La suprema figura di merda

Facevo l’università, all’epoca.
E ai tempi dell’università andavo forte. Fortissimo. Nel senso che macinavo esami alla velocità della luce e pure con ottimi risultati.
Ma non solo. La cosa meravigliosa era che a ogni esame ci arrivavo tranquillo, senza ansie, senza patemi. Appena un po’ di brivido adrenalinico nell’attimo prima di mettermi seduto davanti agli esaminatori e poi niente, via tranquillo e sereno.

 

Fu con questo stato d’animo scanzonato che arrivai all’Università anche quella lontana mattina del giugno 1998, la mattina del mio esame di Lingua e Letteratura Francese.
Era un esame grosso, impegnativo e per me molto importante, visto che avevo deciso di laurearmi su un argomento francese. L’esame consisteva in due parti: una linguistica, di lettura, comprensione, analisi e commento di un testo letterario (in francese) e una letteraria, sulla storia della letteratura francese in generale (in italiano).

 

Ero il sesto della lista. L’esame si svolgeva in una stanzina chiusa del dipartimento di lingue neolatine in Piazza Brunelleschi, Università degli Studi di Firenze, facoltà di Lettere e Filosofia. Ero in forma, quel giorno. Talmente in forma che alla mia solita tranquillità si sommava un’incredibile e immotivata allegria, tale da spingermi a sparare stronzate a raffica e a scherzare con chiunque mi capitasse a tiro.

 

Poi arrivò il mio turno. Feci per entrare, ma il professore mi bloccò sulla porta.
E mi disse: – Lestini le dispiace se faccio una piccola pausa? Solo cinque minuti, il tempo di prendere un caffè… -.

 

– Certo, faccia pure… -, risposi io.

 

Mi disse di accomodarmi e sparì con altra gente verso il bar. Io mi misi a sedere nella stanza vuota, davanti alla cattedra.
La porta dello stanzino, intanto, era rimasta aperta.
E in quell’istante, successe uno di quei miracoli che capitano SOLO all’Università. Alla Facoltà di Lettere, per la precisione.
Entrarono, TUTTE IN UNA VOLTA, SETTE RAGAZZE….UNA PIU’ BELLA DELL’ALTRA, ognuna con i loro bei vestiti estivi addosso.

 

Una di loro, con voce candida, mi chiese: – Senti, ti scoccia se assistiamo all’esame? -.
Ovviamente io rispondo un colossale MA CEEEEERTOOOOOO, così convinto ed entusiasta che mi avranno sentito anche all’Università di Pisa.

 

E, LA PIU’ BELLA FRA LE SETTE, si siede accanto a me. Proprio accanto a me. Anzi, molto più che accanto. Si siede nella sedia che, letteralmente, è attaccata alla mia. Tombola, è il mio giorno fortunato, penso.
Aveva un vestitino verde con le spalline, corto, svolazzante, fatale, omicida, due gambe lunghe e micidiali che mi sento male solo a ripensarci e gli occhi nerissimi, mortai.
Per farla breve, dopo tre secondi ero già innamorato.

 

Allora succede.
Succede che fondamentalmente vado MOLTO OLTRE la mia proverbiale calma da esame.
Succede che, praticamente, MI DIMENTICO CHE DI LI’ A CINQUE MINUTI DEVO SOSTENERE UN ESAME IMPORTANTISSIMO.

 

Comincio a scherzare (con tutte e sette) e a provarci spudoratamente (con la mia incantevole vicina di sedia).
Sparo stronzate, dico a gran voce che non so nulla, che non ho studiato niente, che il mio esame durerà tre minuti esatti….più altre cazzate in ordine sparso. Loro ridono. E più ridono, più io prendo sicurezza. Così, sfrontato e ventunenne, passo all’attacco.

 

Smetto di scherzare con tutte e mi concentro sull’angelo che mi siede vicino.

 

“Guarda che non so niente davvero…”, le dico. (lei sorride: buon segno, penso….una donna che sorride sono 10 punti a mio favore).
“Oggi ho tutto meno che voglia di fare l’esame….” (non sorride, ma ride: bene, mi trova divertente e brillante….altri 20 punti….).
“Ma quanto ci mette il prof.? Dai su, speriamo si sbrighi, ho fretta di andare al mare…” (sorride ancora….solo che non parla….non dice una parola…benissimo, è timida….).
“Perché non vieni al mare con me?” (lei sorride ancora e si copre la bocca con la mano per trattenere la risata….timidissima, rossa in volto, la ragazza è mia….me lo sento, ho fatto colpo….).
“Comunque piacere, Riccardo….”.
E lei finalmente risponde. Con un filo di voce, ma risponde.
“Giulia….”.
Mi sembra di percepire un leggero accento francese. Ma sicuramente è la mia impressione. Suggestionato dall’esame. E dalla mia passione per le francesi.

 

Sto per dirle altro, ma in quel momento rientra il prof. Imbrocco interrotto. Solo rimandato. Finisco l’esame e poi riparto, penso.
Il prof. mi chiede di prendere il testo.
È La Cantatrice Calva di Ionesco, ovviamente in francese.
Mi dice la pagina e mi chiede di leggere e tradurre.
Apro il libro e inizio a leggere. Appena inizio a leggere, ‘Giulia’, la mia amatissima vicina, mi si stringe addosso, sporgendo la testa verso il libro.

 

Io penso: amore mio, capisco che sei pazza di me, capisco che sono irresistibile, però dai, pazienta….devo pur sempre dare un esame!!
Ma lei non capisce. E più leggo più lei mi si stringe e si sporge.
Il prof. interrompe bruscamente la mia lettura.
Ecco, penso, Giulia mi ha distratto e la tempesta ormonale mi ha fatto sbagliare pronuncia.
Ma il prof. mi dice: “Lestini scusi, ma dovrebbe mettere il libro in mezzo….così può leggere anche la mia assistente….faccia leggere anche la Dottoressa….se no…”.
E dicendo ‘mia assistente’ e ‘dottoressa’ indica chiaramente col dito Giulia, la mia vicina, la mia innamorata.
Mio dio….mio dio….mio dio…..
E andiamo.
Vai con la più colossale figura di merda della mia vita.
Vai con l’esame.
Vai, Lestini…..

 

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