Le recensioni del venerdì (Gomorra 3/ Il padre d’Italia/ Sogni di sangue)

Benvenuti ne LE RECENSIONI DEL VENERDI.
Ogni settimana, in ordine sparso e casuale, si parla di Film, Libri, Dischi, Serie Tv…
Ogni opera recensita è valutata con il LESTOMETRO, ovvero in asterischi, da 1 a 5 (*Pessimo; **Mediocre; ***Discreto; ****Ottimo; *****Eccezionale), che si ottengono dalla media dei voti dati a ogni singolo aspetto (ad esempio per i film e le serie tv Sceneggiatura, Recitazione, Regia… per i romanzi Trama, Stile, Dialoghi… ).
Questa settimana parliamo della serie tv GOMORRA 3, del film IL PADRE D’ITALIA e del libro SOGNI DI SANGUE

Serie TV – GOMORRA 3 ****
(da un’idea di Roberto Saviano, con Marco D’Amore e Salvatore Esposito, produzione Sky, 2017)
Raro esempio di fiction italiana di alto livello, nella terza stagione – dove Gennaro Savastano e Ciro Di Marzio tornano alleati e lanciano l’assalto ai boss del centro di Napoli – non delude le aspettative e conferma la qualità delle prime due: ben recitata, ben girata e, soprattutto, ben prodotta.
Tesa, avvincente, a tratti estrema. E, purtroppo, realistica e credibilissima. Un gioiello nel deserto.

Sceneggiatura: rispetto alle prime due stagioni, un po’ meno compatta e un po’ meno equilibrata, con qualche sfilacciamento tra i primi quattro episodi e gli altri otto, qualche forzatura e alcune scivolate nel terreno del melò che stridono con l’impianto generale della storia. Nonostante questo, scritta davvero bene, avvince e convince, inserisce nuovi personaggi molto riusciti e approfondisce ed evolve in modo non banale i vecchi, riuscendo a tenere lo spettatore sempre sul filo del rasoio, moltiplicando i colpi di scena (e i colpi al cuore) e spiazzando completamente con un finale molto più che a sorpresa. Considerando che la stragrande maggioranza delle serie affonda proprio alla terza stagione per mancanza di idee e sceneggiature inadeguate, un capolavoro.
Voto: 7,5

Recitazione: i nuovi arrivati non hanno la potenza malefica e travolgente di Fortunato Cerlino (don Pietro Savastano), ma la recitazione della fiction resta comunque di ottimo livello. A parte qualche passaggio eccessivamente melodrammatico (vedi sopra: colpa degli attori o della sceneggiatura?), gli attori, tanto i protagonisti quanto i comprimari, sono tutti credibili, convincenti e completamente calati nel ruolo. Per una fiction italiana, una rarità assoluta.
Voto: 8

Fotografia: alla luce disperante delle periferie delle prime due stagioni si aggiunge, sovrapponendosi e confondendosi, quella barocca e piena del centro. Luce splendida, mai banale, silenziosa eppure presentissima.
Voto: 9

Regia: molta macchina a mano, ritmo sincopato senza cedere alla tentazione (purtroppo tragicamente di moda di questi tempi) di scivolare nel videoclip. Regia davvero eccellente con delle punte – negli episodi diretti dalla Comencini – di autentica poesia, dove lo stile ieratico, quasi religioso, ricorda il neorealismo più sublime di Rossellini e De Sica.
Voto: 9

Produzione: splendidamente sorda al crescente successo di pubblico della serie, rinuncia al delitto di snaturarla e ne conserva (e in certi casi potenzia) il carattere sperimentale ed estremo della prima stagione, confezionando un prodotto eccellente, artisticamente e tecnicamente ottimo, emozionante e per niente furbo. Chapeau.
Voto: 9,5

Film – IL PADRE D’ITALIA ****
(regia di Fabio Mollo, con Luca Marinelli e Isabella Ragonese, 2017)
Interpreti straordinari per un road movie intenso e commovente sulla ricerca di sé e del proprio posto nel mondo. Un film di formazione che inizia appassionando e finisce lasciando a bocca aperta (e con le lacrime).

Sceneggiatura: scritta “in punta di penna”, leggera e probabilmente mai veramente definitiva (sembra quasi essere scritta contemporaneamente alle riprese, come appunti che prendono via via forma), traccia le linee generali per poi mettersi al servizio del viaggio che racconta e, soprattutto, dei due interpreti giganteschi.
Voto: 7,5

Recitazione: Isabella Ragonese e Luca Marinelli semplicemente straordinari, una lezione di stile che andrebbe portata come esempio nelle scuole di recitazione. Mai patetici nonostante il dramma che raccontano, mai sopra le righe nei passaggi più leggeri: intensi, profondi, potentissimi. Prendono per mano un buon film e lo trasformano in qualcosa di grande.
Voto: 10

Fotografia: asseconda la storia raccontando il mutare dei paesaggi da nord a sud, senza palesarsi in maniera pesante e senza sottolineare gli stati d’animo dei personaggi. Nessun guizzo particolare, ma comunque una buona luce che convince.
Voto: 7

Regia: al secondo lungometraggio di fiction, Fabio Mollo conferma tutto il suo talento. Sceglie due mostri per protagonisti e gli incolla addosso la macchina da presa, raccontandoli con delicata poesia, lasciandogli libertà di muoversi e inventare in lunghi piani sequenza a spalla. Il cinema d’autore è vivo e lotta insieme a noi.
Voto: 8

Produzione: la Bianca Film di Donatella Botti si conferma una garanzia nella realizzazione di film di qualità. Peccato che Rai Cinema, cui è affidata la distribuzione, inspiegabilmente riesca a rovinare tutto, non riuscendo a valorizzare un ottimo film e, nonostante i numerosi riconoscimenti ottenuti, tenendolo nelle sale poche settimane e dandolo subito in pasto al tritacarne dei palinsenti televisivi.
Voto: 6,5

Libri – SOGNI DI SANGUE ***
(di Tiziano Sclavi, edizioni Camunia, 1992)
Un misterioso serial killer nella Pavia universitaria degli anni ’80; un immigrato dal passato oscuro ricattato per testimoniare a un processo; un delitto tragicamente normale svela una terribile realtà familiare; un normalissimo impiegato comincia a percepire strane presenze attorno a sé. Raccolta di quattro romanzi brevi del creatore di Dylan Dog, quattro horror esistenzialisti inquietanti e allucinati dimenticati troppo presto.

Trama: la maestria, è proprio il caso di dirlo, “mostruosa” di Sclavi nell’impastare trame e situazioni esplode qui in tutta la sua forza visionaria, glaciale e spietatamente ironica. Le storie, rapide e taglienti, moltiplicano i piani di lettura offrendo infinite interpretazioni e riuscendo ad andare oltre le convenzioni di genere facendosi metafora del vuoto e della solitudine contemporanea.
Una nota: spesso accusato di eccesso di citazionismo, Sclavi in questo caso, precisamente nell’ultimo dei quattro romanzi, “Quante volte tornerai”, anticipa di oltre dieci anni alcune trovate del celebre film “The Truman Show”. Leggere per credere.
Voto: 9

Stile: soprattutto nei primi due romanzi della raccolta, “Un sogno di sangue” e “Il testimone arcano”, lo stile è talmente cinematografico da risultare più una bozza di sceneggiatura che un vero e proprio romanzo. E, se la trama riesce a tenere sempre incollati alle pagine, la scrittura è spesso talmente veloce da risultare quasi superficiale. Soprattutto, senza il supporto delle immagini come negli episodi di Dylan Dog, si perdono per strada molti dettagli importanti. Tipico limite dello Sclavi degli esordi (e soprattutto dello Sclavi alle prese con la produzione mensile dei fumetti), si avverte meno nel terzo romanzo fino a sparire del tutto nel quarto, dove lo stile si fa finalmente corposo e compiuto.
Voto: 6

Dialoghi: vedi sopra. Per circa tre quarti del libro, con descrizioni e stasi narrative ridotte al minimo, i dialoghi sono la vera anima delle storie. Contribuiscono a farle schizzare via alla velocità della luce e a farsi leggere in un pomeriggio e, manco a dirlo, sono ottimi, ma in alcuni passaggi danneggiano l’approfondimento che un romanzo pretenderebbe.
Voto: 7

Personaggi: come con le trame, Sclavi ha la capacità di creare continuamente personaggi indimenticabili. Un autentico capolavoro Ravasciò, protagonista di “Quante volte tornerai”. Convincono, e parecchio, anche i protagonisti di “Un delitto normale” e, soprattutto, de “Il testimone arcano”, a metà strada tra Kafka e Melville. In particolare, ne “Il testimone arcano”, meravigliosi i molti personaggi che entrano ed escono nella vita del protagonista, che spesso si imprimono nella memoria anche vivendo lo spazio di una sola sequenza. Il potenziale del professore protagonista del romanzo che apre la raccolta invece, si perde e si annacqua nell’eccesso di velocità della narrazione (vedi sopra). Così come il commissario Straniero (che compare in due dei quattro romanzi) resta uno spunto: poteva diventare qualcosa di grandioso, ma manca completamente di sviluppo e approfondimento.
Voto: 6,5

Edizione: la bellissima copertina di Angelo Stano non riesce a salvare il solito brutto formato delle edizioni Camunia (il cui marchio dopo la fusione con la Giunti oggi non esiste più). Soprattutto, è fin troppo evidente che il libro sia stato mandato in stampa in fretta e furia per capitalizzare al massimo il successo di Dylan Dog, che a quei tempi (correva l’anno 1992) stava vivendo il suo momento di massimo splendore. Le quattro storie sono state strappate a forza dal cassetto di Sclavi e trasformate in libro senza uno straccio di editing e di editor degni di questo nome. E, a questi livelli, è davvero inammissibile.
Voto: 4

#recensioniRiccardoLestini

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *