La scuola che verrà

Riecco il primo giorno di scuola, immutabile, imprescindibile e secolare appuntamento del calendario che, al pari di Natale e San Silvestro, ogni anno finisce inevitabilmente per riguardare, interessare e coinvolgere tutti. Anche chi non è più studente né ha figli in età scolare, ma che al solo sentire la locuzione “primo giorno di scuola”, per forza e suo malgrado, ripesca nel cassetto della memoria ricordi di grembiuli stirati e vestiti buoni tirati fuori dall’armadio, merendine e zaini con quaderni e libri nuovi e intonsi, treni e corriere sbuffanti da prendere all’alba con gli occhi ancora mezzi chiusi. Emozioni, paure, batticuori.
Poi, accanto a tutto questo, accanto alle emozioni e ai ricordi, ai brividi dell’inizio, del ritrovarsi e del ricominciare, ci sarà la realtà. Una realtà quotidiana lunga nove mesi e fatta di percorsi a ostacoli, problemi insormontabili, frustrazioni, scoramenti. Una realtà in cui la scuola non è più, e già da diverso tempo, nemmeno lontanamente la parvenza di ciò che dovrebbe essere, vale a dire il luogo della crescita, dell’apprendimento, della costruzione del futuro, tanto dei singoli quanto della società nel suo insieme. Una realtà che, al pari di quei ricordi e di quelle emozioni, dovrebbe riguardare tutti ma che, passato il brivido dell’inizio a cui telegiornali e informazione “ufficiale” si dedicano accanitamente, finirà tristemente nel dimenticatoio e nell’abbandono. Una realtà con cui, comunque e tuttavia, noi insegnanti, al pari dei nostri studenti, dovremo combattere. Da soli e spesso nelle peggiori condizioni possibili.
E se problemi come la svalutazione del ruolo dell’insegnante, gli stipendi più bassi d’Europa e i contratti bloccati da tempo immemore, possono non interessare minimamente i più ed essere esclusiva preoccupazione di noi docenti, ci sono e ci saranno altre questioni che dovrebbero, anzi devono, riguardare tutti.
Ad esempio le immissioni in ruolo. Per buona parte dell’estate Ministero e organi governativi di vario ordine e grado hanno al solito sbandierato cifre entusiaste e da primato circa i docenti assunti a tempo indeterminato, parlando di qualcosa come cinquantamila nuovi insegnanti di ruolo. Quando in realtà, dati alla mano, queste immissioni sono state circa trentamila, ovvero il normalissimo numero annuale dovuto alla naturale turnazione determinata dai pensionamenti.
Non solo quindi la diffusione di numeri che non corrispondono al vero, ma una situazione che non risolve né sposta di un centimetro la questione delle cattedre vacanti o, se si preferisce, della “supplentite”, giusto per usare un termine orrendo tanto caro all’ex premier Matteo Renzi. Un problema che penalizza, su tutti e prima di tutti, gli studenti, i nostri ragazzi, che per l’ennesima volta inizieranno l’anno scolastico senza docenti in materie determinanti, che per l’ennesima volta si vedranno sottratto un numero incalcolabile di ore di scuola cui avrebbero diritto costituzionale, che per l’ennesima volta vedranno alternarsi nella stessa materia tre o quattro supplenti diversi in nove mesi (il supplente nominato dall’Istituto poi sostituito da quello nominato dal Provveditorato a sua volta sostituito da un altro sempre nominato dal Provveditorato al momento della pubblicazione definitiva di graduatorie che, tragicamente, arriva sempre a tre-quattro mesi dall’inizio della scuola), che per l’ennesima volta svolgeranno programmi ridotti, incompleti e superficiali.
Per non parlare del caos delle cattedre di sostegno, dove si è prodotto uno dei paradossi più giganteschi della storia, per cui laddove servirebbe un personale ancora più formato, competente e specializzato di quello dei posti comuni, vengono mandati centinaia di supplenti non solo alla prima esperienza, ma completamente privi delle specializzazioni necessarie per seguire ragazzi con handicap e con esigenze educative particolari.
O ancora, la questione relativa alla didattica innovativa e all’utilizzo delle nuove tecnologie nell’insegnamento. Sono anni (dieci, dodici, quindici, forse più) che continuamente, a più riprese e in maniera ancor più entusiasta dei numeri fasulli delle assunzioni, viene sbandierato lo slogan della “scuola finalmente al passo con i tempi”, l’uso del computer, di internet, delle mappe interattive, della didattica e delle lavagne multimediali. Quest’anno, in quanto a slogan, non fa ovviamente differenza rispetto ai precedenti. Ma anche quest’anno, come i precedenti, lo slogan è destinato a rimanere tale. Le scuole che possono effettivamente vantare la presenza di una lavagna multimediale per classe sono più rare di una nevicata a giugno. La realtà della stragrande maggioranza degli istituti è a dir poco desolante: una lavagna multimediale ogni dieci-quindici classi, dispositivi spesso già obsoleti al momento dell’acquisto e subito malfunzionanti, computer vecchi, impossibilità sistematica di poter fare una proiezione in classe senza averla programmata qualche settimana prima, reti wi-fi approntate alla bell’e meglio raschiando il fondo del barile di stanziamenti sempre più ridotti, connessione che salta di continuo, registri elettronici continuamente bloccati, perdite di tempo continue, docenti costretti a usare la propria connessione per poter firmare la lezione (utilizzando quindi quella 3G del proprio telefonino, ovvero lo stesso dispositivo maledetto che cerchiamo in tutti i modi di vietare agli alunni), le stesse care vecchie fotocopie ridotte all’osso e centellinate per carenza di carta e toner. Con una distanza siderale tra ciò che le nuove programmazioni piovute dall’alto del Ministero (elaborate sulla base di una scuola che, di fatto, non esiste) ci chiedono continuamente di fare e ciò che, in questa situazione, riusciamo realisticamente a fare. Col risultato di perdite di tempo continue dietro progetti inutili e impossibili, dietro cumuli di burocrazie buone solo per salvare le apparenze. Col risultato, soprattutto, di un lavoro svolto per forza di cose male, malissimo, e che, nella migliore delle ipotesi, riesce semplicemente a salvare il salvabile. A rimetterci, ancora una volta, sono più di tutti sempre loro, gli studenti, i nostri ragazzi.
Il tutto dentro edifici che, nonostante – di nuovo – gli annunci strombazzanti di centinaia di milioni di euro stanziati a questo proposito, continuano spesso e volentieri a essere fatiscenti, privi delle necessarie misure di sicurezza e privi delle ancor più necessarie misure antisismiche. Mancando, nonostante gli slogan, i fondi necessari a tutto questo, questi edifici vengono periodicamente sottoposti a lavori lenti e parziali, che non li rendono affatto sicuri, ma si limitano a mettere toppe e aggiustamenti di facciata.
Infine, l’ulteriore caos generato dalla novità sui vaccini obbligatori e dalle relative certificazioni. Sono state caricate dall’incombenza di un lavoro lungo, complesso e ancora al momento privo di indicazioni completamente chiare e certe, segreterie già oberate di impegni e, soprattutto, col personale ridotto all’osso per i soliti e continui tagli imposti a tutto il comparto scuola.
Questa, a grandi linee e con molte omissioni dovute allo spazio a disposizione, la realtà.
Quella realtà che, passata la sbornia entusiasta del primo giorno, si ripeterà identica a sé stessa come in un dramma dell’assurdo, anche quest’anno.
E sarebbe non solo bello, ma finalmente auspicabile, se quest’anno, a differenza di tutti gli altri, in tutta questa realtà desolante noi, noi docenti e studenti, non fossimo lasciati soli.

#LuneDiBlog
#resistenzeRiccardoLestini

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