Scene da un collegio docenti

Il più grande delirio organizzato dell’universo scolastico è il Collegio Docenti, ovvero quella riunione plenaria di tutto il corpo docente dell’Istituto che si tiene periodicamente nello spazio più ampio dell’edificio (aula magna, palestra o auditorium).
La scenografia di solito è in stile teatro elisabettiano, ovvero tra l’ultra minimalista e il neutro assoluto, ma di grande impatto simbolico: pedana rialzata con tavolo lungo e rettangolare dove al centro siede il preside dotato di microfono che funziona, mentre alla destra e alla sinistra siedono il vicario e i più stretti collaboratori dotati di microfoni che a volte funzionano a volte no. Abbandonato in un angolo, il microfono “gelato” per gli interventi dei docenti, che non funziona mai. Alle loro spalle uno schermo che proietta le slides dell’ordine del giorno, le sintesi dei punti principali e i testi di importanti documenti da leggere, di solito riportati in corpo così minuscolo che anche l’ingrandimento sullo schermo li rende indecifrabili. Davanti, la platea dei docenti, abbandonati in seggiole – se si tratta di aula magna o palestra – disposte a suon di bestemmie da forzuti bidelli tra l’ultima ora e le quattordici e cinquanta.

Prima di tutto la firma della presenza. Da fare o nell’atrio o nel lungo tavolo rettangolare di cui sopra. Ci può essere un prestampato con tutti i nomi dei docenti e accanto lo spazio per apporre la firma (in questo caso durante l’operazione almeno in venti dicono “dove sono? Non mi trovo, non trovo il mio nome…”, e si consuma l’inevitabile dramma degli ultimi precari appena nominati che non figurano nell’elenco, e allora si devono aggiungere a penna), oppure un librone dove si deve scrivere in stampatello data, nome, cognome, orario – e specificare accanto ENTRATA – e poi accanto firmare (in questo caso almeno in cinquanta dicono “ma perché non mettiamo un prestampato?”). Terza variante, le scuole dotate di badge, anch’esse però sottoposte al rito della firma di presenza (e in questo caso, almeno in novanta dicono “ma ho appena strisciato il badge, perché devo firmare ancora?”).
In ogni caso, durante questa operazione preliminare si formano sistematicamente code, ingorghi e rallentamenti da far invidia alla Salerno – Reggio Calabria, con tanto di furbetti che cercano di scavalcare la fila, polemiche, sgambetti, quello che ci mette un’ora a firmare e viene ricoperto di insulti, principi di rissa, tafferugli.
Il risultato è che se l’orario d’inizio del Collegio era fissato per le quindici, alle quindici e quaranta ancora non è stata smaltita la fila delle firme. In casi estremi il tutto può durare anche un’ora e mezzo. E i casi estremi si verificano sempre quando il foglio delle firme non viene portato sul posto prima, ma alle quindici in punto, così da costringere gli “anticipatari” (ovvero quel manipolo di venti-venticinque docenti che, misteriosamente, arrivano al Collegio sempre in anticipo clamoroso, che in qualunque momento tu possa arrivare loro sono già lì) a firmare assieme a tutti gli altri.

Così, più o meno alle sedici, quando tutti hanno firmato e tutti si sono calmati, seduti e soprattutto predisposti al meglio per trascorrere in maniera proficua le ore successive (giocando con il telefono, chattando su Facebook, scambiandosi pettegolezzi sugli inciuci tra insegnanti, vomitando maldicenze sulla collega che, pare, si sia rifatta le tette, correggendo compiti, leggendo il giornale o semplicemente dormendo), il Collegio può finalmente avere inizio.
Da circa centosedici anni il primo punto all’ordine del giorno è sempre lo stesso: le (micidiali) comunicazioni del preside, di durata variabile tra i venticinque e i centocinque minuti, il cui contenuto è però solitamente riassumibile in poche, pochissime parole (e più o meno sempre le stesse).

Le micidiali comunicazioni del preside tuttavia, quasi sempre sono micidiali non per la logorrea del dirigente. Al contrario, di solito, rispondono a un disegno preciso. Ovvero tirarla il più possibile per le lunghe con discorsi vaghi e inutili, ammorbare l’aria di lungaggini trascurabili, stordire i docenti e renderli, al momento dei punti all’ordine del giorno davvero importanti, completamente incapaci di intendere e di volere, disposti a votare qualsiasi abominio pur di finire in fretta e tornare a casa almeno per cena.
Novantanove volte su cento, l’obiettivo viene raggiunto.

Anche il punto due è sempre lo stesso. Vale a dire l’approvazione del verbale della seduta precedente. Se il preside è in buona, se durante le sue micidiali comunicazioni nessuno lo ha interrotto con domande a suo avviso cretine, se sempre durante le sue micidiali comunicazioni ha sentito un silenzio che reputa soddisfacente, allora chiede: “il verbale della seduta precedente lo avete letto tutti?”; e tutti rispondono “sì!”, anche se non lo ha letto nessuno. “Approviamo?”, chiede ancora il dirigente. E tutti dicono “sì!” alzando la mano (alla collega Cristante, che dorme da oltre mezzora, la mano viene alzata dalla sua vicina di sedia; lei ha un sussulto, con la voce impastata e un occhio semiaperto biascica “che c’è?”; “niente, dormi”, taglia corto la vicina, e lei ripiomba nel sonno). In questo caso il punto due si liquida in tre minuti.
Ma se il preside ha la luna storta, se lo hanno interrotto durante le sue micidiali comunicazioni, se ha sentito brusio e disattenzione, allora dice: “leggiamo il verbale”. E l’ultimo dei suoi collaboratori, dotato di un microfono che un po’ funziona e un po’ no, con la faccia verde prende un plico di sedici pagine e inizia a leggere con voce monocorde che ci arriva a scatti causa malfunzionamento dell’impianto audio. Durante la lettura, il delirio: in dieci vanno a pisciare, venti escono a fumare, altri venti si alzano e si spostano rumorosamente, tutti parlano, nessuno ascolta e il collega Falabella, che è un pervertito, ti arriva di colpo alle spalle facendo commenti sconci ad alta voce sulle colleghe più giovani.
Il preside non interviene, ma alla fine della tortura chiude lapidario: “e poi non venite a lamentarvi”.

Alle diciassette e quaranta abbiamo così esaurito solo i primi due punti. Ne restano altri otto.
A questo punto, il clan dei pendolari si risveglia di colpo e inizia a smaniare: “abbiamo il treno alle diciotto e venti, tra venti minuti ce ne andiamo, ne abbiamo diritto, la circolare diceva Collegio dalle 15 alle 18”. Al che il preside, senza nemmeno il microfono, ribatte: “abbiamo iniziato alle 16, si va avanti fino alle 19”. “Mica è colpa nostra se ancora ci fate firmare in cartaceo…”.
Il dibattito va avanti per un po’, ma la maggior parte non sente niente perché tutto avviene senza microfono. È in questi momenti che Petazzi, il valoroso delegato sindacale, scuote la testa e dice “ecco cosa siamo diventati, una categoria che lotta solo per andare a casa prima”.
Il valoroso delegato sindacale viene ricoperto di insulti e bestemmie e il Collegio va avanti.

Seguono discussioni e votazioni circa i lavori di varie commissioni: quella delle gite, quella degli alunni non italofoni, il progetto sulla dislessia, la festa di di fine anno. Ai vari punti parla e partecipa solo chi è costretto, inserito contro la sua volontà in qualche progetto a inizio anno che adesso, ancora più contro la sua volontà, è costretto a relazionare davanti a una platea sfinita, rumorosa e sempre più disattenta. In questi momenti i colleghi più pericolosi sono quelli che intervengono per partito preso, non perché devono né perché hanno da dire qualcosa ma perché devono mostrarsi sempre sul pezzo agli occhi del preside. Uno zelo che allunga discussioni e votazioni di altre mezzore.

Alle diciotto e trentanove l’intero corpo docente – eccezion fatta per la collega Cristante, che dorme dalle quindici e trenta, forse anche da prima – si risveglia di colpo. È il momento di discutere e votare il calendario del prossimo anno scolastico. Soprattutto di discutere e votare ponti e sospensioni didattiche varie, perciò tutti si rianimano, prendono posizione, si accapigliano, sgomitano per dire la propria. “Il ponte mettiamolo a novembre”, “No, a febbraio per carnevale” “Ma che ve ne fate di un ponte in inverno?” “Ho la casa in montagna, posso andare a sciare una buona volta sì o no?” “E a me che cazzo me ne frega? Qui la maggioranza può andare al mare, non in montagna, perciò facciamo il trenino venticinque aprile-primo maggio e basta”.
Noi, laddove per noi si intende un manipolo di docenti di sinistra-sinistra, ovvero i puri e duri sempre sulla breccia, arroccati sulle stesse posizioni da decenni, quelli che indignati per le svolte destrorse della sinistra istituzionale hanno strappato a ripetizioni tessere sindacali e di partito ritirandosi in un perenne Aventino, non partecipiamo alla discussione (che riteniamo volgare perché un po’ sta storia della superiorità morale ce l’abbiamo inside), ma raccolti a capannello in fondo alla stanza facciamo battute sull’animosità improvvisamente ritrovata di molti colleghi.
Il valoroso delegato sindacale Petazzi, che ci odia perché parliamo sempre male della CGIL, ci guarda scuotendo la testa. E dice: “lo sfascio di questi ultimi anni è tutta colpa vostra… invece di ridere e irridere, dovreste lottare, opporvi a questo triste spettacolo e farli tacere”.
Allora, piccati e offesi, mettiamo all’angolo Petazzi vomitandogli addosso “e Renzi? E la Giannini? E l’alleanza con Alfano? Con Verdini??”.
Petazzi riscuote la testa e commenta “scissionismo… malattia puerile della sinistra”.
Al che il valoroso delegato sindacale viene ricoperto di insulti e bestemmie mentre nemmeno ci accorgiamo che la discussione sul calendario dell’anno prossimo si è conclusa, la votazione è già stata effettuata e il voto di tutti noi barricaderos figura nella casella “astenuti”.

Sono le diciannove e trentaquattro quando si arriva all’ultimo punto all’ordine del giorno, ovvero l’unico davvero importante e davvero degno di essere discusso.
Trattasi della “revisione del quadro orario degli Istituti Professionali”. In soldoni: i tagli ferocemente imposti all’istruzione pubblica dalla riforma Gelmini hanno distrutto i professionali, privandoli di ore e ore di laboratorio delle materie professionalizzanti. E senza materie professionalizzanti che razza di professionale sarebbe? Che professione imparano questi poveri ragazzi se la scuola professionale non li professionalizza? Così si è detto: riportiamo le ore di laboratorio al numero pre-Gelmini. Ma visto che i soldi non ci sono, se si rimettono quelle ore bisogna toglierne alle materie comuni.
E il preside, che ha insegnato matematica, dice: le togliamo a italiano e storia. Anzi, non lo dice, ma spara sul maxischermo un power point con un quadro orario già bell’e fatto, che prevede un’ora in meno di italiano, un’ora in meno di storia e un’ora in meno di inglese. E dice: leggetelo e votiamolo.
Al che noi di lettere e di lingue – tranne i colleghi De Marco e Salvestrini, che anche se insegnano lettere applaudono alla proposta del preside aggiungendo “tanto a quei teppisti che cavolo glie ne frega di italiano? Che cavolo glie ne frega di storia? Mandiamoli a professionalizzarsi e leviamoceli di torno” – insorgiamo. Specie noi della sinistra barricadera, che cominciamo a gridare il contesto sociale, i nostri alunni vengono dagli strati più deboli della società, vogliamo aumentare il loro svantaggio privandoli di ore di cultura cui avrebbero diritto costituzionale?
Soprattutto insorge il collega Bonfanti. E siccome il collega Bonfanti – vecchio combattente, uomo disilluso ma dalla moralità integerrima, perennemente prossimo alla pensione ma sempre pronto a difendere la centralità delle lettere nel mondo e massimo esegeta locale della poetica di Fabrizio De André – è il mio idolo assoluto, se insorge lui insorgo anche io, e quando scatta verso il tavolone rettangolare corro a dargli man forte.
L’argomento è troppo delicato, sostiene Bonfanti, non si può votare una proposta così calata dall’alto. Le proposte devono venir fuori da una discussione collegiale, aggiungo io, perciò, concludo, discutiamo. Il preside ci dice “come al solito voi di lettere vi perdete in discorsi fumosi” (ce lo dice lui, che ha dedicato un’ora e mezzo alle micidiali comunicazioni del preside). Poi aggiunge: “siamo pratici per favore, è tardi, mica vorrete fare un dibattito alle otto di sera?”. Ma noi, spalleggiati dalla quasi totalità dei dipartimenti di lettere e lingue insistiamo: dibattito! Al che il preside rilancia: “volete dibattere? Bene, allora sospendiamo e riconvochiamo il Collegio domani alle quindici per dibattere e votare questo punto!”.
Esplode un principio di guerra civile: il clan dei pendolari ci invia gestacci e minacce di morte (tranne il collega Mariani e la collega Pastacaldi, entrambi sposati ma con una tresca risaputa da tutta la scuola, che hanno colto la balla al balzo della maratona collegiale per prenotare una stanza in un’anonima pensioncina e lì trascorrere una infuocata notte d’amore), altri gridano “no, no, votiamo subito!”. Seguono momenti concitati di confusione generale, la collega Stanzani, lettere, dice “ma poi perché ci deve rimettere sempre lettere? Togliamo diritto!”. Al che la collega Cristante, che insegna diritto, si risveglia di colpo facendole il gesto dell’ombrello.
Noi sinistra barricadera ci consultiamo rapidamente e decidiamo di mandare in avanscoperta il valoroso delegato sindacale Petazzi, più avvezzo di qualunque altro essere umano al mondo agli insulti, alle minacce e alle bestemmie. Lui, esaltato come non gli accadeva dal 1974 per aver ritrovato un’insperata unità della sinistra, si getta come un kamikaze e, pur se in dotazione riceve il microfono rotto, prova a proporre: votiamo se votare subito o rimandare a domani. Ma lo sentono in pochi. Bonfanti prova a riportare il silenzio gridando: colleghi, per favore, fate parlare Petazzi. Senza successo, visto che i più urlano: Petazzi è un coglione.
A riportare improvvisamente il silenzio, alle venti e zerouno, è l’urlo disperato della collega Salimbeni. Pietà, pietà, grida piangendo, ho tre bambini piccoli che a casa languono senza cena, andiamo via!
A questo punto tutte le colleghe, comprese quelle di lettere e lingue, comprese le barricadere, fanno quadrato e solidarizzano con la Salimbene. Già in probabile minoranza prima, la nostra mozione è definitivamente messa all’angolo. Petazzi butta il microfono a terra, ci manda tutti affanculo e se ne va annunciando le sue dimissioni, mentre tutto il resto del corpo docente è in piedi, giacche e cappotti già infilate e braccio alzato per dire noi stiamo già votando. Il preside, vedendo quella selva di mani alzate, prende per buono il voto e sentenzia: la mia proposta di orario è approvata a maggioranza, il Collegio è finito, buona serata a tutti.
Così avremo un’ora in meno di italiano, storia e inglese. Ma io non mi rassegno, e mentre tutti se ne vanno, spalleggiato da Bonfanti, incalzo il dirigente: “preside, me lo spiega come faccio a fare tutto il programma di storia in un’ora soltanto?”.
“Via Lestini, la smetta… il programma di storia del biennio è pieno di argomenti che si possono tranquillamente tagliare. Le pare sensato che ancora nel 2015 si debbano studiare i sùmeri??”.
Dice proprio così: “sùmeri”, con l’accento sulla “u”.
“I sùmeri??”, chiedo io.
“Sì, esatto, i sùmeri!”, ribadisce solenne.
E non c’è nient’altro da dire.

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