Sangue francescano

Il movimento francescano, universalmente riconosciuto come il simbolo più alto della pace e del pacifismo a livello mondiale, ha avuto – in particolar modo alle sue origini – una storia tutt’altro che limpida e tutt’altro che pacifica.
Una storia di contraddizioni, divisioni, eresie, condanne a morte, guerre.
Una storia di sangue.
Una storia per lo più dimenticata, sepolta, spesso apertamente censurata che, a grandi linee e nei limiti di questo spazio, proviamo oggi a ricostruire.

Partendo da una premessa indispensabile, ovvero che il movimento francescano non è mai stato un movimento unito. I primi dissidi e le prime divisioni, si manifestano addirittura quando il santo fondatore è ancora in vita.
Il motivo della disputa è quella “Regola Bullata” con cui papa Onorio III, nel 1223, riconosce ufficialmente l’ordine francescano. Un riconoscimento tutt’altro che indolore, ma che anzi comporta e impone compromessi assai gravosi, andando a colpire quello che era stato il vero cardine della predicazione (e dello stile di vita) di Francesco negli anni precedenti: oltre a richiedere obbedienza e sottomissione assolute alla Chiesa di Roma, la Regola di papa Onorio III svincola i frati dell’ordine dal voto di povertà assoluta. Quella povertà che Francesco non chiedeva soltanto ai suoi diretti discepoli, ma alla società intera.
Un vero e proprio snaturamento dell’intero ministero del santo d’Assisi, che Francesco si trova però costretto ad accettare per salvare i suoi fratelli e l’ordine intero dalle minacce di eresia e persecuzione (di tutto questo ne abbiamo diffusamente parlato su questo stesso spazio, nell’articolo “Francesco l’eretico”, che potete trovare qui: http://www.riccardolestini.it/2017/01/francesco-leretico/).

Tuttavia, la presenza carismatica di Francesco (che pure sconfortato da tale inevitabile imposizione rinuncia alla carica di Generale dell’ordine per ritirarsi a vita eremitica) mantiene in un primo momento le divisioni sul piano della semplice discussione. Che puntualmente si trasformano in guerra vera e propria l’indomani della sua morte.
L’ultimo atto del santo è la stesura di un testamento con cui prova in ogni modo a rendere irrilevanti i dettami della “Regola Bullata”, e a vincolare di conseguenza il futuro dell’ordine ai suoi insegnamenti originari.
Sforzo molto più che vano: in primo luogo a opporsi al testamento è la stessa maggioranza dell’ordine (capeggiata da frate Elia da Cortona, il primo a ricoprire il ruolo di Generale dell’ordine dopo Francesco), mentre successivamente, dopo la morte di Francesco, a completare l’opera interviene papa Gregorio IX, che nel 1228 rende non solo ufficialmente nullo il lascito di Francesco, ma vincola i francescani alla stretta osservanza della “Regola Bullata” tacciando di eresia qualsiasi frate “non allineato”.

Per circa trent’anni la guerra ai “non allineati” è tutta interna all’ordine, di cui i frati fedeli al testamento di Francesco e ai suoi insegnamenti originari rappresentano una minoranza compatta e rumorosa. A rendere definitivamente il dissidio una scissione vera e propria, è frate Bonaventura da Bagnoregio, eletto Generale dell’ordine nel 1257. Sotto il suo generalato come prima cosa viene redatta una nuova biografia del santo (la cosiddetta “Leggenda Maggiore”), epurata da tutti gli aspetti più scomodi, estremi, controversi e in aperta contraddizione con la “Regola Bullata”. In secondo luogo Bonaventura, con la stesura delle “Costituzioni Narbonesi”, non solo condanna ufficialmente le posizioni della minoranza, ma procede alla definitiva trasformazione del movimento francescano in un ordine di predicazione a tutti gli effetti, sul modello dei domenicani.

La divisione, a questo punto insanabile, cessa di essere semplice discussione interna per diventare vera e propria spaccatura nel 1274.
Da un lato i “conventuali”, ovvero la maggioranza, fedeli alla “Regola Bullata”, ai dettami di Gregorio IX e, soprattutto, alle “Costituzioni” di Bonaventura e alla nuova biografia – “riveduta e corretta” – di Francesco. Dall’altro gli “spirituali”, ovvero i dissidenti, fedeli al testamento di Francesco, agli aspetti più radicali della sua dottrina, certo più estremi ma indubbiamente più autentici.

In quello stesso anno, 1274, si svolge il concilio di Lione, nel corso del quale viene emesso il divieto perentorio di dare vita a nuove congregazioni religiose rispetto a quelle già autorizzate. Un divieto che, oltre a voler colpire i numerosi movimenti pauperistici del tempo (in particolare gli Insaccati in Occitania e gli Apostolici di Gherardo Segalelli nell’Italia centrosettentrionale), sembra chiamare in causa direttamente gli Spirituali scissionisti: una sorta di monito per ricondurli in seno all’ordine e piegarli al volere dei Conventuali.
Ma nonostante le minacce lionesi, gli Spirituali restano fermi sulle loro posizioni, continuano la loro predicazione ricalcando il ministero di Francesco e, soprattutto, crescono costantemente acquisendo un peso e una sfera d’azione e d’influenza sempre maggiori.

Tuttavia inizialmente, forse perché a differenza di Insaccati, Apostolici e altri movimenti, gli Spirituali provenivano comunque da un ordine ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa (non solo, rivendicavano di esserne la voce più autentica), processi e persecuzioni non li riguardano.
Il “problema” degli Spirituali viene posto ufficialmente nel 1282, quando un memoriale “sull’uso povero dei beni materiali” scritto da Pietro di Giovanni Olivi, frate provenzale e tra i capostipiti degli Spirituali, viene condannato da una commissione di sette maestri di teologia dell’Università Parigi (tra cui due futuri Generali dell’ordine francescano). Olivi viene costretto a firmare una ritrattazione poi spedita a tutti i conventi della Provenza.
Successivamente però, Olivi denuncia apertamente il clima inquisitorio in cui è stato indotto a firmare, rinnegando la ritrattazione. La lettura dei suoi scritti, di conseguenza, viene prontamente proibita a tutti i frati francescani.

In un clima così pesante e di guerra imminente e senza quartiere a tutte le eresie e presunte tali, l’elezione a papa di Celestino V apre inattesi e insperati scenari di speranza per tutti i movimenti pauperistici. In particolare proprio gli Spirituali, per i quali il “papa eremita” sembra nutrire una particolare ammirazione.
Celestino V concede ai frati dissidenti l’indipendenza dall’ordine, premessa indispensabile per un’ufficializzazione futura. Ma la storia è assai nota: Celestino V compie il clamoroso “gran rifiuto”, rinunciando al seggio di Pietro. Al suo posto viene eletto Bonifacio VIII, uno dei papi più controversi della storia, nemico per eccellenza non solo di Dante Alighieri, ma anche e soprattutto del pauperismo dell’epoca (si ricordano, a tal proposito, i versi “infuocati” che gli scaglia contro un grande poeta come Iacopone da Todi, che dopo la conversione si unì agli Spirituali: “ahi Bonifax, che come puta ha trahito l’eglesia!”). Le concessioni di Celestino V vengono così annullate da Bonifacio VIII, il quale nel 1296 costringe alle dimissioni frate Raimondo Gaufridi, generale dell’ordine francescano e, benché Conventuale, aperto a recepire alcune fondamentali istanze degli Spirituali e a tentare la rinconciliazione delle due fazioni. Al suo posto viene eletto Giovanni da Morrovalle, frate Conventuale ferocemente ostile agli Spirituali.

Nelle crociate contro il pauperismo intraprese da Bonifacio VIII, vengono colpiti singoli Spirituali (tra questi, Iacopone da Todi, condannato a un durissimo e disumano regime carcerario), ma non il movimento nel suo complesso (ancora, formalmente, gli Spirituali restavano francescani a tutti gli effetti).
L’ultimo tentativo di trovare una soluzione al problema francescano è quello del successore di Bonifacio VIII, Clemente V, il quale cerca a lungo un compromesso continuamente rifiutato da entrambe le fazioni.
Preso definitivamente atto dell’impossibilità di ricomporre la frattura, rifiutata in maniera categorica l’ultima richiesta degli Spirituali di formare un ordine a parte, iniziano le persecuzioni vere e proprie. In un primo momento, a condurre tali persecuzioni sono gli stessi francescani Conventuali (non una grande novità, visto che da ormai cento anni si preoccupavano di tenere gli Spirituali ai margini dell’ordine con ogni mezzo, lecito e illecito), che curano espulsioni, epurazioni, delazioni, denunce per eresia ai Tribunali dell’Inquisizione.
Molti Spirituali reagiscono, anticipano l’espulsione, fondano gruppi autonomi in varie località tra la Provenza e l’intera penisola italiana, oppure si uniscono ad altri movimenti ereticali già esistenti (come gli Apostolici di fra Dolcino, discepolo di Gherardo Segalelli). Gruppi e movimenti che vanno a formare, in questo primo scorcio di XIV secolo, una galassia composita, eterogenea e difficilmente controllabile, che mescola polemiche religiose e rivendicazioni sociali. Un fenomeno già importante nel secolo precedente, ma che con la messa al bando degli Spirituali raggiunge proporzioni preoccupanti, almeno per l’estabilishment ecclesiastico.

È papa Giovanni XXII a liquidare d’autorità, e definitivamente, la “questione Spirituali”.
Eletto nel 1316, Giovanni XXII tra le priorità del suo pontificato inserisce la lotta senza quartiere e la definitiva repressione degli Spirituali.
Con due lettere bollate, pubblicate nel 1317, gli Spirituali – dopo quasi cento anni di polemica interna all’ordine francescano – vengono ufficialmente dichiarati eretici, mentre è formalmente incaricato dalla Santa Sede di procedere alla repressione degli Spirituali l’inquisitore Bernardo Gui, che nel suo curriculum poteva già vantare la decimazione dei Catari e lo sterminio degli Apostolici di Fra Dolcino.
Con gli Spirituali, Gui fu altrettanto efficace, emettendo nel giro di appena un anno e mezzo ben 394 sentenze, molte delle quali di morte sul rogo e carcere permanente.
Un’azione rapida e feroce che, in pochissimo tempo, decimò l’intero movimento Spirituale rendendolo innocuo e ininfluente, fino a farlo, al pari degli altri movimenti ereticali, sparire del tutto.

Al di là dell’indubbia, scientifica e agghiacciante efficienza di Bernardo Gui e dell’intera macchina inquisitoria orchestrata dai vertici pontifici, in una simile operazione giocarono un ruolo fondamentale i francescani “allineati”, ovvero i Conventuali, l’ordine “ufficiale” della Regola Bullata e della biografia di Francesco “riveduta e corretta”.
Non solo come artefici dello snaturamento del messaggio originario, genuino e rivoluzionario di Francesco e della continua e costante messa ai margini dei principali esponenti della fazione Spirituale, non solo come feroci delatori degli Spirituali più radicali sin dalle origini della spaccatura e non solo come braccio destro dell’Inquisizione nella barbara e brutale repressione voluta da Giovanni XXII.
Ma anche come principali autori della “damnatio memoriae” a cui gli Spirituali (e tutto il pauperismo medievale) sono stati condannati. Come principali responsabili della cancellazione della memoria di queste vicende, dell’insabbiamento di tutti questi avvenimenti.
Una storia che, per quanto scomoda e stridente, è indispensabile sapere, ricostruire e restituire.
Perché ogni pezzo di storia cancellata è un delitto che cancella la nostra identità e quella dell’umanità intera. E perché possa avere davvero un senso parlare di pace, pacifismo e amore universali.

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