Il collega Bartleby

Sicuramente in ogni scuola, ma probabilmente in ogni contesto lavorativo, pubblico o privato, autonomo o dipendente che sia, è presente almeno un “collega Bartleby” (dal personaggio “Bartleby lo scrivano” di Melville), ovvero il collega completamente reticente a qualsiasi attività, quello che dice sempre no, qualunque cosa gli venga chiesta di fare.
Però attenzione. Molta attenzione. Il collega Bartleby non è un contestatore, un barricadero, un urlatore, uno spauracchio vivente per presidi e dirigenti, un ultra sindacalizzato sempre sulla breccia e in prima linea a rivendicare i propri diritti.Tutt’altro. Il collega Bartlebly è l’uomo più mite, timido e silenzioso del mondo. Non lo senti, non lo vedi. Ha il passo felpato, non alza mai la voce, quasi incorporeo, per accorgerti della sua presenza spesso devi impegnarti, e non poco.
E non è nemmeno uno scafato “furbetto del cartellino”, un navigato fancazzista di professione sempre pronto a mettere in pratica qualche stratagemma per non lavorare. È al contrario un puro, immacolato e privo di alcuna malizia. Solitamente goffo e sgraziato, a metà tra un bullizzato congenito e un fumetto grottesco.

Il collega Bartleby è, lavorativamente parlando, assolutamente incapace. Non è inesperto (anche dopo quarant’anni di lavoro, sempre incapace resta), né è semplicemente un pessimo lavoratore del settore: è completamente a digiuno del più elementare abc della sua professione. E non fa assolutamente niente per migliorare.
In genere, come si diceva, il collega Bartleby non fa assolutamente niente di qualsiasi cosa. Ma non è per principio né per furberia.
Il collega Bartleby, nel suo non far niente e nel suo non saper far niente, è semplicemente disarmante (come appunto il Bartleby di Melville, che a ogni richiesta in ufficio rispondeva semplicemente “preferirei di no”). Talmente disarmante che finisce per stordirti e irretirti, e nessuno, né tu né un altro collega né la dirigenza, sarete mai in grado di dirgli qualcosa. Nemmeno un semplice rimprovero.
Perché il barricadero, il contestatore può essere ripreso e ammonito per le sue attività sovversive. Il furbetto scoperto e sanzionato. E un qualsiasi altro lavoratore alla prima cazzata che fa ne paga le conseguenze. Bartleby no: il suo essere così disarmante è uno scudo invincibile contro richiami e licenziamenti. E resta sempre lì, immobile, incapace e nullafacente.

Di colleghi Bartleby in vita mia ne ho avuti diversi, ma uno li ha battuti tutti.
Una giorno avevo un’ora di buco e me ne stavo in aula computer, quando sento un fracasso infernale venire dal piano di sopra. Esco dall’aula, faccio le scale e mi trovo davanti la seguente scena: quattro ragazzi in cima al corridoio, piegati a terra, in posizione blocchi di partenza; accanto a loro, in piedi, un altro compagno con in mano un fazzoletto pronto a dare il via; lungo il corridoio, sparsi altri quattro o cinque nel ruolo di tifosi; in fondo, dall’altra parte, un altro ragazzo a segnare l’arrivo.
“Che cosa state facendo?”, ho urlato.
“Le olimpiadi!”, mi hanno risposto.
“Ma chi c’è in classe con voi?”, ho ri-urlato.
“Boh, uno…”, mi hanno risposto.
Sono andato verso la porta socchiusa della loro aula. “L’uno” era ovviamente Bartleby: assolutamente noncurante del fatto che una decina di suoi alunni erano fuori in corridoio a fare le olimpiadi, che dei reduci in classe in cinque-sei giocavano beatamente al cellulare mentre altri cinque facevano la lotta greco-romana in fondo alla classe, lui se ne stava lì, immobile, a scrivere alla lavagna versi del “Canzoniere” di Petrarca e a spiegare, con una voce così bassa che nessuno lo avrebbe mai sentito nemmeno se ci fosse stato silenzio di tomba, lo stile del celestiale.
“Devi farti rispettare!”, azzardai una volta dopo l’ennesimo disastro capitato nella sua classe durante le sue ore.
“E come?”, chiese.
“Ogni tanto puoi anche alzare la voce, rimproverarli…”.
“Oh no, ad arrabbiarmi mi stanco”, rispose.
Poi eravamo tutti e due pendolari, e per entrare in tempo alla prima ora dovevamo prendere un treno alle 6,07. Solo che Bartleby questo treno non lo prendeva mai. Prendeva sempre quello dopo e arrivava sempre in classe con un quarto d’ora di ritardo. All’inizio io pensavo che perdesse puntualmente il treno, poi però lui mi disse che era proprio una sua scelta.
Candidamente ammise: “ho bisogno di dormire”.
Fino a che decine e decine di pendolari presero a rumoreggiare. Perché io mi alzo alle cinque e me ne sto fuori dalla scuola al gelo ad aspettare che i bidelli la aprano e invece Bartleby, che è pure incapace, se ne arriva ogni giorno bel bello a campanella suonata?
Intervenne il preside, deciso a fargli un richiamo memorabile. Così il preside si buttò giù dal letto alle sei, alle sette e quarantacinque si piazzò all’ingresso e aspettò l’arrivo di Bartleby. Che puntualmente arrivò in ritardo: alle otto e sedici, per la precisione.
“I ragazzi sono sotto la sua responsabilità”, tuonò il preside, “Perché arriva sempre in ritardo? Lei deve impegnarsi ad arrivare in orario!”
“Vengo da Firenze”, rispose Bartleby con un fil di voce, “non potete mica chiedermi di alzarmi dal letto alle cinque…”
Nessuno seppe rispondergli. Né il preside, che non gli fece alcun richiamo e che quella stessa mattina accusò tre cali di pressione, né nessun altro.

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