“Siamo come il sognatore che sogna e vive nel sogno. Ma chi è il sognatore?” (ovvero: come è andato a finire “Twin Peaks – il ritorno”?)

Al di là della trama – che comunque proveremo a riassumere – e al di là delle spiegazioni – che in ogni caso proveremo a dare e, soprattutto, a darci – credo sia questa domanda, “chi è il sognatore?”, quel che David Lynch, assieme al suo sodale Mark Frost, abbia voluto lasciarci con questo immenso capolavoro di indicibile poesia e bellezza che è stato “Twin Peaks – il ritorno”.
Una domanda che non ha, né forse può avere, risposte. Almeno non risposte nel senso più classico del termine, non le risposte che chiariscono, concludono, spiegano e conferiscono linearità alle trame. E, d’altro canto, com’era possibile aspettarsi un finale classico, chiarificatore, canonico e conclusivo da David Lynch? Impossibile davvero, anche se più volte, specie negli ultimi episodi, molti indizi ci hanno illuso che stavolta potesse essere diverso. Ma è questa la magia più grande di Lynch, il saper illudere e, soprattutto, disorientare anche chi la sua poetica la ama e la conosce alla perfezione. E Twin Peaks, questo “ritorno” forse più delle prime due leggendarie stagioni degli anni ’90, è l’espressione più alta e compiuta di questa sua poetica criptica, spiazzante, spaventosamente onirica, disperatamente grottesca. Una poetica che, non smetterò mai di dirlo e di scriverlo, forse non deve proprio essere capita (anche qui, come per “risposta”, s’intenda “capita” nel senso classico del termine), ma soltanto contemplata. E i diciotto episodi – o, come Lynch ci ha tenuto più volte a precisare, diciotto “parti” di un unico lunghissimo film – questo sono stati: una sequenza infinita di immagini e suggestioni straordinarie che non chiedevano altro che essere contemplate.

Ma andiamo con ordine.
E, prima di tutto, chiediamoci: cos’è stato questo attesissimo “Twin Peaks – il ritorno”?
È stato, come già accennato, Lynch all’ennesima potenza. Lynch che è andato oltre Lynch.
Ventisei anni fa l’irruzione di “Twin Peaks” sul piccolo schermo ebbe più o meno l’effetto di uno tsunami, cambiando per sempre la storia della televisione, inventando il concetto di serie tv così come lo intendiamo oggi. Fu anche il modo in cui il genio visionario di un regista fino ad allora confinato nella nicchia ristrettissima del cinema d’autore “al cubo”, s’incontrò con il grande pubblico “nazionalpopolare” della prima serata. E fu un incontro fatale e sconvolgente. Lynch, impastando e sovvertendo ogni regola dei generi e della narrazione televisiva, mostrò ciò che in televisione non solo non si era mai visto, ma che si pensava non fosse possibile far vedere.
Nel “Twin Peaks” di allora Lynch riversò la quintessenza del suo immaginario, tutta l’anima più vera e autentica della sua arte. Perché questo è, nella sostanza, “l’universo” Twin Peaks: il supremo contenitore, l’origine e al tempo stesso la summa e la conclusione di tutti gli incubi, di tutte le ossessioni del suo geniale creatore.
Certo allora, ventisei anni fa, tutto questo fu possibile solo grazie a una serie di inevitabili compromessi tra il genio e la purezza dell’artista da una parte e le esigenze televisive dall’altra. Compromessi che all’inizio furono gestiti grandiosamente e che finirono, paradossalmente, per dare ancora più forza al prodotto. Ma che poi si fecero via via sempre più insostenibili con conseguenze catastrofiche. Le traversie produttive della seconda stagione di “Twin Peaks” sono arcinote, con l’ottusità dei produttori dell’ABC completamente sordi al volere di Lynch e che finì per annacquare e far morire la serie.
Ecco, la prima sensazione è che Lynch, ventisei anni dopo, non più giovane autore esordiente che si affaccia per la prima volta al grande pubblico, ma autentico mostro sacro della storia cinema, con un potere contrattuale pressoché illimitato, abbia saldato i conti con quel passato, chiedendo e ottenendo carta bianca e totale controllo sulla sua opera, liberando così finalmente, e senza freni, tutta la sua forza immaginifica, in completa libertà.
L’altra sensazione, ben più importante, è quella di aver assistito a qualcosa di straordinario. E di unico. Qualcosa che non somiglia a niente di ciò che siamo abituati a vedere in televisione, qualcosa che non ha assolutamente niente in comune con nessuna delle mille serie tv che affollano dodici mesi l’anno i palinsesti. E non è questione di migliore o peggiore. È questione di diversità, una diversità che va molto oltre la definizione dello stesso Lynch circa “il lungo film diviso in 18 parti”. Una diversità nello stile, nella struttura, nei personaggi, nello sviluppo, nel montaggio, nella colonna sonora. Una diversità lampante per chi ha visto e da tener ben presente da parte di chi vedrà e vorrà vedere.
Dal punto di vista del mero “indice di ascolti”, niente a che vedere con i numeri oceanici degli anni ’90, quando tutti, a ogni angolo del globo, si chiedevano chi avesse ucciso Laura Palmer. “Twin Peaks – il ritorno” ha avuto, com’era prevedibile, numeri di nicchia. Ma non è questo l’importante. Ciò che conta è che Lynch, ancora una volta, ha presentato un lavoro irriducibile a qualsiasi definizione, fuori da ogni schema, rivoluzionario e pazzesco. Che Lynch, come ventisei anni fa, ha nuovamente stravolto e rivoluzionato il linguaggio televisivo. Episodi come il terzo, l’ottavo, il quattordicesimo e il sedicesimo (e gli ultimi due, di cui parleremo tra poco), rimarranno indelebili e faranno scuola. Come hanno finito per fare scuola tutte le più grandi avanguardie, tutti i più grandi capolavori. Anche quando sono stati ignorati o non compresi dai più.
Chi farà televisione negli anni e nei decenni futuri non potrà prescindere da questa lezione. Non potrà prescindere da “Twin Peaks – il ritorno”.

Detto questo, cos’è successo? Come è andata a finire questa stagione che doveva chiudere un incubo lasciato in sospeso per ventisei lunghissimi anni?

***attenzione, le righe seguenti contengono SPOILER, non continuare nella lettura se non hai ancora visto la serie***

Lungi dal riproporre una semplice e banale riproposizione di ciò che “Twin Peaks” era stato ventisei anni fa, Lynch ha avuto la genialità (e il coraggio) di costruire una storia che, pur essendo continuazione della precedente, è nella sostanza qualcosa di completamente nuovo. E sorprendente.
Una storia che si articola sostanzialmente in quattro blocchi narrativi:
1) Bad Cooper, ovvero il “doppio” cattivo posseduto da BOB che venticinque anni fa ha preso il posto del vero agente Cooper, che resiste a tutti i tentativi da parte degli spiriti, diciamo così, “buoni” (l’Uomo senza un braccio, il Gigante… ) di riportarlo nella loggia nera e che semina omicidi, stupri e atrocità in giro per gli Stati Uniti (poiché è dal dolore, dalla sofferenza e dalla paura degli esseri umani che BOB trae la “garmombonzia”, una sostanza che appare simile alla crema di mais e della quale si nutre e trae la propria forza disumana), e che soprattutto cerca continuamente delle misteriose coordinate per trovare una certa JUDY, ovvero una suprema entità malvagia scaturita dal primo esperimento nucleare effettuato dagli USA negli anni ’40 e da cui sono nati tutti i mali che affliggono i personaggi di “Twin Peaks”. Siccome da questa entità è stato generato anche, e soprattutto, BOB, egli cerca di ricongiungersi a lei per trarre nuova, e definitiva, forza e non tornare mai più nella Loggia Nera.
2) Il vero agente Cooper, che dopo essere stato intrappolato per venticinque anni nella Loggia Nera, viene liberato dall’azione dei soliti spiriti “buoni” e di una misteriosa donna con gli occhi cuciti, Naido, anch’essa abitante della Loggia. Ma il vero agente Cooper torna nel mondo non nelle sue vere vesti, ma a Las Vegas, nel corpo di un certo Dougie Jones, un ennesimo “doppio” creato appositamente per questo scopo. Solo che piomba in questo corpo completamente immemore, in una sorta di stranito, grottesco (e comicissimo) sonnambulismo che lo rende di fatto inconsapevole di ogni sua azione.
3) Le indagini dell’ex capo di Cooper, Gordon Cole, coadiuvato da Albert Rosenfield (vecchie e amatissime conoscenze dei fan della serie) e da Tamara Preston (nuovo e riuscito personaggio), una giovanissima agente dell’FBI. Essi indagano su quei casi denominati in codice “Rosa Blu”, ovvero casi di “doppi”, legati al soprannaturale e alle entità malvagie della Loggia Nera. Circa la “Rosa Blu”, il cui obiettivo finale doveva essere trovare JUDY, e intrappolarla, agli ordini di Cole avevano lavorato negli anni passati gli agenti Philip Jeffreyes (che nel film “Fuoco cammina con me” era interpretato da David Bowie), Chat Desmond e, appunto, Dale Cooper. Tutti e tre misteriosamente scomparsi. Il primo, arrivato vicinissimo a scoprire la natura di JUDY, rimasto per sempre intrappolato in un’altra dimensione e trasformato a sua volta in una pura entità incorporea (che ci appare come una gigantesca teiera – sic! – che comunica sbuffando fumo). Il secondo scomparso durante le indagini relative all’omicidio di Theresa Banks. E Cooper, come sappiamo sostituito dal suo doppio malvagio al termine delle indagini sul caso Laura Palmer.
4) Le vicende dei vari personaggi, vecchi e nuovi, della cittadina di Twin Peaks, che ruotano attorno a tre luoghi simbolici: l’ufficio dello sceriffo, dove il vicesceriffo Hawk ritrova dopo ventisei anni alcune pagine strappate del diario di Laura Palmer, il “Double R” di Norma e il “Bang Bang Bar”.

Questi quattro blocchi procedono lentissimamente, e spesso in maniera assai frustrante, per gran parte degli episodi. Ma attenzione: sono proprio questi interminabili momenti di niente, che riguardano soprattutto le vicende legate ai personaggi di Twin Peaks, a rendere grandiosa la serie, proprio questi momenti “insensati” a fare i regali più belli al pubblico appassionato e a restituire l’atmosfera che rese indimenticabile e leggendario il primo Twin Peaks.
Poi, di colpo, negli ultimi cinque episodi, la narrazione subisce un’accelerazione improvvisa. E con un ritmo serrato e sincopato, in un crescendo irresistibile, tutti i filoni si compattano per convogliare al gran finale.

Il vero Cooper finalmente si risveglia dal suo sonnambulismo, esce dalla condizione di Dougie Jones e raggiunge in fretta e furia Twin Peaks. Le coordinate che gli sono state fornite dagli abitanti della Loggia gli indicano l’ufficio dello sceriffo come il luogo dove dovrà portare a compimento la missione cui è chiamata: sconfiggere, questa volta per sempre, BOB.
A Twin Peaks, sempre all’ufficio dello sceriffo, guidato dalle medesime coordinate, arriva ovviamente anche Bad Cooper.
E in una scena splendida e memorabile, dove si riuniscono gran parte dei personaggi che hanno animato questi diciotto episodi (Gordon Cole, Albert, Tamara, lo sceriffo Truman e i suoi vice, un misterioso ragazzo con un guanto verde guidato da Londra a Twin Peaks dal Gigante, la misteriosa donna con gli occhi cuciti), assistiamo all’attesissimo scontro finale tra i due Cooper.
La stralunata segretaria Lucy, come già “visto” da suo marito Andy in una premonizione, insospettita dallo strano comportamento di Bad Cooper (il quale commette l’errore fatale di non gradire una tazza di caffè), gli spara e l’uccide. Come già successo nell’ottavo episodio, gli spiriti maligni scendono sull’ufficio per rianimarlo e ridargli vita, ma l’arrivo del vero Cooper interrompe il tentativo. Lo spirito di BOB, che a questo punto si presenta come una terrificante palla di pietra, esce dal corpo di Bad Cooper cercando di uccidere il vero Cooper. In un duello epico e indimenticabile viene ucciso e distrutto (forse) per sempre dal guanto verde del giovane ragazzo di Londra. Il vero Cooper infila il famoso anello verde al dito di Bad Cooper rimandandolo finalmente nella Loggia. Subito dopo la donna con gli occhi cuciti si trasforma svelando la sua identità: è la “vera” Diane, la leggendaria segretaria di Cooper (il suo doppio cattivo era stato creato da BOB per uccidere Gordon Cole, tentativo fallito nei precedenti episodi). Un appassionato bacio tra i due suggella il tutto.
Poteva essere quello che avremmo chiamato il “lieto fine”: BOB sconfitto, Cooper restituito a se stesso e ricongiunto alla sua Diane e il bene che finalmente trionfa.
Ma c’è ancora un intero episodio. Un intero episodio che, come vedremo, butta letteralmente all’aria tutto questo, sconvolge e, manco a dirlo, disorienta e inquieta.
L’atmosfera da lieto fine cambia di colpo. Le lancette dell’orologio dell’ufficio dello sceriffo improvvisamente si tornano e iniziano ad andare all’indietro. Cooper guarda tutti i presenti e dice “viviamo dentro un sogno, molte cose cambieranno adesso, spero di rivedervi tutti quanti molto presto”.
Con la chiave del Great Northern Hotel lasciata appositamente per lui venticinque anni prima dal maggiore Briggs, Cooper ritorna nella Loggia. Qui Mike, l’uomo senza un braccio, lo guida da Philip Jeffries, che gli offre altre misteriose indicazioni (sintetizzate da un gigantesco “8”, simbolo dell’infinito) per trovare JUDY e completare la sua missione. Che non era solo di sconfiggere BOB, ma anche, di conseguenza, salvare Laura Palmer.
Con le indicazioni di Jeffries, Cooper torna indietro nel tempo. Esattamente alla notte dell’omicidio di Laura Palmer. Prima che lei raggiunga nei boschi Leo Johnson, Jacques Renault e Ronnete Pulanski, andando di fatto incontro alla sua morte, Cooper la intercetta e la prende per mano.
“Dove andiamo?”, chiede Laura. “Andiamo a casa”, risponde Cooper.
Nella scena successiva si mostra l’incipit della prima stagione di Twin Peaks: il telo di plastica dove era avvolto il cadavere di Laura scompare, lasciandoci chiaramente intendere che l’azione di Cooper ha impedito e cancellato il suo omicidio.
Ma contemporaneamente si vede Sarah, la madre di Laura, che colpisce con inaudita violenza la foto della figlia con una bottiglia. In quello stesso istante Laura, nel bosco, sparisce e Cooper resta solo.
Una sequenza apparentemente incomprensibile che però, in realtà, fa combaciare ben più di un tassello. Negli episodi precedenti Sarah Palmer, personaggio da sempre, fin dalle prime due stagioni, criptico, inquietante e contraddittorio, aveva lentamente ma inesorabilmente rivelato una natura malvagia, fino al culmine in cui, “aprendosi” la faccia e svelando dentro di sé il ghigno terrificante di un volto nero, aveva azzannato un uomo al collo. La stessa identica ferocia con cui, nel primo episodio della serie, un’entità malvagia aveva massacrato due fidanzati.
L’unica spiegazione possibile è che JUDY sia proprio Sarah Palmer. Lei la “madre suprema” di tutti i mali. Lei quindi anche a guidare BOB, e di conseguenza il marito Leland, nelle torture, nelle sevizie e nel brutale omicidio della figlia.
Con la repentina azione martorizzante sulla foto della figlia, JUDY/Sarah sventa quindi il piano di Cooper.
Quello che ha fatto è creare una dimensione parallela dove poter continuare ad accanirsi su Laura, che però in questa dimensione ha un altro nome e un’altra vita: si chiama Carrie Page, fa la cameriera e vive in Texas. E di nuovo la confusione non è altro che un altro tassello che combacia: andiamo alle origini della serie, secondo episodio della prima stagione, primo sogno di Cooper. Qui, il Nano, indicando Laura Palmer, aveva detto a Cooper: “lei è mia cugina, ma non diresti che è uguale, perfettamente uguale alla piccola Laura Palmer?”.
All’inizio dell’ultimo episodio Cooper ritorna nella Loggia Nera, praticamente al punto di partenza della stagione, dove gli stessi personaggi gli ripetono più o meno le stesse cose. “Io sono morta”, dice Laura Palmer, alludendo al suo omicidio nella dimensione ufficiale, “eppure vivo”, riferendosi alla nuova dimensione creata da JUDY.
Cooper esce dalla Loggia e incontra Diane. Con lei si mette su una strada deserta guidando un’auto molto vecchia. Si fermano al miglio 430, sovrastato da tralicci sfrigolanti elettricità. Attraversato questo confine vengono trasportati in una strada notturna, si fermano in un motel e fanno l’amore.
Al risveglio però Cooper è solo. Trova un biglietto firmato da una certa Linda che si rivolge a lui chiamandolo Richard. Di nuovo tasselli che vanno a posto: in una puntata precedente il Gigante aveva detto a Cooper “430, Linda e Richard, due piccioni con una fava”.
Ovvero: entrare nella nuova dimensione creata da JUDY (a cui si accede oltrepassando appunto il miglio 430), uccidere JUDY e salvare Laura.
Il Cooper di questa nuova dimensione, che si chiama Richard, è una versione un po’ strana di sé stesso, un incrocio tra Bad Cooper, il vero Cooper e Dougie. Tutto, in questa dimensione, è una versione un po’ mutata dell’altra. Passando davanti a una tavola calda che si chiama “Judy’s”, capisce che lì dentro troverà Laura. E infatti è lì che Laura, che ripetiamo in questa nuova dimensione si chiama Carrie Page, lavora.
Carrie Page non capisce assolutamente cosa le dice Cooper/Richard, non ha mai sentito il nome Palmer né conosce Twin Peaks. Eppure, in qualche modo, si convince a seguirlo.
Attraversano mezzi Stati Uniti e alla fine arrivano a Twin Peaks. Si fermano davanti a casa Palmer (“torniamo a casa”), ma Laura/Carrie non la riconosce. Suonano al campanello, risponde la proprietaria che dice di chiamarsi Tremond e che a sua volta ha comprato la casa da una certa famiglia Chalfont (ovvero i due cognomi che, come i fan della serie sanno bene, della vecchia signora e del nipotino che avevano regalato a Laura il dipinto da cui si accedeva alla Loggia Nera).
Cooper/Richard, visibilmente disorientato, ringrazia e si allontana.
“Che anno è?”, chiede Cooper/Richar a Laura/Carrie.
In lontananza una voce, che è senz’altro quella di Sarah, grida: “LAURA!”.
La ragazza emette un urlo terrificante.
Le luci di casa Palmer si spengono.
Fine.

Di nuovo: cos’è successo?
La spiegazione più ovvia è che l’eterna lotta tra il male e il bene, vero e proprio tema centrale di tutto Twin Peaks, sia finita tragicamente. Che anche se salvata nella vecchia dimensione, Laura continui a essere tormentata da JUDY in quella nuova. Che Cooper non sia riuscito a sconfiggere JUDY e che resti intrappolato “all’infinito” (l’infinito era il simbolo regalatogli da Jeffries) nella nuova dimensione. Che il male (come ci ha suggerito Lynch nello splendido episodio dell’esperimento nucleare) è generato dall’uomo e che lo stesso uomo non riesce a operare per il bene (Cooper, il simbolo del bene per eccellenza, diventa nelle nuova dimensione un po’ buono e un po’ cattivo).
Questa la spiegazione.
Attorno a essa pullulano decine e decine di domande irrisolte, in un finale inevitabilmente aperto destinato a restare per sempre un enorme punto interrogativo.
In che anno siamo, si chiede Cooper e in che anno siamo continueremo a chiederci invano.
Quando Laura e Cooper sono tornati a Twin Peaks? Nel 1989? Nel 2017? O in un altro anno ancora? È il passato o il futuro, come chiedeva Mike nella Loggia?
E tutte le sottotrame rimaste incredibilmente senza conclusione? Ma sono veramente inconcluse oppure davvero non c’era proprio altro da dire?
Audrey, ovviamente violentata da Bad Cooper con cui ha avuto un figlio, Richard (nome che ritorna e sicuramente non a caso), a sua volta ucciso, si è mai svegliata dal coma? Si sveglierà mai? E le sequenze assurde che l’hanno vista protagonista, dove si svolgevano? Nella sua mente? In un’altra dimensione? In quella vecchia, in quella creata da JUDY o in un’altra ancora? Audrey stava sognando o era sveglia?
E che ne è stato della figlia di Shelley e Bobby? Cos’è successo veramente in quella roulotte? E suo marito e la sua amante, che fine hanno fatto? E, di nuovo, tutto questo, dove si svolgeva, in quale dimensione, in che anno? Era il simbolo del male che continuava a opprimere e distruggere nonostante tutto o c’è dell’altro?
E tutti quei siparietti del Bang Bang Bar, a cosa servivano, a cosa facevano riferimento? Chi erano tutti quei personaggi mai visti e a cui, ogni puntata, era dedicato un dialogo apparentemente fine a sé stesso? Era la “nuova Twin Peaks” creata da JUDY nella nuova dimensione?
Qual è la realtà e qual è il sogno?
Ma, soprattutto, chi sta sognando cosa?
Ovvero: “chi è il sognatore”?

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