Le recensioni del venerdì: “Fabrizio De André: principe libero”

Oggi per “Le recensioni del venerdì” parliamo della fiction Rai in due puntate FABRIZIO DE ANDRÉ- PRINCIPE LIBERO. Come sempre voto generale espresso in asterischi (da 1 a 5) e voti ai singoli aspetti in cifre (da 1 a 10).
Buona lettura.

FABRIZIO DE ANDRÉ- PRINCIPE LIBERO **
Attesissimo biopic sul grande cantautore genovese: tanto romanzo familiare e poca poesia per un prodotto utile ad avvicinare a De André chi non lo conosce, ma che non riesce quasi mai a convincere.

Sceneggiatura- sia per la sceneggiatura, sia per tutto il resto, occorre fare una premessa indispensabile. Ovvero che questa fiction nasce dalla Rai per la Rai, specificatamente per il primo canale e per il pubblico della prima serata. Quello è il target, sia per lo stile sia per i contenuti, e da lì non ci muove. Detto più chiaramente: scelte, tono e contenuti non sono molto diversi da una qualsiasi puntata del commissario Montalbano. Non poteva essere altrimenti e chi si aspettava di più o qualcosa di semplicemente diverso (più problematicità, più approfondimento e più marchio d’autore), ha sbagliato in partenza. Detto questo, e in virtù di questo, la sceneggiatura elimina ogni sfumatura, ogni complessità, ogni contraddizione tanto dell’uomo quanto del suo tempo (e parliamo di De André, un artista che in quanto a complessità e ad asprezze non era secondo a nessuno), a favore di un ritratto lineare e semplice, quasi pacificante, dove tutto torna e niente è problematico. La narrazione è molto fedele ai fatti, alle sequenze della vita del cantautore che passa in rassegna in maniera quasi filologica. Il problema è che tutto si riduce a romanzo familiare, a un lungo feuilleton di dissidi tra padri, figli, fratelli e mogli dove tutto, in pieno stile fiction Rai, deve per forza tendere a un lieto fine rassicurante.
Manca l’artista, il suo lavoro, il suo mondo più scomodo e autentico, le sue scelte stupefacenti e contraddittorie, mancano le sue parole più estreme. E manca l’anarchia.
Manca troppo, e per quanto il lavoro di scrittura sia stato pulito e discreto, vista la materia, non può bastare.
Voto: 5

Recitazione – le polemiche sul romanesco di Marinelli sono state abbastanza pretestuose. Impossibile rifare la voce di Faber (che tra l’altro, più che genovese, era un misto di piemontese e ligure), qualunque tentativo di imitarla sarebbe suonato grottesco. Andava interpretato, che è quello che ha provato a fare Marinelli. Riuscendoci solo a metà: bene in certe sequenze mute (unici momenti poetici in un piattume generale), benissimo nel cantato (oserei dire sorprendente), molto poco bene in un eccesso di registro patetico (più che un anarchico e un esistenzialista in certi passaggi sembra un emo), di certo dettato dal clima da saga familiare di tutta la fiction, ma che riferito a De André stride paurosamente.
Scolastici – e in alcuni casi puramente macchiettistici – gli altri interpreti.
Voto: 5,5

Regia – piatta, monotona, qualche guizzo sporadico ma sostanzialmente poca, pochissima anima. Rinuncia a qualsiasi interpretazione a favore di una neutralità che diventa ben presto misera e spenta.
Voto: 5

Fotografia – già la sceneggiatura è priva di vere contestualizzazioni, la fotografia dà il colpo di grazia “smarmellando” a più non posso, senza restituirci Genova, i carrugi, il Supramonte, il porto, gli anni 60 e 70. Un’unica epoca indefinita senza forma né colore. L’aspetto peggiore di questa fiction.
Voto: 4

Produzione – il merito della produzione è quello di aver creato un prodotto capace di avvicinare senza timori schiere di profani e neofiti all’universo immenso di De André. Per questo, applausi. Ma guardando questa fiction, tu che neofita e profano non sei per niente, non puoi non chiederti: dov’è Genova? Dove il porto? Dove la Sardegna? Dove gli ultimi? Dove la direzione ostinata e contraria? Dove la poesia? Dove l’anarchia?
In sostanza: dov’è Faber? Perché più guardo quest’opera e meno lo sento?
Voto: 5,5

#recensioniRiccardoLestini

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