Fiore

Questo è uno di quei film girati con due soldi, con quasi tutti attori esordienti o non professionisti messi accanto a qualche gigante.

Uno di quei film piccoli e intimi, che proprio nel loro essere minimi si rivelano perle di incredibile lucentezza, capaci di squarciare il cielo e raccontare l’universo intero.
Uno di quei film capaci di raccontare, con soffi di leggerezza e dolcezza, crudezze inimmaginabili.
Uno di quei film capaci di scavare nelle viscere della periferia senza indulgenze e senza facili stereotipi.
Uno di quei film capaci di dire la verità.
Uno di quei film che entrano nello stomaco come un pugno e che, dopo visti, restano addosso per giorni.
Uno di quei film splendidi senza altro da aggiungere.

Si chiama “Fiore”, presentato a Cannes lo scorso anno e che pochi mesi fa ha ricevuto una pioggia di candidature ai David di Donatello.
E racconta una storia d’amore che sboccia tra le grate e le inferriate di un carcere minorile, tra Daphne, una ragazza abbandonata a se stessa dalla famiglia colpevole di furti, e un altro giovane detenuto cui scrive lettere grondanti rabbia e sentimento.
Una periferia disperata che troppo spesso vogliamo dimenticare.
Con un Valerio Mastandrea immenso e gigantesco.

Guardatelo.
Arrabbiatevi.
Commuovetevi.

#consigliRiccardoLestini

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