Dopo Sanremo: il monologo di Favino

Dopo Sanremo, per una volta, restano molte belle cose.
Soprattutto resta il brevissimo (poco meno di cinque minuti) e straordinario monologo interpretato da Pierfrancesco Favino. Un momento mostruoso e indimenticabile di bravura e intensità come, purtroppo, in televisione non siamo più abituati a vedere.

Il brano è tratto da “La notte poco prima della foresta”, un potente, disperato e meraviglioso atto unico del grande drammaturgo francese Bernard-Marie Koltès, quel “desperado gioioso” (così lo definì il regista Chéreau) dalla vita intensa e brevissima, stroncata a soli 41 anni, nel 1989, dall’aids.
Un testo a cui sono molto affezionato e che conosco molto bene: qualche anno fa ho avuto l’onore di presentarne la prima fiorentina al teatro Puccini, con Claudio Santamaria.

Appena sessantatré pagine, il testo di Koltès, un’unica voce narrante, un unico monologo, un unico flusso di coscienza senza pause né punti, una sola frase senza tirare il fiato tra grida e sussurri.
È notte, buio pesto in una città che è ogni luogo del mondo, appena prima che la vita, o forse il mondo intero, finisca. Il protagonista senza nome, tutti e nessuno al tempo stesso, uno Straniero del mondo e ormai anche Straniero per sé stesso, incontra e ferma un ragazzo giovanissimo, unica presenza umana in quello scroscio che sembra risucchiare l’universo, ultima frontiera di dolcezza e umanità in un mondo che si sta dissolvendo nei suoi orrori, nelle sue guerre, nel suo odio e nella sua sporcizia morale. E a questo ragazzo, lo Straniero racconta. Ogni cosa, dallo squallore senza speranza del mondo odierno al lavoro alienante, da un senso di umanità che non esiste più alla ferocia delle città, da una ragazza amata una notte lungo un fiume all’odio per gli specchi.
E poi, d’improvviso, senza finali né perché, se ne va inabissandosi nella pioggia e smarrendosi nella fine del mondo, in quella strana e terribile apocalisse postmoderna.
Il breve estratto proposto da Favino è il passo centrale di tutta l’opera, uno dei momenti più drammatici, alti e decisivi. La voce narrante racconta al suo uditore per caso cosa significhi essere e sentirsi straniero, la disperata ricerca di un posto dove finalmente sentirsi a casa e l’impossibilità di trovarlo, l’emarginazione, il sentirsi non voluto, scacciato e allontanato dagli altri, in un misto di rabbia e rassegnazione, disagio e malinconia, vuoto e paura.
Un passo di pura poesia in cui lo Straniero è simbolo di un mondo non più capace di comunicare, che alza muri, spaventato da tutto ciò che è altro da sé. E lo Straniero è al tempo stesso colui che viene da lontano, il diverso, chiunque voglia essere individuo e non massa.
Un brano splendido da leggere e rileggere, ascoltare e riascoltare. E non smettere mai di rifletterci su.
A Favino, il merito e il coraggio di aver portato tanta complessità e tanta bellezza su un palco “impossibile” come quello sanremese.

Oltre questo, oltre la bellezza e la poesia del monologo, oltre la bravura pazzesca dell’attore, oltre la giusta e meritata tempesta di applausi, lacrime e consensi, come sempre la stupidità.
La stupidità di chi, soprattutto “addetti ai lavori” evidentemente devastati di sbocchi di bile e di invidia, anziché ringraziare Favino per aver aperto una porta (che si dava ormai chiusa per sempre) al grande teatro sui palcoscenici televisivi, per aver tirato fuori il grande teatro dalle nicchie elitarie in cui stava ammuffendo e averlo proposto a un pubblico vastissimo, lo ha attaccato e criticato ferocemente, rinfacciandogli di essersi venduto e sporcato le mani facendo Sanremo.
E soprattutto la stupidità di chi ha voluto a tutti i costi ridurre tutta questa grandezza al più basso e truce tritume da campagna elettorale, al più bieco razzismo accusando Favino di essersi esibito in un furbo e interessato spot pro migranti e pro immigrazione.

Una stupidità che però, paradossalmente, conferma quanto sia stata importante portare un monologo simile in diretta davanti a milioni di persone.
Se l’arte, quella vera, quella alta come l’interpretazione di Favino e il testo di Koltès, è anche “resistenza”, non lo è certo in virtù di spot politici a favore di questo e quell’altro partito o contro questo o quell’altro schieramento.
È resistenza contro la stupidità.
La stupidità di chi cerca ogni istante di cancellare la bellezza del mondo.
Come diceva Ferlinghetti, è per questo che esiste l’arte: “perché ci sono uomini che vogliono mettere i fiori in prigione”.
Non permettiamolo.

#resistenzeRiccardoLestini

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