Incontri ravvicinati del terzo tipo in piazza Sant’Ambrogio

Piazza Sant’Ambrogio, crocevia fiorentino di gioie e dolori, noie e palpitazioni. E incontri. Soprattutto incontri.
È una sera come tante, e come tante altre sere sono lì.
È inverno e fa freddo. E io sono uscito come ultimamente spesso capita con un’intera comitiva di non fumatori. Così loro restano dentro, al caldo del locale, tranquilli e pacificati coi loro soprabiti abbandonati sulle spalliere delle sedie. Mentre io, irrecuperabile nicotomane di vecchia data, fremo in un via vai incessante dentro-fuori dal locale per avvelenarmi beatamente i polmoni con una Lucky Strike dietro l’altra. Perché, santiddio, senza Lucky Strike la birra non è birra.
Insomma sono lì, al freddo spietato di primo inverno alle dieci di sera, solo con la mia Lucky Strike stretta tra le dita tremanti e gelate. Poche altre persone nella piazza. Ovviamente fumano tutti.
A pochi metri da me c’è un capannello di gente. Tra loro una tizia, più o meno – sembra – mia coetanea, che a intervalli mi lancia occhiate sempre più lunghe e insistenti.
No, non è rimasta folgorata dalla mia discutibile bellezza, non è proprio quel genere di occhiata: i suoi sguardi sono, inequivocabilmente, dubbiosi, interrogativi, indagatori, come una ricerca metodica di progressiva messa a fuoco.
Che cazzo vuole questa qui?, mi viene da pensare mentre me ne sto lì, gelato, a disagio, lievemente spaesato. La Lucky è solo a metà e non posso nemmeno tornare dentro: in questi tempi di crisi, ci manca solo che mi metta a buttare via sigarette a metà.
Ecco che la tizia sferra l’occhiata decisiva, fissa, interminabile, inquietante. Gli occhi le brillano come quelli di chi ha finalmente capito qualcosa su cui stava rimunginando da tempo. E mi viene incontro, sorridendo a bocca spalancata, a braccia protese, felicissima.
Sconsideratamente felice, come chi ha riconosciuto un carissimo vecchio amico che, a giudicare dall’entusiasmo, non vede da anni e anni.
C’è solo un problema: io non ho la più pallida idea di chi diavolo sia sta tizia qua. Nei dieci secondi che separano il suo venirmi incontro dall’abbraccio grottesco e inevitabile, cerco disperatamente di metterla a fuoco, sforzandomi di trovare in lei un dettaglio, un frammento che riaccenda la mia memoria. Ma niente. Buio totale.
“Ciaooooooo”, grida lei con affetto e sicurezza disarmanti.
“Ciao… “, faccio io incerto, tragico, soffocato da un abbraccio che non capisco.
“Da quanto tempo!!!”, squilla a voce sempre più alta sempre più alta ed entusiasta. E aggiunge: “Quindi stai ancora a Firenze!!”.
Oh cazzo, penso io. Quindi questa mi conosce davvero, sa che non sono fiorentino, sa che nel corso degli anni sarei potuto benissimo tornare in Umbria. E mi conosce bene, a giudicare dalla confidenza estrema con cui non si stacca dall’abbraccio. Perché non mi ricordo niente di niente??
“E che fai adesso???”, chiede ancora, smaniosa, curiosa.
“Bè, adesso… insegno… “, faccio io, con imbarazzo sempre più evidente. Possibile che non se accorga?
“Ma dai….ma non passi più al CPA???”
Tombola. Adesso sono veramente sconcertato. Se c’è una cosa di cui mi sono sempre vantato è la mia memoria infallibile. Il CPA è stato casa mia per anni, anni di cui mi ricordo ogni singolo dettaglio. Possibile che mi sia dimenticato in modo così assoluto di una persona che mi conosceva così bene???
“A volte… quando capita… “, balbetto io.
Poi però decido che non ci sto, e passo al contrattacco. Comincio io a fare le domande, nella speranza che le sue risposte mi riaccendano i neuroni.
“E tu invece? Come stai? Che combini?”, chiedo vago ma allo stesso tempo preciso.
“Lavoro sempre al solito negozio di ortopedia… non mi sono spostata di un millimetro, due palle… ”
Aiuto: negozio di ortopedia??? No, non è possibile. Io non ho MAI conosciuto una tizia che lavora in un negozio di ortopedia!!
“Ti trovo bene, comunque… “, abbozzo in netta difficoltà.
“Anche te, stai benissimo… senti, ora devo andare… ”
Evvai. Ha pronunciato le parole magiche. In questi casi “ora devo andare” ha un suono più dolce di “ti amo”.
Certo, mi lascerà in eredità una notte insonne a cercare di ricordare chi fosse, nonché una mattina di delirio ad angosciarmi per la mia vecchiaia imminente e il mio conseguente rincoglionimento senza scampo. Ma almeno mi toglierà da quest’imbarazzo atroce e insostenibile.
“Passa una sera di queste al CPA”, dice salutandomi, “Così ci beviamo una birra con calma… ”
“Senz’altro”, faccio io più falso di un Rolex cinese. “Ciao, a presto”, concludo.
E lei andandosene: “Ciao, LAPO!”.
Lapo?
Lapo????
Lapo??????
….
… ma io veramente…

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