A volte ritornano

Berlusconi è immortale. Oppure è già morto, almeno cinque o sei volte, e quello che vediamo è il suo sesto o settimo clone perfettamente identico all’originale. In entrambi i casi, è riuscito non tanto a sconfiggere il tempo, quanto a fermarlo e a cancellarlo, a costringerci a vivere in un eterno 1994 dove ogni sua resurrezione politica magicamente non viene mai percepita come un ennesimo ritorno, ma come un debutto assoluto.
C’è qualcosa di malefico e demoniaco in tutto questo, senz’altro a suo modo geniale e insuperabile, sicuramente grottesco e assurdo. Soprattutto, assurdo. Io stesso, nel momento stesso in cui scrivo, finisco per dubitare di quello che sto facendo: non conto, in quasi quindici anni di blog, quanti articoli su Berlusconi io abbia scritto, ma non è possibile che oggi, a una manciata dalle elezioni 2018, io sia qui a scriverne ancora.
Ma tant’è. L’altro ieri, una domenica piovosa e stinta in cui i più si sono rintanati in casa in attesa degli week end corsari di dicembre a caccia di regali e metodi non proprio intelligenti per sputtanare la tredicesima, sulla tv di Stato (e non solo su quella) è andato in scena l’eterno ritorno, l’ennesima ritrovata giovinezza del Cavaliere
Proprio lui, sempre lui.
Identico, immutabile. Vestito esattamente come 23 anni fa, il completo blu impeccabile e rassicurante su cui svetta il luccichio a favore di camera della spilletta di Forza Italia. E come sempre incontenibile, torrenziale, un diluvio di promesse e battute di cattivo gusto, slogan di pura demagogia e atrocità d’ogni sorta, in un mix ubriacante che, tragicamente, funziona. Per l’appunto da 23 anni.
Così, come accade da sempre, può permettersi senza imbarazzi di abbandonarsi alla santificazione di Dell’Utri e definirlo – come fosse la cosa più ovvia del mondo – un “prigioniero politico”. Proprio Dell’Utri, ovvero un criminale condannato in via definitiva per reati di stampo mafioso.
Oppure di precipitare in un trash difficilmente credibile, citando a sproposito filosofi e poeti. Domenica è toccato a Dante e al sonetto “Guido i’ vorrei che tu, Lapo ed io”. Che oggettivamente, siamo onesti, Berlusconi che cita Dante è qualcosa che sfiora l’osceno. Eppure, da 23 anni, lui piace proprio per questo.
Anche le cose che dice, soprattutto le cose che dice, sono le stesse. Domenica ha promesso, esattamente come nel celebre discorso della discesa in campo del ’94, che diminuirà le tasse, aumenterà le pensioni e i posti di lavoro. E, come nel ’94 (e nel ’96, 2001, nel 2006, nel 2008 e nel 2013), ha annunciato che farà una vera e propria “rivoluzione liberale”.
Che un ottantenne ridica sempre le stesse cose ci può anche stare, meno normale è continuare a crederci. Eppure è proprio così che funziona da 23 anni. Il passato, come si diceva, si cancella e si azzera e ogni volta è una nuova prima volta.
Che poi ridire le stesse identiche cose da 23 anni potrebbe pure essere un atto di stoica coerenza, se non fosse che Berlusconi ha governato per quasi dieci anni, un tempo immenso che nella storia della Repubblica nessun premier ha mai avuto a disposizione (per dire, nemmeno sommando tutti i governi di Andreotti e di Fanfani si arriva a tanto) e non ha fatto nulla di quanto continuamente e ciclicamente annunciato. Nessuna rivoluzione liberale, nessun aumento delle pensioni, nessun taglio delle tasse e nessun milione di nuovi posti di lavoro.
Ma, complice senz’altro un’abilità comunicativa impressionante e complice soprattutto un’Italia tragica e disarmante, completamente priva di memoria, sia a lungo che a breve termine, succede che Berlusconi può annunciare ancora una volta tutto questo ed essere credibile e creduto.
Soprattutto di essere, anche se incandidabile, il deus ex machina della coalizione al momento strafavorita.
Della sua incandidabilità lui, domenica, se n’è fregato e continuerà a fregarsene: interdetto o meno, candidato o meno, premier o grande regista, lui ha parlato non solo da leader, ma da vincitore.
E, molto probabilmente, vincerà davvero.
Sì, c’è davvero qualcosa di demoniaco in tutto questo.

#resistenzeRiccardoLestini

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