A cosa serve la morte di Riina

Cosa ce ne facciamo di Totò Riina morto? A cosa ci serve, cosa ci risolve?
Posso capire – e capisco perché anch’io ho provato le stesse cose – il senso di liberazione, di sollievo e di soddisfazione, il compiacimento e la sensazione di vendetta che la morte di uno dei più spietati e feroci carnefici della storia possa aver scatenato in ognuno di noi.
Capisco, ma non serve né, soprattutto, porta a niente.
Questo perché, nei fatti e a mente lucida e fredda, la morte di Riina non porta nessuna liberazione, nessun sollievo. E anche leggendola come vendetta è inutile. Forse soprattutto leggendola come vendetta. Un famoso quotidiano nazionale ha titolato festante “Bene, un mafioso di meno”. Un titolo che non mi è piaciuto per niente, perché “uno di meno” è il linguaggio usato proprio da Riina e gli altri dopo i brutali assassinii di Dalla Chiesa, Chinnici, Falcone, Borsellino e tutti gli altri. E noi non possiamo parlare come i mafiosi, noi siamo diversi da loro, dobbiamo esserlo.
Soprattutto, non è di vendetta che abbiamo bisogno, ma di verità e giustizia. E la morte della belva non porta né l’una né l’altra.
Riina muore, ma la mafia e tutte le altre organizzazioni di stampo mafioso, continuano ad esistere, a terrorizzare, corrompere, avvelenare, ordinare, comandare, dirigere, uccidere.
Riina muore, ma la sua sterminata famiglia continua a godere di privilegi immensi (una cosa piccola, ma emblematica: c’è voluto un decennio per trovare il coraggio di mandare a casa di donna Riina l’ingiunzione di pagamento per la TARI mai pagata), a essere padrona assoluta di Corleone, a godere di rispetto e riverenze, a possedere tesori e conti in banca milionari e insanguinati, a fare vita da Re nonostante tutti, ufficialmente, risultino nullatenenti. Quella stessa famiglia che si permette, come fosse la cosa più naturale del mondo, di chiedere silenzio (proprio il silenzio, l’arma più secolare della mafia) e rispetto per la morte del loro congiunto.
Riina muore, ma tutte quelle domande che riguardano gli aspetti più inquietanti della sua lunga storia criminale – e di cui sicuramente più di una persona conosce le risposte- continuano a restare misteri.
Cos’è stata la cosiddetta “trattativa” Stato-Mafia a cavallo tra prima e seconda repubblica, durante la stagione delle stragi? C’è stata veramente? E quali sono stati i termini? In cosa esattamente lo Stato è sceso a patti con Cosa Nostra? Quali politici si sono esposti, chi esattamente ha condotto l’operazione? Che prezzo ha pagato lo Stato, e quindi tutti quanti noi, per tenere buona la Mafia? E il misterioso arresto di Riina come è avvenuto realmente? Come è stato individuato dopo una latitanza di 25 anni? È stato venduto da qualcuno nel corso della trattativa per dare un contentino e gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica, all’epoca indignata e inferocita per le morti di Falcone e Borsellino?
E ancora, negli anni Ottanta, quali rapporti effettivamente esistevano tra Cosa Nostra e i partiti di potere? Da dove viene, cosa c’è di vero nella storia dei rapporti tra Riina e Andreotti? In quali apparati dello Stato la Mafia si è infiltrata? Da dove ha potuto comandare indisturbata?
Queste, e infinite altre, le domande cui tutti noi abbiamo sacrosanto diritto di risposta.
Queste le verità che ognuno di noi ha diritto di sapere.
Questo il saldo che, come cittadini onesti, ci devono e che dobbiamo pretendere di riscuotere.
Un prezzo altissimo che, finché non vi sarà risposta a questa domanda, finché non vi sarà realmente verità e giustizia, nessuna morte potrà saldare.

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