Lestini cerca casa – Atto II

Alla fine (ma guarda un po’) trovai casa proprio grazie a un annuncio sulla maledetta ‘Pulce’ (vedi puntata precedente: http://www.riccardolestini.it/2017/01/lestini-cerca-casa/).
Una stanza a lire 390mila al mese in via Leonardo da Vinci, a due passi da Piazza Libertà. Ottima zona. Quindi nuova e meritata standing ovation per la caparbietà mai doma del giovane Lestini.
In quella mia prima casa ci restai tre anni.
La vita dello studente fuorisede, eccezioni a parte, è così: transitoria, come pure transitorie sono le case. I contratti (contratti? ahahahahahahah) sono per lo più fogli di carta a quadretti dove il padrone di casa scarabocchia due o tre minchiate a caso mettendo in calce una firma illeggibile.
Per cui tu, povero studente fuorisede in nero e senza diritti, ti rassegni al beffardo destino di pensare, appena prendi una stanza in affitto, al momento in cui la lascerai.
E a quanti ricordi ti porterai via quando arriverà quel momento.
Come quando, il primo anno, durante una festa organizzata in casa nostra da Alvin (un ragazzo olandese in erasmus che visse in quella casa un anno e che in quell’anno riempì quelle stanze di un casino inimmaginabile di gente proveniente da tutto il mondo), una tizia olandese mi disse: ‘i tuoi piedi sono simpatici…’ (censura e decenza m’impongono di stendere un velo su quel che accadde dopo quella battuta…. e vi assicuro che NON è quello che pensate voi).
Oppure tutte le sante volte che Peter (altro coinquilino che, nonostante il nome, era di Sesto Fiorentino) usciva di casa alle quattro di notte e tornava alle sette di mattina. E nessuno ha mai capito né saputo dove cazzo andasse.
Oppure quella volta che, ultimo anno di permanenza in quella casa, era uscito il secondo album delle Spice Girls. E io e Daniele, altro coinquilino, che eravamo gli alternativi duri e puri della casa sputtanavamo giornate intere a gettare merda su quell’album e sulla stessa esistenza delle Spice Girls. E ogni volta che il video del singolo passava su MTV giù a vomitare insulti d’ogni sorta. E poi, una volta, alle due di notte passate, Daniele venne in camera mia a svegliarmi tirandomi per i piedi. Io scattai in piedi col cuore a mille e me lo vidi lì, seduto con la faccia verde, lo sguardo assente e preoccupato, seduto sul bordo del letto. ‘Dani che è successo?’, chiesi davvero preoccupato. ‘Un casino…’, fece lui seriamente depresso. ‘Ma cosa??’, chiesi nel panico. ‘Mi piace….cazzo mi piace!!”, disse lui con rabbia battendo i pugni contro il mio materasso. ‘Ma cosa ti piace???’, chiesi ancora. ‘La canzone delle Spice Girls….merda, mi piace!!”.
 
Dopo aver lasciato quella casa, la ricerca della seconda fu – a differenza della prima – come bere un bicchier d’acqua.
La trovò, presso un’agenzia, una delle due ragazze con cui sarei andato a vivere.
Un appartamento grande e vuoto in Borgo Ognissanti. Stanza a sole 350mila lire. Un affare.
Casa da sogno e coinquilini amici, non casuali come la prima volta. L’idillio.
Fatta eccezione per due particolari: 1) la vicina; 2) la padrona di casa.
La finestra di camera mia dava sulla corte interna, a distanza di appena due metri dalla finestra della cucina della vicina. E questa donna, santiddio, cucinava SEMPRE, a QUALSIASI ORA DEL GIORNO. Mi svegliavo la mattina, aprivo la finestra e subito venivo sommerso (che fossero le 7, le 8, le 9, le 10, le 11, mezzogiorno….) dall’odore di soffritto di cipolle. Studiavo con il tanfo dei broccoli lessi nel naso e andavo a letto con essenze di peperonate che mi braccavano nei sogni. Ma per chi cazzo cucinava tutto il santo giorno???
Poi, un giorno, il capolavoro. Avevo l’abitudine di sedermi per terra e di scrivere in quella posizione, con il quaderno posato sul letto. La vicina, che era molto riservata, mi fissava sempre. Così un pomeriggio di febbraio suonò alla nostra porta.
Aprì una delle mie coinquiline. La signora le consegnò dei volantini circa alcuni incontri di catechesi che si tenevano nella parrocchia lì vicino. ‘Sono proprio per i giovani’, disse la signora, ‘pensavo vi potessero interessare….’. ‘Grazie signora’, le rispose la ragazza, ‘ma noi non siamo credenti…’.
La signora fece uno sguardo stupito e, RIFERENDOSI A ME, disse: ‘Ma come? C’è quel ragazzo tanto religioso….tutto il giorno in ginocchio a pregare….’.
 
Poi, la padrona di casa.
Questa signora, di un’età indefinita tra i 75 e i 120 anni, professoressa di lettere in pensione, vedova di uno degli uomini più ricchi della storia del novecento italiano, viveva tutta sola in un attico di dimensioni oceaniche sulle salite fiesolane, passando per lo più il tempo a schiavizzare la colf filippina di nome Hoa e ad aspettare le visite mensili del figlio trasferitosi a Roma.
Questa signora aveva alcune delle più tipiche, eterne e immutabili caratteristiche comuni a tutte le signore fiorentine che affittano un appartamento agli studenti. E cioè:
– la suddetta colf filippina;
– un animale domestico stravagante, nel suo caso una gracula indiana che diceva tutto il giorno ‘craaa’, anche se la signora sosteneva dicesse ‘ciao’;
– idee nazifasciste beatamente esibite, nonostante le enormi donazioni annuali a varie associazioni umanitarie e ai principali partiti del centrosinistra;
– logorrea letale;
– almeno un antenato con un fondo privato alla Biblioteca Nazionale;
– l’uomo di fiducia. Questo è il più classico dei classici. Tutte queste signore hanno un uomo di fiducia. Il suddetto è solitamente un omino di mezza età, o pensionato o prossimo alla pensione, semi analfabeta e maniaco sessuale, i cui antenati, ai tempi del Regno Sabaudo, facevano da sguatteri agli antenati della signora.
L’uomo di fiducia di solito fa (o faceva) mestieri tipo il bidello, il custode di giardini pubblici o il muratore, e viene cooptato dalla signora per qualsiasi lavoretto domestico nelle case affittate agli studenti.
L’uomo di fiducia si presenta via via come imbianchino, idraulico, falegname, tecnico caldaia, sturacessi. Essendo ovviamente del tutto incompetente in almeno il 90% delle suddette attività, i risultati dei suoi ‘lavoretti’ sono sempre catastrofici. A volte non interviene nemmeno, e passa la mattina a guardare il culo delle studentesse che abitano l’appartamento e a fare battute depravate.
Ogni volta che a casa nostra si presentava il signor Falugi (questo il nome del NOSTRO uomo di fiducia), crollava un pezzo d’appartamento, mentre le mie coinquiline scappavano terrorizzate e si rifacevano vedere dopo tre giorni.
Ma a queste caratteristiche tipiche, la mia padrona di casa ne aveva altre tutte sue. E cioè:
– manie di persecuzione;
– allergia ad assegni, versamenti e bonifici bancari.
Pretendeva che TUTTI I MESI, gli consegnassimo l’affitto A MANO e IN CONTANTE. Spesso ci dava appuntamento alle Poste di Via Mezzetta (il perché di questo luogo, al 5 di ogni mese, non l’ho mai capito).
Così, almeno un mese su due, si ripeteva questa scena: il giovane Lestini si avvicinava furtivo, all’angolo di via Mezzetta, all’arzilla vecchietta, consegnandole in mano una lunga busta bianca contenente UN MILIONE E CINQUECENTOMILA LIRE;
– attribuire ai suoi inquilini nomi del tutto arbitrari; così io per quattro anni di permanenza in quella casa sono stato Roberto; Lisandro è stato a mesi alterni Alessandro o Rinaldo; Lara è stata Laura; Elettra è stata quasi sempre Maria (Maria????);
– esibire, quando andavi a casa sua, souvenir culinari di dubbio gusto; una volta ci offrì un fantomatico dolce cubano fatto di tutta mou, impossibile da masticare, che per digerire io ho avuto bisogno di ingerire candeggina mentre Lisandro, per toglierselo dai denti, è ricorso allo scalpello;
– l’immotivata passione per Perugia; ogni volta che la incontravo mi guardava e ripeteva SEMPRE la stessa domanda, e cioè: “Roberto,” (ormai non ci facevo più caso a essere chiamato Roberto….anzi, a volte, quando le telefonavo, esordivo dicendo: “Salve signora, sono Roberto….”), “Roberto, ma tu di dove sei?”. E io rispondevo: “Di Perugia…”. E lei “Oh, Perugia….che amore di città!! Ma poi….i tetti di Perugia!!!”. I tetti di Perugia???? Ma quali tetti????? Non l’ho mai capito….
 
Infine, dopo la vicina e la padrona, altra meraviglia della casa era il numero di telefono: 282828. Un capolavoro!! Solo che, visto che il numero di Pizza Okey era 282888, ricevevo in media CINQUE TELEFONATE AL GIORNO DI PERSONE CHE VOLEVANO ORDINARE UNA PIZZA.
Una volta, in preda allo studio forsennato per un esame importantissimo, al terzo tizio che mi voleva ordinare una margherita con bufala e una quattro stagioni, sclerai e iniziai A PRENDERE GLI ORDINI. In un’ora segnai tre margherite, una capricciosa, una salamino piccante e un calzone primavera.
Poi staccai il telefono, mi gettai nello studio e dimenticai completamente quei sessanta minuti di sclero assoluto.
Il giorno dopo, verso le otto, squillò il telefono. Il tizio dall’altro capo della cornetta mi disse: “Io volevo solo dire che non siete seri….”
“Scusi ma chi parla?”
“Lei non si preoccupi chi sono….l’importante è che io so chi siete voi!! Vi ho ordinato due pizze e non mi sono mai arrivate….ma vi sembra questo il modo di lavorare?”.
 
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