55 giorni – 40 anni. Aldo Moro, una morte annunciata. 1/ Una premessa

“L’Italia è un paese senza memoria e senza verità e io per questo cerco di non dimenticare”
(Leonardo Sciascia)

1/ Una premessa

Per cancellare la verità non occorre impegnarsi troppo nella fabbricazione di bugie minimamente credibili. Basta addomesticare l’indignazione e lo sconcerto limitandosi a far passare il tempo, a ingiallire l’evidenza, a confondere l’ovvio con il chissà, a far morire chi ha visto e chi sapeva, a far scivolare la rabbia nell’esasperazione e quindi nella noia, nel disinteresse.
Basta cancellare la memoria.
Il che è esattamente quello che succede da sempre in Italia, con un copione sempre uguale e, a suo modo, perfetto.
Per questo le parole di Sciascia sopra citate, rilasciate in un’intervista subito dopo la morte di Aldo Moro, sintetizzano alla perfezione il destino del nostro paese.
Il destino di un paese dove la verità viene continuamente negata, offesa e calpestata dalla mancanza di memoria.

La tragica vicenda di Aldo Moro di tutto questo ne è l’emblema più assurdo e sconvolgente. Non un mistero, ma la somma e la sintesi di tutti i misteri d’Italia. Come se il lato oscuro della Storia (esse maiuscola d’obbligo) avesse riversato, in quei cinquantacinque giorni infernali che dall’agguato di via Fani portano al drammatico epilogo di via Caetani, tutti i suoi aspetti più mostruosi: i servizi segreti deviati, le logge massoniche, le torbide alleanze internazionali, il volto criminale del potere politico, il terrorismo, le organizzazioni mafiose.

Per questo, per provare a recuperare almeno qualche brandello di memoria sbranato dal tempo, non basta limitarsi ai fatti. Occorre guardarli attraverso la lente d’ingrandimento di logiche e scenari che partono da molto lontano.
Da un mondo diviso in due blocchi contrapposti, una gigantesca scacchiera contesa casella per casella da due superpotenze attraverso un sistema di guerre parallele sostenute e finanziate, colpi di stato militari favoriti e appoggiati, insurrezioni popolari soffocate, azioni di spionaggio intricatissime, efferatezza, ferocia, doppi e tripli giochi, legami pericolosi con i più spietati criminali del pianeta, devianze, corruzioni, stanze segrete.
Da un’Italia che di quella scacchiera, dall’alba del dopoguerra, è una delle caselle centrali e più sorvegliate. Da un lato la Democrazia Cristiana, il partito di maggioranza a garantire custodia e tutela dei segreti e delle manovre del blocco occidentale. Dall’altro il Partito Comunista, la più grande forza filosovietica presente in occidente, sistematicamente estromesso dal governo proprio in nome degli equilibri internazionali.

Aldo Moro, uno dei più illustri e importanti esponenti della Democrazia Cristiana, più volte ministro e più volte presidente del consiglio, tra i più illuminati protagonisti del boom economico, cercò, attraverso quel progetto chiamato “compromesso storico”, di far saltare quegli equilibri.
Pensava che portare il Partito Comunista nell’area di governo fosse l’unico modo di pacificare un paese attraversato da una tensione sociale continua e altissima, fiaccato da inflazione e disoccupazione, paralizzato dalla crisi, atterrito dalla violenza terroristica,
Finì per essere di colpo l’uomo più inviso tanto ai sovietici quanto agli americani. E a buona parte della politica italiana, a partire dal suo stesso partito.

Il compromesso storico non rischiava soltanto di sconvolgere lo scenario politico internazionale. Ma anche, e soprattutto, di portare alla luce le mille zone d’ombra che ne avevano assicurato la sopravvivenza decennale, le torbide connivenze, i segreti inconfessabili, i misteri, le omissioni, gli insabbiamenti.

Per questo nella vicenda di Aldo Moro convogliarono gli interessi più disparati e si intrecciarono, come in un gigantesco crocevia, tutti i mostri partoriti dalla storia repubblicana.
Per questo la strada della democrazia italiana, tra via Fani e via Caetani, si è ripiegata su sé stessa interrompendosi. E non potrà dirsi compiuta fino a quando non verranno illuminati i moltissimi angoli bui di questa storia angosciante e dolorosa.

A tutt’oggi è chiaro e definito, oltre ogni ragionevole dubbio, il ruolo diretto delle Brigate Rosse.
Il loro progetto tanto rivoluzionario quanto sanguinario è stato indagato, sviscerato, processato e raccontato dagli stessi brigatisti che, tra pentimenti, dissociazioni e dichiarazioni di resa, hanno fornito la loro versione dei fatti.
Per niente chiari sono invece la presenza, l’intervento e soprattutto la responsabilità di chi le Brigate Rosse doveva combatterle e o non lo ha fatto o addirittura ne ha favorito l’azione, facendosene scudo per i propri particolari interessi.
E per niente chiari sono i continui zampini dei servizi segreti stranieri: la Cia, il Kgb, la Stasi.
E per niente chiare sono le continue ingerenze delle organizzazioni criminali: Pippo Calò e la mafia, Raffaele Cutolo e la camorra, la banda della Magliana.

Col risultato che tutta questa storia è un insieme di buchi neri abissali, una sequela vertiginosa di domande gigantesche ancora senza risposta.
Perché se la “Prigione del Popolo” di via Montalcini (dove fu rinchiuso l’onorevole Moro per cinquantacinque giorni) era introvabile, un intero contingente di militari scelti e selezionatissimi stazionava in quello stabile pronto a intervenire e poi, il giorno prima dell’esecuzione, ricevette l’ordine di smobilitare?
Perché il comitato di crisi istituito da Cossiga alla Farnesina usò un agente della P2 come consulente?
Perché nonostante l’individuazione della tipografia dove le BR stampavano i volantini, non fu mai dato ordine di perquisizione?
Chi c’era in via Fani oltre alle Brigate Rosse durante l’agguanto? Perché il conto dei componenti del commando di fuoco e del numero dei proiettili sparati non torna?
Perché gli esperti del comitato di crisi, durante il sequestro, andavano continuamente negli USA?
Chi ordinò la stesura e la diffusione del falso “comunicato numero 7”, che si scoprì poi essere stampato dal falsario della banda della Magliana, in cui si annunciava la morte di Moro e la presenza del suo cadavere nel lago della Duchessa?
Perché fu ignorata la denuncia di un assistente universitario di Moro che segnalava, nei mesi antecedenti il sequestro, un sospetto studente russo che poi si scoprì essere agente del Kgb?
Perché durante il sequestro era presente in Italia una sorta di quinta colonna della Stasi?

Vorrei tanto, in questa inchiesta che mi appresto a pubblicare a puntate su questo blog, rispondere a tutte queste domande e raccontarvi la verità.
Ma la verità, si diceva all’inizio, è stata sepolta dall’assenza di memoria.
Perciò vi racconterò i dubbi.
Le uniche bussole possibili nel labirinto inquietante del mistero.

(continua)

#55giorni40anni
#storieRiccardoLestini

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