Il Vangelo degli Ebrei

Per “Vangelo degli ebrei” si intende un corpus indefinito di testi riguardanti la vita e la predicazione di Gesù di Nazareth e risalenti ai primissimi gruppi dei suoi seguaci (le cosiddette comunità “giudaico-cristiane”), scritti con ogni probabilità in aramaico, forse successivamente tradotti in lingua greca ma poi, nel corso del tempo, andati completamente perduti.

La loro esistenza è accertata e confermata da una notevole quantità di fonti, in particolare diversi scritti dei padri della chiesa dove tali testi vengono citati, menzionati e commentati continuamente.

Si tratta per lo più di considerazioni censorie e giudizi negativi, tesi a bollare il cristianesimo giudaico come eretico e a ribadire come ufficiale quello “ellenistico” derivato dalla dottrina di san Paolo, ma che costituiscono lo stesso testimonianze importanti, se non proprio fondamentali, per conoscere e comprendere il contenuto di questi vangeli perduti e, non da ultimo, fare ulteriore luce sulla natura delle intricate controversie che caratterizzarono le origini della religione cristiana.

Dei contrasti e dei dissidi all’origine del cristianesimo, dei dibattiti tra giudaico-cristiani e insegnamenti paolini, nonché della complessa questione del “catalogo” e della classificazione dei vari vangeli esistenti, abbiamo ampiamente parlato, su questa stessa pagina, in due articoli: “L’invenzione del cristianesimo” (http://www.riccardolestini.it/2017/02/linvenzione-del-cristianesimo/) e “L’enigma dei Vangeli” (http://www.riccardolestini.it/2017/02/lenigma-dei-vangeli/). A questi rimandiamo per tutti gli approfondimenti in merito, limitandoci, in questa sede, a trattare la questione specifica del “Vangelo degli ebrei”: il contenuto, l’ideologia di fondo e, soprattutto, le ipotesi sul perché non se ne sia conservata traccia alcuna.

Cerchiamo prima di tutto di rispondere a una domanda: che cosa intendiamo, esattamente, per “comunità giudaico-cristiane”? I più illustri luminari di Storia del Cristianesimo concordano nel sostenere che non esprimessero una “setta” del cristianesimo primitivo, ovvero che non fossero un’interpretazione del messaggio di Gesù in opposizione a una ortodossia che si andava definendo. Viceversa esse vanno intese come un ambiente religioso e culturale del tempo che, in piena autonomia e senza opposizione ad alcuna ortodossia preesistente, ha espresso, pur nel perimetro della religione ebraica, il messaggio cristiano.

Chiarito questo punto c’è da capire se fossero più o meno vicine, rispetto al gruppo greco-romano dal cui ambiente provengono i vangeli ufficiali (i cosiddetti “canonici”, ovvero i quattro vangeli presenti nel Nuovo Testamento), all’originaria comunità cristiana palestinese.

La stretta osservanza dei principi fondamentali dell’ebraismo (tra l’altro in linea con i comportamenti di Gesù descritti dagli stessi canonici) e soprattutto l’assoluta riluttanza e l’assoluta chiusura nei confronti delle novità e delle contaminazioni introdotte dal cristianesimo ellenistico sotto la totale influenza di san Paolo, fanno presupporre che fossero proprio queste comunità giudaico-cristiane la naturale evoluzione e conseguenza del cristianesimo originario, ovvero la diretta discendenza della primissima comunità cristiana, vale a dire, direttamente, quella di Gesù e degli apostoli.

A suffragio di questa ipotesi c’è ben più di una traccia e ben più di un indizio.

Nelle fonti troviamo svariate accezioni per definire questi testi: il “Vangelo degli Ebioniti”, il “Vangelo dei Nazarei” e, appunto, il “Vangelo degli ebrei”.

Tuttavia, proprio le numerose testimonianze e citazioni dei Padri della Chiesa inducono a pensare che si trattasse o di più varianti generate da un unico nucleo originario, oppure di un unico testo usato da più comunità. Nell’uno o nell’altro caso resta indubbia la matrice comune.

Per “Ebioniti” (dall’ebraico “ebionim”, che significa “gli umili”, “i poveri”) si indicava quel gruppo di giudaico-cristiani che conducevano una vita semplice e monastica e che trovavano nella protesta contro le ingiustizie sociali il fulcro delle loro predicazioni. Molto simili i “Nazarei”, i quali si differenziavano per un voto di totale castità e purezza sottolineato dalle chiome che rimanevano intonse per tutta la durata del voto.

A proposito degli Ebioniti scrive Ireneo:

“essi seguono unicamente il Vangelo che è secondo Matteo, e rifiutano l’apostolo Paolo, chiamandolo apostata della Legge”.

Oppure, Eusebio:

“costoro pensavano che fossero da rifiutare tutte le Lettere dell’apostolo, e servendosi del solo Vangelo detto secondo gli Ebrei rifiutavano tutti gli altri”.

Sui Nazarei, ci informa Teodoreto:

“usano soltanto il Vangelo secondo Matteo”.

Lo stesso Teodoreto, più avanti, parlando del medesimo Vangelo, usa un nome diverso e scrive:

“perciò i Nazarei accettano unicamente il Vangelo secondo gli ebrei e chiamano apostata l’apostolo”.

Di citazioni simili, se non proprio identiche, a queste poche che abbiamo scelto come esempio, ce ne sono decine e decine. Quello che ci interessa è come le fonti ci parlino chiaramente di un rifiuto totale dell’ideologia di san Paolo e, soprattutto, dell’obbedienza esclusiva a un unico testo, che le fonti chiamano indistintamente “Vangelo secondo Matteo” e “Vangelo degli ebrei”.

Se è quindi ulteriormente chiaro come le dizioni “Vangelo degli Ebioniti” e “Vangelo dei Nazarei” siano da ricondurre a un unico e originario “Vangelo degli Ebrei”, occorre chiarire la ripetuta identificazione di tale vangelo in quello di Matteo.

Come “Vangelo secondo Matteo” è indicato anche uno dei quattro canonici, composto in greco probabilmente tra il 70 e il 100 d.c., e che con ogni certezza, pur recando il nome dell’apostolo, non fu composto da lui. Ad ogni modo, chiunque ne sia stato l’autore (o gli autori), è, tra i quattro canonici, il Vangelo più vicino all’ortodossia ebraica e alla legge di Mosè.

Ed è da questo presupposto incontestabile che si apre la strada più affascinante sul Vangelo degli Ebrei in particolare e sulle origini del cristianesimo in generale.

Leggiamo in Gerolamo:

“Matteo in Giudea è stato il primo a comporre il Vangelo di Cristo in lingua e scrittura ebraica, per la salvezza di coloro che si convertivano al giudaismo; chi lo abbia poi tradotto in greco, non si sa più con certezza. Ad ogni modo il testo ebraico è tutt’ora conservato nella biblioteca di Cesarea”.

O di nuovo in Epifanio:

“Anch’essi accettano il Vangelo secondo Matteo […] ma lo chiamano “secondo gli Ebrei” perché, a dire la verità, solo Matteo, nel Nuovo Testamento, ha composto in lingua ebraica e in scrittua ebraica la scrittura e la predicazione del Vangelo”.

Stando a questi scritti, il Vangelo secondo Matteo che noi tutti conosciamo, ovvero quello canonico contenuto nel Nuovo Testamento, altro non sarebbe che una traduzione e una rielaborazione successiva, in greco e in ambiente greco-romano, di un originale Vangelo secondo Matteo scritto in lingua ebraica, dall’apostolo Matteo o da un suo discepolo, in ogni caso nel contesto delle primissime comunità cristiane palestinesi direttamente collegate a Gesù e ai dodici apostoli, successivamente definito, assai genericamente, Vangelo degli Ebrei.

Questo non solo spiegherebbe i forti connotati ebraici contenuti nel Matteo canonico, ma attesterebbe l’esistenza di un primissimo Vangelo antecedente a tutti i canonici e a tutti gli apocrifi attualmente in nostro possesso. Un Vangelo di “primissima mano”, nato probabilmente in Palestina nel tempo immediatamente successivo alla morte di Cristo e per questo più attendibile e più autentico di tutti gli altri. Un Vangelo che, oltretutto, potrebbe coincidere con quella fantomatica “Fonte Q” che gli storici del cristianesimo e dei vangeli indicano come fonte seguita dagli evangelisti canonici.

Il che andrebbe di fatto a ribaltare il punto di vista accreditato dalla Chiesa nei secoli successivi. Ovvero: le comunità giudaico-cristiane non sarebbero la prima “eresia” in seno al cristianesimo ma, viceversa, la vera ortodossia cristiana, mentre il cristianesimo greco-romano “inventato” da san Paolo, e poi diventato “cristianesimo ufficiale”, una deviazione e una stortura.

Riassumendo il percorso fin qui tracciato: la prima comunità palestinese di seguaci di Gesù, dopo la sua morte, nell’ambiente strettamente legato all’apostolo Matteo, elabora un Vangelo in aramaico seguito alla lettera, nei decenni successivi, dalle prime comunità giudaico-cristiane; negli altri territori dell’Impero, per azione di san Paolo, si diffonde un “altro” cristianesimo, frutto di un compromesso con gli usi e i costumi greco-romani e con la religone pagana; in questo contesto vengono elaborati, in lingua greca, nuovi vangeli presentati come “ufficiali” e, tra questi, una versione riveduta e corretta dell’originale di Matteo, che conserva il suo nome e alcune tracce assai visibili dell’ideologia ebraica; col passare del tempo, lo scontro tra i due punti di vista, quello giudaico e quello romano, porta il cristianesimo ufficiale a bollare quello ebraico come eretico, a definire l’originale di Matteo “Vangelo degli ebrei” e a identificarlo come “falsa dottrina”; tale originale, non ritenuto “testo sacro” dalla Chiesa, per noncuranza o per precisa volontà di oblio, col passare dei secoli, sparisce. E con esso sparisce anche l’orginario messaggio cristiano.

La tentazione di avvalorare questa suggestiva ipotesi è forte. Molto forte.

Tuttavia, l’assenza del testo e di conseguenza l’etica dello storico, me lo impedisce.

Ciò che invece mi è consentito è continuare a suggerire questa pista d’indagine e, in seno a essa, approfondire gli studi in attesa di nuove fortunate scoperte.

Nell’ambito di una storia, quella cristiana, che per quanto da sempre tra le più discusse, studiate e dibattute, è evidentemente, e in buona parte, ancora tutta da scrivere.

#iNostriAntenati

#storieRiccardoLestini

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *