo arrivo. Così mentre Sokolov sorvegliava Moro, era a sua volta sorvegliato dal SISMI. Non solo: della sua presenza in Italia e delle sue attenzioni particolari nei confronti di Moro il SISMI aveva dato precise informazioni al ministro degli interni Cossiga in ben cinque informative, di cui due a sequestro già in corso. Perché, sia prima che durante e dopo il sequestro è stata fatta completamente cadere nel nulla? Anche solo le date avrebbero dovuto imporre quanto meno un’attenzione maggiore: Sokolov non solo arriva in coincidenza con l’inizio della fase più calda della “operazione Fritz”, ma lascia Roma per ritornare a Mosca il 23 marzo del 1978, giusto una settimana dopo il sequestro. Si tratta dell’ennesima coincidenza?

Quel che è certo è che molte, troppe realtà si muovevano in quei giorni, sotto il cielo di Roma, attorno ad Aldo Moro, talmente tante che risulta oggettivamente difficile, se non proprio impossibile, credere che i servizi di inelligence non sapessero e non fossero in grado di attuare le misure necessarie per garantire maggiore sicurezza al politico nel mirino.

Così come è certo che via Fani, quel 16 marzo, era particolarmente affollata. E che durante la strage della scorta e il rapimento di Moro, in quella maledetta strada dove si è interrotta la democrazia italiana, non c’erano soltanto le Brigate Rosse.

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