Se il clown assassino perde la sua storia

Pennywhise, ovvero lo spietato clown assassino di bambini, è una delle creature in assoluto più terrificanti e spaventose mai concepite nella storia. Dell’horror e non.
So che molti letterati puristi, snob e sprezzanti per principio nei confronti della letteratura di genere, si scandalizzeranno di ciò che sto per dire (soprattutto perché a dirlo è un professore di letteratura), ma penso sinceramente che “It”, il romanzo di Stephen King che ha Pennywhise per protagonista, sia una delle opere più belle del secondo novecento.
Un romanzo “totale” nel senso più pieno del termine, avvincente e vibrante, avventuroso e introspettivo, tenero e crudele, struggente e divertente, spaventoso e commovente.
Un’epica unica, un viaggio di milleduecento pagine nei sentieri più nascosti della mente e dell’animo umano, dell’amore, dell’amicizia, della paura e del coraggio.
Un meraviglioso labirinto alla riscoperta dell’infanzia, del nostro rimosso, del bambino che eravamo e che non possiamo smettere di ascoltare, far vivere e vibrare. Un manifesto sulla grandezza dell’essere bambini e sul potere sterminato della fantasia.

In questo oceano di sentimenti, intrecci, trame e sottotrame, il demoniaco Pennywhise è una delle infinite forme che “la cosa” assume per personificare, agli occhi delle piccole vittime, la paura.
Eppure, nonostante nel romanzo non occupi uno spazio narrativo particolarmente superiore alle altre incarnazioni del male e del terrore, si impone prepotentemente nel nostro immaginario in maniera assolutamente dominante rispetto a tutto il resto.
Per quel suo sorriso suadente e sibilante (e quel terribile e insopportabile ritornello “lo vuoi un palloncino?”) con cui attira le vittime nella sua trappola mortale. Perché è la prima forma della “cosa” che appare nel romanzo, nella sequenza insostenibile e indimenticabile, che fa da incipit a tutta la storia, dell’omicidio di Georgie, il bimbo in impermeabile giallo che gioca con la barchetta di carta nelle pozzanghere. E perché la figura del clown è di per sé un archetipo di paura e inquietudine.

Per questi e per tanti altri motivi, Pennywhise ha finito per imporsi come il simbolo, l’icona più forte dell’epopea di “It”. Soprattutto dal momento in cui, in una miniserie TV in due puntate di oltre vent’anni fa, il romanzo è diventato un film.
Quella miniserie era piena di pecche (parliamo di un tempo in cui le serie TV erano ancora le parenti povere del cinema): a parte alcuni effetti speciali imbarazzanti tipici dell’horror più dozzinale, quella trasposizione ebbe la colpa di semplificare al massimo le dinamiche psicologiche dei personaggi, fino a trasformare un’epica così complessa e profonda nel più banale dei teen movie.
Eppure, nonostante questo, conservando fedelmente la scansione narrativa del romanzo, riusciva a essere avvincente e, in alcune sequenze, dannatamente spaventoso.

Oggi “It” torna a farsi film, stavolta per il grande schermo, con una pellicola annunciata come uno dei principali eventi cinematografici di questo autunno.
Questa nuova versione prima di tutto sembra voler cancellare le magagne della vecchia serie TV. Nel senso che è tecnicamente eccellente, quasi perfetto, con alcune sequenze in particolare (soprattutto l’incipit ricordato prima) davvero notevoli.
Una eccellenza tecnica e formale sotto ogni aspetto (regia, fotografia, colonna sonora… ) che giustifica le recensioni entusiastiche che ne hanno salutato l’uscita.

Eppure – e non è né gusto del paradosso né provocazione – nonostante questo, tra le due, personalmente continuo a preferire la prima, ovvero la vecchia, imperfetta, lacunosa e banalizzante serie TV di inizio anni ’90.
Questo perché, se nella forma rasenta la perfezione, nel contenuto il nuovo “It” annega e si annacqua completamente in una scelta suicida, assurda e incomprensibile.
La forza strepitosa della storia che “It” racconta, risiede tutta nella sua struttura, ovvero in un continuo passaggio temporale tra passato e presente, con una narrazione parallela e alternata tra le vicende dei protagonisti bambini e quelle di loro adulti. In modo che noi, lettori e spettatori, scopriamo a poco a poco, e solo alla fine, chi è davvero Pennywhise, cosa è questa forza malvagia che abita nel sottosuolo di Derry. Soprattutto scopriamo a poco a poco cosa è veramente successo negli anni ’60 e in quella notte in cui sette bambini scesero nelle fogne per sfidare il mostro. Scopriamo a poco a poco tutti quegli avvenimenti che giustificano il loro modo di essere adulti. In un ritmo splendido e vertiginoso, tesissimo e basato su un gioco di sorprese e colpi di scena che si moltiplicano all’infinito.

Il film appena uscito distrugge questa struttura capolavoro scegliendo di narrare prima tutta l’infanzia dei personaggi. E poi, in una seconda parte che uscirà tra due anni, la loro vita da adulti.
E se l’impianto in questa prima parte, specie per chi non ha letto il libro né ha visto la vecchia miniserie, regge, la seconda parte sarà completamente inutile.
Resterà la curiosità per il combattimento finale, ma sapremo già tutto.
Soprattutto, sapremo già chi è Pennywhise. E quel suo ghigno satanico che ci tiene svegli da trent’anni non avrà più mistero.
Sarà una maschera vuota senza più una storia da raccontare.
Che magari in qualche sequenza ben fatta ci farà ancora sobbalzare, ma non entrerà più nelle pieghe della nostra anima. E della nostra infanzia.

#storieRiccardoLestini

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