Una nuova legge sulla prostituzione: favorevoli o contrari?

Esattamente sessant’anni fa, 20 febbraio 1958, entrava in vigore la famosa “legge Merlin”, quella normativa che sanciva la chiusura delle cosiddette “case di tolleranza” e che, contemporaneamente, riconosceva lo sfruttamento e l’induzione alla prostituzione come reati penali.
Oggi, a sessant’anni di distanza, la questione è tutt’altro che chiusa e risolta.
Al contrario si ripropone, ciclicamente e sempre attuale, il dibattito sulla possibilità di riaprire le case di tolleranza e di regolamentare l’esercizio della prostituzione.
Un dibattito che, oltre a essere – dal punto di vista politico – assolutamente trasversale, divide come pochi altri.

Certo le leggi non sono eterne. A differenza dei principi costituzionali, sono scritte in modo da poter essere continuamente ridiscusse, stralciate o attualizzate per il mutare delle condizioni storiche e sociali che le hanno determinate.
Nonostante questo, pur se “vecchia” di sessant’anni, personalmente continuo a ritenere la legge voluta da Lina Merlin (che, ogni tanto è bene ricordarlo, oltre che titolare di questa legge fu protagonista assoluta dell’alba della nostra democrazia, prima donna della storia italiana a sedere in senato, madre costituente e ispiratrice del meraviglioso articolo 3 della nostra costituzione, quello che prevede che i cittadini siano tutti uguali “senza distinzione di sesso”) una delle più importanti conquiste di civiltà nella storia del nostro paese.
E, per quanto mi sia più volte interrogato e più volte abbia riflettuto in materia, non riesco a trovare nemmeno un motivo valido per abrogarla e superarla.

Quella legge ebbe prima di tutto il merito incalcolabile di trasformare in reato una pratica che, fino ad allora, era ritenuta non tanto giusta, quanto assolutamente normale: lo sfruttamento della donna e del corpo femminile.
Vero è che la normativa non ha ridotto né il mercato del sesso, né, tanto meno, lo sfruttamento. Ma la colpa non è certo della legge in sé.
Anzitutto, a differenza di quanto in molti si ostinano a pensare, le donne che lavoravano nei bordelli erano tutt’altro che libere e non esercitavano affatto per libera scelta. Quasi sempre indotte e costrette a intraprendere quella strada e sempre controllate, sfruttate e derubate da turpi e feroci protettori. Quindi la condizione di sostanziale sfruttamento (quando non direttamente di schiavitù) non nasce né si ingigantisce nel momento in cui la compravendita del corpo delle donne si sposta dalle case alle strade. Resta immutato, con la differenza (fondamentale) che non ha più la benedizione e il beneplacito dello stato.
Ma soprattutto, affinché la legge cambiasse veramente le cose era necessario, come ricordava la stessa Merlin, che la società andasse oltre la norma. Ovvero che mutasse quella cultura (profondamente e radicalmente maschilista) secondo cui è assolutamente normale e lecito che il corpo di una donna possa essere venduto e acquistato.
Una cultura che, evidentemente, non è cambiata affatto.

Chi oggi vorrebbe abrogare la legge Merlin, porta a sostegno della propria idea numerosi argomenti.
Si dice, ad esempio e soprattutto, che tornare a una prostituzione “legalizzata” e regolamentata, sul modello dei quartieri a luci rosse (come in Olanda e in Repubblica Ceca) o dei particolari “centri benessere” (come in Germania e in Austria), eliminerebbe le schiave della strada, sottrarrebbe alla criminalità organizzata un introito fondamentale, porterebbe a un maggior controllo sanitario e, non da ultimo, gioverebbe alle casse dello stato.
Nessuno di questi argomenti riesce a convincermi.
Prima di tutto, e non lo dico io ma la realtà dei fatti, laddove esiste una prostituzione, chiamiamola così, “legale”, la prostituzione clandestina e di strada non è affatto scomparsa, anzi. Nemmeno in Olanda, dove la realtà del “red light district” esiste ormai da decenni. Inoltre, e sono sempre i dati reali a dirlo, le ragazze che lavorano nelle vetrine di Amsterdam e di Praga, o nei “centri benessere” di Monaco o Berlino, sono tutt’altro che libere. Allo stesso modo delle loro colleghe dei bordelli italiani di sessant’anni fa, la quasi totalità di esse è soggiogata al volere di un protettore che non solo la sfrutta sottraendole quasi tutti i guadagni, ma la tiene incatenata a quella vita a suon di ricatti e violenze. Per di più, l’esistenza di quartieri appositamente pensati e destinati alla compravendita del sesso, non solo non risolve il problema della criminalità organizzata, ma addirittura lo amplifica: essendo quasi tutti i protettori personaggi legati a doppio filo con le organizzazioni criminali, quei quartieri diventano il terreno ideale per attività e traffici criminali di ogni sorta.
Anche la storia della maggiore sicurezza in termini sanitari è un falso mito. Ovviamente le prostitute delle “case” sarebbero sottoposte a periodici controlli medici, ma a essere controllate sarebbero soltanto le ragazze, non i clienti. Una tutela quindi esclusivamente per gli uomini, che avrebbero più o meno la garanzia di consumare rapporti con donne in piena salute. Mentre loro, le donne, non solo continuerebbero a essere sfruttate, ma continuerebbero a correre il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili da clienti assolutamente incontrollabili.
Infine, è assolutamente fuor di dubbio che le casse dello stato da una simile operazione ne trarrebbero beneficio. Ma quale civiltà, quale umanità c’è nell’incrementare il proprio Pil grazie alla messa in vendita e allo sfruttamento di esseri umani?

Questo il mio pensiero.
Ma visto che il dibattito in materia è molto più che aperto, voi come la pensate?

#resistenzeRiccardoLestini

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *