Anouk – “Nobody’s Wife”

Era l’estate del 1998, tempi folli e meravigliosamente sconclusionati di eterna università, occupazioni e libri e viaggi e vita sempre a mille. Forse anche di più.
Era l’estate del 1998 quando, in mezzo a quel marasma colorato di caos non organizzato e sublime, i miei occhi affamati incrociarono quelli di una ragazza andalusa in cappello, vestitino bianco e anfibi neri che, procedendo sotto un sole cocente e bruciante nel centro di Firenze, cuffie nelle orecchie, cantava a squarciagola un pezzo rabbioso, grondante liberazione e femminismo rabbioso e sanguigno. E le gambe, gli occhi, la schiena della ragazza andalusa erano una poesia, il suo stesso camminare era una poesia, come poesia erano i nostri vent’anni e quegli anni lì.
E quella canzone cantata con voce graffiata era “Nobody’s wife” di Anouk.
Ai vent’anni.
Alla rabbia.
All’amore.

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