Tutti contro tutti

La questione non è se il centrodestra vincerà o meno le elezioni, ma se riuscirà a governare oppure no. Dato per scontato (salvo sorprese che a questo punto sarebbero qualcosa di ben più che clamoroso) come la coalizione che aggrega Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia sia in netto vantaggio su tutte le altre forze politiche, resta da capire se tale vantaggio si tradurrà nel numero necessario di seggi per formare una maggioranza in entrambe le camere.
Impossibile azzardare una previsione, visto che l’unica cosa certa è che il tutto si giocherà letteralmente sul filo di lana.
Ma, prestandoci per l’ennesima volta al giochino degli scenari possibili, non è così assurdo chiedersi se il centrodestra riuscirà a governare anche qualora raggiungesse i numeri occorrenti.
A far scattare la domanda non è né maligneria né tifo politico, ma la situazione oggettiva prodotta dal meccanismo della legge elettorale.
Ovvero: noi continuiamo a chiamarle (tanto quella di centrodestra quanto le altre) “coalizioni” per pura comodità, ma nei fatti non lo sono. Non c’è, come ai tempi del Polo delle Libertà o dell’Ulivo, un vero programma comune e una comune campagna elettorale. C’è un intesa di massima e nulla di più. In sostanza – in questo caso nel centrodestra, ma il discorso è replicabile anche per altri raggruppamenti – ci sono tre programmi diversi e tre differenti campagne elettorali.
Una diversità non solo evidente, ma continuamente ribadita e rimarcata dai tre leaders in questione.
Giorgia Meloni, in ogni apparizione pubblica, in ogni intervista, ripete continuamente e più volte come il suo partito sia “altra cosa” rispetto agli altri due. E come (in un’intervista rilasciata ieri a “la Nazione”) non si fidi di nessuno, ma solo di sé stessa. Lo stesso fa Salvini e lo stesso, pur se in toni minori, fa Berlusconi.
Per non parlare di schermaglie e dissapori continui, dalla mancata partecipazione di Salvini e Berlusconi alla manifestazione di Fratelli d’Italia agli infiniti battibecchi a distanza tra il leader della Lega e il Cavaliere sul profilo e l’identità di un ipotetico futuro Presidente del Consiglio.
E pure mettendo da parte rinfacci e dissidi, occorre chiedersi dove e come, il 5 marzo, qualora lo schieramento risultasse davvero vincitore in maniera netta e inequivocabile, sarà possibile trovare una sintesi tra il liberismo e il liberalismo del programma di Forza Italia e lo statalismo protezionista del programma di Giorgia Meloni, tra la flat tax alle percentuali indicate da Brunetta e continuamente contraddette da Salvini, tra la cancellazione della legge Fornero (indicata dalla Lega come punto centrale del proprio programma) e l’impossibilità di cancellarla rimarcata da tutto lo stato maggiore di Forza Italia. Come Berlusconi intenda realizzare quella “rivoluzione liberale” che, a detta sua, vuole fare da vent’anni ma è sempre stato ostacolato dai suoi stessi alleati, se oggi gli alleati sembrano essere i suoi più accaniti oppositori.
Una coalizione soltanto apparente. In realtà un feroce e per nulla nascosto tutti contro tutti. Che, sinceramente, rende la questione della governabilità molto complessa anche nel caso in cui i numeri indichino chiaramente una maggioranza.
E prima o poi, magari a bocce ferme, dopo le elezioni, una riflessione abbastanza seria e abbastanza approfondita su questa legge elettorale occorrerà farla.
Per contrastare e seppellire una legge elettorale (il famoso “Italicum”) che di certo garantiva governabilità e stabilità ma che metteva in serio pericolo il principio democratico della rappresentanza, si sono levati scudi e barricate da destra a sinistra, in uno schieramento così trasversale ed eterogeneo che nemmeno nelle più atroci emergenze nazionali si è riuscito a vedere. Ma stranamente nessuno ha avuto niente da ridire contro il Rosatellum, la legge con cui voteremo tra una settimana, una legge che non garantisce né governabilità, né stabilità, né rappresentanza.
Perché?
Come ho più volte scritto all’epoca del referendum, torno a chiedere: sicuri che quella levata di scudi fosse davvero in nome del principio di rappresentanza e non un pretesto come un altro per mettere Renzi all’angolo e costringerlo alle dimissioni?

#specialeElezioni2018
#resistenzeRiccardoLestini

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